L’arte occidentale abbaia contro la Cina

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di Andre Vltchek – 15-17 febbraio 2013

Ben dentro nel retto.

In Europa e negli Stati Uniti da anni e decenni l’arte è diventata sclerotica, priva di mordente e in qualche modo sinonimo di richieste di sovvenzioni, di sensi di superiorità, di edifici museali dall’aspetto identico, di orde di turisti e di costante glorificazione della forma rispetto alla sostanza.

Come Gucci e Prada, gli Impressionisti e i “Tre tenori”, ad esempio, sono stati elevati a status symbol, o a qualcosa che ci si aspetta uno veda o ascolti se vuol mostrare qualche segno elementare di sofisticazione.

L’apparato della propaganda occidentale ha dedicato grande energia e fondi enormi a togliere tutti i denti agli artisti trasformandoli alla fine in barboncini ben tolettati. Sesso, sangue, sbronze e nichilismo: sì, sì! Politica, rivoluzione e tentativi di rovesciare il regime imperialista occidentale: no, no!

Siamo stati soliti credere che almeno quei tizi e quelle tizie che stavano a Parigi fossero in qualche modo diversi. Poi, il 27 maggio 2008, in un’intervista a Charlie Rose, Matthiessen ha affermato di aver “inventato The Paris Review come copertura” per le sue attività nella CIA.

A quel punto, naturalmente, nessuno che avesse un cervello funzionante ha più creduto che le istituzioni culturali occidentali in Asia, Africa e altrove, stiano semplicemente “promuovendo attività artistiche”. Ma chi osa “mordere la mano che ti dà da mangiare”?

In una situazione simile tutta la creatività è scomparsa. In occidente i collezionisti, i propagandisti del capitalismo, l’industria dell’intrattenimento e quelli che semplicemente avevano bisogno di “decorare” le proprie abitazioni o aziende, già controllavano la maggioranza dell’”arte”.

*

In Cina le ‘cose’ sono diverse. E quanto più sono diverse tanto più denaro ed energia sono spesi dai governi, propagandisti e della istituzioni culturali occidentali per renderle esattamente uguali – prive di mordente e sclerotiche – alle loro controparti dell’occidente.

L’arte cinese è combattiva e completamente impegnata politicamente e socialmente. Per anni e decenni è stata all’avanguardia, forzando instancabilmente i confini, ponendo domande sgradevoli, accusando e rivendicando ad alta voce.

Si evolve, anche, così come è sempre più coinvolta in un progetto enorme: contribuire a costruire e migliorare il paese con la più vasta popolazione della terra.

Gran parte dell’arte cinese, almeno la migliora, è tuttora innegabilmente socialista.

Ma la propaganda occidentale abbaia continuamente contro la Cina: “Censura!”, urla. “Libertà di espressione!”

Chiunque attacchi il socialismo, o il ruolo di guida del Partito Comunista, è immediatamente elevato allo status di icona culturale, una divinità, dai critici e dai media occidentali. Non importa, in realtà, quanto bene l’artista dipinga, il cantante canti o il regista diriga; diventando un dissidente, un anti-comunista, ottiene immediato accesso alla fama, a finanziamenti e donazioni illimitate.

Come quei pochi artisti di Caracas, Maracaibo e L’Avana che sono disposti a vendere la propria anima e le proprie rivoluzioni per solido contante, anche molti artisti cinesi si sono uniti al coro preorchestrato dei sostenitori dell’imperialismo culturale occidentale, dopo aver fatto i loro calcoli ed essere arrivati alla delicata conclusione che i soffici sedili di cuoio delle limousine di lusso sotto il loro sedere compensano la mancanza di coscienza, persino il tradimento.

Alcuni ‘eroi’ dissidenti sono sottili, ma la maggior parte di loro, così amata dalle gallerie occidentali, è in realtà sempre più volgare, producendo un flusso infinito di dipinti che raffigurano compagne cinesi in uniformi militari e della polizia o completi alla Mao, in pose quasi pornografiche, con grandi capezzoli eretti e genitali pelosi tra le gambe fortemente allargate. Tali immagini non richiedono una grande immaginazione o eccezionali talento e Otto Dix e altri le hanno realizzate meglio in occidente, molti decenni fa. Ma vendono bene a New York, Parigi e Sidney. E sono considerate, “mio Dio!, così risquè!”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Se non fosse così grossolano, abbaiare contro la scena artistica cinese potrebbe in realtà essere considerato molto comico, a un esame più attento. L’arte occidentale è in realtà regolata molto più rigidamente dell’arte in Cina, così come la cosiddetta “democrazia occidentale”.

Sta già vivendo in una specie di era post-censura (non solo post-modernista), riposando pigramente sul concime leggermente puzzolente che copre verdi pascoli sulla collina. Non ha neppure necessità di essere minacciata dai censori; è sorprendentemente auto-repressiva, rimarchevolmente disciplinata; si regola con grande sensibilità, intuizione e precisione.

Molta dell’arte occidentale è posizionata ben dentro e fermamente all’interno, lontana dal retto inodore degli sponsor e dei proprietari delle gallerie, degli organismi di finanziamento e delle istituzioni politiche e “culturali”.

Le sue tele e i suoi triangoli colorati, le sue macchie e le sue curve fantasmagoriche sono tutte egocentriche. Una donna che non può permettersi di pagare la bolletta dell’elettricità, un uomo cui hanno tolto la casa perché non è stato in grado di rimborsare il mutuo dopo essersi ammalato, bambini uccisi da droni statunitensi in paesi lontani: tutte queste realtà non sono quasi mai rappresentate dalle linee complesse e dalle curve, strisce ed esplosioni di colori.

L’ambiente dell’arte occidentale è egoistico; egocentrico quanto è stato pagato per essere per decenni.

Visitate le gallerie di Londra, andate a Chelsea, a New York, e lo constaterete: gran parte dell’arte contemporanea si occupa di erezioni mancate, della paura di invecchiare e di morire da soli, o di esplosioni di egoismo: autostima, autoammirazione e ‘scoperta di sé’. La maggior parte è “io, io, io” più, come citato in precedenza, sperimentazione di una quantità di forme estremamente astratte, senza significato né utilità.

*

Poi visitate il ‘Distretto Artistico 798’ a Pechino o il ‘Distretto Artistico Moganshan 50’ a Shanghai. Lì c’è moltissimo che appare in diretto contrasto con ciò che ha luogo nelle gallerie dell’occidente.

Le opere d’arte cinesi sono impegnate, piene di umanità, compassione e rabbia contro l’ingiustizia. Molti artisti che vi espongono stanno chiaramente cercando soluzioni e vie di progresso. Non per sé stessi, per il loro paese!

A gennaio 2013 ho visitato dozzine di gallerie d’arte a Shanghai, con il mio amico Yuan Sheng, un grande pianista concertista di Pechino. Avevamo progettato di trascorrere solo un paio d’ore al “Moganshan 50” ma alla fine abbiamo deciso di restarci per quasi l’intera giornata, salendo le scale fino agli attici, discutendo le opere, dedicandoci a conversazioni con i curatori e gli artisti locali.

Anche se il ‘Distretto Artistico 798’ di Pechino (noto anche come ‘Distretto Artistico Dashanzi’) ha sede tra enormi fabbriche militari fuori uso, vecchie di cinquant’anni, a Shanghai, gli artisti stanno lavorando ed esponendo nell’ex area industriale lungo Suzhou Creek.

In entrambe le città centinaia di gallerie e studi d’arte ora si frammischiano con teatri d’avanguardia, caffè e punti di ristorazione unici, e con sculture all’aperto. L’ex paesaggio industriale offre uno sfondo neutro e spassionato.

Entrambi i luoghi sono spettacolari e pieni di energia creativa. E non sono gli unici ‘templi’ dell’arte di queste grandi città; semplicemente delle importanti ‘aggiunte’ alle innumerevoli sale da concerto, teatri d’opera, musei, centri musicali e culturali.

Il governo mette a disposizione gli spazi, ma le gallerie sono gestite in modo indipendente, con pochissime interferenze.

E proprio come avviene in Venezuela e a Cuba, lo stato cinese pone grande enfasi sulle arti.

“Penso che le arti stiano ricevendo un’attenzione spettacolare, senza precedenti, da parte del governo e anche della gente comune”, spiega Yuan Sheng, un pianista concertista, diplomato al Conservatorio di Manhattan e professore di piano al Conservatorio Centrale di Pechino. “Nel corso della sesta riunione nazionale del diciassettesimo Congresso Nazionale il governo ha approvato una risoluzione che sottolinea con forza l’importanza dello sviluppo culturale, aumentando decisamente il sostegno finanziario e di altro tipo alle arti e allo sviluppo culturale del paese.”

Le gallerie di Pechino possono essere le più radicali, ma anche quelle di Shanghai sono chiaramente impegnate e in modo molto combattivo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I dipinti a olio di Wei Yi presso la Galleria dell’Area Artistica 523 denunciano il problema dei lavoratori rurali. La possente mostra dell’Area Artistica “Siamo tutti celibi” mostra “uomini privi di donne” tra i quaranta e i settant’anni, nei poveri paesi montati di Miao.

“Abbiamo già dedicato molti anni delle nostre vite a denunciare i problemi sociali che il nostro paese ha di fronte”, ha spiegato un dipendente della galleria, mentre mi impacchettava numerosi cataloghi e DVD gratuiti di documentari relativi. “Se la gente non è interessata, dobbiamo farla cambiare in modo che si coinvolga. Collaboriamo con molti artisti famosi, come Lin Xiaodong, che denuncia la dura condizione dei contadini e degli immigrati dalla campagna. Egli espone, naturalmente, le sue opere anche in numerosi grandi musei e nel Distretto Artistico 798 a Pechino.”

Presso la Galleria ShangART un uomo nudo avanza su una scala disposta orizzontalmente, senza andare in nessun luogo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ci sono foto impressionanti del Tibet e del Nepal di Xiao Lin e ci sono il panorama urbano devastato, i tipici vicolo (hutons) distrutti, i moderni sviluppi kitsch e le moschee abbandonate alla Galleria OFOTO.

Poi visitiamo ancora un’altra enorme mostra della Cina rurale, questa volta al Centro d’Arte Suzhouhe. “Le nostre opere fanno parte della grande inchiesta sociale condotta nella provincia di Hunan Ovest”, spiega un dipendente di questa galleria dai molti piani. “Hunan ha ancora moltissimi poveri. Quello che lei vede qui è il risultato del lavoro di due anni; un lavoro che abbiamo programmato di proseguire per almeno altri dieci anni.” In mostra ci sono ritratti a grandezza naturale, brillantemente eseguiti, che rappresentano sia uomini sia donne della campagna. Una parete è interamente dedicata al “Comitato del Villaggio”. Ciascun ritratto ha una didascalia. Yuan traduce per me: “Capo del Partito del Villaggio: Yu Huang Gang, cinque acri di terra, una famiglia di sette membri, due mucche, sette oche, tre figli ancora scapoli, settant’anni.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sull’altro lato della strada c’è la galleria Aike-Dellarco. Una potente opera d’arte ha due immagini incorporate in un solo dipinto: l’immagine cambia a seconda del lato dal quale la si guarda. Quello che permane è l’enorme fuoco in distanza, ma osservandolo da destra si vedono dei volti forse di palestinesi o di egiziani in fuga dalle fiamme e dal fumo. Spostandosi a sinistra il fuoco rimane ma ora siamo nel mezzo di una via pedonale di Shanghai, dove in realtà la gente si muove lentamente in direzione del fuoco.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E nei pressi c’è ancora un’altra galleria, con un enorme dipinto angoscioso di una mostruosa portaerei dall’aspetto orribile, viste attraverso la completa distruzione ambientale di un pendio montano.

La varietà e la forza dei dipinti locali sono considerevoli; la loro creatività è mozzafiato.

Qui quasi tutto ha significato, le narrazioni sono reali e urgenti, quasi tutte globali.

Prima di lasciare il quartiere entriamo alla galleria Pata che espone il lavoro di Zheng Hong Xiang. In uno dei quadri c’è il cappio di un boia che pende dal soffitto e un uomo seminudo con la testa coperta da una scatola rossa. Ci sono, in lettere bianche, frammenti della Dichiarazione d’Indipendenza USA stampati sulla scatola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“Questo è intitolato ‘Equivoco’”, spiega, senza esitazioni. “Un uomo sta per suicidarsi. E’ come il contrasto tra la realtà e ciò che afferma la Dichiarazione d’Indipendenza. Sulla scatola si possono leggere citazioni di Jefferson e di altri Padri Fondatori statunitensi, ma non hanno a che fare con la vita di quest’uomo. E guardate il dipinto successivo, guardate questo: ritrae questa enorme carcasse dell’uomo dei McDonald’s, una delle icone culturali degli Stati Uniti, esportata in tutto il mondo.”

Mi guardo attorno nella galleria e noto un’altra testa coperta; questa è coperta da citazioni del presidente Mao, con una statuetta di un rinoceronte posta di fronte al quadro.”

*

In Cina, ovviamente, non tutto ruota intorno al fervore socialista e alla coscienza sociale; e l’arte non è sempre impegnata, progressista e politica. C’è anche un mucchio di ripetitività e di orientamento commerciale, anche se è chiaro che l’integrità artistica e la volontà di affrontare problemi essenziali sono incomparabilmente più vive qui che in occidente.

Una dose innegabile di nichilismo occidentale si può individuare anche qui; ha già penetrato l’arte locale. E’ in qualche misura tollerata; persino ammirata in determinati circoli.

Dozzine di “grandi artisti occidentali” sono emigrate in Cina, per molti motivi diversi. Alcuni sono qui per condividere, alcuni per imparare, anche se ci sono quelli che sono chiaramente qui in missione: a neutralizzare i messaggi politici, a screditare il socialismo e a separare dalla realtà l’arte locale.

Abbiamo esaminato con attenzione una delle gallerie gestite da diversi artisti occidentali a Shanghai. Non esibibano nulla di pionieristico. Quello che abbiamo trovato è stato la solita dieta di pop spregiativo che spesso spacciato in occidente come New Wave cinese: agenti di polizia donne che trucco pesante che eseguoo danze erotiche all’interno delle loro auto di servizio, poi pose sexy di donne soldato. Tutti simboli comunisti denigrati, sminuiti, trascinati nel fango.

*

Non succede solo in Cina: l’occidente si dà molto da fare per trivializzare le rivoluzioni latinoamericane e paga bene per ogni tentativo di depoliticizzare gli artisti locali, dal Centro al Sud-America, dall’Asia Sud-Orientale al Medio oriente.

Percorrendo il Distretto Artistico di Shanghai quelli che hanno continuato a venirmi in mente sono stati i ridicoli graffiti che ora decorano piazza Tahrir al Cairo e ciò che mi è stato detto della loro origine. Decisamente non era roba locale mediorientale; non era in effetti diversa dall’”arte” nel periodo della “Rivoluzione Arancione” in Ucraina e altrove.

Ma qui mi sono trovato impressionato al massimo grado da quanti artisti cinesi stanno resistendo, di fatto rifiutando seccamente quegli impianti occidentali intesi a distruggere tutti i messaggi sociali e socialisti.

E’ evidente che le principali gallerie d’arte cinesi sono in grado, pronte e disposte a esporre opere d’arte che combattano tutti i tipi di problemi che la Cina e il mondo affrontano oggi: dalla dura situazione dei lavoratori rurali al cambiamento del panorama urbano, alle disuguaglianze sociali e all’imperialismo occidentale.

E’ anche chiaro che il loro approccio è costruttivo e socialista, non nichilista e distruttivo, alla ricerca di servire il paese, non di distruggerlo.

“I critici d’arte ammettono che l’arte cinese è ora alla guida del mondo”, mi è stato detto di recente da Peter King, docente all’Università di Sidney.

Ed è alla guida attraverso la sua sostanza, non soltanto attraverso la sua forma.

Non è il governo cinese, ma l’occidente che tentato di mettere la museruola agli artisti locali, di spogliarli del fervore politico e della coscienza sociale. E lo fa con astuzia, clandestinamente e con insistenza.

*

Sidney interagisce con gli artisti cinesi più di ogni altra città ‘occidentale’ al mondo. Ciò è dovuto alla sua relativa vicinanza geografica con l’Asia e anche al crescente numero di studenti cinesi che ospita.

La galleria Ray Hughes a Surrey Hills è stata una delle prime istituzioni d’arte a reagire alla nuova onda dell’arte cinese. Ora possiede una delle più grandi collezioni di dipinti cinesi contemporanei dell’Australia e verosimilmente del mondo. Ha cominciato di fatto esponendo avant-garde cinese appena dopo il primo viaggio di Ray Hughes in Cina, nel 1999. Egli è stato veloce nell’identificare l’enorme potenziale commericale della nuova onda cinese e ora la sua galleria ospita numerosi pezzi d’annata degli iconici Fratelli Luo di Nanning, così come di Qi Zhi Long, Lin Xiaodong, Lin Jin e di numerosi altri artisti famosi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Evan Hughes, il figlio di Ray Hughes, è un collezionista d’arte formatosi a Cambridge. E’ pragmatico e onesto e mi ha detto, durante il nostro incontro:

“L’arte cinese è decisamente più impegnata socialmente e politicamente che in occidente, dove rimangono a malapena alcuni artisti politici. L’arte occidentale è stata invasa dall’apatia già negli anni ’70 e ’80. In Cina c’è una rivoluzione in ciò che oggi si può esporre; il contenuto politico è stato liberalizzato.”

“Proponiamo il lavoro di molti artisti cinesi importanti; alcuni di loro sono politici, altri no. Ma quello che rende così impressionanti molti di loro è che si sono formati presso le grandi accademie d’arte cinesi, tra cui l’Accademia di Guangzhou. La loro tecnica è semplicemente brillante.”

L’esempio più impressionante del rilievo dell’arte cinese a Sidney ha solo pochi anni di vita: la magnifica galleria White Rabbit [Coniglio bianco] nel quartiere di Chippendale. E’ la prima grande istituzione d’arte in Australia dedicata interamente all’arte cinese moderna. Viene chiamata galleria, ma in realtà è un vasto centro culturale a più piani che comprende una libreria, una sala da tè, una boutique, un Film Club e numerosi spazi enormi che espongono alcuni dei migliori artisti contemporanei cinesi.

“Alla White Rabbit l’arte non è necessariamente politica”, ha spiegato Liz Keenan, responsabile stampa e pubblicità della galleria White Rabbit. “Noi miriamo a portare qui il meglio dell’arte contemporanea cinese del ventunesimo secolo.”

La signorina Keenan mi ha accompagnato di piano in piano e da un capolavoro dell’avanguardia all’altro. All’interno della White Rabbit ci sono tele, statue, strutture e altre opere d’arte di Cao Xiadong, Feng Yan, Gade, Xiong Wenyan e di molti altri. Ci sono opere grandi e spesso controverse come ‘Gettati al vento’ di Wang Zhiyuan, un tornado di contenitori di plastica alto 11 metri o i ‘Semi di girasole’ di Ai Weiwei.

Ma colpisce quanto grande sia la differenza tra l’arte cinese esposta all’estero e l’arte in mostra nelle gallerie di Pechino, Guangzhou e Shanghai.

E’ come se provenissero da paesi diversi, da diverse galassie.

Invece di selezionare tele che ispirino il pubblico e i dormienti artisti occidentali, invece di presentare grande arte politica e sociale cinese, quasi tutte le gallerie occidentali scelgono opere astratte sperimentali o decorative.

Ovviamente sono anche opere notevoli, ma non cambieranno il mondo!

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Ma gli artisti più celebrati, più diffusi in occidente sono del genere di Ai Weiwei: un artista devoto dell’anticomunismo e chiassoso sostenitore della ‘democrazia occidentale’.

Ai Weiwei, un beniamino dei media di massa occidentali, ha recentemente attaccato il grande romanziere cinese, vincitore del Premio Nobel per la letteratura, Mo Yan. Qual è la grande colpa di Mo Yan? Apparentemente di essere un socialista impenitente e vice presidente dell’Associazione Cinesi degli Scrittori.

In occidente nemmeno un’ombra di dubbio può essere gettata sullo stesso Ai Weiwei. Gli è permesso di essere politico, è incoraggiato a rigurgitare propaganda, la “nostra propaganda”, ovviamente.

E’ stato arrestato perché era un dissidente o perché ha realmente violato la legge del suo paese? E quando ci viene raccontato che “la polizia ha fatto irruzione nel suo studio da milioni di dollari”, non dovremmo chiederci da dove gli arrivino quei milioni di dollari e chi abbia propagandato il suo lavoro? Naturalmente in occidente queste domande sono etichettate come ‘inaccettabili’ e ‘scorrette’, quasi sacrileghe!

Non fraintendetemi: io sono convinto che gli artisti debbano essere politici. E’ in realtà loro dovere essere politici, essere impegnati. Perciò dovrebbe essere diritto di Ai Weiwei di essere anticomunista, anti-Mo Yan, nel propagandare l’imperialismo occidentale.

Ed è mio diritto essere anti-Ai Weiwei.

Il problema è che gli artisti cinesi che credono nel socialismo, ma criticano il sistema al fine di migliorarlo, sono generalmente ignorati, persino ridicolizzati in occidente, a meno che scelgano qualche genere di compromesso e mostrino almeno qualche capezzolo esposto e le gambe delle loro compagne in uniformi dell’esercito o della polizia!

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L’arte occidentale si è sempre prostituita al servizio di quelli che detengono le redini del potere. Ciò va avanti sin dall’epoca dei greci e dei romani; e prosegue da secoli, persino da millenni.

La glorificata tradizione della “libertà d’espressione” occidentale esiste solo fintanto che la maggior parte degli artisti, della gente dei media e dei pensatori accetta di marciare in ranghi serrati al servizio del regime. Sin che ripete l’idiozia che il sistema ‘multipartitico’, che mantiene la dittatura delle élite, è superiore a tutte le altre forme di governo.

La maggior parte delle opere e delle sinfonie del passato è stata scritta per qualche re o qualche branco di aristocratici narcisisti ed è  stata proposta in anteprima a circoli ristretti di spettatori potenti. I compositori avevano patroni, erano ‘sponsorizzati’, o sarebbero morti di fame, non diversamente da oggi.

E i pittori? Sono inciampati, per la maggior parte, gli uni sugli altri nell’arrancare al seguito delle classi ricche, baciando mani e altre parti del corpo di vescovi e cardinali, duchi e imperatori, quei banditi dei primi tempi dei “patroni delle arti”.

L’anno scorso, ancora una volta, mi sono recato al Museo del Prado di Madrid, solo per poche ore, prima di partire per Santiago del Cile. Non ce l’ho fatta a restarci a lungo: mi sono sentito frastornato dallo sfrenato fondamentalismo cristiano. Ho osservato incredulo tutta quella panoplia di re, duchi, regini e bambini iberici dei palazzi, truffatori dei vertici religiosi, tutti dipinti da Velasquez, Murillo, El Greco, i semidei dell’arte spagnola. In confronto a ciò che è esposto al Prado i talebani appaiono piuttosto laici.

E il Louvre? Ancora una volta, tutti quegli arazzi appesi alle pareti rappresentanti scene di caccia, tutto quell’ammasso di mobili, vecchi strumenti musicali, boccali di aristocratici ladroni, motivi religiosi … Ci sono alcuni nudi pieni di curve, naturalmente. Se il tema è la guerra è rappresentato in modo decisamente splendido.

Visitando il Prado o il Louvre non verrebbe mai in mente che la Spagna e la Francia siano state due grandi potenze coloniali imperiali che hanno causato la morte di decine, probabilmente di centinaia di milioni di innocenti nei Caraibi, nell’America centrale e meridionale, in Africa, in Asia e nel Medio Oriente.

Dov’erano quegli spiriti liberi, quei grandi artisti occidentali? Erano troppo occupati a morire di sifilide o di cirrosi al fegato nel momento stesso in cui intere tribù e nazioni venivano ridotte in polvere dai patroni delle arti?

Abbiamo mai visto opere d’arte intitolate: “Soldati francesi massacrano le ultime donne e gli ultimi bambini a Grenada” oppure “Preti spagnoli torturano e violentano abitanti di villaggi Inca”?

In uno dei musei più visitati del mondo – il Musèe d’Orsay a Parigi – tutti gli artisti sembrano impegnati a far colazione sull’erba, a sbavare su modelle tutte curve o cubiste su una sedia di legno, a tagliarsi gli orecchi, a distruggere i propri intestini con l’assenzio, o a volare sopra Parigi o Vitebsk con gli amori dei loro sogni. Quando si tratta di “luoghi lontani” sono rappresentati attraverso gli occhi scintillanti delle tigri o di altri animali, che sbirciano da una selva impenetrabile, nella cosiddetta “arte primitiva”. Se viene mostrata la Polinesia allora è attraverso i suoi corpi massicci e non attraverso qualche mini-genocidio francese commesso da Jean-Baptiste Dutrou-Bornier sull’Isola di Pasqua.

Gli artisti occidentali hanno tutta una storia di sottomissione molto maggiore di quella delle loro controparti in qualsiasi altro luogo del mondo. E non dovrebbero esserci dubbi che il regime occidentale abbia corrotto o costretto al silenzio molte più persone creative di ogni altra dittatura nella storia dell’umanità.

Secondo la pittrice e disegnatrici di fumetti politici Marina Wiedemann, residente a Stoccarda:

“L’arte contemporanea in Europa è in totale disfatta. Certo, ci sono delle eccezioni. Ma tutto ha un sentore di palude inquinata: in superficie ci sono quegli artisti selezionati nei quali ci si aspetta che si vada a sbattere la faccia … l’arte che ci viene propinata dal sistema … sotto, c’è una lotta brutale per unirsi a quelli che già galleggiano e sono visibili. E gli artisti che hanno davvero talento e hanno un mucchio di cose da dire non hanno alcuna possibilità di arrivare a galla, sono tenuti sotto dalla merda più celebrata che copre la superficie.”

Il più grande artista politico dell’Asia Sud-orientale, Djokipekik, dell’Indonesia, ha commentato per questo articolo:

“Non sono troppo interessato all’arte occidentale, ma dal poco che ne so sembra che gli artisti occidentali amino davvero dipingere senza tener conto della situazione della loro parte del mondo e del mondo in generale. E il mondo è ora in lutto per i tanti mali e le tante morti, mentre gli artisti occidentali continuano a vivere felicemente, facendo un sacco di soldi e non pensando gli altri che soffrono.”

Djokopekik, che naturalmente è un artista molto più grande di Ai Weiwei, ha trascorso anni in brutale prigionia durante la dittatura filo-occidentale del generale Suharto. Inutile dire che non ci sono state campagne di massa in occidente per liberarlo o per esigere “libertà d’espressione” in Indonesia.

Ma, tornando al retto: tiriamo fuori quei liberi e orgogliosi artisti occidentali dalle sue profondità e chiediamo loro “perché mai” o, più precisamente, “perché diavolo” siano finiti nei loro deliri di superiorità invece di dedicare le loro vite a mostrare gli orrori che i loro governi e le loro culture stanno commettendo in tutto il mondo.

In passato l’occidente ha avuto almeno alcuni grandi pittori, come Goya, Delacroix, Picasso. Oggi? Dove sono quelli che osano dipingere Belgrado o Baghdad dopo i bombardamenti? O la campagna cambogiana o laotiana dopo aver ricevuto milioni di tonnellate di bombe o le camere della tortura in Cile e in Argentina? Sappiamo di qualche grande pittore occidentale che lavorerebbe a East Kivu o nella Repubblica Democratica del Congo o in Palestina?

Vi dirò chi lo fa: i latinoamericani e i cinesi! Non i gringo e gli europei.

Di recente ho fatto delle riprese in un eccezionale museo di Santiago del Cile: il Museo della Memoria e dei Diritti Umani. C’è tutto quello che si deve sapere a proposito delle violazioni statunitensi dei diritti umani, della fabbricazione e del sostegno alle dittature latinoamericane. L’architettura del museo è splendida, una combinazione di una vecchia villa e di numerosi piani di imponente acciaio e vetro.

E in una delle sale da esposizione ho scoperto dipinti di uno dei più grandi artisti contemporanei: Fernando Botero, proprio quel Botero colombiano che è famoso in tutto il mondo per i suoi dipinti e le sue sculture di donne grasse e nude. Ma questa volta non ci sono culi e tette, solo uomini mussulmani con le mani legate dietro la schiena, bendati, i loro corpi torturati, con cani che balzano contro i loro petti nudi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Abu Ghraib, gli orrori di Abu Ghraib! Sono rimasto immobile davanti ai dipinti per molti lunghi minuti e le mie lenti si sono appannate, sono stato travolto. Non perché quello che vedevo mi dicesse alcunché di nuovo. Da anni mi occupo di guerre e atrocità occidentali. Ma sono stato travolto dalla gratitudine nei confronti di questo grande artista colombiano perché qui, ancora una volta, ha dimostrato esattamente cosa l’arte è capace di fare e dovrebbe fare.

Se lui, o altri come lui, avessero qualcosa da dire sull’arte cinese, starei ad ascoltare. E sono sicuro che anche la Cina ascolterebbe.

Ma non c’è assolutamente nulla che possiamo apprendere dalla codardia e dall’impotenza che ci arriva da Londra e New York, Parigi e Berlino! Non c’è nulla che possiamo apprendere a proposito dei “diritti umani” e della “democrazia” dalle culture responsabili di centinaia di milioni di morti ammazzati in tutti i continenti.

Gli artisti del mondo dovrebbero unirsi contro il nichilismo e la mancanza di spina dorsale provenienti dall’Europa e dall’America del Nord. Al diavolo i loro soldi e, come soleva dire Sukarno, “al diavolo i loro aiuti!” e il loro “finanziamenti”.

Lasciamo che dipingano le loro linee e i loro ovali. Lasciamo che piscino sulle loro tele, le impregnino tutte e la chiamino arte. Lasciamo che ricoprano di astrazioni il loro vuoto interiore. In alternativa lasciamo che dipingano fiori per gli hotel e le ville di lusso dei milionari.

Il grande pittore argentino Alberto Bruzzone disse una volta: “Non posso dipingere fiori o maternità quando nelle strade uccidono i miei studenti!”

Molti pittori cinesi provano lo stesso sentimento: non hanno tempo per occuparsi della propria sessualità, delle proprie paure e desideri personali mentre ci sono ancora centinaia di milioni di loro compatrioti che vivono in povertà, e miliardi in tutto il mondo che vivono in schiavitù.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato delle guerre e dei conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidente nel Pacifico del sud – Oceania – è pubblicato da Lulu. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e il modello fondamentalista del mercato s’intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] e sarà [è stato – n.d.t.] pubblicato dalla Pluto Publishing House nell’agosto 2012. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto al suo sito web.

Tutte le foto sono di Andre Vltchek.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2013/02/15/western-art-is-barking-at-china/

Originale: Counterpunch

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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One thought on “L’arte occidentale abbaia contro la Cina

  1. Attilio Cotroneo il said:

    Arte significa espressione tangibile ma anche motore di rinnovamento di una società. Questo duplice ruolo fa dell’arte lo specchio del connubio tra uomini e società. In Occidente solo in pochi esprimono vero dissenso perché la deriva capitalista é ben edulcorata. Impegnarsi a capire ciò che i nostri governi fanno all’estero è difficile e viaggiare per arte esula dalla definizione di successo di molti ambienti artistici. In Cina c’è una dittatura e chi esprime vero dissenso finisce male anche se l’arte è molto politicizzata. In Occidente non possono peró sfuggire all’analisi altre forme d’arte tra migliaia di ragazzi e ragazze che, a dispetto del profitto, inseguono il sogno di un nuovo umanesimo come una forma sottile di tagliente dissenso che darà i suoi frutti.