Il contraccolpo del Mali: c’è altro in vista?

Redazione 5 febbraio 2013 1
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Il contraccolpo del Mali: c’è altro in vista?


Di Stephen Zunes

3 febbraio 2013

Source: Foreign Policy in Focus 



L’offensiva militare condotta dai Francesi nella loro ex colonia del Mali, ha respinto gli islamisti radicali e le milizie alleate da alcune delle città settentrionali del paese, liberando la popolazione locale dal governo totalitario repressivo di stile talebano. Gli Stati Uniti hanno appoggiato il tentativo militare francese trasportando le truppe e l’equipaggiamento e fornendo  i loro satelliti e i droni per la ricognizione. Malgrado queste vittorie iniziali, tuttavia ci sono preoccupazioni riguardo a quali impreviste conseguenze potrebbero esserci più in là.

In effetti  questo intervento occidentale – anche chiaramente per motivi umanitari – è quello che è stato in gran parte responsabile in primo luogo della crisi maliana.

Il tentativo di intervento militare della NATO in Libia nel 2011, è andato ben oltre il mandato del Consiglio di Sicurezza dell’ONU di proteggere la vita dei civili, dato che le aviazioni francese, britannica e statunitense, insieme all’appoggio di terra delle dittature dell’Arabia Saudita e del Qatar si sono essenzialmente alleate con gli eserciti dei ribelli. L’Unione Africana, mentre è stata molto critica riguardo alla repressione di Gheddafi, ha condannato l’intervento, per paura che il caos conseguente si sarebbe avrebbe fatto sì che i vasti depositi di armi della Libia potessero alimentare conflitti locali e regionali in altri paesi africani e destabilizzare tutta la zona.

Questo è ciò che è  esattamente accaduto.

Mentre la rivoluzione non violenta contro la vicina dittatura tunisina ha provocato un contagio positivo di insurrezioni civili pacifiche favorevoli alla democrazia, il violento intervento in Libia ha provocato un contagio negativo di ribellioni armate.

E’  fatto particolarmente tragico, dato che il Mali era considerato, fino a poco tempo fa, come il paese con una delle storie di maggiore speranza politica in Africa.

Nel 1991, più di due decenni prima di analoghe insurrezioni filo-democratiche in Tunisia e in Egitto, i Maliani si erano impegnati in una campagna di opposizione non violenta che ha abbattuto la dittatura di Moussa Traoré. Un’ampia mobilitazione di sindacalisti, contadini, studenti, insegnanti e altri, ha creato un movimento di massa filo democratico non violento, in tutto il paese. Malgrado l’assenza di ancora Facebook e di Internet, praticamente nessuna copertura  giornalistica a livello internazionale,  e il massacro di centinaia di dimostranti, questa insurrezione civile di popolo non solo è riuscita a spodestare un regime repressivo e corrotto, ma a dare inizio a più di venti anni di governo democratico.

Anche se – come la maggior parte degli stati della regione – il paese lottava con la corruzione, la povertà e deboli infrastrutture, il Mali era ampiamente considerato il paese più democratico dell’Africa occidentale. Allo scopo di educare e di promuovere i diritti e i doveri dei suoi cittadini, il governo nel 1993 ha realizzato un programma chiamato “Missione Decentralizzazione” per incoraggiare la partecipazione popolare alle elezioni locali e regionali. Sono sorte stazioni radio e giornali indipendenti  e il paese ha sperimentato un dibattito politico vivace e aperto.

Gli avvenimenti che hanno accompagnato la rivoluzione non violenta del 1991 sono stati regolarmente ricordati dichiarando festa nazionale l’anniversario del 26 marzo. Anche una serie di monumenti nella capitale, Bamako, ricorda la lotta a favore della democrazia.

Negli anni seguiti alla rivoluzione del 1991, perfino la politica polemica si esprimeva in modo essenzialmente non violento. Negli anni ’90 ci sono stati vari periodi di proteste guidate dagli studenti contro l’alta disoccupazione e contro altri effetti negativi di programmi di modifiche strutturali imposte dalle istituzioni finanziarie internazionali, che hanno contribuito alla caduta di un governo per mezzo un voto di “sfiducia” in parlamento. La tradizione di opposizione non violenta contro l’autoritarismo è apparsa in primo piano nel 2001 quando la proposta di un referendum costituzionale presentata dal presidente Alpha Oumar Konaré è stata annullata dopo una serie di proteste da parte di coloro che temevano che questa avrebbero minacciato l’ordinamento giudiziario indipendente del paese e che effettivamente davano al presidente l’immunità alle condanne. Ulteriori proteste contro le politiche economiche neoliberali sono scoppiate nel 2005. Centinaia di persone hanno dimostrato pacificamente nel 2006 contro la visita dell’allora Ministro degli Interni francese  Nicolas Sarkozy, per protestare contro le sue dure politiche contro gli immigranti. Lo stesso anno, il Mali ha ospitato il Forum Sociale Mondiale (World Social Forum), un enorme raduno di migliaia di attivisti  appartenenti a centinaia di organizzazioni della società civile.

La storia ha dimostrato che le dittature rovesciate per lo più da insurrezioni civili non violente, è molto più probabile che diventino democrazie stabili rispetto alle dittature spodestate per mezzo della lotta armata e di interventi stranieri. Sembra che il Mali sia stato un ottimo esempio di questo fenomeno.

In effetti, subito dopo la rivoluzione del marzo 1991, il governo maliano ha negoziato un accordo di pace con i ribelli armati della minoranza Tuareg nel nord del paese, con il quale accettavano di porre fine alla loro ribellione in cambio di un certo grado di autonomia. Nel marzo 1996, a Bamako, la capitale, c’è stata una grandissima cerimonia durante la quale sono state bruciate le armi dei ribelli che si erano arresi.

Nel 2012 il governo maliano guidato dal presidente Amadou Toumani Touré stava diventando sempre più impopolare dato che non riusciva ad occuparsi e anzi esacerbava le disuguaglianze strutturali potenziate da editti neoliberali delle istituzioni finanziarie internazionali, da leader politici  sempre più corrotti e arrivisti, da elite finanziarie locali, e dall’amministrazione dello stato.Era tuttavia in programma che il presidente che stava invecchiando si sarebbe dimesso dopo le elezioni che si sarebbero svolte in seguito; si sperava che un movimento della società civile che stava crescendo, e una nuova guida politica avrebbero potuto occuparsi di questi problemi in modo più adeguato.

 

Queste preoccupazioni, tuttavia, sono state rapidamente oscurate da una nuova ribellione nel nord del paese. Quando l’anno scorso l’insurrezione inizialmente non violenta in Libia contro Gheddafi, si è trasformata in lotta armata,  con conseguente perfino maggiore repressione del governo,  spingendo  la NATO a intervenire, gruppi armati eterogenei – compresi uomini delle tribù Tuareg- hanno finito con il manomettere i depositi di armi più cospicui. Queste enormi scorte di armi sono state passate ai tuareg del Mali che, avendo i mezzi per sfidare militarmente in modo efficace il governo maliano, hanno aumentato sensibilmente  la loro ribellione a lungo sopita sotto la guida del Movimento nazionale per la liberazione dell’ Azawad  (MNLA). *

Alcuni  elementi dell’esercito maliano credevano che il governo di Touré – in parte per la sua preoccupazione che reagire troppo violentemente potesse creare un contraccolpo tra i Tuareg e in parte a causa della sua corruzione  e inettitudine – non stava appoggiando adeguatamente lopossizione ai ribelli. Il 22 marzo, il capitano dell’esercito, Amadou Sanogo, addestrato dagli Stati Uniti, ed altri ufficiali hanno organizzato un colpo di stato e hanno richiesto l’intervento degli Stati Unitisulla falsariga dell’Afghanistan e della “guerra al terrore”.

L’addestramento di Sanogo negli Stati Uniti è soltanto una piccola parte di un decennio di crescente coinvolgimento militare statunitense con gli eserciti alleati nel Sahel, incrementando la militarizzazione di questa regione impoverita e l’influenza delle forze armate rispetto ai capi civili. Gregory Mann, in un articolo su Foreign Policy, ha notato come “un decennio di investimenti americani nell’addestramento delle forze speciali, di collaborazione tra gli eserciti della zona del Sahel e gli Stati Uniti e i programmi di contro terrorismo di tutti i tipi  gestiti sia dal Dipartimento di Stato che dal Pentagono, non è riuscita, nel migliore dei casi, a impedire un nuovo disastro nel deserto, e, nel peggiore dei casi, ne ha gettato i semi.”

Dato che i sostenitori del governo democratico protestano nella capitale e l’esercito è diviso a causa colpo di stato, i ribelli Tuareg hanno approfittato del caos nel sud del paese hanno rapidamente consolidato la loro presa sulla parte settentrionale del paese, dichiarandola uno stato indipendente.

With supporters of the ousted democratic government protesting in the capital and the army divided by the coup, Tuareg rebels took advantage of the chaos in the south and quickly consolidated their hold on the northern part of the country, declaring an independent state.

Poi, con l’esercito maliano  sconfitto, e le forze Tuareg assottigliate,  i gruppi islamisti radicali – anche essi inondati di nuove armi della guerra in Libia – si sono impadroniti della maggior parte delle cittadine e delle grandi città del nord. Questi estremisti hanno anche invaso altri campi dell’esercito maliano forniti dagli Stati Uniti, impadronendosi di 87 Land Cruiser, di telefoni satellitari, di aiuti per la navigazione, e di altri strumenti forniti dai contribuenti americani.

L’intervento occidentale in Mali ha già causato un attacco vendicativo fatto per rappresaglia  all’impianto  della British Petroleum  per l’estrazione del gas naturale, che ha causato la morte di 38 ostaggi stranieri. Il contraccolpo potrebbe proprio cominciare tra poco.

La repressione selvaggia perpetrata dagli islamisti del Mali, insieme alla possibile minaccia da parte di regime affiliato ad Al-Qaida, la perdita dell’accesso alla fonte di ricchezza della regione, e a indicazioni che gli islamisti si stavano spostando a sud, ha suggerito l’intervento militare francese diretto di gennaio. In queste tremende circostanze, perfino molte persone che di solito criticano il neocolonialismo sostengono che questo intervento forse è stata la scelta meno dannosa. Tuttavia, dato che è stato l’intervento occidentale e la militarizzazione della regione che in gran parte per prima cosa hanno creato questo pasticcio, è inevitabile che sorga la domanda:questo finirà per peggiorare la situazione?

http://it.wikipedia.org/wiki/Movimento_Nazionale_per_la_Liberazione_dell’Azawad

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-mali-blowback-more-to-come-by-stephen-zunes

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 5 febbraio 2013 alle 06:08 - Reply

    Si prepara la cultura della guerra creando un establishment di stampo occidentale con un’ottima preparazione militare e lo si fa assurgere a protagonista della dirigenza apparentemente democratica di un dato paese. Si entra con irruenza nelle maglie dell’economia con un intento di sfruttamento di matrice neoliberista e con rappresentanti di multinazionali che sfruttano le loro competenze per sottrarre risorse naturali in un dato paese e per interloquire con vecchi compagni di studi che stanno al governo. I magnati diventano ambasciatori di fatto e acuiscono le tensioni sociali usando le forze di polizia di questo dato stato come una sorta di milizia privata. Le differenze etniche vengono presentate come pressioni da contenere e non come realtà da integrare. Alla minima fiamma regionale o interna la reazione non può che essere, quindi, armata e efficace. L’intervento straniero è coerente con quanto illustrato perché di fatto esiste da tempo anche se si estrinseca militarmente quando è indispensabile. Il percorso democratico di questi paesi è così bloccato e la colpa viene attribuita a una tendenza all’estremismo e alla violenza che è proprio di questi “negri” incivili. E così va avanti da secoli.

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