"La fiera nazione di impressionante potenziale umano e notevoli prospettive economiche è stata fatta a pezzi." (Foto di Zoriah – www.zoriah.net)
di Ramzy Baroud – 14 febbraio 2013
Appena dopo che la campagna congiunta di bombardamenti statunitense-inglese “Operazione Volpe del Deserto” aveva devastato parti dell’Iraq nel dicembre 1998, mi stavo lamentando con un amico nell’atrio dell’Hotel Palestine di Baghdad.
Ero contrariato perché il nostro programma intenso in Iraq – prevalentemente visite a ospedali affollati di feriti o di vittime dell’uranio impoverito – non mi aveva lasciato tempo per acquistare qualche libro arabo per la mia figlia piccola negli Stati Uniti. Quando fui pronto a imbarcarmi per il lungo viaggio in corriera che mi avrebbe riportato in Giordania, un iracheno dai folti baffi e dalla barba attentamente curata mi si avvicinò. “Questo è per sua figlia”, mi disse con un sorriso porgendomi una borsa di plastica. La borsa conteneva una dozzina di libri illustrati a colori di tradizionali storie irachene per bambini. Non aveva mai incontrato quell’uomo prima, né l’ho poi più incontrato di nuovo. Era un ospite dell’albergo e in qualche modo aveva saputo del mio problema. Mentre lo ringraziavo profusamente, anche se affrettatamente, prima di occupare il mio posto sulla corriera, egli insistette che le mie parole non erano necessarie. “Siamo fratelli e tua figlia è come fosse la mia”, disse.
Non fui esattamente sorpreso da questo. La generosità di spirito e di azioni è una caratteristica distintiva degli iracheni e gli arabi sanno sin troppo bene. Altre qualità irachene comprendono l’orgoglio e la perseveranza, il primo attribuito al fatto che la Mesopotamia – che includeva la maggior parte dell’attuale Iraq – è la “culla della civiltà”, e la seconda dovuta alle indicibili avversità attraversate dagli iracheni nella loro storia moderna.
Fu la Gran Bretagna e innescare la moderna tragedia dell’Iraq, cominciando con la presa di Baghdad nel 1917 e il confuso rimodellamento di un paese perché si adattasse perfettamente alle necessità coloniali e agli interessi economici di Londra. Si potrebbe sostenere che l’iniziale e ineguagliato caos creato dagli invasori britannici abbia continuato a seminare disastri, manifestandosi in modi diversi – dal settarismo, alla violenza politica alle faide di confine tra l’Iraq e i suoi vicini – fino ai giorni nostri.
Ma naturalmente sono gli Stati Uniti a meritare ora il maggior credito per aver demolito ciò che era stato conquistato dal popolo iracheno per acquistare la propria sovranità sempre sfuggente. Fu il Segretario di Stato statunitense James Baker che, a quanto riferito, minacciò il ministro degli esteri iracheno Tariq Aziz, in un incontro a Ginevra nel 1991, affermando che gli Stati Uniti avrebbero distrutto l’Iraq e lo avrebbero “riportato all’età della pietra”. La guerra statunitense, che si è estesa dal 1990 al 2011, ha compreso un embargo devastante ed è finita con un’invasione brutale. Queste guerre sono state tanto senza scrupoli quanto sono state violente. A parte il loro enorme pedaggio in vite umane, sono state poste nell’ambito di un’orrida strategia politica mirata a sfruttare le linee di fratture esistenti nel paese, settarie e di altro genere, scatenando così guerre civili e odi settari dai quali l’Iraq è improbabile riesca a liberarsi per molti anni.
Per gli statunitensi si è trattato di una mera strategia mirata ad allentare la pressione sui propri soldati e su quelli degli alleati che incontrarono un’agguerrita resistenza nel momento in cui misero piede in Iraq. Per gli iracheni, tuttavia, fu un incubo pietrificante che non può essere espresso né dalle parole né dai numeri. Ma i numeri, naturalmente, non mancano di certo. Secondo stime dell’ONU citate dalla BBC, tra maggio e giugno 2006 “sono morti di morte violenta in media cento civili al giorno in Iraq”. Le stime riservate dell’ONU stabilivano in 34.000 il pedaggio di morti civili nel 2006. Quello fu l’anno in cui la strategia USA di dividere per conquistare si dimostrò più vincente.
Nel corso degli anni, la maggior parte delle persone fuori dall’Iraq – come in altri conflitti in cui la violenza protratta produce numeri costanti di morti – è finita per aver semplicemente perso la sensibilità nei confronti del pedaggio delle vittime. E’ come se quanti più sono i morti, tanto meno importanti diventano le loro vite.
Resta il fatto, comunque, che gli USA e la Gran Bretagna hanno distrutto insieme l’Iraq moderno e nessuna quantità di rimorso o di scuse – non che, tanto per cominciare, ne siano state offerte alcune – cambierà questo fatto. Gli ex padroni coloniali dell’Iraq e quelli nuovi sono stati privi di qualsiasi base legale o morale per invadere il paese devastato dalle sanzioni. Sono anche stati privi di qualsiasi senso di pietà mentre distruggevano una generazione e creavano le basi per un conflitto futuro che promette di essere sanguinoso quanto quello passato.
Quando l’ultima brigata da combattimento statunitense ha lasciato, a quanto riferito, l’Iraq nel dicembre 2011, quella doveva essere la fine di un’era. Gli storici sanno bene che i conflitti non finiscono per decreto presidenziale o ritirando le truppe. L’Iraq è semplicemente entrato in una nuova fase del conflitto e gli USA, la Gran Bretagna e altri restano parti integrali di tale conflitto.
Una realtà della guerra e successiva all’invasione è che l’Iraq è stato diviso in aree d’influenza basate su linee puramente settarie ed etniche. Nella classificazione mediatica occidentale dei vincitori e dei perdenti, i sunniti, incolpati di essere stata favoriti dall’ex presidente dell’Iraq Saddam Hussein, sono emersi come il perdente maggiore. Mentre le nuove élite politiche dell’Iraq sono state divise tra politici sciiti e curdi (ciascuna parte con il proprio esercito privato, alcuni raccolti a Baghdad e gli altri nella regione autonoma del Kurdistan), la popolazione sciita è stata ritenuta responsabile da vari gruppi militanti dei sunniti in disgrazia. L’8 febbraio cinque autobombe sono esplose in quelle che sono state riconosciute come “aree sciite”, uccidendo 34 persone. Pochi giorni prima, il 4 febbraio, ventidue altre persone sono rimaste uccise in modo simile.
Il conflitto settario in Iraq, responsabile della morte di decine di migliaia di persone, sta tornando in auge. I sunniti iracheni, comprese grosse tribù e partiti politici, chiedono uguaglianza e la fine della loro emarginazione nel distorto sistema politico iracheno, relativamente nuovo, sotto la guida del primo ministro Nouri al-Maliki. Grandi proteste e continui scioperi sono stati organizzati con un messaggio politico unitario chiaro. Tuttavia numerose altre parti stanno sfruttando la polarizzazione in ogni modo immaginabile: per sistemare vecchi conti, per spingere il paese indietro sull’orlo della guerra civile, per amplificare il caos in corso in vari paesi arabi, più notevolmente in Siria, e in alcuni casi per correggere i confini settari in modi che possano creare buone occasioni di affari.
Sì, le divisioni settarie e gli affari nell’Iraq di oggi vanno a braccetto. La Reuters ha riferito che la Exxon Mobil ha assunto come ‘ consulente’ Jeffrey James, un ex ambasciatore USA in Iraq (2010-2012). Certo, si tratta di un esempio di come le diplomazie e gli affari post-bellici vadano siano alleati naturali, ma c’è di più al riguardo. Approfittando dell’autonomia della regione del Kurdistan, la gigantesca multinazionale del petrolio e del gas ha sottoscritto lucrosi accordi indipendentemente dal governo centrale di Baghdad. Quest’ultimo ha ammassato truppe, alla fine dell’anno scorso, in prossimità della regione ricca di petrolio contesa. Il governo del Kurdistan ha fatto lo stesso. Incapace di stabilire quale parte avrà la meglio nel conflitto che ribolle, e dunque il futuro controllo delle riserve petrolifere, la Exxon Mobile è indecisa: onorare i suoi contratti con i curdi o perseguire contratti forse più lucrosi al sud? James potrebbe avere buone idee, specialmente se utilizzerà la propria leva politica, acquisita durante il suo mandato di ambasciatore USA.
Il futuro dell’Iraq è attualmente deciso da varie forze e quasi nessuna di essere è composta da cittadini iracheni con una visione unificante. Preso in mezzo a settarismo acerrimo, avidità di potere, élite che ammassano ricchezze, potenti protagonisti regionali, interessi occidentali e un’eredità bellica molto violenta, il popolo iracheno soffre oltre la capacità di coglierne la pena da parte di pure analisi politiche o statistiche. La fiera nazione di impressionante potenziale umano e notevoli prospettive economiche è stata fatta a pezzi.
Il giornalista iracheno, residente in Gran Bretagna, Hussein Al-Alak ha scritto, nell’imminente decimo anniversario dell’invasione dell’Iraq, un tributo alle “vittime silenziose” del pase, i bambini. Secondo il ministero iracheno del lavoro e degli affari sociali, ha riferito, sono stimati in 4,5 milioni i bambini rimasti orfani, con una “percentuale sconvolgente del 70%” di bambini che hanno perso i genitori dopo l’invasione del 2003.
“Di quel numero totale, circa 600.000 bambini vivono per strada, senza un tetto o cibo per sopravvivere”, ha scritto Al-Alak. Quelli che vivono nei pochi orfanotrofi gestiti dallo stato “mancano attualmente del minimo indispensabile per le loro necessità”.
Penso ancora al gentile iracheno che regalò a mia figlia una raccolta di storie irachene. Penso anche ai suoi figli. Uno dei libri da lui acquistati parlava di Sindbad, presentato nel libro come un bel ragazzo coraggioso che amava l’avventura tanto quanto amava il suo paese. Indipendentemente da quanto il destino era crudele con lui, Sindbad tornava sempre in Iraq e ricominciava daccapo, come se nulla fosse mai accaduto.
Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un giornalista internazionale indipendente e direttore di PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è: My Father was A Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story (Pluto Press). [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non raccontata di Gaza].
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/iraq-at-the-brink-a-decade-after-the-invasion-by-ramzy-baroud
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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Quando un popolo viene oltraggiato é peggio di quando viene offeso un individuo. Quel popolo non si esaurirà nell’arco di una vita, nello spazio di un trauma. Quel popolo sarà sempre annientato e ferito tanto profondamente da tramandare alle generazioni future tanto odio quanto ne avrà ricevuto da un oppressore insensibile e cattivo.