Carta da parati sulle crepe: la censura medatica in Cina e le contraddizioni chiave del paese

Redazione 9 febbraio 2013 2
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di Rogier Creemers – 8 febbraio 2013

E’ stato un mese notevole per i media cinesi. Nel corso delle ultime poche settimane, il vincitore del Premio Nobel 2012 per la letteratura, Mo Yan, ha fatto sensazione con i suoi commenti sulla censura;Pechino ha operato un giro di vite sui VPN, i fornitori di servizi che agevolano l’aggiramento della Grande Barriera;  L’Amministrazione Generale della Stampa e dell’Editoria ha diffuso una serie di bozze di misure che promettono di imporre maggiori prescrizioni per le licenze di pubblicazione su Internet e per gli uffici che rappresentano imprese mediatiche straniere; e il Congresso Nazionale del Popolo ha varato una decisione che conferma il preesistente obbligo del sistema di identificazione per tutti, “fornitori di servizi di rete che gestiscono servizi di accesso ai siti web agli utenti, gestiscono telefonia fissa e mobile e altre forme di navigazione, o forniscono agli utenti servizi di pubblicazione di informazioni”, ufficialmente in un tentativo di proteggere la riservatezza degli utenti cinesi.  

Al tempo stesso, tuttavia, la dirigenza del PCC ha incontrato crescenti contestazioni alla sua politica mediatica. Nel giorno di Natale c’è stata una lettera aperta che ha chiesto, tra altre misure, il rispetto del diritto alla libera espressione garantito dalla Costituzione cinese. Poi, al volgere dell’anno nuovo, il sito web della rivista filo-riformista Yanhuang Chungiu è stato chiuso dopo aver pubblicato un messaggio di Capodanno che sollecitava anche riforme politiche sulla base della Costituzione.

La cosa ha fatto notizia a livello mondiale quando, pochi giorni dopo, numerosi dipendenti del Southern Weekly, probabilmente il giornale franco della Cina, sono scesi in sciopero, accusando il governo provinciale di aver alterato il loro messaggio di Capodanno. Secondo quanto riferito, il messaggio originale, intitolato ‘Il sogno della Cina, un songo di costituzionalismo’, era stato trasformato in un peana alla nuova generazione della dirigenza cinese. Anche se smentite dai canali ufficiali,  più rimarchevolmente dal Global Times di proprietà del Quotidiano del Popolo, tali modifiche sono state ascritte al capo provinciale della propaganda, Tuo Zhen, che avrebbe anche aggiunto alcune sue espressioni specifiche al messaggio.  

Se tali accuse risultassero vere si tratterebbe di un’interferenza senza precedenti nelle procedure editoriali dei giornali cinesi.  Anche se è ben noto che la Cina impone un rigoroso controllo sui propri media, la censura è normalmente attuata in azienda, o da personale dedicato o da redattori che sanno quale è il limite da non superare. Le autorità della propaganda spesso danno direttive su come devono essere riferite determinate notizie e a volte vietano ai canali giornalistici di riferire certe vicende, ma normalmente non interferiscono direttamente con la prassi editoriale.

Ciò ha creato un equilibrio delicato in cui i giornalisti dispongono di un certo spazio per giornalismo di denuncia e d’inchiesta fintanto che il Partito mantiene il controllo politico nel complesso. L’aver violato questa pace precaria è stato il principale motivo dello sciopero. Nel corso del fine settimana successivo, tuttavia, la situazione si è inasprita con dichiarazioni aperte e acute di sostegno da parte di utenti della rete e di società mediatiche, nonché con dimostrazioni di fronte al quartier generale del Southern Weekly a Guangzhou.

Questa vicenda può trasformarsi in un importante test di verifica per il nuovo Segretario Generale del Partito, Xi Jinping, anche prima che egli assuma ufficialmente la presidenza dello stato. Il periodo Hu-Wen è stato diffusamente considerato un decennio perduto per la libertà di espressione in Cina e sono aumentate le aspettative che la nuova dirigenza possa essere più liberale, allentare la censura sui media e far avanzare le riforme politiche. Nelle prime poche settimane del suo mandato Xi ha in effetti imposto cambiamenti nel modo di operare del Partito, comparendo privo di cravatta ad eventi e limitando l’organizzazione dei pasti a “quattro portate e una minestra”.  Potrebbe essere imminente anche un certo numero di altre iniziative. Nella sfera della magistratura, ad esempio, è stato annunciato che la tanto calunniata “rieducazione attraverso il lavoro” sarà abolita. Più significativo per la vita della maggior parte dei cinesi comuni, tuttavia, è il suo annunciato impulso alla lotta alla corruzione. Sembra, tuttavia, che molte voci sperino riforme ulteriori e più profonde.

Ci sono due modi per considerare questo tema. Il primo consisterebbe nell’assumere un’ottica indulgente e considerare in buona fede il messaggio politico del Partito. Nella sua Costituzione il Partito afferma che il suo obiettivo principale è quello di modernizzare e rafforzare la Cina. Le basi teoriche per questo sono i principi fondamentali del marxismo-leninismo, integrati dall’esperienza concreta di successive generazioni di dirigenti, da Mao a Hu. Da guardiano di questo progetto per il successo, il Partito è la sola organizzazione capace di governare la Cina, e al fine di garantire che ciò si realizzi bene, i suoi dirigenti sono eletti in base al merito. In quest’ottica, ogni richiesta di introduzione di altre organizzazioni politiche equivale a rifiutare la verità scientifica della via cinese al socialismo. Pertanto non considera la sfera pubblica come uno spazio in cui ogni genere di visioni e di opinioni si confronti liberamente, bensì “un campo di battaglia per l’opinione pubblica” che deve occupare al fine di garantire che siano diffuse solo informazioni corrette. Tuttavia il Partito riconosce che, con il mutare delle situazioni, il dibattito su specifiche misure e politiche è necessario. Riconosce anche che è necessaria la circolazione delle informazioni a fini economici e commerciali. Perciò consente una certa misura di dibattito politico nei giornali e in rete, che culmina in misure di riforma più illuminate. Inoltre afferma di creare un vasto spazio per “la supervisione dell’opinione pubblica”, l’idea che il pubblico dovrebbe controllare le prestazioni dei dirigenti e degli uffici e offrire critiche nel caso non facciano bene il loro lavoro.

La seconda ottica è più cinica. In tale ottica il Partito è una rete mafiosa di quadri corrotti decisi a mantenere la propria presa ferrea sulla società cinese. I dirigenti sono scelti mediante intrighi di palazzo e l’organizzazione premia la lealtà ai propri patroni, piuttosto un meritorio servizio pubblico o il successo sul mercato, e lo fa controllando l’accesso a prerogative, istruzione, posti e occasioni di prelevare ricchezza dalla società. Inoltre coopta certi gruppi sociali che potrebbero, diversamente, diventare una minaccia alla prosecuzione della sua esistenza, come studenti e imprenditori, e esclude altri, come le “Cinque Nuove [categorie] Nere”. Questo gioco politico crea una tempesta perfetta di incentivi alla corruzione e all’abuso di potere, che a sua volta sostiene la resistenza della struttura. Le riforme sono una scusa per mantenere la struttura di potere esistente e sono limitate a questioni superficiali, mentre le riforme vere e profonde non hanno luogo. Le reazioni del pubblico alle politiche o ai dirigenti sono inefficaci poiché il Partito eviterà qualsiasi organizzazione significativa al suo esterno e si occuperà per conto proprio di ogni cosa nella maggior parte dei casi.

In una certa misura le raccomandazioni politiche di queste due visioni si sovrappongono, anche se a volte per motivi differenti. Nell’ottica indulgente la censura mediatica è simile all’avere un codice di comportamento: è interesse di tutti che soltanto informazioni corrette e sicure arrivino agli occhi e alle orecchie del pubblico che si confonde facilmente. Nell’ottica cinica, la comunicazione pubblica libera è nemica degli interessi del Partito perché rivela la misura dei privilegi di cui godono i membri, i quadri e i dirigenti del Partito. Entrambe le visioni sarebbero anche a favore, ad esempio, della registrazione delle generalità reali degli utenti di media sociali, perché consente un ambiente Internet “sicuro, sano e in crescita” in cui possono essere meglio prevenute informazioni pericolose o perché garantisce che dissidenti problematici possono essere rintracciati, a seconda dei gusti.

E’ nella tensione tra queste due visioni, quella ufficiale propinata quotidianamente ai cittadini cinesi, e quella cinica che constatano attorno a sé, che prendono forma sia la politica mediatica sia la reazione popolare ad essa. Il Partito è chiaramente consapevole che la fede nel suo messaggio sta svanendo. In reazione ha assunto una nuova prominenza il ruolo della cultura. Hu Jintao ha lanciato il “Sistema dei Valori Socialisti Chiave”, una lista di otto virtù e vergogne in base alla quale dovrebbero vivere i cinesi. Nel 2011 il Comitato Centrale ha pubblicato una delibera in cui ha mirato a porre rimedio a problemi che ha descritto come: “la funzione della cultura nel promuovere l’ascesa del livello di civiltà dell’intera nazione deve essere urgentemente rafforzata; in numerose aree i valori morali sono sconfitti, manca la sincerità, la visione della vita e il sistema di valori di numerosi membri della società sono distorti, […] la capacità di guida dell’opinione pubblica deve essere potenziata, la costruzione e la gestione di reti devono essere urgentemente rafforzate e migliorate.”

I piani di attuazione riguardanti la cultura e Internet pubblicati nel 2012 hanno ulteriormente precisato le misure specifiche che garantirebbe il continuo dominio della voce del Partito:  maggiore input dello Stato nelle industrie e nei media culturali, maggiori regole riguardanti la circolazione delle informazioni, particolarmente in rete, maggior addestramento dei professionisti dei media e creazione di meccanismi che garantiscano agli organismi del Partito e dello stato il controllo sull’infrastruttura dei media. Questi sono politiche che la dirigenza di Xi sembra aver chiaramente fatto proprie, il che è confermato dalla nomina del loro architetto, l’ex capo della propaganda Liu Yunshan, al Comitato Permanente.

Ma questa tensione intrappola la dirigenza tra l’incudine e il martello, perché deve assumere la responsabilità di tutto ciò che accade in Cina, comprese le notizie negative. Se le cose vanno male non può incolpare i governi precedenti, perché ciò risale a più di sei decenni fa; non può incolpare l’opposizione, perché non esiste; non può incolpare organismi specifici perché il loro personale è costituito da membri del Partito; e non può incolpare banchieri, capitalisti o altri bersagli popolari dello sdegno del pubblico, perché essi costituiscono la struttura clientelare su cui poggia il Partito.

La dirigenza cinese può descrivere la corruzione soltanto come una casistica di degenerazioni morali individuali, perché identificarla come una conseguenza di fattori sistemici significherebbe ammettere la natura viziata dell’intera struttura. Di qui il linguaggio ufficiale a proposito dei fenomeni negativi tende a esprimersi in termini vaghi, il che richiede che i membri del Partito debbano essere addestrati e debbano fare sempre più del loro meglio, oppure la colpa sarà attribuita a “forze ostili (spesso straniere)”, i nemici di classe del ventunesimo secolo. Nel caso del Southern Weekly, forze straniere ostili sono già accusate di soffiare sul fuoco.

In questo caso particolare sembra che la faccenda si sia ridimensionata per il momento. Alcuni compromessi sono stati raggiunti tra la dirigenza e il Southern Weekly e con le crepe doverosamente ricoperte di carta da parati, il mondo continua a girare. I fattori che hanno determinato l’inasprirsi del caso, tuttavia, restano. Alla fine, il Partito soffre degli stessi problemi di cui soffriva l’Unione Sovietica: nel suo tentativo di mantenere la presa sul potere si è creato i propri nemici, specialmente nella classe media in espansione. La sua forte presa sull’accesso a opportunità di ogni livello frustra la mobilità verso l’alto; le conseguenze della corruzione endemica – cibo contaminato, costruzioni scadenti e inquinamento ambientale, tra le altre cose – provocano danni crescenti alla vita dei cittadini; e la brutalità di singoli dirigenti crea tumulti quasi quotidianamente.

I cittadini hanno imparato a convivere con la falsità dei messaggi ufficiali e la reticenza dei propri governanti. Sempre più, tuttavia, questi cittadini stanno diventando contribuenti e mentre milioni sono usciti dall’economia di sussistenza, chiedono che quelli che li governano lo facciano nel rispetto dell’impegno, da essi stessi sancito nella Costituzione, a dire la verità. “Una parola di verità pesa più del mondo intero”, parole scritte da Alexander Solgenitsin che sono state ri-twittate dall’attrice cinese Yao Chen ai seguaci del suo media sociale, a tutti i 32 milioni di essi, più di qualsiasi altra persona sul pianeta. Al momento, tuttavia, sembra che si tratti di qualcosa che il suo governo non è in grado né desideroso di assicurare.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/papering-over-the-cracks-china-s-newspaper-protests-are-a-symptom-of-its-core-contradiction-by-rogier-creemers

Originale: Open Democracy

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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2 Commenti »

  1. Attilio Cotroneo 10 febbraio 2013 alle 04:47 - Reply

    Il Socialismo è un’idea di condivisione ed apertura, un pensiero basato su una prospettiva dinamica in continua evoluzione, una rivoluzione costruita da mille e mille altre rivoluzioni messe in atto da individualità libere ed indipendenti a loro volta in continua rivolta. Per questo una dittatura monopartitica che si dichiara socialista non é possibile. Non può esistere. Il Socialismo non é una questione di politica partitica, eserciti, ministri e regimi e discendenze. La Cina è un paese pseudo socialista con i mali capitalisti ben sviluppati, che consente sfruttamento e censura, devastazione ambientale e pena di morte. Questo non può migliorare passando per riforme, perché è un sistema fondato su paura e bugie. I Cinesi presto o tardi si libereranno.

  2. Rosa 10 febbraio 2013 alle 17:49 - Reply

    A tal proposito è bene precisare quanto il governo venezuelano sia in buoni rapporti con il governo cinese. E con quello russo e con le compagnie petrolifere statunitensi.
    Dunque alla luce di questi governi è chiara una morale, almeno a me:
    Non è ripetendo ossessivamente la parola “socialismo” che si fa un governo socialista e, cosa più importante: non è con un governo (di qualsiasi natura) che si fa il socialismo libertario.
    Ciò dovrebbe essere chiaro a tutti i libertari (riformisti a parte). Dovrebbe.
    O avrebbe dovuto.

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