La scelta: David Fagen, la guerra USA-Filippine e l’internazionalismo nero

Redazione 4 febbraio 2013 1
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Guerriglieri Moro nelle Filippine

di Bill Fletcher – 4 febbraio 2013

“Tutti volevamo uccidere ‘negri’ … battute di caccia al coniglio …”

– Soldato bianco statunitense commentando la guerra USA-Filippine  [1]

Uno dei conflitti meno noti della storia statunitense è stato la guerra USA-Filippine. La stessa durata della guerra è oggetto di qualche dibattito, essendo terminata secondo molti storici nel 1901, ma essendo in realtà durata quasi fino al 1913. Una conseguenza della guerra ispano-statunitense (1898), ha rappresentato, in effetti, un ampliamento dell’espansionismo degli Stati Uniti che aveva compreso la distruzione e l’assorbimento delle terre dei nativi americani, la presa del Messico settentrionale e quella delle Hawaii. Anche se gli USA sono considerati un paese che ha minimizzato la creazione di proprie colonie, ciò è storicamente inaccurato. Attraverso la guerra ispano-statunitense, gli USA ne hanno guadagnate parecchie, comprese le Filippine, Puerto Rico e Guam e una semi-colonia: Cuba.

Nel caso delle Filippine, le forze USA arrivate al comando dell’ammiraglio Dewey non avevano come fine di sconfiggere gli spagnoli. I ribelli filippini, ben organizzati e guidati, avevano già sconfitto gli spagnoli, salvo che a Manila. Anziché arrendersi ai filippini, gli spagnoli scelsero di fare un patto con gli Stati Uniti e di arrendersi invece a essi. Le forze statunitensi approfittarono di ciò e presto ebbero sufficienti soldati sul terreno per cominciare il processo di occupazione dell’arcipelago.

I rivoluzionari filippini avevano accettato le forze statunitensi come sincere alleate ed erano, perciò, del tutto impreparati al tradimento che seguì. La guerra scatenata dagli USA fu sanguinosa, razzista e realmente genocida. Anche se rimasero uccisi più di 4.000 soldati statunitensi e altri 3.000 rimasero feriti, furono uccisi un numero di filippini tra i 250.000 e 1,4 milioni [2]. La natura sconvolgentemente razzista della guerra è stata espunta dalla maggior parte delle narrazioni. I filippini furono identificati dai bianchi statunitensi come, a ogni effetto, se fossero neri. L’uso del termine ‘negro’ per descrivere i filippini, dunque, non era considerato dai razzisti un’analogia, bensì una caratterizzazione appropriata. La combinazione di razzismo profondamente radicato e di frustrazione incontrata dagli Stati Uniti nel combattere una guerra di guerriglia contro una resistenza ben organizzata fece di questa una delle imprese più sanguinarie mai intraprese dagli USA, e della quale non hanno mai fatto ammenda.

Per combattere la resistenza furono impiegate nelle Filippine truppe afroamericane. Ciò ebbe luogo in un momento particolare della storia afroamericana. La segregazione alla Jim Crow e la privazione dei diritti civili erano le tendenze montanti nel Sud. Le conquiste ottenute durante il periodo della Ricostruzione erano andate perse. Ci furono reazioni diverse a questa catastrofe all’interno della dirigenza dell’America Nera, e tra esse i più famosi furono i grandi dibattiti tra Booker T. Washington e W.E.Dubois. I dibattiti Washington/Dubois vertevano prevalentemente sulla lotta in patria ma ci furono anche scontri a proposito di come gli afroamericani dovevano affrontare la questione della politica estera statunitense e, più in generale, dell’imperialismo USA. Una scuola di pensiero riteneva che gli afroamericani dovessero dimostrarsi cittadini validi e patriottici e, perciò, appoggiare le avventure degli USA all’estero. L’altra scuola di pensiero era coerente con un significativo movimento anti-imperialista del tempo (alla quale fu associato il noto autore Mark Twain) che condannava le aggressioni statunitensi, particolarmente a proposito dell’invasione delle Filippine.

In questa situazione fece la sua apparizione David Fagen, un soldato afroamericano originario della Florida che si era arruolato nell’esercito e alla fine si era trovato nelle Filippine. Anziché entrare in guerra contro il colonialismo spagnolo, Fagen e altri soldati neri si trovavano coinvolti in una guerra di aggressione molto impopolare contro un popolo dalla pelle scura e nera che voleva l’indipendenza nazionale. La guerra era impopolare tra i soldati quanto bastava perché ci fossero diserzioni e, in realtà, passaggi all’esercito filippino.

Fagen fece parte del piccolo gruppo di disertori che passarono all’esercito filippino e combatté con valore, salendo nei ranghi dell’esercito della guerriglia. La sua reputazione divenne tale che l’esercito statunitense s’impegnò al massimo per trovare, catturare e uccidere Fagen. Arrivati al 1901 la resistenza filippina si era indebolita e leader chiave erano stati catturati o si erano arresi. L’esercito statunitense non era disposto a perdonare Fagen; nonostante gli sforzi dell’esercito USA di convincerli i compagni filippini di Fagen si rifiutarono di consegnarlo. In conseguenza Fagen scomparve. In uno strano evento, tuttavia, un individuo portò la testa di un uomo che egli sosteneva fosse Fagen, chiedendo pertanto una ricompensa all’esercito USA. Le circostanze erano così strane che fu largamente presunto che fosse una qualche specie di trucco e che Fagen, in realtà, fosse ancora vivo. Negli anni seguenti ci furono notizie di avvistamenti di Fagen, ma nessuna conferma. Al meglio di quanto si sa, Fagen visse il resto della sua vita in mezzo alla popolazione filippina.

L’esistenza di Fagen, e specificamente le sue azioni nel disertare per passare all’esercito filippino sollevarono all’epoca, e continuano a sollevare, importanti domande sulla coscienza e il patriottismo. Dal punto di vista dell’esercito statunitense, Fagen fu un disertore e un traditore, ma dal punto di vista della resistenza filippina, per gran parte del movimento nazionale democratico delle Filippine in seguito, Fagen fu un eroe che si schierò con essa nella sua ora più buia.

Fagen prese posizione contro una guerra illegale e genocida. Non fu semplicemente una posizione verbale ma un rifiuto di essere complice di una simile criminalità. Fu questa posizione concreta che lo rese una persona pericolosa, almeno dal punto di vista delle autorità statunitensi. Ci fu un altro lato della posizione di Fagen che deve essere compreso: l’esempio che egli diede in un momento di intensa oppressione razziale/nazionale contro gli afroamericani. In un periodo in cui gli afroamericani stavano perdendo virtualmente tutti i diritti cui dovevano avere titolo, le azioni di Fagen furono, in effetti, una sfida alla nozione stessa che ci fosse un qualche obbligo da parte degli afroamericani di rispettare l’autorità degli Stati Uniti. Un esempio simile non poteva semplicemente essere tollerato dall’élite al potere. Non fu semplicemente il fatto che Fagen scelse di non tornare negli Stati Uniti di Jim Crow, bensì che Fagen fu del tutto pronto a prendere le armi.

Le azioni di Fagen impongono un dibattito sulla posizione che dovrebbe essere assunta di fronte ad azioni illegali e immorali del proprio governo. E’ qualcosa di molto più profondo che prendere le armi. Nella situazione di guerra, Fagen fece una scelta, ma non fu il solo che dovette fare una scelta più vasta. All’epoca esisteva negli USA un movimento di massa, come segnalato in precedenza, che contestava l’aggressione statunitense. Tuttavia ci furono afroamericani allora, come ce ne sono ora, che suggerirono che gli Stati Uniti Neri dovevano costantemente dimostrarsi cittadini meritevoli rendendosi complici di azioni di aggressione. Che, al giorno d’oggi, si sia trattato di eventi come la disinformazione di Colin Powell alle Nazioni Unite a proposito delle presunte armi di distruzione di massa, o l’attuale ondata di attacchi di droni attuata dagli USA con un vasto numero di vittime civili o, quanto a questo, il continuo coinvolgimento USA nelle Filippine, gli afroamericani sono incoraggiati a tacitare le proprie critiche o ad appoggiare attivamente azioni simili. Il dottor Martin Luther King certamente non prese le armi contro la potenza imperiale statunitense, ma la sua profonda condanna dell’aggressione USA in Indocina (e in altre parti del mondo) lo rese un personaggio screditato quando lo fu David Fagen, almeno per quanto riguardava, e riguarda, i responsabili dell’arroganza imperiale.

E’ a questa questione dell’attuale coinvolgimento USA nelle Filippine che ci porta la storia di David Fagen. Dall’indipendenza nominale delle Filippine, nel 1946, gli Stati Uniti hanno continuato a interferire negli affari interni del paese, trasformando le Filippine in una neo-colonia. Che sia stato con il loro sostegno a dittatori, come Ferdinand Marcos, o con il loro sostegno ad altri governi “democraticamente contestati” che hanno condotto a, oppure chiuso gli occhi su, violazioni dei diritti umani, gli Stati Uniti sono stati dalla parte sbagliata della storia. Le Filippine sono impegnate in una guerra civile dall’inizio degli anni ’70, contrapponendo un’alleanza radicale nota come Fronte Nazionale Democratico delle Filippine (NDFP: guidata dal Partito Comunista delle Filippine) a vari governi del paese. Gli Stati Uniti non hanno fatto nulla per assistere una soluzione pacifica tra la NDFP e il governo e, se mai hanno fatto qualcosa, hanno incoraggiato un’ulteriore militarizzazione di quel conflitto. Gli USA sono anche stati di scarso aiuto nel conflitto nell’isola meridionale di Mindanao (con il popolo Moro, in larga misura mussulmano, in lotta per l’autonomia), che gli Stati Uniti hanno trattato come prevalentemente una questione di presunto terrorismo islamico.

I media statunitensi hanno in generale ignorato gli sviluppi nelle Filippine salvo che per affermare che c’è un qualche genere di collegamento con al-Qaeda, e non prestano attenzione, o non manifestano alcun interesse, alle macchinazioni militari USA o agli sforzi per sabotare i colloqui di pace con la NDFP. In tale contesto il fantasma di David Fagen incombe sugli Stati Uniti Neri chiedendoci, ancora una volta, di scegliere, cioè di chiederci in quale misura desideriamo essere complici delle avventure imperiali del nostro governo o, in alternativa, schierarci con la democrazia e la giustizia.

La scelta è nostra, e nostra soltanto.

[NOTA: Questo testo è scritto in riconoscimento della “Settimana della Solidarietà con le Filippine”, che commemora l’inizio della guerra USA-Filippine nel febbraio del 1899. C’è una quantità di pezzi interessanti scritti a proposito di David Fagen. Suggerisco al lettore un pezzo molto interessante del mio collega E. San Juan Jr citato in nota. Suggerirei anche, di Michael C. Robinson e Fran N.Schubert ‘David Fagen: An Afro-American Rebel in the Philippines, 1899-1901’, Pacific Historical Review, Vol. 44, No.1  (febbraio 1975) pagg. 69-83].

Note

[1] E. San Juan, Jr, “An African American Solider in the Philippine Revolution: An Homage to David Fagen,” Cultural Logic, 2009, p.14.

[2] Ibid., p.3.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-choice-david-fagen-the-philippine-us-war-and-black-internationalism-by-bill-fletcher

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 4 febbraio 2013 alle 21:01 - Reply

    La scelta di un uomo vale più di quella di un’intera nazione. Un uomo può sentire il peso di un’ingiustizia, l’incoerenza di un compromesso. Avere uomini simili non é da paesi che sopprimono la libera educazione per uccidere ogni dissenso, ogni spirito critico. Scegliere individualmente è la ricchezza più grande che un uomo possa desiderare, è il segno tangibile di una libertà che è l’opposto dell’obbedienza.

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