Violenza contro le donne: oltre Rihanna e Chris Brown

Redazione 16 febbraio 2013 1
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di Laura Flanders – 16 febbraio 2013

Grazie a Dio per Rihanna e Chris Brown. E’ l’unico caso di una storia di violenza contro una donna di colore di cui i media affaristici non riescono ad avere mai abbastanza.

Per ricapitolare, ai Grammy Awards Rihanna si è esibita sul palco dal vivo. Già questa era una notizia. Quattro anni fa dopo un’aggressione molto pubblicizzata alla musicista da parte del suo fidanzato, compagno di registrazioni, Brown l’aveva lasciata troppo pesta e contusa per esibirsi. I due avevano saltato i Grammy quell’anno e Brown era stato accusato di reato in relazione all’aggressione e condannato a cinque anni di libertà vigilata e a sei mesi di servizi sociali.

Facciamo un avanti veloce sino al 2013 e solo pochi giorni prima dei Grammy, Brown era di nuovo in tribunale sotto l’accusa di non aver completato i suoi servizi sociali. Rihanna è stata vista lanciargli un bacio dai banchi del pubblico e giorni dopo i due erano una coppia che si coccolava agli Awards, Rihanna con una grossa pietra scintillante all’anulare a eseguire non ironicamente la sua ballata “Rimani”.

Cosa sta succedendo? Rihanna ha detto a Oprah Winfrey di amare ancora Brown. In una storia di copertina su Rolling Stone si afferma che lei avrebbe detto che vedersi con Brown la fa felice e “Se è uno sbaglio, è uno sbaglio mio … Dopo essere stata tormentata per così tanti anni, dopo essere stata rabbiosa e tetra, preferirei semplicemente vivere la mia verità e prendermi i contraccolpi. Sono in grado di farcela,” ha affermato Rihanna.

Tralasciando l’accoppiamento culturalmente infelice tra “rabbiosa” e “tetra”, quando si tratta di contraccolpi Rihanna sa di cosa parla. I contraccolpi siamo noi. Tutti, a quanto pare, abbiamo un’opinione sulla decisione della giovane di accoccolarsi addosso a chi l’ha picchiata. Dalla conduttrice di #nerdland, Melissa Harris Perry, al creatore della serie televisiva ‘Girls’ della rete  HBO.  

Vedere Rihanna che torna da Brown “mi spezza il cuore in due”, ha dichiarato Lena Dunham, di ‘Girls’ ad Alec Baldwin, a causa di tutte le ragazze che guardano all’artista e l’ammirano. “[Essere un modello di ruolo] è una posizione che va presa sul serio”.

Altri hanno sommerso Twitter con richieste ai guru di piantarla: ‘Non sono affari di nessuno se Rihanna torna da Brown. Come dice lei, è uno sbaglio suo, una sua scelta personale’. E via di seguito.

Due cose colpiscono nella vicenda Rihanna/Chris Brown. Primo: è una cosa tutta incentrata su Rihanna. Secondo: quanto più la gente ne parla, tanto più diviene evidente che essa non ha assolutamente alcuna fiducia che le attuali risposte della nostra giustizia penale alla violenza domestica funzionino. Il presupposto è che Brown picchierà di nuovo, anche dopo l’arresto, la condanna, la libertà vigilata e almeno un po’ di servizi sociali.

Le statistiche danno ragione agli scettici. E’ questo che dovrebbe spezzarci il cuore in due.

Secondo studi stilati dall’Associazione Statunitense degli Avvocati, dal 40 al 60% dei colpevoli di violenze domestiche viene arrestato nuovamente per aggressioni entro due anni dal primo arresto. Le cure sono diverse, ma la maggior parte degli studi dimostra che la libertà vigilata senza cure non ha effetti riscontrabili sulla probabilità che un aggressore aggredisca di nuovo. Quando ci sono di mezzo la tossicodipendenza e l’abuso di droghe, diciamo, la libertà vigilata senza trattamento è virtualmente inutile.

E questi fatti sono rilevanti per l’altra grande notizia di questa settimana: la riconferma della Legge sulla Violenza Contro le Donne (VAWA) del 1994.

Diciannove anni fa, la VAWA è stata una pietra miliare legislativa che ha cercato di migliorare le reazioni alle violenze domestiche, alla violenza negli incontri, alle aggressioni e alle molestie sessuali. La versione del 2013 approvata questa settimana al Senato autorizza 659 milioni di dollari in cinque anni per programmi penali e comunitari, tra cui addestramento e linee dirette di soccorso. Amplia la VAWA per includervi nuove protezioni per le vittime LGBT e nativo-americane di violenze domestiche, per prestare maggiore attenzione alla prevenzione delle aggressioni e per contribuire a ridurre l’arretrato dei processi per stupro. Significativamente, non amplia le protezioni agli immigrati vulnerabili privi di documenti.

La VAWA passa ora alla camera, controllata dai Repubblicani, dove, con tutta probabilità, ci saranno dibattiti e ancora altri dibattiti sullo stesso vecchio tema. Le donne mentono? Le donne picchiano? E, cavolo!, se non siamo in grado di tagliare le spese per i controlli, abbiamo davvero i soldi per queste risposte ‘comunitarie’?  Dopo tutto i gruppi comunitari non hanno il potere dei sindacati della polizia e delle carceri.

Il problema in tutto questo è che quasi due decenni fa la VAWA è stata cruciale per rompere il silenzio attorno alla violenza contro le donne. Offre servizi alle superstiti. Ha sviluppato programmi di trattamento e addestrato generazioni di poliziotti. Ma non ha fermato la violenza.

Non ce l’hanno fatta l’arresto obbligatorio né la libertà condizionata. Neppure l’esplosione del numero delle carceri – e della gente dentro – ha prodotto granché. C’è stato un picco delle carceri ma una diminuzione molto limitata della violenza di genere. In realtà l’aumento delle incarcerazioni ha trascinato sempre più donne nel sistema della giustizia penale. L’Ufficio della Giustizia riferisce che quasi metà delle donne in carcere è stata fisicamente o sessualmente violentata prima dell’incarcerazione, una percentuale più elevata di quella della popolazione complessiva.

Gli stessi programmi comunitari ora sotto il coltello dei tagliatori di bilancio possono essere semplicemente i programmi di cui abbiamo maggiore necessità, compresi i trattamenti contro la droga e l’alcool, la qualità degli alloggi, assistenza all’infanzia e assistenza sanitaria accessibili … di fatto, comunità che si prendano cura.

Diciannove anni dopo la prima approvazione della Legge sulla Violenza Contro le Donne, ci sono più carceri e più uomini – e donne – nel sistema della giustizia penale; ma la violenza non si è fermata. Una donna su quattro riferisce ancora di aver subito violenza dal compagno. Secondo il dipartimento della giustizia, ogni giorno sono ancora assassinate tre donne.

Diciannove anni dopo l’approvazione della Legge sulla Violenza Contro le Donne dobbiamo riconfermare la legge. Dobbiamo anche fare progressi, dalla reazione a un ripensamento. Le linee dirette e i rifugi sono una gran cosa ma cosa farà finire la violenza? Giudicare Rihanna non lo farà. Lasciare il problema alla polizia, non lo farà. Dobbiamo farlo noi. E farlo adesso.

Per altre interviste, articoli e commenti di Laura Flanders visitate GRITtv.org.  

Fonte: Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/time-to-go-beyond-judging-rihanna-and-chris-brown-by-laura-flanders

Originale: GRITtv.org.

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 16 febbraio 2013 alle 20:49 - Reply

    Educare al rispetto e alla considerazione deve rientrare in una più ampia visione rivolta verso la cura di mali come la competizione sfrenata, una visione distorta del successo, un inseguimento malato del potere e altri fattori che creano un mito dell’uomo forte deprimente. Essere rifiutato per l’uomo della società occidentale é spesso un male che legittima la forza, unica via di un carattere sgretolato e frustrato.

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