Le autorità europee continuano a punire la Grecia. Possono essere fermate?

Redazione 5 febbraio 2013 1
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di Mark Weisbrot – 5 febbraio 2013

Alexis Tsipras ha un compito difficile. E’ il capo del partito greco Syriza, un partito di sinistra che è cresciuto come una meteora negli ultimi tre anni: dal 4,6 per cento dei voti nel 2009 al 27 per cento lo scorso giugno. E’ oggi il partito più popolare del paese e Tsipras potrebbe essere il prossimo primo ministro.

Diversamente dalla maggior parte dei leader europei, egli sa cosa c’è di sbagliato in Grecia e nell’eurozona: l’austerità. “Siamo diventati la cavia da laboratorio di violente, barbare politiche neoliberali”, ha dichiarato a un forum alla Scuola di Legge della Columbia University la settimana scorsa, al quale ho partecipato.

Tsipras osserva che i problemi fiscali della Grecia potrebbero essere risolti se i ricchi pagassero le loro tasse. I dati più recenti del FMI lo confermano: secondo il Fondo, “le entrate fiscali nette annualmente non incassate sono l’86% delle esazioni in Grecia, contro una media OCSE del 12%.”

“Successo”

Le autorità europee – la cosiddetta ‘troika’ della Banca Centrale Europea (BCE), Commissione Europea e Fondo Monetario Internazionale (FMI) – hanno preso quello che era un problema gestibile, causato da una recessione economica mondiale, e lo hanno trasformato in una grave depressione. Più del 26% dei greci è disoccupato. L’economia si è contratta di più del 20% rispetto al 2008, compreso un declino del 6% nel 2012; il FMI prevede un’altra discesa del 4,25% quest’anno.

Il partito Syriza ha proposto di por fine alla stretta di bilancio che ha causato la depressione. La troika vuole che la Grecia si mantenga in riga e afferma che la crescita diventerà positiva l’anno prossimo. Ma lo sta dicendo da un anno ormai, e non è successo; in soli due anni il FMI ha ridotto le sue previsioni del PIL di sette punti percentuali. La Grecia è ora nel sesto anno di recessione e i costi sociali sono stati enormi. Secondo il FMI in questo mese “la Grecia sta cominciando a trovarsi di fronte a una “trappola della disoccupazione”: la lunghezza della recessione greca comporta il rischio che le competenze dei disoccupati da lungo tempo diventino obsolete…”

E anche se il 2014 fosse l’anno in cui le cose finalmente operano una svolta, quanto ci vorrà perché la Grecia recuperi il suo tenore di vita nell’ambito del programma della troika? Secondo le previsioni del FMI sembra che ci vorranno almeno altri sette anni. E anche se la maggior parte della stretta del bilancio 2012 è derivata da aumenti delle tasse, il programma che la Grecia ha sottoscritto prevede dolorosi tagli alla spesa quest’anno e in futuro.

Perciò anche se il programma della troika avesse “successo” a proposito della ripresa della crescita, il futuro riserva molta sofferenza non necessaria.

Qual è l’alternativa se i greci rifiutano di sottomettersi ulteriormente all’esperimento“barbaro, violento, neoliberale”? Chiaramente comporterebbe l’uscita dall’euro e la rinegoziazione del debito greco.

Lasciare l’euro?

Da un punto di vista economico sembra piuttosto chiaro che alla Grecia sarebbe stata risparmiata la maggior parte dell’attuale e futura miseria se avesse lasciato l’euro, ad esempio, nel 2010. Naturalmente ci sarebbe stato uno shock iniziale al sistema finanziario e all’economia, ma non avrebbe causato anni di depressione, come ha fatto il programma delle autorità europee.

L’esempio dell’Argentina alla fine del 2001 è stato citato molte volte, ma è tuttora diffusamente frainteso. La maggior parte delle persone crede che l’Argentina – che cominciò a riprendersi tre soli mesi dopo la sua svalutazione e insolvenza – abbia ricevuto un forte impulso dalle esportazioni (grazie alla forte svalutazione del peso) e da un “boom delle materie prime” successivo. In realtà la notevole ripresa dell’Argentina dopo il 2002, in cui il paese ridusse sia la povertà, sia la povertà estrema, di più del 70% e conseguì un livello record di occupazione, fu pochissimo dovuto alle esportazioni. E fu ancor meno dovuta all’esportazione di materie prime. Ciò che fece la maggior differenza fu che l’Argentina ottenne il controllo delle sue politiche macroeconomiche, non solo del tasso di cambio ma anche della politica fiscale e monetaria. Fu così in grado di imbarcarsi in un insieme diverso di politiche e la ripresa fu guidata dai consumi e dagli investimenti interni.

La Grecia si trova in realtà in una posizione migliore dell’Argentina per dire addio ai suoi torturatori. Le sue esportazioni sono più del doppio del livello dell’Argentina quando si dichiarò insolvente e svalutò. Ha un sistema finanziario più sviluppato ed è un paese più sviluppato, con circa tre volte il reddito pro capite che aveva l’Argentina. E se dovesse aver necessità di indebitarsi in valute forti per pagare le proprie importazioni,  ci sono oggi più fonti di possibili finanziamenti di quanto ce ne fossero per l’Argentina undici anni fa.

Ma molto probabilmente la Grecia non avrebbe molto bisogno di finanziamenti esteri se dovesse uscire dall’estero e sospendere il rimborso del suo debito. I suoi scambi commerciali sono quasi in equilibrio, con un deficit di solo lo 0,3% del PIL, come risultato della depressione. E, come successe in Argentina, una volta che gli investitori constatassero la stabilizzazione del sistema finanziario, miliardi di euro tornerebbero in Grecia, poiché una valuta debole renderà attraente ogni genere di beni.

Non dobbiamo guardare soltanto all’Argentina per constatare che la crisi finanziaria associata alla svalutazione e alla fuga dei capitali non provoca il genere di danni che sta sopportando la Grecia. Possiamo guardare a una qualsiasi delle crisi peggiori degli ultimi vent’anni, tra cui Indonesia, Malesia, Corea del Sud e Tailandia nel corso della crisi finanziaria asiatica. Nonostante una pessima gestione di queste e altre crisi finanziarie, nessuno di questi paesi ha perso tanto reddito quanto la Grecia e tutti hanno recuperato più velocemente di quanto è previsto che recuperi la Grecia nel miglior scenario della troika.

In effetti l’ex economista del FMI Arvind Subramanian ha sostenuto l’anno scorso la tesi convincente che se la Grecia lasciasse l’euro la sua economia potrebbe ben riprendersi tanto rapidamente che anche altri paesi vorrebbero uscire dal sistema.

Ma la realtà economica è una cosa e la realtà politica è un’altra. Tsipras e il partito Syriza non propongono di abbandonare l’euro, e non sarò io a criticarli per questo. Un partito politico non può muoversi troppo più in avanti del suo elettorato e potrebbe essere che la maggioranza del paese non sia pronta a farla finita con l’euro. Un governo che decidesse di avviarsi su quel cammino avrebbe necessità di un forte sostegno del pubblico e della capacità, leadership e competenza per farlo bene, in modo da minimizzare il danno iniziale.

Tuttavia il confronto deve aver luogo, non solo in Grecia ma anche in Spagna e in altri paesi dell’eurozona che sono sottoposti da anni a sofferenze inutili e che stanno ristrutturando le proprie economie in modi che potrebbero tradursi in maggiore povertà e disuguaglianza per decenni. Al minimo, una minaccia credibile di lasciare l’euro deve esserci affinché le autorità europee facciano concessioni più serie.  Se non fosse stato per la straordinaria resistenza del popolo greco – Syriza inclusa – la troika probabilmente non avrebbe ridotto il pagamento degli interessi da parte della Grecia (che sono attualmente sotto la media europea). E il FMI ha riconosciuto nel suo più recente rapporto sul paese che va cancellata una parte maggiore del debito.

Ma queste e altre concessioni non porteranno la Grecia fuori dalla miseria fintanto che la troika continuerà a strozzare l’economia greca e a costringere a tagli di servizi essenziali, come l’assistenza sanitaria. Salvo che tale corso non sia invertito, lasciare l’euro può ben finire per essere la sola scelta sensata, non solo economicamente, come già è, ma anche politicamente.

Mark Weisbrot è codirettore del Centro per la Ricerca Economica e Politica di Washington, DC.  E’ anche presidente di Just Foreign Policy[Politica estera giusta].

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/european-authorities-still-punishing-greece-can-they-be-stopped-by-mark-weisbrot

Originale: Aljazeera

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 6 febbraio 2013 alle 07:51 - Reply

    I creatori della crisi, perché è chiaro che di artefici consapevoli stiamo parlando, hanno una percezione della sofferenza sociale completamente diversa da quella dell’uomo comune. Il fatto che una vera usura legalizzata su scala internazionale si accresca come un bubbone col consenso dei governi europei “moderati” la dice lungo sullo scollamento delle percezioni reali di fatti evidenti. Il ruolo di una politica veramente alternativa è quello di dimostrare a tutti come viene costruita la menzogna di un mondo diverso impossibile al solo scopo di terrorizzare il semplice anelito di un banale cambiamento. Ci diranno sempre di non azzardarci su un sentiero non deciso da loro ma da noi perché scopriremmo che non ci serve nessun governo per gestirci.

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