Filippine: intervista a Haji Ibrahim “Bambi”

Redazione 14 febbraio 2013 1
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Haji Ibrahim "Bambi" – Foto di Andre Vltchek

di Andre Vltchek e Haji Ibrahim – 14 febbraio 2013

Il Fronte di Liberazione Nazionale Moro (MNLF) è un’organizzazione politica nazionalista che conduce una lotta armata contro lo stato filippino dalla sua creazione nel 1969.

Lotta per l’indipendenza del Territorio Bangsamoro. Come definito dal MNLF, il territorio di Bangsamoro copre Sulu, Mindanao e Palawan, altrimenti note come MINSUPALA, una delle aree più povere delle Filippine.

Diversamente dal suo ramo islamico, il Fronte Islamico di Liberazione Moro (MILF), il MNLF non è un’organizzazione religiosa e definisce la sua ideologia come Ugualitarismo. Il MNLF è razzialmente e religiosamente inclusivo e chiede l’indipendenza e la giustizia sociale per il segmento più sfruttato e discriminato della popolazione delle Filippine, un paese in circa il 20,5%, o circa 4,1 milioni di famiglie, soffre la fame mentre il 51%, o circa 10,4 milioni di famiglia, si considera povero, secondo un’indagine del 2011 della società di sondaggi Sociale Weather Stations (SWS, aprile 2011).

Membro del Comitato Centrale del MNLF, il comandante Haji Ibrahim “Bambi”, di sessantasette anni, ha incontrato l’autore per un’intervista nel gennaio del 2013 in una località non rivelata di Sabah, Malesia.

AV (Andre Vltchek): Processo di pace, accordi di pace, accordi di pace infranti e nuovo processo … sembra una saga interminabile. Voi vi confrontate con le Forze Armate delle Filippine (AFP), uno degli eserciti più brutali e corrotti del mondo, esercito che è appoggiato con determinazione dagli ex colonizzatori delle Filippine: Stati Uniti, Spagna e, in effetti, l’Europa. Avete una qualche possibilità di vincere la guerra e, conseguentemente, di conquistare l’indipendenza per il vostro popolo?

CB (Comandante “Bambi”): Non sarà facile. Dovremmo essere tutti uniti: MNLF, MILF e i gruppi marxisti. Il MILF deve accettare di aderire al processo costituzionale e accettare di negoziare, cosa che rifiuta di fare. Dobbiamo metterci a sedere tutti e parlare.

Allora gli Stati Uniti, l’Europa e l’intero occidente dovrebbero aderire al nostro tentativo di attuare, e poi appoggiare, un vero accordo di pace.

Il processo di pace è in pericolo, perché la maggior parte delle condizioni concordate nel corso dell’Accordo di Tripoli del 1976 e poi nell’Accordo di Jeddah nel 1987 non è stata mai messa in atto. Il governo è ora occupato a trattare con il MILF. In aggiunta a ciò il processo di pace dovrebbe superare la procedura costituzionale, all’interno del governo delle Filippine. Dovrebbe passare al senato e al Congresso. E il fatto che ci siano più cristiani che mussulmani in entrambe le istituzioni, anche nel senato locale di Mindanao, complicherà ancor più le cose.

Ho partecipato in un’occasione a un incontro patrocinato da uno dei paesi della UE. C’erano anche rappresentanti della Colombia, dell’Indonesia, e anche tre persone degli Stati Uniti; probabilmente della CIA. Ho detto loro: “Fratelli americani, voi non siete nostri nemici, vero? Ci state predicando la libertà da così tanti anni e decenni. Ma quando siete qui, non cercate la pace; vi schierate invece con il governo delle Filippine contro la volontà del popolo.”

AV: Che cosa stanno cercando di ottenere, esattamente, gli Stati Uniti appoggiando il regime filippino?

CB: L’obiettivo degli Stati Uniti è di controllare l’intero Pacifico. Vogliono evitare che la Cina svolga un qualsiasi ruolo significativo in questa parte del mondo.

Gli Stati Uniti stanno giocando a un gioco molto pericoloso addestrando l’esercito filippino, giustificando la cosa con la “caccia” ai combattenti di Abu Sayyaf. Tutto ciò è contrario alla Costituzione delle Filippine; all’esercito degli Stati Uniti non è permesso di operare nel territorio delle Filippine. Ma conducendo esercitazioni congiunte – Balikatan – ritengono di dare “legittimità” alle azioni militari illegali.

AV: Gli Stati Uniti stanno utilizzando la propaganda per giustificare la propria presenza nelle Filippine?

CB: Sì, la propaganda è utilizzata in tutte le Filippine. Gli Stati Uniti sono sempre dipinti come liberatori, come ‘i buoni’. In realtà sono essi stessi a rappresentarsi così. La gente è inondata di film, libri e spettacoli … Douglas MacArthur è presentato come un liberatore e la gente, in effetti, lo crede, dopo tutti questi anni e decenni di propaganda.

E la storia dell’averci liberato dai giapponesi! Naturalmente i vecchi nelle Filippine non erano abituati al carattere dei giapponesi, quando occuparono il paese; ad esempio agli inchini. Ci furono incomprensioni culturali e persino crimini commessi dai giapponesi. Ma gli invasori giapponesi non attuarono mai massacri di massa di civili filippini, mentre lo hanno fatto gli Stati Uniti. Quello che è protetto come una specie di segreto è il fatto che gli Stati Uniti sono stati molto più brutali del Giappone in questa parte del mondo, e quella brutalità ha avuto luogo anche prima dell’occupazione giapponese. Ricordiamo semplicemente il massacro di Balangiga.

AV: Ho saputo da studiosi filippini che gli Stati Uniti stanno scatenando conflitti tra diversi protagonisti regionali nell’Asia sud-orientale e con la Cina a proposito delle Isole Spratly. Apparentemente hanno trovando collaboratori eccezionalmente volenterosi negli ultimi governi filippini.

CB: Ancora una volta: gli Stati Uniti vogliono avere il pieno controllo del Pacifico. Per questo hanno bisogno di paesi come le Filippine, gli stati vassalli.

Noi abbiamo provocato il problema delle Isole Spratly; il nostro governo osa giocare questa partita perché sa di avere la copertura degli Stati Uniti.

Vale la pena di citare il fatto che le Spratly facevano parte, storicamente, del Sultanato Sulu. Nella lingua locale le isole sono chiamate “Manangkayan”, “Conchiglia Gigante”. I sultani sulu erano estremamente vicini alla Cina. Ci sono tombe di cinesi in tutto Sulu. Gli emissari cinesi vivevano giusto accanto al palazzo del sultano. La Cina era l’alleato più prossimo di Sulu prima che arrivassero i conquistatori spagnoli. Quello che è successo dopo lo sai: le cose sono state messe sottosopra e gli spagnoli hanno massacrato circa diecimila cinesi in un colpo solo, soltanto perché non volevano abbandonare la loro cultura, cambiare i loro nomi …

Ma nelle Filippine si sa pochissimo della storia della regione.

Io dico sempre: “Perché provocare la Cina? Il governo sta spendendo così tanti soldi per modernizzare le navi da guerra. A quale scopo? E’ per scendere in guerra con la Cina per conto di qualcun altro? Perché, invece, non migliorare le Filippine? C’è così tanta miseria nel paese.”

AV: Parliamo del tuo movimento ora: sei stato uno dei dirigenti del MNLF per così tanti anni e decenni … Le cose sono cambiate? Il MNLF sta ora mirando all’autonomia?

CB: All’inizio chiedevamo l’indipendenza. Poi i paesi islamici hanno esercitato pressioni su di noi. Ci hanno detto: provate prima con l’autonomia e partite da lì.

Idealmente volevamo l’indipendenza di tutta Mindanao. Sentivamo che era un obiettivo essenziale poiché Manila ci aveva tenuto indietro, assolutamente indietro. Io personalmente avrei raggiunto in passato un accordo perché Mindanao fosse semplicemente uno stato del paese, una soluzione simile a quella che hanno qui, in Malesia. Si dà alla capitale il 20 o 30% delle risorse naturali, eccetera. Ma dopo aver raggiunto un accordo simile avrei comunque continuato a premere per l’indipendenza piena.

AV: Sarebbe uno stato mussulmano o laico?

CB: Sarebbe, e dovrebbe essere, uno stato laico. Ora a Mindanao ci sono più cristiani che mussulmani. Sarebbe uno stato per tutti noi: cristiani, mussulmani e buddisti e per i cinesi. Nei nostri ranghi abbiamo cristiani e molti cinesi ci appoggiano.

AV: E riguardo ai marxisti, comandante? Collaborereste con i guerriglieri marxisti a Mindanao?

CB: Naturalmente! Intorno al 1976 ho incontrato e incorporato alcuni dei loro combattenti. Più precisamente, abbiamo unito le forze. All’epoca io ero al comando di circa 70 uomini e il loro gruppo in quell’area aveva solo sette o otto persone. Li abbiamo sempre considerati nostri alleati. Quelli che si battono contro il governo filippino – quel potere brutale e corrotto – sono nostri alleati.

AV: Quando dici “potere brutale e corrotto” hai in mente, per esempio, il massacro di Maguindanao?

CB: Esattamente. Quello è stato l’esempio più terribile di quanto brutale e corrotto sia il potere nelle Filippine. E’ stata una storia terribile in cui il clan Ampatuan ha cercato semplicemente di dimostrare alla presidente Arroyo cosa era in grado di fare nella “sua” provincia. E il messaggio è stato: possiamo fare qualsiasi cosa! Perché, anche se l’occidente definisce le Filippine una “democrazia”, esse sono uno dei paesi dove i governanti possono fare quel che vogliono al loro popolo. A Maguindanao quelli che si erano opposti al clan Ampatuan sono stati massacrati; donne, tra cui giornaliste, sono state stuprate prima di essere assassinate, a tutte le donne hanno sparato nei genitali e poi le hanno decapitate … sono morte 57 persone, tra cui 34 giornalisti. Quando ti opponi a chi comanda è questo che ti succede nelle Filippine.

AV: Mi è capitato una volta di lavorare a Gingook e a Cagayan de Oro, a Mindanao. Ero stato invitato da uno dei clan dominanti più potenti del paese perché ero amico di uno dei più grandi musicisti filippini, che appartiene a quel clan. A un pranzo, membri del clan hanno cominciato a discutere delle elezioni imminenti: chi avrebbero pagato, chi avrebbero dovuto corrompere e quanto denaro ci sarebbe voluto. Sapevano chi ero: alcuni avevano addirittura letto i miei libri prima di invitarmi; avevano letto i miei articoli e rapporti. Ma non avevano alcun timore. Erano assolutamente sicuri che nulla avrebbe potuto mettere in pericolo il loro potere e i loro piani. Facevano addirittura, a tavola, i nomi dei loro alleati nel governo, di fronte a me.

CB: Hai ragione: non hanno assolutamente alcun timore! Comprano i voti, pubblicamente. Tutti sanno quanto viene pagato e da chi. E’ una follia totale.

AV: Quanti vi sostengono a Mindanao … sostengono il MNLF?

CB: Il 99% dei mussulmani. Ora siamo impegnati a spiegare ai nostri fratelli cristiani che la nostra non è una causa mussulmana e che non tutti i mussulmani sono cattivi.

AV: Quanto è dura la propaganda e la discriminazione anti-mussulmana nelle Filippine?

CB: E’ dura, molto dura. Ed è diffusa da secoli.

Quello che non è detto è che prima che arrivassero gli spagnoli a colonizzarci, tutte queste terre erano in realtà mussulmane, persino l’attuale Manila. Poi hanno cominciato a distruggere la nostra cultura, ad attaccare la nostra religione. Ci hanno costretto a diventare Pablo o Pedro, invece di Ibrahim o Abdullah. In passato gli spagnoli ci definivano “pirati”. Ma chi sono in realtà i pirati qui? Non sono pirati quelli che invadono il nostro paese per poi saccheggiarlo?

Sotto Marcos, milizie cristiane chiamate Ilaga cominciarono a cacciare i mussulmani dalle loro case a Mindanao.

Ci furono anche vasti piani di reinsediamento e molte espropriazioni di terre mussulmane, intesi a fare dei mussulmani una minoranza nelle loro stesse aree.

AV: E dunque cosa ci sarà ora, comandante? Una guerra o negoziati?

CB: Dobbiamo unire le forze; tutti noi che combattiamo per l’indipendenza e la giustizia. Ma abbiamo già combattuto così tanto! Ci siamo battuti contro Marcos; una volta ho combattuto per sei mei, giorno e notte, senza nessuna sosta.

Sono stanco. Sono stanco di combattere. Ho sessantasette anni. So che questa guerra potrebbe continuare per altri cento anni.

Conosco la cultura della gente di questa parte del mondo. Quello che mi spaventa è che un giorno dei fanatici religiosi possano influenzare i nostri giovani. Può succedere, sai, se non c’è soluzione al conflitto. Sarebbe uno scenario estremamente pericoloso.

AV: Il conflitto è anche economico e sociale, non soltanto politico, vero? Quando ho lavorato sull’Isola di Basilan mi sono imbattuto in un ospedale provinciale, uno ‘restaurato’ dagli aiuti statunitensi. La sala chirurgica era tremenda e quando sono entrato nel reparto odontoiatrico, mi è stato detto che non c’erano trapani, solo strumenti per estrarre i denti.

CB: E sono sicuro che non avevano neppure anestetici per quelle estrazioni.

E’ un problema sociale. La nostra gente vive in condizioni terribili. In condizioni molto peggiori, di gran lunga peggiori di chi vive a Luzon e altrove nelle Filippine. Per inciso: detesto il nome del paese. Sai da chi ha preso il nome? Da re Filippo II!

AV: Quanti sono stati i morti nella guerra sinora?

CB: Non abbiamo cifre certe, ma già molto tempo fa abbiamo calcolato che erano morti ben più di centomila civili. Spesso non abbiamo avuto il tempo di seppellire i morti. Sono stati a volte mangiati dai cani. E’ stato terribile. Dunque, solo negli anni ’70 erano morte più di 100.000 persone.

Nel 1976, a Zamboanga Norte, una volta ho potuto contare solo i teschi umani – 68 in totale – perché le forze governative avevano bruciato i corpi. Tutte le vittime erano dell’altopiano, della tribù Kalibugan. Alcuni teschi erano grandi – quelli degli uomini e delle donne adulte – ma alcuni erano minuscoli, quelli dei bambini. E quello fu solo uno dei tanti, tanti massacri!

Marcos introdusse la legge marziale durante il suo governo. Perdemmo più combattenti in quel periodo, ma il governo delle Filippine ebbe tre volte più perdite di noi.

AV: Come vi definiscono gli Stati Uniti?

CB: In passato ci chiamavano maoisti o comunisti.

Non siamo compresi in quella loro lista dei terroristi. Ma ci considerano i loro principali nemici.

Abu Sayyaf, naturalmente, è nella loro lista dei terroristi. Ma è stata la CIA a creare Abu Sayyaf durante il governo di Ramos, per minare il MNLF. Sia il governo degli Stati Uniti sia quello delle Filippine avevano bisogno che scoppiassero più bombe, che fossero usate più armi, al fine di far approvare i propri bilanci militari. Non è neppure un segreto che durante l’ondata di rapimenti da parte di Abu Sayyaf, l’80-90% del denaro dei riscatti finiva direttamente ai capi militari.

E gli Stati Uniti sono “troppo lontani” e “non vedono”. Beh, semplicemente non vogliono vedere, questo è tutto. Se volessero vedere, vedrebbero chiaramente cosa sta succedendo.

Il governo e gli Stati Uniti adesso dicono al MNLF: “Oh, non siete neppure in grado di controllare i vostri … Abu Sayyaf!” Dicono che non si potrà arrivare ad alcuna pace se non saremo in grado di controllare Abu Sayyaf. E’ innegabile che alcuni dei combattenti di Abu Sayyaf sono ex membri del MNLF, compreso il comandante Nur.

Ma quello che si rifiutano di vedere e di riconoscere è che noi odiamo Abu Sayyaf! Non abbiamo nulla a che fare con loro. In tutta Mindanao, la gente prende le distanze da quel gruppo, li vede come vassalli delle forze USA. Abu Sayyaf ha un’immagine pessima!

Vorrei dire anche che il MNLF si è persino scontrato con Abu Sayyaf. Una volta hanno rapito una dottoressa dei nostri ranghi. Abbiamo attaccato il loro accampamento e l’abbiamo liberata.

AV: E in così tante situazioni simili sono coinvolti i sauditi?

CB: In passato i sauditi hanno fatto molti tentativi di partecipare, ma non ora, non questa volta.

AV: Questa volta ci stiamo incontrando nello stato di Sabah, in Malesia. Questo stato apparteneva alle Filippine o, come puntualizzerai giustamente, al Sultanato di Sulu.

CB: Per secoli i sultanati di Sulu e Sabah erano uno solo. A un certo punto Sabah è stato dato in pegno; dato agli inglesi. Ma per noi … noi non vogliamo che Sabah vada alle Filippine, perché la Malesia è un paese molto migliore. Una volta ho detto al sultano di Sulu: “Se insisterà perché Sabah sia inclusa nelle Filippine, noi ci batteremo contro di lei!”

Durante la brutale dittatura di Marcos, Mindanao è stata la più colpita. C’è stato circa un milione di immigrati qui, a Sabah, da Zamboanga, Sulu e Basilan.

AV: A sessantasette anni sei ancora coinvolto attivamente nella lotta?

CB: Sì, sono ancora membro del Comitato Centrale del Comando delle Forze Speciali del MNLF.

Ma ora sto cercando attivamente soluzioni pacifiche. Gli accordi di pace che abbiamo avuto non erano solidi. Voglio che tutta l’opposizione aderisca, si unisca, negozi.

AV: Uno stato laico, hai detto. Ma quale sistema politico ed economico immagini per esso?

CB: Un sistema misto. Decisamente non un sistema puramente capitalista, guarda le Filippine … non vogliamo quello. Auspico un socialismo aperto.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato delle guerre e dei conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidente nel Pacifico del sud – Oceania – è pubblicato da Expathos. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e il modello fondamentalista del mercato s’intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] e sarà [è stato – n.d.t.] pubblicato dalla Pluto Publishing House nell’agosto 2012. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto presso il suo sito web.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/interview-with-haji-ibrahim-bambi-by-andre-vltchek

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 15 febbraio 2013 alle 07:49 -

    Le lotte indipendentiste di molti popoli sono lotte per la terra. La terra significa risorse e possedere risorse significa avere possibilità di emanciparsi. Questa potenzialità è la base per discutere di uguaglianza nelle opportunità. Le forze capitaliste badano ovviamente solo al profitto e all’affermazione del potere economico e militare. In sintesi: creare nemici per giustificare la guerra e con essa sfruttamento e occupazione. Inquadrare come comunista o islamista una lotta per la giustizia sociale e la libertà di iniziare un percorso democratico è una forma di propaganda talmente usurata che crederci è criminale.

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