di Paul Street – 22 febbraio 2013
Pare che lo scorso ottobre la super-tempesta Sandy non abbia diretto abbastanza della sua furia alimentata dal riscaldamento globale contro il quartier generale del The New York Times. Domenica scorsa ha avuto luogo a Washington D.C. una storica dimostrazione di massa a favore di una politica ambientale più sensata. Quarantamila cittadini e attivisti ambientalisti si sono raccolti nella capitale della nazione per sollecitare il presidente Obama a non approvare l’oleodotto Keystone XL, un progetto che, se completato, trasporterà più di 700.000 barili al giorno di sporche sabbie bituminose canadesi da Alberta alla costa meridionale statunitense del Golfo. Come hanno ammonito numerosi scienziati dell’ambiente, tra cui l’eminente esperto del clima James Hansen (direttore dell’Istituto Goddard per gli Studi Spaziali della NASA), le gigantesche riserve canadesi di petrolio da sabbie bituminose è un’epica “bomba al carbonio” il cui rilascio promette di spingere il clima della Terra oltre il punto critico di un riscaldamento irreversibile fuori controllo.
Un pollice verso presidenziale contro l’oleodotto provocherà considerevoli danni alla capacità del complesso industriale-societario del carbonio di scatenare questo terribile incendiario ecocida. Ciò assicurerebbe all’umanità un po’ di tempo per affrontare appropriatamente il riscaldamento globale antropogeno (AGW) che minaccia sempre più la possibilità dell’estinzione dell’umanità. Questo è il problema principale del nostro tempo e di qualsiasi tempo, una cosa che è compresa dalle decine di migliaia di persone che sono scese in strada a Washington in una fredda giornata di questo fine settimana, il raduno più vasto che il paese abbia mai visto sul problema del clima. Un bagliore di, beh, Speranza risiede nell’Ufficio Ovale, il cui attuale residente ha condotto in origine la sua campagna per la Casa Bianca sulla base di una promessa di affrontare tale problema e che ha detto, nel suo secondo discorso d’insediamento, che gli Stati Uniti devono ridurre il “pericoloso inquinamento da carbonio che minaccia il nostro pianeta” e onorare “il prevalente giudizio della scienza … nell’interesse dei nostri bambini e del nostro futuro”.
In modo abbastanza degno di nota, il “giornale di riferimento” della nazione, il New York Times, non ha considerato la storica manifestazione di domenica come parte di “tutte le notizie che val la pena di pubblicare” [motto del giornale, da sempre nella testata – n.d.t.], nella prima sezione della sua edizione del lunedì. E’ stata un’omissione agghiacciante. Ecco alcuni degli argomenti giornalistici che il Times ha considerato adatte a essere incluse – in quanto più rilevanti di una dimostrazione di massa contro il sempre più imminente Ecocidio – in tale sezione:
* Il crescente interesse dell’industria tecnologica per l’industria del gioco d’azzardo (pag. 1)
* Un deposito di auto, furgoni, camion e moto sequestrate dalla polizia a Kabul, Afghanistan (spiritosamente definito “il Guantanamo delle auto”) (pag.1).
* L’assistenza irlandese a un quartiere irlandese-statunitense nel Queens (Breezy Point) particolarmente devastato dall’uragano Sandy (pag. 1)
* L’incriminazione per frode di un ex ministro degli esteri israeliano.
* La confusione tra i cattolici su “come chiamare un papa in pensione”.
“In un mondo razionale” ha sostenuto nell’autunno del 2009 l’eminente opinionista liberale del New York Times, “l’incombente disastro climatico sarebbe la nostra preoccupazione politica dominante” (NYT, 27 settembre 2009).
La riflessione di Krugman sul Times di lunedì si è concentrata sulla questione di un salario minimo più elevato. Ha sviluppato una tesi intelligente e ammirevole. Tuttavia tale saggio avrebbe potuto essere rimandato più in là nella settimana. Lunedì sarebbe stato un’occasione molto buona perché Krugman pubblicasse un articolo sul problema che sarebbe in cima alla lista delle nostre preoccupazioni “in un mondo razionale”.
Il Times di lunedì ha in effetti citato la storica dimostrazione sul clima di domenica. Il riferimento si trova nella sezione economica del giornale, in un articolo intitolato “Obama corre rischi nella decisione sull’oleodotto” (NYT, 18 febbraio 2013). L’articolo è stato posto a fianco di un articolo sulle strategie di marketing su Facebook della serie di film sulle corse tra auto “Fast and Furious” della Universal Studio e che riferisce del crescente utilizzo di parti a basso costo nella produzione dei giochi della realtà virtuale. Ha dato scarsa importanza all’affluenza alla protesta di domenica affermando soltanto che “hanno dimostrato in migliaia”. La sua premessa d’apertura ha sostenuto che Obama è di fronte a “una scelta tra i difensori dell’ambiente … e causare una frattura profonda e forse duratura con il Canada”, come se: (1) il Keystone e i problemi climatici riguardassero prevalentemente gli attivisti verdi e non la grave minaccia materiale posta dalle AGW e (2) il “Canada” fosse un’entità monolitica che unanimemente appoggia l’estrazione del petrolio dalle sabbie bituminose e non comprenda milioni di cittadini che sono più interessati alla conservazione di una terra vivibile piuttosto che all’espansione delle esportazioni nazionali lorde di petrolio canadese e all’aumento dei super-profitti delle multinazionali del petrolio.
Gli ambientalisti sono stati resi invisibili nella definizione nell’articolo del “Canada” i cui portavoce sono stati presentati come l’Associazione Canadese dei Produttori di Petrolio e Lorraine Mitchelmore, presidente della Shell Canada.
La preoccupazione dell’articolo che il “Canada” possa “rivalersi” contro gli Stati Uniti se Obama dirà no al Keystone XL è stata ingannevole e quasi divertente, considerata la crescente fagocitazione del governo canadese e del suo settore imprenditoriale nell’orbita economica e imperiale della superpotenza nordamericana.
Il Times non ha detto nulla di un altro pericolo che Obama corre: macchiare la sua eredità con una decisione che accelererà significativamente la catastrofe climatica e contribuirà a marchiarlo ulteriormente come un monumentale ipocrita ambientale.
Posizionando l’articolo sulla dimostrazione di domenica sul clima nella sezione economica, i direttori del Times suggeriscono che l’oleodotto Keystone è principalmente una questione imprenditoriale e di marketing, non un tema di preoccupazione pubblica e politica centrale per il destino della specie e di altre forme di vita.
Dopo questa orrida copertura di lunedì, è stato appropriato che il Times di martedì abbia pubblicato un’aggressione personale contro Hansen e l’attivista ambientalista e oppositore di spicco del Keystone, Bill McKibben, a firma del criminoso opinionista del Times Joe Nocera.
“Che piaccia o no,” proclama Nocera, “i combustibili fossili resteranno la fonte mondiale dominante di energia nel futuro prevedibile e noi stiamo meglio ottenendo il nostro petrolio da Canada che, diciamo, dal Venezuela.” (NYT, 19 febbraio 2013, A23).
Il Venezuela governato dalla sinistra, dopotutto, utilizza gli introiti dal petrolio per aggredire la povertà e promuovere la resistenza dell’America Latina contro il controllo imperiale, mentre il Canada governato dai conservatori è un partner subordinato affidabile nei commerci, investimenti, nell’ideologia neoliberale e nella violenza imperiale.
Chi sono esattamente quei “noi”? Io sono a conoscenza di ben più che pochi statunitensi – me stesso incluso – che preferiscono fare il pieno alle nostre vecchie e scassate auto giapponesi con il petrolio venezuelano.
Nel frattempo “il futuro prevedibile” (con tutto il dovuto rispetto per gli intelligenti critici marxisti del “catastrofismo”) appare più distopico che mai, grazie in non piccola parte alle dipendenze del sistema dei profitti inestricabilmente legate ai combustibili fossili, a sprechi epici, all’accumulo e alla crescita. [1]
Paul Street (paul.street99@gmail.com e www.paulstreet.org) è un autore e attivista di Iowa City, Iowa.
Nota:
[1] Per una riflessione profondamente informata che non si sente obbligata a scegliere tra (1) la visione e gli impegni marxisti e (2) dichiarare verità dure sulla catastrofe ecologica sempre più imminente (e, aggiungerei, sulla necessità di un localismo materialmente appropriato nella produzione e distribuzione democraticamente pianificate dei beni) vedere, di John Bellamy Foster e Brett Clark “The Planetary Emergence” [L’emergenza planetaria], Monthly Review, Dicembre 2012.
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/ecocidal-times-by-paul-street
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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Se il profitto di coloro cui gli interessi vengono curati da parte di molti governi a loro devoti, viene a collidere con il bene collettivo, non c’è dubbio che l’interesse dei governi non andrà mai a problemi come quello climatico. Le valutazioni a lungo termine sono di coloro che operano in prospettiva per il miglior risultato permanente e la delega del potere non è più così concepita da tempo specie nelle democrazie dove la cosiddetta alternanza è un modo per entrare in un circuito che darà un utile soprattutto dopo la scadenza del mandato. I giornali, tranne pochi, in tutto questo non fanno che obbedire per portarci buoni buoni alle urne.