Il “nuovo” paradosso statunitense: il capitale contro il lavoro

Redazione 2 febbraio 2013 1
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di Leo Panitch e Sam Gindin – 2 febbraio 2013

Il basso livello degli investimenti negli Stati Uniti, nonostante i forti profitti, sembra far rivivere – in mezzo a tempi duri per la maggior parte dei lavoratori – una “antiquata, pressoché marxista [discussione] a proposito del capitale contro il lavoro”. Questo è il punto di vista espresso recentemente dall’economista premio Nobel Paul Krugman nel chiedersi se la spiegazione del “paradosso” della persistente elevata disoccupazione coincidente con l’abbondanza di liquidità delle imprese stia nei “robot” o nei “baroni della rapina”, cioè nelle nuove tecnologie o nella crescita dei monopoli.

Forse anche più importante è stata l’eredità del ruolo attivo dei governi nell’agire per conto del capitale contro il lavoro; l’esempio unicamente più recente di ciò è la legge contro il sindacato appena adottata in Michigan, il luogo di nascita del sindacalismo industriale moderno.

Le radici di ciò risalgono sino alla reazione politica alla militanza sindacale e alla stretta sui profitti degli anni ’70. La risposta alla forte domanda posta il 14 luglio 1974 sulla copertina della rivista Time – “Il capitalismo può sopravvivere?” – fu data alla fine di quel decennio dalla decisione della Federal Reserve, sotto Paul Volcker, di bloccare l’inflazione causata dall’aumento dei salari. Ciò fu ottenuto mediante tassi d’interesse schizzati alle stelle e mediante la disoccupazione che ciò provocò, il contrario di ciò cui è finalizzato l’odierno impegno della Fed a tenere bassi gli interessi.

Ma quel che “ancor più spezzò il morale del sindacato”, come ci ha detto lo stesso Volcker in una recente intervista concessaci per The Making of Global Capitalism [La costruzione del capitalismo globale] fu il licenziamento da parte dell’amministrazione Reagan di 12.000 controllori di volo ad alta remunerazione e il disconoscimento del loro sindacato nel 1981. Quella fu considerata da molti alla Fed come la più importante delle iniziative interne di Reagan, specialmente quando l’aggressività delle imprese che ciò incoraggiò si consolidò mediante una legislazione antisindacale e nomine di commissioni del lavoro conservatrici.

La successiva promozione da parte di governi federali della liberalizzazione degli scambi e dei flussi dei capitali ha anch’essa rafforzato il capitale contro il lavoro. La ristrutturazione economica che ha fatto seguito ha ulteriormente minato le fondamenta storiche del sindacalismo, come esemplificato dal crollo del numero dei lavoratori sindacalizzati nell’industria da 7,5 milioni di posti nel 1983 a 1,5 milioni nel 2007. Anche quando la disoccupazione si è attenuata negli anni ’90 i lavoratori si sono trovati ad affrontare un’insicurezza permanente in posti di lavoro sempre più precari.

Ciò non è stato tanto una questione di cambiamento della natura del lavoro. Il lavoro nell’industria automobilistica era, prima della sindacalizzazione degli anni ’30, anch’esso notoriamente precario, con un ricambio molto elevato. Per contro, nonostante il settore al dettaglio si sia posizionato al vertice della crescita della produttività nei decenni recenti, il crescente numero di posti di lavoro nel dettaglio hanno continuato a essere pagati male e a mostrare un’elevata rotazione.  Quello che ha in realtà reso precaria la maggior parte dei posti di lavoro oggi è stato il declino della forza organizzativa del sindacato in confronto con quella delle imprese in tutti i settori.

Reintrodurre le aliquote fiscali dell’era pre-Bush sui redditi elevati è certamente giustificato, così come l’aumento delle tasse sugli utili di capitale e di quelle di successione, nella misura in cui la crescita della disuguaglianza di reddito odierna è così intimamente collegata all’accumulo della ricchezza. (Ridurre al tempo stesso le tasse sulle imprese, come sta pensando di fare l’amministrazione Obama, non farà che aggravare il problema). Ma anche un sistema fiscale più equo non fa che rosicchiare gli estremi del modello di distribuzione del reddito prodotto da un’economia con una tale profonda asimmetria strutturale di potere tra capitale e lavoro.

Una delle principali giustificazioni della disuguaglianza tra lavoro e capitale – che i profitti sono investiti a vantaggio di tutti – è oggi particolarmente contestabile perché le imprese e le banche se ne stanno sedute sulla loro liquidità anche mentre i lavoratori subiscono insicurezza e disoccupazione. In realtà un’indagine del Fondo Monetario Internazionale del giugno 2012 (“Crescita della disuguaglianza al centro della crisi economica”) dimostra che ciò si è spinto tanto in là da minare la domanda effettiva, ed è questo il motivo per cui le imprese ora sono riluttanti a investire.

Comunque questo è stato il lascito di decenni di sostegno governativo al rafforzamento del capitale contro il lavoro. Per impiegare un altro concetto “antiquato, pressoché marxista”, si potrebbe definire questo non tanto un nuovo paradosso quanto una ricorrente contraddizione del capitalismo.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-new-american-paradox-capital-v-labour-by-leo-panitch

Originale: The Guardian

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 2 febbraio 2013 alle 19:49 - Reply

    Fino a quando si cercherà un compromesso tra concessioni dei capitalisti ai lavoratori e accettazione di condizioni lievemente migliori da parte dei lavoratori, non si arriverà a molto più di un labile compenso capace di durare fino ad una prossima rimonta delle sopraffazioni del capitale sulla reale macchina produttiva. Se i lavoratori delegheranno ad un controllo statale la gestione della produttività, non faranno altro che vendicarsi di pochi privati e costruire migliori e momentanee garanzia di più equa distribuzione ma presto, e la storia l’ha dimostrato, si troveranno ad essere trasformati in macchine da produzione di beni che forse non serviranno e finiranno sotto il tacco di un’oligarchia burocraticizzata di partito che assumerà caratteri di sfruttamento anche peggiori. La soluzione è semplice: la vera acquisizione di coscienza politica da parte dei lavoratori, sia manuali che intellettuali, deve prevedere una fattiva alleanza volta a possedere i mezzi di produzione e costituire cooperative autogestite di lavoro che producano servizi e beni in base alla domanda della popolazione che vive nell’area dove operano e che distribuisce utili in base a responsabilità, impegno, rischio e utilità sociale.

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