15 febbraio 2003. Il giorno che il mondo ha detto no alla guerra
Source: Institute for Policy Studies
Di Phyllis Bennis
16 febbraio 2013
Il nostro movimento ha cambiato la storia. Mentre non abbiamo impedito la guerra in Iraq, le proteste ne hanno provato la sua chiara illegalità, hanno dimostrato l’isolamento delle politiche amministrative di Bush, hanno aiutato a evitare la guerra con l’Iran, e hanno ispirato una generazione di attivisti.
Dieci anni fa la gente di tutto il mondo si è sollevata. In quasi 800 città di tutto il globo, i dimostranti hanno riempito le strade delle capitali e di piccoli villaggi, seguendo il sole dall’Australia e dalla Nuova Zelanda e dalle piccole isole del Pacifico, attraverso le steppe innevate dell’Asia Settentrionale, e giù nella penisola del sud est asiatico, attraverso l’Europa e giù fino al margine meridionale dell’Africa, poi saltando al di là dell’oceano prima in America Latina e infine negli Stati Uniti.
E in tutto il mondo l’appello è arrivato in dozzine di lingue: “il mondo dice no alla guerra!” Il grido “Non in nostro nome” è risuonato da milioni di voci. Il libro Guiness dei primati mondiali ha detto che tra i 12 e i 14 milioni di persone sono uscite in strada quel giorno, la protesta più grande nella storia del mondo. E’stata, come la ha descritta al milione di Londinesi che erano nelle strade quel giorno il grande attivista del lavoro, pacifista ed ex deputato, Tony Benn, “la prima dimostrazione globale, e la sua prima obiettivo è di impedire una guerra contro l’Iraq.” Che idea, una protesta globale contro una guerra che non era ancora cominciata – l’obiettivo, cercare di fermarla.
E’stato un momento straordinario – abbastanza potente da far sì che i governi di tutto il mondo, compresi i “Sei non allineati” * nel Consiglio di Sicurezza, che sarebbero presto diventati famosi, hanno fatto l’impensabile; anche essi hanno resistito alle pressioni degli Stati Uniti e del Regno Unito e hanno detto di no all’approvazione della guerra di Bush. In circostanze ordinarie, da soli, paesi dipendenti dagli Stati Uniti e relativamente deboli, come Angola, Camerun, Cile, Guinea, Messico e Pakistan, non sarebbero mai scesi in campo contro Washington. Queste però non erano circostanze ordinarie. L’insieme di appoggio diplomatico da parte della “Vecchia Europa”, Germania e Francia che per loro ragioni personali si sono opposte alla guerra, e la pressione popolare da parte di migliaia, milioni di persone che riempivano le strade delle loro capitali, ha permesso ai Sei di rimanere fermi sulle loro posizioni. La pressione era feroce. Il Cile era stato minacciato con un rifiuto da parte degli Stati Uniti di ratificare un accordo di libero commercio che era in gestazione da 7 anni. (L’accordo commerciale era piuttosto terribile, ma il governo cileno vi si era impegnato). La Guinea e il Camerun sono stati minacciati della perdita degli aiuti statunitensi previsti dall’Atto della Crescita e delle Opportunità dell’Africa. Il Messico ha affrontato la probabile fine dei negoziati sull’immigrazione e il confine. E tuttavia si sono mantenuti fermi sulle loro posizioni.
Il giorno prima delle proteste, cioè il 14 febbraio, il Consiglio di Sicurezza è stato convocato di nuovo in seduta, questa volta a livello di ministri degli esteri, per ascoltare i rapporti apparentemente finali dei due ispettori dell’ONU per le armi in Iraq. Molti avevano anticipato che i loro rapporti in qualche modo avrebbero oscillato intorno alla verità, che avrebbero detto qualcosa che Bush e Blair avrebbero afferrato per cercare di legittimare le loro false affermazioni sull’esistenza delle presunte armi irachene di distruzione di massa, che essi sarebbero almeno sembrati abbastanza ambivalenti da permettere agli Stati Uniti di usare i loro rapporti per giustificare la guerra. Si sono però rifiutati di distorcere la realtà, dichiarando inequivocabilmente che nessuna di queste armi era stata trovata.
In seguito ai loro rapporti, il ministro degli esteri francese Dominique de Villepin ha replicato con uno straordinario appello, che ricordava al mondo che “le Nazioni Unite devono rimanere uno strumento di pace, e non un strumento di guerra.” In quella sede di solito seria, formale, legata alle regole, il suo invito è stato accolto da un’ovazione ruggente che è iniziata con dal personale del Consiglio e rapidamente ha travolto i diplomatici e i gli stessi ministri degli esteri stranieri.
Il rifiuto del Consiglio di Sicurezza è stato forte abbastanza – un numero sufficiente di governi hanno detto di no – da far sì che le Nazioni Unite fossero in grado di fare ciò che la Carta dell’ONU richiede, ma che troppo spesso la pressione politica rende impossibile: opporsi al flagello della guerra. La mattina del 15 febbraio, soltanto poche ore prima che cominciasse la dimostrazione di massa, ai piedi delle Nazioni Unite, il grande attore-attivista Harry Belafonte e io abbiamo accompagnato l’arcivescovo sudafricano Desmond Tutu all’incontro con l’allora Segretario generale dell’ONU, Kofi Annan, per conto dei dimostranti. Ci è venuta incontro la scorta di polizia per farci attraversare quella che il Dipartimento di polizia di New York aveva designato come “zona congelata”, non in riferimento alla rigida temperatura di -7° o al vento pungente in arrivo dall’East River che ci flagellava, ma alle strade forzatamente deserte proprio davanti al quartiere generale dell’ONU. Nell’ufficio del Segretario Generale, al 38° piano delle Nazioni Unite, il vescovo Tutu ha aperto l’incontro guardando Kofi dall’altra parte del tavolo e ha detto: “Siamo qui oggi a nome di quelle persone che protestano in 665 città di tutto il mondo. E siamo qui per dirle che quella gente che protesta in tutte quelle città del mondo e noi, rivendichiamo le Nazioni Unite come nostre. Lo sosteniamo nel nome della nostra mobilitazione globale per la pace.”
E’ stato un momento incredibile. E mentre non siamo stati in grado di impedire quella guerra, la mobilitazione globale che ha attirato i governi e le Nazioni Unite in una traiettoria di opposizione, modellata e guidata dai movimenti globali, ha creato quella che il New York Times il giorno dopo ha chiamato “la seconda super potenza.”
A metà della lunghissima manifestazione di New York, una breve notizia dell’Associated Press è stata telegrafata: “Irritate dall’effusione del sentimento internazionale controra guerra, gli Stati Uniti e la Gran Bretagna hanno iniziato a rivedere una bozza di risoluzione….i diplomatici, parlando sotto anonimato, hanno detto che il prodotto finale potrebbe essere un testo più morbido che non chiede la guerra in maniera esplicita.” Messi di fronte a una contestazione mondiale alla loro lotta disperata per avere una legittimazione dell’ONU e del mondo, Bush e Blair hanno gettato la spugna.
Il nostro movimento ha cambiato la storia. Mentre non abbiamo impedito la guerra in Iraq, le proteste ne hanno provato la sua chiara illegalità, hanno dimostrato l’isolamento delle politiche amministrative di Bush, hanno aiutato a evitare la guerra con l’Iran, e hanno ispirato una generazione di attivisti. Il 15 febbraio ha fissato i termini di quello che le “mobilitazioni globali” potevano ottenere. Otto anni dopo, alcuni dei dimostranti del Cairo, imbarazzati per le dimensioni relativamente piccole della loro protesta del 15 febbraio 2003, avrebbero aiutato nella guida della Primavera Araba in Egitto. I dimostranti di Occupy avrebbero fatto riferimento al 15 febbraio e al suo contesto internazionale. Gli indignados spagnoli e altri che protestano contro l’austerità e la disuguaglianza, hanno potuto considerare il 15 febbraio come un modello per passare dalla protesta nazionale a quella globale.
A New York in quel pomeriggio eccezionale,, alcuni degli oratori hanno avuto particolare risonanza per coloro che rabbrividivano nella folla monumentale. Harry Belafonte, il veterano di così tante lotte progressiste degli ultimi tre quarti di secolo, ha convocato il movimento statunitense contro la guerra e l’impero, ricordandoci che il nostro movimento poteva cambiare il mondo, e che il mondo contava che noi lo facessimo. “Il mondo era in uno stato di tremenda ansia, per la grande paura che non esistessimo,” ha detto. “L’America, però, è un paese vasto e diverso, e noi siamo parte della verità più grande che fa la nostra nazione. Sosteniamo la pace, la verità di quello che c’è nel cuore del popolo americano. Noi FAREMO la differenza – questo è il messaggio che mandiamo oggi al mondo.”
Belafonte è stato seguito dal il suo intimo amico e compagno di militanza, l’attore Danny Glover, che ha parlato dei primi eroi, di Sojourner Truth e di Harriet Tubman, e del grande Paul Robenson sulle cui spalle ci appoggiamo ancora. E poi ha urlato: “Siamo qui oggi perché il nostro diritto di dissentire, e il nostro diritto di partecipare a una vera democrazia, è stato sequestrato da coloro che chiedono la guerra. Stiamo qui, su questa soglia della storia e diciamo al mondo, ‘Non in nostro nome” Non in nostro nome!” L’enorme folla tremante nel vento gelido, ha ripreso il grido e “Non in nostro nome! Non in nostro nome!” è rieccheggiato nelle strade di New York.
Il nostro obbligo in quanto seconda super-potenza rimane fisso. Quello di cui abbiamo bisogno ora è una strategia per impegnarci con il potere, per sfidare di ancora una volta quello ridesignato, ma rimanendo prima superpotenza. Quell’impegno rimane.
* Guinea, Cameroon, Angola, Pakistan, Cile, Messico
Phyllis Bennis è socia of the Istituto per gli studi politici (Institute for Policy Studies). I suoi libri comprendono Challenging Empire: How People, Governments and the UN defy U.S. Power [Come la gente, i governi e l'ONU sfidano il potere degli Stati Uniti]. Ha lavorato nel comitato di direzione della coalizione denominata United for Peace & Justice nel periodo antecedente il 15 febbraio e oltre.
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/the-day-the-world-said-no-to-war-by-phyllis-bennis
Originale: Institute for Policy Studies
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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La globalizzazione con fini di controllo per omogeneizzare desideri e pensieri, messa in atto dal capitalismo internazionale, ha generato quello straordinario effetto collaterale di globalizzazione della lotta e della mobilitazione che avvicina il risultato molto prima di quanto e come accadeva in passato. Questo fa toccare con meno la forza dell’attivismo e del dissenso.