Cina e Giappone: l’altro lato della storia

Redazione 7 febbraio 2013 1
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Cina e  Giappone: l’altro lato della storia

Di Robert H. Wade

3 febbraio 2013

L’attuale disputa tra Cina e Giappone su poche isole brulle  abitate da capre che si chiamano Diaoyu in cinese e Senkaku in giapponese, a prima vista appare come un semplice battibecco di tipo  territoriale. Nei mesi recenti è però è arrivata a un livello molto pericoloso: prima parole, poi azioni di forze di polizia, ora azioni dell’aviazione, e, su questo sfondo, entrambe le parti hanno mobilitato tutte le loro energie militari, politiche, economiche, diplomatiche, e culturali per impegnarsi nella disputa. Si tratta di dispute territoriali più fondamentali che normali, perché ci sono in gioco proprio le identità delle due nazioni.

Dei resoconti forti stanno diffondendosi in occidente e in gran parte dell’Asia orientale riguardo al comportamento della Cina, che iniziano con l’asserzione che la Cina è il paese provocatore. Tra gli esempi ci sono: “La Cina sparge nuovi semi di conflitto con i vicini”; “la Cina ha adottato un approccio sempre più fatto di gomitate forti verso i suoi vicini, specialmente verso il Giappone”; “la Cina ha iniziato una nuova campagna di attrito contro il Giappone riguardo alle isole Senkaku….Pechino ha cercato di sfidare il controllo che ha il Giappone da molti anni, malgrado il rischio che un incidente possa aumentare senza controllo”.

La seconda affermazione è che l’approccio fatto di  gomitate forti sia spinto dal desiderio del governo di deviare l’attenzione pubblica dai problemi interni della Cina, specialmente dalla crescita economica lenta, non dalle azioni degli altri stati.

La terza affermazione è che il comportamento audace, aggressivo e sfrontato della Cina abbia provocato gli Stati Uniti  a parlare “perno per l’Asia” di alto profilo, mentre si esauriscono le sue guerre nell’Asia occidentale e centrale. Secondo le parole di un rapporto del quotidiano International Herald Tribune, “gli Stati Uniti vanno avanti con i tentativi di replicare all’influenza della Cina in Asia…” ora bene accolta da alleati una volta più ambivalenti. “Sia in Giappone che in Corea del sud, la Cina non è più percepita come una minaccia e questo ha fatto sì che gli Stati Uniti appaiano più favorevoli come fonte di sicurezza…”. Anche gli alleati stanno allargando legami di sicurezza reciproci “come modo di  controbilanciare  la crescente presenza cinese…Gli analisti però dicono che il Gippone dovrà fare marcia indietro riguardo a una diminuzione delle spese militari prima che Washington si convinca che Tokyo sta facendo abbastanza per tenere sotto controllo le aspirazioni della Cina.

Dovremmo avere dei sospetti dei racconti che presentano i vicini degli Stati Uniti e della Cina come innocenti vittime della prepotenza cinese. Presentare il perno dell’Asia come vogliono gli Stati Uniti come replica all’invito da parte dei paesi asiatici preoccupati della Cina, oscura la strategia statunitense di riaffermare la loro egemonia sull’Asia Orientale; eleva troppo facilmente la Cina al ruolo che era dell’Unione Sovietica di minaccia esterna imminente per le democrazie amanti della pace, aiutando i capi di quelle democrazie a promuovere il loro appoggio interno e giustifica troppo facilmente un consolidamento  militare tutto intorno alla Cina, a beneficio dei militari ovunque.

Rivendicazioni e contro rivendicazioni di sovranità

Le isole si trovano a 120 miglia nautiche a nord-est di Taiwan, a 200 miglia nautiche a est della terraferma cinese, e a 200 miglia a sudovest dell’sola di Okinawa controllata dai Giapponesi.

Il Giappone ha annesso formalmente le isole nel 1895, sostenendo che non erano di proprietà di nessuno né  sotto il controllo effettivo di alcun paese. Il governo cinese rifiuta l’annessione perché illegittima. Sostiene che esso aveva posseduto le isole per 500 anni prima del 1895, come è rappresentato sulle carte geografiche cinesi e registrato sui diari di bordo delle navi cinesi. Più specificamente, rapporti di missioni del sistema tributario cinese per ordinare ai re del regno delle  Ryukyu (che copriva le isole dell’arcipelago dal Gippone sud-occidentale alla zona nord-orientale di Taiwan, di cui Okinawa è la più grande) di dichiarare che le isole Diaoyu/Senkaku sono dalla parte cinese del confine tra le due entità nazionali.

La Cina dice che l’esercito imperiale  giapponese si è impadronito delle isole quando ha sconfitto l’esercito cinese nella prima guerra sino-giapponese del 1894-95. Le isole quindi dovrebbero essere restituite alla “Cina” (non è chiaro se al governo della Cina continentale o al governo di Taiwan) come parte della restituzione del dopo 1945 dei territorio conquistati dal Giappone imperiale. Il Giappone rivendica a sua volta che il fatto che le carte geografiche cinesi presentassero le isole come se fossero cinesi e che le navi cinesi le visitassero, non forniva alcuna base legale per la proprietà. L’unica base per questa, a parte l’annessione, è avere della gente lì, e la Cina non ne aveva. L’annessione da parte del Giappone nel 1895 è quindi determinante. Inoltre, per i primi 75 anni del controllo del Giappone, dal 1890 alla fine degli anni ’60, (quando si sono avute a disposizione le prove di depositi sottomarini di petrolio lì vicino), la Cina non ha fatto alcuna rimostranza sul controllo giapponese.

Fino al 2010, tuttavia, i due governi hanno lasciato indefinito l’accordo delle loro rivendicazioni reciproche di esclusione. Questo è stato l’accordo che è venuto fuori dal riconoscimento diplomatico e dai colloqui di amicizia tra il governo giapponese e Zhou Enlai nel 1972, e di nuovo con Deng Xiaoping  nel 1978,  che diede il famoso suggerimento che gli argomenti di contesa come quello delle Senkaku dovessero “essere lasciati alle menti più sagge delle future generazioni”.

Tuttavia il governo del Giappone nega che ci sia mai stato un accordo del genere, e i rapporti ufficiali del governo giapponese dei colloqui di normalizzazione del premier Tanaka con Zhou Enlai nel 1972 non ne parlano. La parte cinese replica che i ricordi dell’assistente personale di Tanaka (che aveva partecipato ai colloqui) dicono che l’accordo è stato fatto come affermano anche i racconti dei rappresentanti cinesi. Inoltre il silenzio del Giappone sul problema della sovranità delle isole per quasi 20 anni dopo l’annuncio fatto da Deng durante la sua visita del 1978 in Giappone,  può essere interpretato come un implicito riconoscimento dell’accordo.

In pratica, il Giappone ha accettato la situazione di ‘limbo’ delle isole e non ha tentato di colonizzarle, esercitando un “controllo pratico” soltanto  cacciando via le barche da pesca non giapponesi.

La disputa attuale

La disputa attuale è iniziata nel 2010 quando il governo giapponese ha catturato  un peschereccio con sprezzo dell’Accordo per i mercati ittici che prevede di non applicare le leggi nazionali ai pescatori che sconfinano, e ha proposto di processare il capitano. Questo ha provocato una reazione cinese inaspettatamente furiosa che ha reso più rigida la determinazione del governo giapponese di non apparire debole nei suoi rapporti con la Cina. Poi, nel 2012, il governatore Tokyo,  della destra nazionalista, ha acquistato le isole dal loro proprietario nominale, un cittadino giapponese, e ha proposto di colonizzarle a nome suo. Per  renderlo più debole, il governo le ha nazionalizzate – le ha comprate come proprietà dello stato giapponese; in effetti ha asserito la sovranità giapponese. Agli occhi della Cina, questo ha infranto l’accordo “di future menti più sagge”, e ha provocato diffusi tumulti anti-giapponesi, scioperi dei consumatori contro i giapponesi, e sospensione delle relazioni diplomatiche. Il governo cinese si è senti costretto ad affermare le proprie rivendicazioni alla sovranità, o ad affrontare l’umiliazione davanti alla sua gente.

C’è però in ballo molto di più che l’umiliazione. La Cina vuole lottare per riavere  la sovranità, o almeno ripristinare lo status che c’era in precedenza di sovranità indefinita, per ragioni sia militari che economiche. Dà valore alle isole per la loro posizione nel “primo gruppo di isole”, una serie di isole a sud del Giappone che includono Taiwan e altre più piccole controllate dal Vietnam e dalle Filippine. Il primo gruppo di isole attualmente impedisce alla flotta sottomarina balistica cinese di avere accesso non notato all’Oceano Pacifico. Se la Cina controllasse le Diaoyu/Senkaku, o se nessuno lo facesse, questo darebbe alla Cina un’apertura nell’arcipelago. Le isole hanno anche valore come piattaforma per i radar e i missili nel caso di una guerra tra Cina e Giappone e possono certo essere preziose per il petrolio e il gas nei mari circostanti.

Il perno asiatico degli Stati Uniti

Questi fattori pesano ancora di più a causa del recente cambiamento davvero grande nell’ambiente esterno della Cina: il ruolo di perno di alto profilo che gli Stati Uniti, l’Europa e l’Asia occidentale e centrale  vogliono dare all’Asia orientale. Il cambiamento è indefinito, non si specifica che cosa significhi, oltre “contenere la Cina” e promuovere alleanze militari con i vicini della Cina. Riprende la strategia emergente dei primi anni della presidenza di George  Bush junior, quando gli Stati Uniti riconoscevano  la Cina come “un rivale strategico”. Dopo l’11 settembre, però, erano preoccupati a causa dell’Asia centrale e occidentale, e avevano bisogno dell’aiuto della Cina nella “guerra al terrore”. La diversione degli Stati Uniti ha permesso alla Cina di avere altri 10 anni della strategia di Deng di “accumulare le forze” in modo nascosto, evitando i confronti.

Durante il suo primo mandato, quando gli Stati Uniti erano ancora impantanati in Asia occidentale e in Afghanistan, Obama ha tentato di “reclutare” la Cina come socio giovane, in un G2, ma ha avuto soltanto un rifiuto. Quando gli Stati Uniti hanno iniziato a ritirarsi dall’Asia centrale e occidentale e a  rallentare la guerra al terrore, hanno innalzato la Cina al ruolo di nuova minaccia alla pace del mondo. Quindi il primo viaggio oltremare di Obama dopo la sua  ri-elezione,è stato in Myanmar, in Tailandia e in Cambogia, dopo il quale ha annunciato che questi paesi erano potenziali “alleati militari”, come se aspettasse un’altra guerra. Anche il Segretario di stato Hillary Clinton è andata dall’Asia orientale  a quella sud orientale; i funzionari importanti della difesa hanno fatto lo stesso. Nessuno ha visitato la Cina, almeno ufficialmente.

L’amministrazione degli Stati Uniti ha anche annunciato il dispiegamento di forze navali più vicino alla Cina – la settima flotta nel Pacifico Occidentale e la quinta flotta a sud della Cina, la dislocazione  di marines in Australia, e l’apertura di nuove basi di droni in varie località del sud est asiatico. (Immaginate se la Cina annunciasse alleanze militari con Cuba, il Venezuela, il Messico, la Costa Rica).

Tutto questo sembra una strategia guidata dagli Stati Uniti per “contenere” la crescita della Cina, secondo i Cinesi. Inoltre,  il capestro  che vi si costruisce intorno, non è soltanto militare. Il Partenariato Transpacifico,  che si sta ora negoziando, comprende una lunga lista di stati situati su entrambi i lati del Pacifico: gli Stati Uniti, il Canada, il Messico, il Peru, il Cile, l’Australia, la Nuova Zelanda, la Malesia, Singapore, il Brunei, il Vietnam; con il Giappone, la Corea del Sud, Taiwan, le Filippine, il Laos, la Colombia e la Costa Rica come probabili membri. La caratteristica fondamentale è che gli Stati Uniti sono compresi e la Cina è esclusa. Tra i criteri che si adottano  per fare parte del TTP, le nazioni si devono impegnare nel libero commercio e a smantellare imprese ragguardevoli di proprietà statale. L’ultima condizione è fatta su misura per giustificare la continuata esclusione della Cina.

Politica giapponese

Gli alleati subordinati agli Stati Uniti, specialmente il Giappone, considerano il “ritorno in Asia” degli Stati Uniti, come un’occasione d’oro, forse l’ultima, di affermare le loro rivendicazioni territoriali faccia a faccia con la Cina. In Giappone alcuni la considerano anche un’opportunità per rafforzare le relazioni militari tra Stati Uniti e Giappone; a quale scopo provocare la Cina perché faccia affermazioni e azioni ostili è utile per assicurare l’appoggio pubblico per legami più stretti con gli Stati Uniti, cosa che altrimenti non dovrebbe essere data per scontata. C’è stato un conflitto perenne nella classe politica e burocratica giapponese tra il gruppo “sottomesso all’America” e il gruppo favorevole alla “politica estera indipendente”; questo conflitto è stato di recente accresciuto dal successo del partito politico guidato da Shintaro Ishihara, che impreca contro quello che considera servilismo della nazione giapponese verso gli Stati Uniti. Tuttavia, sia coloro che vogliono legami più stretti con gli Stati Uniti che quelli della destra nazionalista che non li vogliono, sono d’accordo sulla necessità di cambiare la Costituzione del paese emessa dopo la guerra, per permettere all’esercito giapponese di intraprendere qualche cosa di più di combattimenti puramente difensivi, e quindi di accrescere le spese militari. Gli Stati Uniti stanno incoraggiando il governo ad accrescere le loro spese militari, molte delle quali sarebbero presumibilmente impiegate per sistemi di armamenti americani.

Gli esperti cinesi di strategie politiche interpretano le recenti azioni del Giappone rispetto alle isole Diaoyu/Senkaku come una mossa utile sia per gruppi “remissivi verso l’America” sia per quelli favorevoli a una “politica estera indipendente”. Infrangendo la pre-condizione (la sovranità lasciata indefinita), il governo giapponese ha incitato la Cina ad asserire le sue rivendicazioni, che potrebbero essere presentate ai giapponesi e al mondo come “aggressione” e fatti per giustificare sia le grosse spese militari che i legami più stretti con gli Stati Uniti.

L’umiliazione della Cina nell’accordo post-bellico

Le rivendicazioni della Cina, però, non dipendono soltanto dalla posizione e dalla storia di coinvolgimento con  queste particolari rocce. Dipendono anche da una comprensione che va molto più oltre, riguardo al coinvolgimento della Cina con l’Occidente fin dalla Seconda guerra mondiale e la necessità di riaffermare uno status che l’Occidente le ha negato costantemente. Il nucleo del problema  è la contraddizione  – secondo il punto di vista dei Cinesi – tra i due trattati che risolvevano  la seconda guerra mondiale in Oriente, la Dichiarazione di Potsdam, e il Trattato di pace con il Giappone, generalmente noto come Trattato di San Francisco.

La Dichiarazione di Potsdam (Dichiarazione che definisce i termini per la resa del Giappone) del 1945, stabiliva i  termini della resa senza condizioni del Giappone. E’stata emessa congiuntamente dalle potenze Alleate – Stati Uniti, Gran Bretagna e Cina (il governo nazionalista o Kuomintang); e l’Unione Sovietica “ha aderito” alla dichiarazione in seguito. Il governo giapponese lo ha esplicitamente accettato. La dichiarazione diceva che il Giappone non avrebbe dovuto mantenere  nessun territorio di oltremare.

Una conferenza svoltasi dopo ha emesso il Trattato di San Francisco per segnare la risoluzione finale della guerra nell’Asia orientale e la fine ufficiale dell’occupazione alleata (americana) del Giappone. Gli Stati Uniti hanno escluso la Cina dalla conferenza che allora era governata dal Partito Comunista cinese. (Gli Stati Uniti hanno escluso anche il governo nazionalista, allora residente a Taiwan ma che rivendicava ancora di governare la terraferma). Il trattato ha assegnato al Giappone centinaia di isole a sud del Giappone, che comprendevano l’intera prefettura di Okinawa, comprese le Senkaku.

Secondo la Cina, il Trattato di San Francisco e la sua il suo ripristino che ha sancito la restituzione delle isole al largo alla Cina, non è valido perché (1) ha infranto la Dichiarazione di Potsdam – il fondamento dell’ordine post bellico Sud Est asiatico – e (2) è risultato da un negoziato in cui il governo della Cina (una delle quattro potenze alleate) non era rappresentato. Nessuno dei territori di oltremare di cui si è impadronito li Giappone Imperiale, comprese le Senkaku, si sarebbe dovuto restituire al Giappone.

In praticagli Stati Uniti hanno continuato ad amministrare tutto l’arcipelago di Okinawa fino a quando sono stati d’accordo a restituirle al controllo giapponese, nel 1972. Però, né nel trattato, né in seguito gli Stati Uniti hanno definito la sovranità delle Senkaku, lasciando che venisse deciso in seguito. Tuttavia, all’epoca del Trattato di San Francisco, gli Stati Uniti hanno detto – in modo piuttosto vago – che il trattato di sicurezza tra Stati Uniti e Giappone avrebbe coperto le isole, implicando che essi le avrebbero difese. Recentemente, con questo ruolo di perno assegnato all’Asia, gli Stati Uniti hanno chiarito che il trattato tra Stati Uniti e Giappone comprende le isole, cosa che la Cina interpreta come una mossa provocatoria.

In sintesi, la Cina considera la disputa sulle /Diaoyu/Senkaku nella prospettiva di un modello che dura da tempo: Giappone e Stati Uniti che infrangono gli accordi, a detrimento della Cina, compreso il Trattato di San Francisco che ha rotto la dichiarazione di Potsdam, la cattura da parte del governo giapponese di un peschereccio  cinese nel 2010, senza rispettare l’Accordo per i mercati ittici nel 2010, e la rivendicazione unilaterale del governo giapponese nel 2012 alla sovranità sulle isole, che rompeva il patto del 1972 tra [il primo ministro giapponese] Tanaka e [il premier cinese] Zhou En-Lai.

In un mondo civile entrambe le parti sarebbero d’accordo sottomettere i loro reclami alla corte internazionale di Giustizia; nessuna delle due parti è però disponibile a prendere in considerazione una mossa di questo genere. Nel frattempo, il buon senso da parte cinese sta nel riconoscere la verità della conclusione di Joseph Nye: “A meno che la Cina sia in grado di attirare alleati sviluppando con successo il suo “potere gentile”, l’aumento del suo potere “militare duro” ed economico, probabilmente spaventerà i suoi vicini che si uniranno per equilibrare il suo potere”. Anche i capi politici e i media negli Stati Uniti e in Giappone hanno però la responsabilità di agire in base a un’altra conclusione di Nye: “Dovremmo…assicurarci che la Cina non si senta circondata o a rischio.” Essi stanno abbondantemente fallendo a questo riguardo.

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/china-and-japan-the-other-side-of-the-story-by-robert-h-wade

Originale: Le Monde Diplomatique

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 8 febbraio 2013 alle 10:00 - Reply

    Gli USA continuano imperterriti nella loro bellicosa politica estera, agendo direttamente e fomentando. Le manovre nel Pacifico sono chiari preparativi alla costruzione di un nuovo nemico, dopo l’inflazionato e controproducente terrorismo islamico. Il Giappone devastato più di ogni altro paese dagli orrori della guerra, continua a prestare fede al proprio distruttore e si arrocca su posizioni estreme indipendentiste che porteranno solo a inevitabili conflitti, come sicuramente ci verranno venduti. La Cina si comporterà da dittatura monopartitica e non avrà problemi ad imporre al proprio popolo un esercizio muscolare di corsa ancora più sfrenata agli armamenti. Il tutto accadrà o sta già accadendo e il risultato pronto ci coglierà di sicuro costretti ad accettare un nuovo massacro lontano dalle case degli americani e vicino a popoli inconsapevoli e ancora troppo immaturi per opporsi di principio a ogni conflitto.

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