Ottimismo (un po’) sulle Alpi, tanta sofferenza nel mondo quotidiano

Redazione 10 febbraio 2013 1
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di Carl Bloice – 9 febbraio 2013

Di una cosa si può essere certi: che il 99,9% di quelli che si sono riuniti recentemente per una nottata nelle Alpi o ha un lavoro o non ne ha bisogno. Lo stesso non si può dire dei miliardi che non erano lì.

Mentre parte dell’élite politica ed economica mondiale si riuniva a Davos, in Svizzera, per il Vertice Economico Mondiale annuale, un’agenzia delle Nazioni Unite riferiva che c’è stato un aumento di 28 milioni di disoccupati a livello planetario dall’inizio, cinque anni fa, della crisi economica attuale. Un milione di posti è stato perso solo l’anno scorso nelle economie capitaliste occidentali e tre milioni nel resto del mondo. E le cose stanno peggiorando. Un totale di 202 milioni di persone potrebbe restare disoccupato in tutto il globo in una qualche data di quest’ano, ha affermato l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) il 29 gennaio.

Dominic Rushe del quotidiano inglese Guardian ha descritto in questo modo quanto rilevato dal documento dell’ILO sulle Tendenze Globali dell’Occupazione:

“ … il 6% della forza lavoro mondiale è rimasto disoccupato nel 2012. Il numero dei disoccupati nel mondo è cresciuto di 4 milioni nel 2012, arrivando a 197 milioni. I giovani sono stati i più colpiti: quasi il 13% dei tutti i giovani disoccupati è rimasto senza lavoro per sei mesi o più a lungo nelle economie avanzate, con un aumento del 28,5% rispetto al 2007.”

La situazione in alcuni dei principali paesi europei è particolarmente tetra.

Si prenda, ad esempio, la Spagna. Il tasso di disoccupazione di tale paese ha raggiunto il 26,02% nel quarto trimestre del 2012, lasciando senza lavoro quasi sei milioni di persone; il 60% tra i giovani tra i 18 e i 25 anni. Il governo afferma che quasi 700.000 altre persone hanno perso il lavoro l’anno scorso e che ci sono ora 1,8 milioni di famiglie in cui non lavora nessuno.

Nell’Unione Europea a 27 membri nel suo complesso, il tasso di disoccupazione è al 10,7%, con 26 milioni di persone non in grado di trovare un lavoro.

Dopo Davos sono stati pubblicati articoli che hanno valutato se i partecipanti, di 100 paesi e con fino a 50 capi di stato e dirigenti industriali, al Forum lo hanno lasciato ottimisti o pessimisti riguardo allo stato dell’economia mondiale. “Mentre più di 2.500 dei protagonisti globali tornavano a casa domenica, c’è stato un vasto accordo sul fatto che le cose stanno cominciando a sembrare in miglioramento sul fronte economico, almeno in Cina, Africa e nei mercati emergenti, ma non in Giappone, Europa e Stati Uniti,” ha osservato l’Associated Press.

“L’equilibrio tra ottimismo e pessimismo è sempre influenzato da situazioni personali, così come gran parte delle analisi razionali,” ha scritto il 22 gennaio Gideon Rachman sul Financial Times. “Così l’umore dell’uomo di Davos sarà sollevato dal fatto che l’anno scorso ha visto una corsa al rialzo delle azioni in borsa. Questo mese l’indice Standard & Poor’s 500 ha toccato un massimo da cinque anni e l’indice FTSE All World è al suo livello più alto da 18 mesi. Persino i banchieri sono stati in grado di arrivare a Davos con parte della propria spavalderia ritrovata. Dopotutto non ci sono grandi scandali, crolli o arresti da mesi.”

In altre parole il modo in cui si vede la situazione economica dipende molto dall’essere direttori generali, banchieri o dirigenti governativi ben pagati, da un lato, o lavoratori disoccupati o persone che potrebbero facilmente diventare incapaci di guadagnarsi da vivere, dall’altro.

E ciò vale per gli Stati Uniti così come per tutto il resto del mondo.

L’AP ha affermato che c’è stato “vasto consenso” a Davos “che le cose stanno cominciando a sembrare in miglioramento sul fronte economico, almeno in Cina, Africa e nei mercati emergenti, ma non in Giappone, Europa e negli Stati Uniti.”

Anche se l’economia statunitense ha aggiunto 157.000 nuovi posti nel mese scorso, il tasso di disoccupazione è salito dal 7,8% di dicembre a un impressionante 7,9% a gennaio. Tale numero è inferiore ai 196.000 posti di lavoro aggiunti a dicembre. Nel mese i ranghi dei disoccupati sono aumentati dai 12,2 milioni di dicembre ai 12,3 milioni di gennaio. La disoccupazione degli afroamericani è scivolato da 14% al 13,8% nel corso del mese e il tasso dei latinoamericani è salito dal 9,6% al 9,7%.  Si dice che circa venti milioni di persone siano disoccupate o sotto-occupate nel paese al momento.

Mentre l’Associated Press ha titolato “Ascesa delle azioni su forti numeri dell’occupazione”, il New York Times ha osservato che “la crescita delle assunzioni è stata insipida l’anno scorso, arrancando soltanto quanto è bastato per restare al passo con la crescita della popolazione, ma neppur lontanamente abbastanza rapida da intaccare significativamente la disoccupazione. Resta un arretrato di 12,3 milioni di lavoratori inattivi. Il lavoratore medio disoccupato ha lustrato il marciapiede per 35 settimane” e “milioni hanno esaurito i propri sussidi di disoccupazione e molti altri usciranno dal sistema governativo nei mesi a venire senza avere opzioni in vista.”

Anche se i responsabili di ciò non sono chiaramente in grado di accordarsi su cosa dovrebbe fatto riguardo alla situazione sul fronte dell’occupazione, quelli riuniti a Davos sembrano aver preso nota del fatto che, almeno in Europa e negli Stati Uniti, le politiche governative stanno spingendo le cose nella direzione sbagliata e che se alcune forze potenti avranno via libera, saranno messe in atto misure d’austerità che renderanno le cose molto peggiori.

“Tre anni fa è accaduta una cosa terribile alla politica economica, sia qui sia in Europa,” ha scritto la settimana scorsa l’economista Paul Krugman sul Times. “Anche se il peggio della crisi finanziaria era finito, le economie di entrambi i lati dell’Atlantico sono rimaste profondamente depresse, con una disoccupazione molto elevata.  Tuttavia l’élite politica del mondo occidentale ha deciso in massa in qualche modo che la disoccupazione non era più una preoccupazione cruciale e che ridurre il debito doveva essere la priorità assoluta.” Tale visione è condivisa dall’economista Robert Reich che osserva che “La disgraziata realtà è che su entrambe le rive dell’oceano abbiamo gente per prende decisioni politiche che va ampiamente sputando assurdità a proposito di come sistemare l’economia. E nel futuro prevedibile avrà il potere politico di conservare il proprio posto indipendentemente da quanto disastrose siano le conseguenze della propria politica.”

Per quanto possa sembrare strano, il problema di così tanti senza lavoro per lunghi periodi deve ancora trovare uno spazio credibile nell’agenda politica della nazione. Merita a malapena una menzione nelle priorità politiche che promanano in questi giorni dal Congresso o dal ramo esecutivo.

Reich afferma che il governo statunitense sta “seguendo il pietoso esempio dell’Europa di fallita economia dell’austerità.”

“In un momento in cui gli Stati Uniti potrebbero assistere a una crescita che recuperi la produzione persa dal 2007, Washington sta importando l’austerità europea,” ha scritto Edward Luce, capo dell’ufficio di Washington del Financial Times, aggiungendo che “non c’è nulla nell’anemica ripresa degli Stati Uniti che si meriti a questo punto l’austerità.”

Il 31 gennaio il presidente Obama ha eliminato di suo Consiglio di alto livello del Presidente sull’Occupazione e la Competitività da lui creato due anni fa in quello che aveva dichiarato un tentativo di arruolare competenze esterne per occuparsi della disoccupazione. Anche se l’annuncio era atteso da quando il mandato dei ventisei membri doveva essere rinnovato, Erika Eichelberger ha scritto sulla rivista Mother Jones che il consiglio aveva “mancato di realizzare granché nei suoi due anni di vita e parecchio di ciò che ha prodotto è stato più a favore del mondo degli affari che della gente comune.” Un portavoce del presidente del consiglio, il direttore generale della General Electric Jeffrey Immelt, le ha detto che il gruppo, che comprendeva o capi della dirigenza di AOL, Intel, Xerox, Boeing, Comcast e di altri giganti industriali aveva proposto sessanta raccomandazioni per l’azione del governo e che su 54 di esse sono stati fatti “progressi significativi”. Tuttavia il presidente dell’AFL-CIO, Richard Trumka, uno dei due leader sindacali membri del Consiglio, ha dichiarato alla Eichelberger: “Riducendo le entrate complessive queste riforme potrebbe facilmente avere l’effetto opposto [rispetto a quello desiderato] … affamando il governo di quelle entrate di cui ha bisogno per creare buoni posti di lavoro e per aggiornare la nostra infrastruttura e il nostro sistema d’istruzione, rendendo così gli Stati Uniti un paese meno attraente per gli investitori.”

Lo scorso gennaio il Consiglio ha pubblicato un rapporto, con il voto contro di Trumka che ha affermato: “E’ chiaro dal nostro lavoro in tutte queste aree che senza un’azione tempestiva su larga scala del governo le soluzioni continueranno a sfuggirci come nazione. Sfortunatamente io ritengo che il rapporto minimizzi la necessità di un ruolo proattivo del governo statunitense in molte di tali aree; evita di affrontare il problema delle significative risorse aggiuntive necessarie per far fronte su scala appropriata alle sfide identificate e in molti casi identifica in modo errato le cause chiave dei problemi strutturali sottostanti.”

Il Presidente ha incontrato per l’ultima volta il Consiglio nel gennaio 2012.

Nel marzo del 2011, nel suo ultimo articolo per il New York Times, Bob Herbert ha preso nota dell’influenza dell’industria sul nuovo gruppo per l’occupazione e ha commentato: “Squilibri schiaccianti di ricchezza e reddito hanno inevitabilmente come conseguenza enormi squilibri di potere politico. E’ per questo che le industrie e i molto ricchi continuano a passarsela bene. La crisi dell’occupazione non è mai affrontata. La guerra non finisce mai. E la costruzione della nazione non trova mai un punto d’appoggio qui in patria.”

Alcuni osservatori si attendevano che il gruppo per la creazione di occupazione, che non si riuniva da un anno, sarebbe nonostante ciò stato nuovamente autorizzato se non altro perché non farlo sarebbe stata una cattiva idea dal punto di vista delle pubbliche relazioni. Come poi è risultato, il decesso del Consiglio è passato relativamente inosservato.

Secondo il Washington Post  “Dirigenti hanno affermato che il presidente aveva sempre inteso che il consiglio adempisse la sua missione e poi fosse sciolto e hanno detto Obama continuerà a impegnarsi attivamente e a sollecitare idee dei dirigenti del mondo degli affari sui modi per accelerare la creazione di occupazione e la crescita economica. Tra i passi che Obama ha in programma di intraprendere ci sono permessi accelerati per i progetti infrastrutturali, più programmi per promuovere l’imprenditorialità e lo sviluppo della manodopera.”

Detto in due parole: non basta.

Dietro le statistiche e le previsioni che vengono fatte circolare e discusse, ci sono persone reali, uomini e donne le cui vite e il cui benessere restano precarie. Stanno pagando pesantemente per le politiche economiche che sono pasticciate nelle capitali del mondo capitalista e continueranno a farlo fintanto che la salute dell’economia continuerà a essere misurata in termini di prodotti e profitti. Lo scopo della politica sociale dovrebbe essere di garantire che tutti quelli che cercano lavoro abbiano accesso a mezzi per guadagnarsi di che vivere. Ciò significa creare posti di lavoro. Ciò significa adesso, non in una qualche data futura dopo che “il mercato” avrà compiuto la sua dubbia magia. E’ stato fatto in passato e può essere fatto di nuovo. Ma ci vuole volontà politica.

Guy Ryder, direttore generale dell’ILO ed ex segretario generale della Confederazione Sindacale Internazionale ha recentemente definito la crisi della disoccupazione “un enorme spreco di vite di giovani e dei loro talenti e un danno straordinario alle persone e alle loro società” e una minaccia alla stabilità sociale.  

Carl Bloice, membro del Comitato Editoriale e redattore di BlackCommentator.com, è un autore di San Francisco, membro del Comitato Nazionale di Coordinamento dei Comitati di Corrispondenza per la Democrazia e il Socialismo e ha in precedenza lavorato per un sindacato della sanità.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/a-bit-of-optimism-in-the-alps-a-lot-of-pain-in-the-everyday-world-by-carl-bloice

Originale: Blackcommentator.com

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 10 febbraio 2013 alle 20:16 - Reply

    Oltre alla ferma volontà capitalista di lasciare ai margini larghe parti delle popolazioni di USA e UE, per non parlare delle aree geografiche neocolonizzate e sfruttate di Asia, Africa e America Latina, a vantaggio delle oligarchie finanziarie che hanno acquistato le sovranità nazionali sotto la cui copertura operano, c’è un’altra interpretazione di fenomeni come Davos da prendere in considerazione: in simili contesti, i protagonisti vivono una dimensione schizoide completamente scollata dai problemi di cui solo ipocritamente discutono o meglio fanno finta di discutere. La crisi come fenomeno mondiale, arriva a valle di anni di politiche volte ad anestetizzare la reazione popolare alla voluta veicolazione verso consumo e bisogno spasmodico di essere guidata. L’incapacitá alla rinvolta è talmente strutturata da essere, in realtà, l’unico vero problema di una crisi che non ha caratteristiche diverse dalle precedenti se non nella volontà di non essere affrontata col fine della ripresa ma con quello dell’assoggettamento intellettuale e della distruzione progressiva dello stato sociale. La presa di coscienza politica degli individui deve precedere quelle delle masse ormai pilotata da meccanismi mediatici più forti della volontà collettiva. La rivolta individuale al sistema può essere l’unica via di propagazione virale verso un cambiamento radicale che non può fare a meno dello scontro politico acuto.

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