Padroni di Internet

Redazione 3 febbraio 2013 1
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di Dan Schiller – 2 febbraio 2013

La geopolitica di Internet si è svelata durante la prima metà di dicembre a un congresso internazionale a Dubai, convocato dall’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU), un’agenzia affiliata all’ONU che conta 193 membri. In tali congressi gli stati (con un affollamento di consiglieri delle imprese) forgiano accordi per consentire le comunicazioni internazionali per filo e via satellite. Queste riunioni, per quanto noiose e burocratiche, sono cruciali a motivo dell’enorme importanza delle reti nell’operatività dell’economia politica internazionale.

La Conferenza Mondiale sulle Telecomunicazioni Internazionali (WCIT) del dicembre 2012 a Dubai ha generato un’importante controversia: i membri dell’ITU dovrebbero investire l’agenzia delle responsabilità della supervisione di Internet, responsabilità paragonabili a quelle che ha esercitato per decenni per altre forme di comunicazione internazionale?

Gli Stati Uniti hanno risposto no, e la posizione statunitense ha trionfato: il nuovo documento del trattato dell’ITU non ha assicurato all’agenzia un ruolo formale in quella che è giunta a essere chiamata la “governance globale di Internet”. Tuttavia una maggioranza dei paesi ha votato per allegare una risoluzione che “invita gli stati membri a elaborare, nei diversi forum ITU, le proprie rispettive posizioni sui temi tecnici, di sviluppo e di politica pubblica collegati a Internet nell’ambito del mandato dell’ITU”. Opponendosi a “una supervisione globale anche simbolica”, secondo la versione di un autore del New York Times, gli USA hanno rifiutato di firmare il trattato e hanno abbandonato il congresso. Lo stesso hanno fatto Francia, Germania, Giappone, India, Kenia, Colombia, Canada, Gran Bretagna e altre nazioni. Comunque più di due terzi dei paesi partecipanti – 89 in tutto – ha sottoscritto il documento (e alcune delle nazioni che non lo hanno firmato potranno accettarlo in seguito).

Per capire che cosa è in gioco dobbiamo farci strada attraverso le nebbie della retorica. Per mesi, prima del WCIT, la stampa euro-statunitense ha strombazzato allarmi circa il fatto che questo sarebbe stato uno scontro epocale tra i sostenitori di un’Internet libera e i governi aspiranti usurpatori, guidati da stati autoritari come Russia, Iran e Cina. I termini di paragone erano fissati in modo così rigido che un dirigente di una società europea di telecomunicazioni ha definito la campagna una “guerra di propaganda”.

La libertà d’espressione non è un tema banale. Indipendentemente da dove viviamo ci sono motivi per preoccuparsi che la relativa libertà di Internet sia usurpata, corrosa o incanalata. Ciò non implica necessariamente eserciti di censori statali o “grandi barriere” [firewalls]. L’Agenzia per la Sicurezza Nazionale statunitense, per esempio, setaccia su larga scala le trasmissioni elettroniche in transito attraverso le reti satellitari e via filo, mediante le sue estese “postazioni d’ascolto” e il suo gigantesco nuovo centro dati di Bluffdale, Utah; e il governo USA ha perseguitato un vero sostenitore della libertà d’espressione – WikiLeaks – in modo davvero mortale. Società Internet statunitensi come Facebook e Google hanno trasformato la Rete in un “motore di sorveglianza” per risucchiare dati commercialmente redditizi riguardo al comportamento degli utenti.

Interessi nascosti

Anche negli anni ’70 la retorica del “libero flusso di informazioni” ha funzionato a lungo da dottrina centrale della politica estera statunitense. Durante l’era della decolonizzazione e della guerra fredda la dottrina ha preteso di essere un faro luminoso, che gettava luce sulla via globale all’emancipazione dall’imperialismo e dalla repressione statale. Oggi continua a dipingere interessi economici e strategici profondamente radicati con un linguaggio attraente incentrato sui diritti umani. “Libertà di internet”, “libertà di connessione”, “libertà della rete” – espressioni messe in circolazione dal Segretario di Stato Hillary Clinton e dai dirigenti di Google insieme nel periodo preparatorio del WCIT – sono la versione odierna della vecchia regola del “flusso libero”. Ma, come in passato, la “libertà di Internet” è un depistaggio. Accortamente manipolatrice, ci dice di affidare un diritto umano fondamentale a un paio di protagonisti sociali potentemente egoistici: le imprese e gli stati.

Le deliberazioni del WCIT sono state sfaccettate e hanno abbracciato temi trasversali. Uno di essi è stato rappresentato dai rapporti economici tra servizi Internet come Google e le società che ne trasportano i voluminosi flussi di dati, gestori di rete e di ISP come Verizon, Deutsche Telekom o Free. Questo scontro commerciale ospita implicazioni per un tema di politiche più generale e importante: chi debba pagare per la continua modernizzazione delle infrastrutture di rete da cui dipendono i ricorrenti incrementi e miglioramenti dei servizi Internet. L’audace attacco di Xavier Niel alle entrate francesi di Google, quando ha attivato un blocco della pubblicità come impostazione predefinita della sua rete Free, ha posto questo tema in netto rilievo di fronte al pubblico. Ma le condizioni contrattuali dell’industria globale di Internet sono importanti anche perché qualsiasi imposizione generale che i fornitori di contenuti debbano pagare i gestori delle reti – l’obiettivo di Niel, simile a quello di altre società di telecomunicazioni – avrebbe gravi conseguenze per le politiche di Neutralità della Rete che sono state così vitali per gli utenti di Internet.

Finora questo potere è stato esercitato sproporzionatamente dagli USA.  Negli anni ’90, quando l’Internet rete-centrica è esplosa sul palcoscenico mondiale, gli USA hanno fatto intensi tentativi di istituzionalizzare il proprio ruolo di amministratori. I nomi di dominio basati sul suffisso “punto-com”, gli indirizzi numerici e gli identificatori di rete devono essere unici perché il sistema funzioni; e la capacità di assegnarli, a sua volta, crea un punto dal quale il potere istituzionale può essere proiettato sull’Internet extraterritoriale. L’amministrazione di queste risorse critiche di Internet è esercitata da un’agenzia statunitense, l’Autorità per l’Assegnazione dei Numeri di Internet (IANA), sotto contratto con il Dipartimento del Commercio USA. La IANA opera apparentemente come un’unità di una società non a fini di lucro separata, e apparentemente più affidabile, con sede in California, chiamata Società Internet per i Numeri e i Nomi Assegnati (ICANN). Gli standard tecnici per Internet sono sviluppati dall’Unità Speciale per la Tecnologia di Internet (IETF) e dal Comitato per l’Architettura di Internet (IAB) nell’ambito di ancora un’altra società non a fini di lucro, la Internet Society. La composizione e il finanziamento di queste organizzazioni le rendono più sensibili alle preferenze statunitensi che alle richieste degli utenti.

I principali siti commerciali globali di Internet non sono gestiti da capitali cinesi o russi, per non parlare di capitali keniani o cinesi. Come tutti sanno sono Google, Facebook, Microsoft, Apple e Amazon che hanno costruito i servizi punto-com utilizzati dalla gente di tutto il mondo. E una gamma in ampliamento di progetti di mercificazione e di catene industriali di commercializzazione continua a essere basata su flussi transnazionali di dati Internet; la transizione odierna ai servizi di “nuvola informatica” [cloud computing] amplierà ulteriormente tale dipendenza. La struttura squilibrata di controllo di Internet crea una base essenziale per la supremazia militare e industriale statunitense nel ciberspazio.  Mentre il governo statunitense esercita un ruolo esagerato, altri stati hanno scarse opportunità – individualmente o collettivamente – di regolare il sistema. Istituendo varie misure tecniche e legali possono, naturalmente, esercitare la sovranità sulla rete Internet nazionale, ma anche sorvegliando queste giurisdizioni meramente nazionali, sono aggrediti dai decisori statunitensi delle politiche. Milton Mueller coglie appropriatamente questa asimmetria osservando che, così come è attualmente costituita, Internet incorpora ha politica statunitense di “globalismo unilaterale”.

Logica proprietaria

Esercitare questa funzione amministrativa ha permesso agli Stati Uniti, attraverso ICANN, di instillare la logica proprietaria nel cuore dello sviluppo del sistema di Internet. Anche se si tratta di un’organizzazione complessa semi-autonoma, il potere dell’ICANN sul Sistema dei Nomi di Dominio si è sviluppato fino a conferire vantaggi extraterritoriali ai proprietari di marchi industriali e ad altri interessi proprietari nonostante le proteste di organizzazioni non commerciali che, pur essendo rappresentate all’interno dell’ICANN, si trovano incapaci di prevalere sul Coca-Cola, Procter&Gamble e altre grandi imprese. E l’ICANN ha usato la legge sui contratti privati per vincolare alle proprie regole le organizzazioni remote che nel mondo amministrano domini generici o al livello più elevato di codice paese. I fornitori nazionali di varie applicazioni Internet controllano i propri mercati nazionali in una quantità di paesi, tra cui Russia, Cina e Repubblica di Corea. Tuttavia i servizi Internet transnazionali – i punti più redditizi e strategici di questo sistema extraterritoriale – sono roccaforti costruite dal capitale e dal potere statale statunitensi.

Quasi sin dall’inizio altre nazioni si sono opposte alla propria condizione subordinata. Col crescere dei segnali che gli Stati Uniti non avrebbero rinunciato al proprio controllo, è cresciuta anche l’opposizione. Ha contribuito a stimolare una serie di incontri di alto profilo, il Vertice Mondiale sulla Società Informatica, organizzato dall’ITU e tenuto a Ginevra e Tunisi tra il 2003 e il 2005.

Tale Vertice Mondiale è stato un precursore esplicito dello scontro del 2012 a Dubai, in quanto ha creato almeno una piccola testa di ponte per gli stati (oltre a quella degli Stati Uniti) nel governo globale di Internet. Il “Comitato Consultivo Governativo” dell’ICANN, incaricato di fornire input al processo “dai plurimi interessi” dell’organizzazione, garantisce ai governi lo stesso status formale delle imprese e dei gruppi della società civile. Molti stati avrebbero in realtà potuto essere lieti di questa soluzione curiosa, eccetto che per un fatto. Nonostante tutti i vanti di diversità dal basso e di attenzione a una molteplicità d’interessi, il governo globale di Internet non è stato un’impresa ugualitaria, o almeno pluralista. E’ stato evidente che la parte interessata numero uno era il Ramo Esecutivo degli Stati Uniti.

La fine del momento unipolare, seguita dal crollo in quella che è diventata una lunga depressione mondiale, ha accentuato e ampliato molto la conflittualità interstatale sull’economia politica del ciberspazio. Altri governi hanno continuato a cercare un punto di leva da cui potessero tentare di aprire il coordinamento e l’amministrazione globale di Internet. Nel 2010-11 si sono anche appellati direttamente al Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, quando questo ha avviato una procedura di valutazione del rinnovo del contratto con la IANA per la gestione degli indirizzi Internet. Del tutto straordinariamente, molti paesi e una organizzazione internazionale  – l’ITU – hanno sottoposto commenti formali. Il governo del Kenia ha proposto una “transizione” dalla gestione delle funzioni della IANA da parte del Dipartimento del Commercio USA in direzione di un regime multilaterale incentrato sui governi. Il controllo statunitense andava modificato globalizzando gli accordi per l’intera sovrastruttura istituzionale che era stata costruita attorno ai nomi di dominio e agli indirizzi Internet. India, Messico, Egitto e Cina hanno sottoposto documenti sorprendentemente simili.

Gli Stati Uniti hanno reagito ha dato un giro di vite alla sua retorica sulla “libertà di Internet” come tentativo di respingere la crescente minaccia al loro controllo sulla gestione. Indubbiamente hanno esercitato pressioni bilaterali per indurre alcuni degli stati dissenzienti a tornare all’ovile. Gli effetti si sono resi evidenti al WCIT, quando India e Kenia si sono uniti agli USA nel respingere il trattato.

Cosa succederà ora? E’ certo che le agenzie del governo USA e le principali unità del capitale di Internet statunitensi, come Google, continueranno a esibire tutto il potere a loro disposizione per rafforzare una Internet incentrata negli USA e per screditare gli oppositori. La sfida politica all’”unilateralismo globale” degli USA, tuttavia, ora è scesa in campo aperto, dove certamente resterà. Un editorialista del Wall Street Journal non ha esitato a definire Dubai “la prima grande sconfitta digitale degli Stati Uniti”.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/masters-of-the-internet-by-dan-schiller

Originale: Le Monde Diplomatique

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 3 febbraio 2013 alle 17:08 - Reply

    Abbiamo imparato dalla storia recente e non solo che un organismo internazionale non è garanzia di imparzialità se alcuni membri cercano di eludere regole e risoluzione a proprio uso e consumo. Il consiglio di sicurezza dell’ONU ne é un esempio. Internet sembra un problema nuovo ma in realtà da più di vent’anni viene ormai esercitato un controllo e una schedatura in base alle esigenze di stati e imprese. Purtroppo sarà internet il nuovo terreno di scontro tra attivisti e difensori agguerriti dei sistemi di controllo. La forza di stati e imprese sarà quella di bloccare, vendere false libertà, schedare e censurare. Quello del dissenso sarà un ruolo di espressione, propaganda obiettiva, arte e confutazione dell’informazione. Questa lotta sarà rapida e richiederà competenze e flessibilità per i corti tempi di reazione. Certo, il mondo reagisce ai tentativi USA di decidere ma non è detto che gli USA o chi come loro non reputino più utile creare formali garanzie per poi acquistare le decisioni con molta meno fatica

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