Lo sguardo
del Subcomandante Marcos
12 febbraio 2013
(Tradotto dallo spagnolo da El Kilkombo)
1. Si può fissare per imporsi o si può fissare per ascoltare.
“Per una volta ho potuto dire
Senza che nessuno mi contraddicesse
Che colui che desidera qualcosa
non è uguale a colui che vi anela
proprio come le parole dette per essere udite
Non sono le stesse
Parole dette per essere obbedite
Proprio come colui che mi parla per dirmi qualcosa
non è uguale
a colui che mi parla per farmi stare calmo.”
Tomás Segovia
“Quarta Ricerca” in: Ricerche e altre poesie”
prese dalla stampa che ha il buon gusto di chiamarsi “Innominata”.
Ringraziamenti e un abbraccio a María luisa Capella, a Inés e Francisco
(che bello che del sangue dignitoso scorre nei loro cuori)
per i libri e la guida alle liriche.
Guardare è una forma di richiesta, diciamo noi, gli Zapatisti.
O di ricerca…
Quando si fissa un calendario e si esamina la geografia, per quanto si possa essere lontani l’uno dall’altro, uno si fa delle domande, si interroga.
Ed è in questo sguardo dove l’altro (l’altro l’altra, l’altra cosa) [in spagnolo nel testo] appare.
Ed è in questo sguardo dove l’altro esiste, dove disegnano il loro profilo come se fosse strano, straniero, un enigma, una vittima, un giudice e un carnefice, un nemico…o un compagno.
Lo sguardo è quello dove risiede la paura, ma anche quello dove può nascere il rispetto.
Se non impariamo a vedere con gli occhi dell’altro, che senso può avere il nostro sguardo? Le nostre domande?
Chi sei?
Quale è la tua storia?
Dove è il tuo dolore?
Dove sono le tue speranze?
Non importa però soltanto chi o che cosa si fissa, ma anche e soprattutto da dove si guarda.
E scegliere dove guardare vuol dire anche scegliere da dove si guarda.
Oppure è la stessa cosa guardare dall’alto il dolore di coloro che hanno perduto le persone che amavano e di cui avevano bisogno, a causa di una morte senza senso, inesplicabile e definitiva, come guardare tutto questo dal basso?
Quando qualcuno dall’alto guarda quelli che stanno sotto e chiede: “Quanti?” quello che stanno chiedendo davvero è: quanto valgono?
E se non valgono niente, che cosa importa quanti sono? Per oscurare questo numero scomodo, abbiamo i media commerciali, gli eserciti, la polizia, i giudici, le prigioni, i cimiteri.
E dai nostri sguardi, le risposte non sono mai semplici.
Guardare noi stessi guardando ciò che guardiamo ci dà un’identità che ha a che fare con la sofferenza e la lotta, con il nostro calendario e la nostra geografia.
La nostra forza, se la abbiamo, è in questa identificazione; siamo quelli che siamo e ci sono altri che sono quelli che sono, e altri per i quali non abbiamo ancora un nome e che tuttavia sono quelli che sono. Quando diciamo “noi” non assorbiamo , e così facendo, non subordiniamo le identità, ma piuttosto mettiamo in evidenza i collegamenti che esistono tra diverse sofferenze e diverse ribellioni. Siamo uguali perché siamo diversi.
Nella Sesta, * gli Zapatisti ripetono il nostro rifiuto di qualsiasi tentativo di egemonia, cioè ogni avanguardia, sia che ci metta in prima linea o a fianco o, come è accaduto nel corso di questi lunghi secoli, nella retroguardia..
Se con la Sesta cerchiamo coloro che ci sono affini nei dolori e nelle lotte, indipendentemente dai calendari e dalle geografie che ci allontanano, è perché sappiamo bene che il Governante non può essere sconfitto da un solo modo di pensare, una forza, una dirigenza, (per quanto rivoluzionaria, significativa, intelligente, potente, audace, ecc. possa essere),
Abbiamo imparato dai nostri morti che la diversità e la differenza non sono una debolezza per chi è inferiore, ma piuttosto una forza da cui far nascere, dalle ceneri del vecchio mondo quello nuovo che vogliamo, di cui abbiamo bisogno, che meritiamo.
Sappiamo bene che non siamo gli unici che immaginano questo mondo. Nel nostro sogno questo mondo, però non è uno, ma molti mondi diversi, differenti. E nella loro diversità sta la loro forza.
Sono i ripetuto tentativi di imporre l’unanimità che hanno fatto impazzire la macchina e l’hanno spostata più vicino, ogni minuto, al momento finale di questa civilizzazione che abbiamo conosciuto.
Nella fase attuale della neo globalizzazione attuale, l’omogeneità non è null’altro che mediocrità imposta come standard universale. E se è diversa in qualsiasi modo dalla follia hitleriana, raggiungerla non è il suo obiettivo, ma i modi moderni con cui farlo.
E, certo, non siamo gli unici che cercano il come, il quando, il dove, il che cosa.
Tutti voi, per esempio, non siete Loro. Bene, anche se non sembra abbiate alcun problema ad allearvi con Loro per …ingannare e sconfiggerli dall’interno? Essere come Loro ma non uguali a Loro? Rallentare la velocità della nostra macchina, limare le zanne della bestia, per umanizzare il selvaggio?
Sì, lo sappiamo, ci sono molti argomenti per sostenere questa linea di pensiero. Infatti si potrebbero fare degli esempi.
Ma….
Ci dite che siamo uguali, che cerchiamo di fare la stessa cosa, che facciamo parte della stessa lotta contro lo stesso nemico. Mmm, non proprio, no in effetti non dite nemico, dite “ avversario”. D’accordo, anche questo dipende dal contesto attuale.
Dite che ci dobbiamo unire tutti perché non c’è un’altra via verso per il futuro: ci sono o le elezioni o le armi. e voi, che sostenete il vostro progetto con questo falso argomento, per invalidare qualsiasi cosa che non si sottopone al ripetuto spettacolo dei politici, convocateci: morite o arrendetevi. E ci fornite perfino un pretesto, sostenendo che, questo riguarda prendere il potere, ci sono soltanto queste due strade.
Ah! ma noi siamo anche disobbedienti: non moriamo e non ci arrendiamo. E, come è stato dimostrato quel giorno della fine del mondo: né la lotta elettorale, né la lotta armata.
E allora, se non si tratta di prendere il potere? O, meglio: che succede se il potere non risiede più nello stato-nazione, quello stato zombi popolato da una classe politica parassita che depreda i resti delle nazioni?
E se quegli elettori dai quali siete ossessionati ( da qui nasce il vostro coinvolgimento per le moltitudini), non fanno altro che votare per qualcuno che gli altri hanno già scelto, come è stato dimostrato ripetutamente da Loro che si divertono con ogni nuovo scherzo che inventano?
Sì, naturalmente ci si nasconde dietro i propri pregiudizi: quelli che non votano? “il motivo è che sono apatici, non interessati, non istruiti, oppure perché fanno il gioco della destra”….l’alleato che si trova nelle molte geografie, in più di pochi calendari. Coloro che votano ma non per voi? “il motivo è che sono della destra, ignoranti, venduti, traditori, farabutti, perché sono degli zombi!”
Nota di Marquitos Spoiler: noi simpatizziamo con gli zombi, non soltanto per la somiglianza fisica che abbiamo con loro (anche senza trucco avremmo qualsiasi parte in The Walking Dead – I morti che camminano [una serie televisiva statunitense, n.d.t.]). Anche, e soprattutto perchè pensiamo, come George A. Romero, che, in un’apocalisse degli zombi, la brutalità più folle sarebbe opera della civiltà che sopravvive, non dei morti che camminano. E se resterà viva qualche traccia di umanità, brillerà tra i paria di sempre, i morti che camminano per i quali l’apocalisse inizia quando nascono e non finisce mai e come ora accade in qualsiasi angolo di ogni mondo esistente. E non c’è alcun film, alcun fumetto, alcuna serie televisiva che possa riconoscerlo.
Il vostro sguardo è pieno di disprezzo quando guardate in basso ( anche se è nello specchio) e pieno di invidia quando guardate in alto.
Non potete neanche immaginare che qualcuno non potrebbe avere alcun interesse a guardare “in alto” tranne che per comprendere come levarceli di torno.
Lo sguardo. verso dove e da dove. Questo è ciò che ci separa.
Voi credete di essere gli unici, noi sappiamo che ognuno di noi è soltanto uno dei molti.
Voi guardare in alto, noi guardiamo in basso.
Voi cercate i modo per avere una vita confortevole, noi cerchiamo i modi per servire.
Voi cercate i modi per guidare, noi cerchiamo i modi per accompagnare.
Voi guardate quanto guadagnate, noi guardiamo a quanto va perduto.
Voi cercate cosa c’è, noi cerchiamo che cosa potrebbe esserci.
Voi considerate i numeri, noi consideriamo le persone.
Voi valutate le statistiche, noi le storie.
Voi parlate, noi ascoltiamo.
Voi guardate il vostro aspetto, noi guardiamo lo sguardo.
Noi ci guardiamo e chiediamo di sapere dove eravamo quando il vostro calendario segnava la vostra urgenza “storica”. Noi vi guardiamo e non chiediamo dove siete stati per più di 500 anni di storia.
Voi guardate per vedere come potete trarre vantaggio alla congiuntura attuale, noi guardiamo per vedere come colme possiamo crearla.
Voi vi preoccupate delle finestre rotte, noi ci preoccupiamo della rabbia che le ha rotte.
Voi guardate i molti, noi i pochi.
Voi vedete muri che non possono essere attraversati, noi vediamo le crepe.
Voi guardate le possibilità, noi guardiamo quello che era impossibile fino alla vigilia della sua possibilità.
Voi cercate gli specchi, noi le finestre.
Voi e noi non siamo uguali.
Voi guardate il calendario e subordinate a esso la primavera delle mobilitazioni, le masse, i partiti, la ribellioni innumerevoli, le strade che traboccano di canti e colori, di slogan, di sfide, di quelli che sono ora molti di più di centotrenta, le piazze stracolme di gente, le urne ansiose di essere riempite di voti, e ci si affretta perché è chiaro che mancano di una guida, di un partito rivoluzionario, di una politica di alleanze ampie, flessibili, perché il loro destino naturale è quello elettorale, ma essi sono borghesi molto giovani, piccoli borghesi, bambini viziati; e poi plebei, quartiere, cappuccio, proletario, numero dei votanti, potenziali, ignoranti, ingenui, impacciati, testardi, soprattutto testardi. E in ogni azione di massa si vede il culmine del momento storico. E dopo, quando non ci sono masse che reclamano un capo, né urne, né partiti si decide che è finito, basta, forse in un’altra occasione, si dice che dobbiamo aspettare 6 anni, 6 secoli, che dobbiamo guardare da un’altra parte, ma sempre al calendario: iscrizione al partito, alleanze politiche, incarichi ufficiali.
E noi, sempre con il nostro sguardo storto, torniamo al calendario, cerchiamo l’inverno, nuotiamo controcorrente attraversando il corso d’acqua, arrivando alla sorgente dove vediamo coloro che iniziano, i pochi, i pochissimi. Non parliamo con loro, non li salutiamo,m non diciamo loro che cosa fare, non diciamo loro che cosa non fare. Invece ascoltiamo, li guardiamo con rispetto, con ammirazione. Ed essi forse non notano mai questo piccolo fiore rosso, così simile a una stella, così piccolo che è soltanto un sassolino, che la nostra mano depone vicino al loro piede sinistro. Lo facciamo non perché vogliamo dire loro che quella pietre a forma di fiore appartiene a noi, gli/le Zapatisti/e. non perché possano prendere questo sassolino e lanciarlo contro qualche cosa o qualcuno, anche se non manca il desiderio o il motivo di farlo. Lo facciamo piuttosto perché questo è forse il nostro modo di dire a loro e a tutti i compagni della Sesta che le case e i mondi si costruiscono con piccoli sassi , dopo crescono e quasi nessuno ricorda che quelli che sono ora dei massi erano all’inizio così piccoli, ed essendo piccoli, così inutili, così soli. Arriva un/una Zapatista, vede il sassolino e lo saluta e gli si siede vicino, ma non parlano perché le piccole pietre, come gli Zapatisti non parlano….fino a quando parlano e allora, a seconda dei casi, diventano si calmano. E no, non sono mai tranquilli, quello che succede è che talvolta non c’è nessuno che ascolti. O forse il motivo è che abbiano guardato molto avanti nel calendario e sapevamo prima che questa sera sarebbe arrivata. O forse perché in questo modo diciamo loro, anche se non lo sanno, ma noi lo sappiamo, che non sono soli. Infatti è con pochi che ogni cosa comincia e ricomincia.
Non ci avete visto prima, e continuate a non vederci.
E soprattutto non vedete noi che vi guardiamo.
Voi non vedete noi che vi guardiamo per la vostra arroganza, distruggendo stupidamente i ponti, scavando i sentieri, alleandovi con i nostri persecutori, disprezzandoci. Convincendo voi stessi che quello che esiste nei mezzi di informazione, semplicemente non esiste.
Non avete visto che vi osservavamo quando dicevate agli altri e a voi stessi che tagliate i remi di quella assurda barca piena di quella gente assurda e impossibile (*noi) che è rimasta alla deriva, isolata, sola, senza direzione, pagando con le nostre vite l’essere rimasti attaccati ai nostri principi.
Avreste potuto considerare la rinascita una come parte delle vostre vittorie, e ora la considerate come una delle vostre sconfitte.
Andate, seguite il vostro sentiero.
Non ascoltateci, non guardateci.
Infatti con la Sesta e con gli Zapatisti non si può guardare o ascoltare impunemente.
E questa è o la nostra virtù o la nostra maledizione, a seconda di dove guardate, e soprattutto, da dove appare il vostro sguardo.
(Continua…).
Da qualsiasi angolo, in qualsiasi mondo.
SupMarcos
Pianeta Terra
Febbraio 2013.
Reincidentes, gruppo rock di Siviglia, Spaga. Manuel J. Pizarro Fernández: batteria. Fernando Madina Pepper: Base e voce. Juan M. Rodríguez Barea: chitarra and voce. Finito de Badajoz “Candy”: chitarra e voce. Carlos Domínguez Reinhardt: tecnico del suono. Versione rock di “Ti chiamo libertà per un in video dedicato alla lotta eroica del popolo Mapuche.
Eduardo Galeano narra una storia del vecchio Antonio: “La storia degli sguardi”.
Joan Manuel Serrat che canta “El Sur También Existe,” (Esiste anche il sud) di Mario Benedetti, a un concerto in Argentina, America Latina. Dopo che ha finito di cantare, Serrat va dietro le quinte ed esce con Mario Benedetti, che ci è così caro.(dal minuto, 3,01 in avanti).
Joan Manuel Serrat canta “El Sur También Existe,” (Esiste anche il Sud), di Mario Benedetti, a un concerto in Argentina, America Latina. Dopo che Serrat finito di cantare, va dietro le quinte ed esce insieme a Mario Benedetti, che ci è così caro. (dal minuto 3:01 in avanti).
[i] Durante un discorso all’Università Iberoamericana durante le campane presidenziali, l’allora candidato alla presidenza Enrique Peña Nieto (PRI) è stato affrontato dagli studenti che protestavano contro gli avvenimenti che si erano verificati durante il suo incarico governatore dello Stato messicano. Peña si è nascosto e alla fine è scappato dall’Università, ma gli iscritti al partito hanno in seguito considerato i dimostranti su media soltanto come una manciata di non studenti sostenitori dell’opposizione che erano stati mandati a disturbare l’evento. Gli studenti della Iberoamericana hanno allora messo un video su youtube nel quale 131 di loro tenevano in mano le loro carte di identità di studenti universitari e hanno testimoniato la loro partecipazione alla protesta, facendo balenare la scintilla di un più ampio movimento studentesco : Yosoy #132 (Io sono 132).
http://www.democraziakmzero.org/2013/02/04/loro-e-noi-v-la-sexta/
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/the-gaze-by-subcomandante-marcos
Originale: Subcomandante Marcos’s ZSpace Page
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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Tra le tante cose che gli schematismi della società evoluta in cui viviamo ci ha inculcato, primeggia l’elezione come strumento di cambiamento. Non c’è nulla che possa cambiare il potere dall’interno perché entrare nei suoi meccanismi significa esserne parte. El Sup ha insegnato che é possibile costruire aggregazioni sociali e politiche senza vertici che non siano omintenzionati a comandare