Gli occhi come dischi bianchi: Steven Poole del Guardian a proposito della politica di George Orwell e della lingua inglese
Di David Edwards
29 gennaio 2013
Il 21 gennaio, il ‘La Giornata di Orwell’, ha segnato il 63° anniversario della morte di George Orwell, osserva Steven Poole sul Guardian. Per commemorare i 110 anni della nascita di Orwell, (il 25 giugno), il canale radio della BBC trasmetterà una serie sulla sua vita, mentre la casa editrice Penguin pubblicherà una nuova edizione del suo saggio: ‘Politics and the English Language’ [La politica e la lingua inglese].
Questo saggio, commenta Poole, è l’opera breve più famosa di Orwell, e probabilmente la più selvaggiamente sopravvalutata di qualsiasi suo scritto’.
Perché ‘selvaggiamente sopravvalutata’?
‘Molto di questo è il tipo di tirata di sciocchezze contro le bestie nere linguistiche che ognuno oggi potrebbe comporre in una mail del tipo green-text inviata ai giornali.
L’assalto contenuto nel saggio contro l’eufemismo politico, sembra, ‘essere giusto ma limitato’, mentre i suoi attacchi più generali ‘contro ciò che percepisce essere un brutto stile sono spesso completamente ridicoli, e sfoggiano una raccolta comicamente arbitraria di intolleranze’.
Questa è davvero roba forte. Uno dei saggi più altamente considerati di Orwell riguardva realmente uno sfogo sulle ‘bestie nere linguistiche’? La risposta è nel saggio. Orwell osservava che la scrittura che ammirava era generalmente fornita da ‘un qualche tipo di ribelle che esprimeva le sue opinioni private e non una “linea di partito”. L’ortodossia, di qualsiasi colore, sembra richiedere uno stile senza vita, imitativo’.
In quanto alle produzioni tradizionali del suo tempo, cioè gli ‘opuscoli, gli articoli principali, i programmi politici’:
‘In questi quasi mai si trova un’espressione fresca, viva, genuina. Quando si osserva qualche oratore da strapazzo stanco che dal sul podio ripete meccanicamente le espressioni familiari: bestiale, atrocità, tacco di ferro, tirannia macchiata di sangue, i liberi popoli del mondo, stare spalla a spalla, spesso si ha la strana sensazione che non si osservi un essere umano vivo ma una specie di manichino: questa sensazione diventa più forte in certi momenti, quando la luce arriva sugli occhiali dell’oratore e li trasforma in dischi bianchi dietro i quali sembra che non ci siano gli occhi’.
Questo passo tipicamente drammatico e inquietante chiarisce che Orwell non si concentrava sulle ‘bestie nere linguistiche’. Era motivato piuttosto a opporsi a un processo di disumanizzazione sociale facilitata da comunicazione ‘imitativa’ e ‘senza vita’, da una ‘ortodossia’ tossica. Sottolinea il suo ragionamento:
‘In questa sede non ho considerato l’uso letterario del linguaggio, ma semplicemente il linguaggio come strumento per esprimere il pensiero e non per nasconderlo o impedirlo.’
Se questo era un problema di importanza cruciale nell’epoca di Orwell, lo è ancora di più oggi.
Nel suo libro, The Sane Society [La società sana], pubblicato cinque anni dopo la morte di Orwell, Erich Fromm he esplorato la ‘strana sensazione che uno non osserva un essere umano vivo’ con la sua analisi dello ‘orientamento della commercializzazione’:
Con questo tipo di orientamento, l’uomo sperimenta se stesso come una cosa che deve essere usata con successo sul mercato. Non fa esperienza di se stesso come agente attivo, come latore di poteri umani. Si estrania da questi poteri. Il suo scopo è di vendersi bene sul mercato.’ (Fromm, The Sane Society, Rinehart e Winston, 1955, pag. 137-8).
Dato che è impiegato, non è un agente attivo, non ha alcuna responsabilità tranne l’esecuzione corretta del lavoro personale che sta facendo…Non ci si aspetta nulla di più da lui, o non si vuole altro. Fa parte dell’apparato noleggiato dal capitale, e il suo ruolo e funzione sono determinati da questa qualità di essere parte dell’apparato.’ (Ibid., pagg. 175-176).
‘Questo, sosteneva Fromm, era sintomatico della nascita di una ‘società delle macchine’ che ‘è stata descritta molto fantasiosamente da Orwell e da Aldous Huxley’. (Fromm, The Revolution Of Hope, [La rivoluzione della speranza]).
Orwell e Fromm hanno capito che le più ampie preoccupazioni politiche ed etiche venivano eliminate dalla consapevolezza da parte delle forze statali corporative che persuadono la gente a considerarsi produttori e consumatori invece che esseri umani responsabili.
Più di recente, il fisico americano Jeff Schmidt, che ha diretto per 19 anni la rivista “Physics Today” (La fisica oggi), descrive come i professionisti dei media sono addestrati esattamente in questo modo per interiorizzare la visione che non dovrebbero ‘mettere in dubbio la politica inserita nel loro lavoro’:
‘Il professionista che ne risulta è un pensatore ubbidiente, una proprietà intellettuale di cui i datori di lavoro possono fidarsi per sperimentare, teorizzare, innovare e creare in modo sicuro nell’ambito dei confini di un’ideologia loro assegnata. La timidezza politica e intellettuale della maggior parte degli attuali impiegati con un altissimo livello di istruzione, non è un caso.’ (Schmidt, Disciplined Minds [Menti disciplinate], Roman & Littelefield, 2000, pag. 16).
Per ironia, la recensione di Orwell fatta da Poole è essa stessa un esempio da manuale del tipo di reazione alienata descritta da Orwell, da Fromm e da Schmidt.
Paesi lontani sabbiosi e la guerra di anticipo
Mentre il saggio di Orwell è opera di un individuo appassionato, schietto, che si oppone alla ‘società delle macchine’, l’articolo di Poole è opera di un professionista aziendale che opera ‘entro i confini di un’ideologia a lui assegnata’.
Indicativamente, Poole scrive che il saggio di Orwell è selvaggiamente sprezzante nei riguardi dei politici e di quello che dicono’. E’ vero, ma Poole omette di dire che è anche selvaggiamente sprezzante degli opuscoli’ e degli ‘articoli principali’, cioè della stessa professione di Poole. Chiaramente, sarebbe stato assurdo che Orwell si fosse concentrato soltanto sul maltrattamento politico della lingua ignorando allo stesso tempo il giornalismo tradizionale. Come però abbiamo documentato molte volte, l’analisi onesta di questo argomento è profondamente problematica per qualsiasi impiegato dei media legato alle grosse imprese. Immaginate che Poole sia d’accordo o perfino che nomini questo commento preso dal saggio di Orwell ‘England Your England’:
‘La stampa inglese è onesta o disonesta? In tempi normali è profondamente disonesta. Tutti i giornali che contano vivono grazie ai loro annunci pubblicitari, e gli inserzionisti esercitano una censura indiretta sulle notizie.
Poole scrive:
‘Le invocazioni dei media riguardo alle virtù di Orwell, sono aumentate sensibilmente dopo l’11 settembre, quando ad alcuni intellettuali opportunisti sembrava che se la sua vita e le sue opere giustificassero in maniera profetica l’invasione anticipatoria di lontani luoghi sabbiosi.’
A Orwell sarebbe piaciuto il riferimento disinvolto ai ‘luoghi sabbiosi lontani’ nella descrizione dei bagni di sangue di britannici e americani che costituiscono alcuni dei maggiori crimini dell’era moderna. Avrebbe anche notato il riferimento alla ‘invasione anticipatoria’ e l’omissione del fondamentale aggettivo ‘illegale’. In realtà, naturalmente, non si parlava affatto dell’Occidente che agiva per fermare un attacco da parte dell’Iraq o dell’Afghanistan. Noam Chomsky osservava:
‘La strategia [del regime di Bush]afferma il diritto degli Stati Uniti a intraprendere una “guerra preventiva” quando si vuole: preventiva, non anticipatoria. La guerra di anticipo può rientrare nel quadro della legge internazionale. Quindi se si è scoperto che i bombardieri si avvicinavano agli Stati Uniti da una base militare a Grenada, allora, in base a un’interpretazione ragionevole della Carta dell’ONU, un attacco di anticipo che distruggeva gli aeroplani e forse anche la base di Grenada, sarebbe stato giustificabile.
‘Le giustificazioni per una guerra anticipativa, però, non valgono per la guerra preventiva, particolarmente perché quel concetto è interpretato dai suoi attuali entusiasti sostenitori: l’uso della forza militare per eliminare una minaccia immaginata o inventata. La guerra preventiva rientra nella categoria dei crimini di guerra.’
Poole è scontento di questo, uno dei brani più famosi di Orwell:
‘Nella nostra epoca, i discorsi politici e gli scritti di politica sono gran parte la difesa dell’indifendibile. Cose come la continuazione del dominio britannico in India, le purghe e le deportazioni russe, il lancio delle bombe atomiche sul Giappone, possono in realtà essere difese, ma soltanto da argomenti che sono troppo brutali da affrontare per certe persone, e che non coincidono con gli scopi professati dei partiti politici. Il linguaggio politico deve quindi consistere largamente di eufemismi, di petitio principii e di una vaghezza del tutto nebulosa … Il linguaggio politico è designato a far apparire attendibili le bugie e rispettabile l’omicidio, e a dare un’apparenza di solidità a ciò che è soltanto vento.
‘Il problema di Poole:
Quello che comunque è preoccupante è che la diagnosi che fa Orwell della “vaghezza nebulosa” e del “puro vento” potrebbe sembrare voler sanzionare un rifiuto impaziente. Dovremmo soltanto ritenere che ogni cosa che dicono i politici sia aria fritta? Se lo facessimo , vorrebbe dire abbassare la guardia. …Invece che giudicarlo come “puro vento”, è necessario ascoltare ancora più da vicino questa roba, perché di deve tirare fuori all’aperto l’argomento sepolto per poterlo confutare.’
Questi sono motivi realmente curiosi per criticare questi commenti così acuti e coraggiosi. Il saggio di Orwell è precisamente un esercizio per riportare alla luce gli argomenti sepolti, per confutarli, come chiarisce:
‘Non si può cambiare tutto questo in un momento, ma si possono almeno cambiare le proprie abitudini, e ogni tanto si può perfino, se si schernisce a voce abbastanza alta, mandare nel dimenticatoio dove devono stare, alcune espressioni consunte e inutili, qualche autoritarismo, tallone di Achille, focolaio, crogiuolo,, prova del fuoco, autentico inferno, o altri pezzi di scarti verbali..
La preoccupazione di Orwell non era affatto quella di ‘congedare’ compiaciuto i discorsi politici, ma di sfidare e screditare la lingua che rende ‘rispettabile l’omicidio’.
A proposito dello spirito critico e del professionista assunto dalle grosse imprese
Poole fornisce i suoi esempi del moderno maltrattamento della lingua:
La retorica politica ora e come al tempo di Orwell, sfrutta non soltanto gli eufemismi (“austerità”), ma anche i disfemismi*(“lavativi”) e la metafora tendenziosa (“baratro fiscale”) .
E:
‘Considerate i richiami onnipresenti alle nazioni europee a fare soltanto quello che “rassicuri i mercati”, come se i possessori dei bond governativi fossero , piccoli fiori paranoici tremolanti che devono essere psichicamente coccolati a tutti i costi.
Questo, nel migliore dei casi, è un debole pugno. Sono questi gli esempi più tossici della moderna ‘neolingua’ ? E’ difficile immaginare come chiunque potrebbe scrivere un articolo di recensione di Orwell, senza citare l’uso infinito dell’espressione ‘intervento umanitario’ come copertura di una realpolitik occidentale selvaggia. Orwell avrebbe trovato un amaro significato nel fatto che la distruzione dell’Iraq – con un milione di morti come risultato della guerra del 2003, faceva parte di una ‘politica estera etica’: imperialismo vecchio stile condotto dal ‘Nuovo Laburismo’.
Analogamente, leggere l’analisi di Hans Von Sponeck del regime di sanzioni imposto all’Iraq al costo di mezzo milione di vite di bambini, A Different Kind Of War [Un tipo diverso di guerra] (Berghahn Books, 2006), è quasi come vedere la luce che colpisce gli occhiali del sistema politico internazionale in modo che li ‘trasformi in dischi bianchi che sembra non abbiano gli occhi dietro di loro’.
Un altro classico difficile da perdere del linguaggio della neo-lingua orwelliana, è stata l’espressione del 2011 ‘no-fly zone’ (zona interdetta al volo), usata per far rispettare la ‘zona della Nato dove una parte poteva combattere, che favoriva gli alleati della NATO come parte della cinica determinazione dell’Occidente di imporre il cambiamento di regime alla Libia.
E in che modo possiamo discutere le opinioni di Orwell sul controllo del pensiero, senza nominare, per esempio, che sei imprese che sostengono i media e che sono strettamente alleate al potere dello stato, controllano ora il 90% di quello che gli Americani leggono, guardano e ascoltano? La sorveglianza di alta tecnologia di un mondo sempre più digitalizzato controllato da robot assassini intoccabili che combattono ‘una guerra perpetua’ venuta fuori direttamente dal libro di Orwell, 1984.
Per contrasto, questo episodio blandamente divertente della serie video del web, Unspeak, di Poole è più vicina alla commedia leggera che alla feroce analisi politica di Orwell.
Come tanti giornalisti legati alle grosse imprese, Poole scrive con un tono distaccato e cinico. Nella nostra cultura sui mezzi di informazione, è fico schernire, ma decisamente non di tendenza diventare un ‘crociato’ per una causa come fa Orwell, che è stato molto vicino a essere ucciso combattendo nella Guerra Civile spagnola. Orwell era impegnato con passione nei tentativi di cambiare il mondo. Ha percepito la sofferenza e l’ingiustizia come una sua personale responsabilità, la sua opera era chiaramente spinta dall’intensa angoscia che provava.
Questo è realmente non quello di cui tratta il Guardian o il giornalismo sostenuto dalle grosse imprese, in generale. Perché? Perché i giornalisti sono professionisti impiegati, ‘parte dell’apparato preso in affitto dal capitale’. Poole, per esempio, è pagato per scrivere recensioni di libri per il suo datore di lavoro, il Guardian che è sostenuto dalle grosse aziende. E tuttavia ha la faccia tosta di suggerire che ‘l’assalto di Orwell all’eufemismo politico’ è ‘giusto ma limitato’.
Schimidt evidenzia il divario che separa i dissidenti liberi pensatori come Orwell dal comune professionista dei media:
‘Avere vero spirito critico significa scoprire e mettere in dubbio le ipotesi sociali, politiche e morali; applicare e raffinare una visione del mondo sviluppata in modo personale, e chiamare a un’azione che porti avanti un programma creato di persona. Un approccio che si tiri indietro da qualsiasi di queste tre componenti, manca di spirito critico.’
Evidentemente dimentico della compassione che spingeva Orwell, Poole getta derisione sulla sua ‘xenofobia linguistica’:
‘Il suo saggio conforta, per esempio, il genere di Piccolo Englander delle forme verbali che è sospettoso delle parole che arrivano da oltremare. Se avete mai la tentazione di dire “status quo” o “cul de sac”, per esempio, Orwell vi schernirà per “dizione pretenziosa”.
Perché? ‘Perché queste espressioni sono di origine “straniera”. Poole aggiunge:
‘La stravagante lista finale di suggerimenti per la scrittura include: “Non usare mai una parola lunga dove basterà una corta” (perché mai?), e “non usare mai il passivo dove si può usare l’attivo.” Nessuna buona ragione viene offerta o è in effetti immaginabile…’
Ancora una volta è chiara la vera obiezione di Orwell: la lingua dovrebbe essere uno strumento per esprimere e non per nascondere o impedire il pensiero’.
Poole rivela molto quando scrive che i suggerimenti di Orwell per la scrittura ‘sono tutti rovinati dall’ultimo: “Rompete qualsiasi di queste regole piuttosto che dire qualche cosa di completamente barbarico.” Lo studente entusiasta potrebbe però chiedere come si fa a dire che una cosa che si è detta è barbarica oppure no? Orwell tace sull’argomento. Presumibilmente finisce con l’essere una faccenda di gusto.’
Qui una fredda luce sta realmente luccicando dai ‘dischi bianchi’ della moderna cultura delle grosse imprese.
‘Nella misura in cui una persona si conforma, non può ascoltare la voce della sua coscienza, tanto meno agire in base a essa. La coscienza esiste soltanto quando l’uomo fa esperienza di sé come uomo, non come una cosa, come una merce.’ (Fromm, The Sane society , pag. 168).
Poole conclude il suo pezzo:
Orwell concede perfino, alla fine della “Politica”, che si potrebbero seguire tutte le sue regole e “tuttavia scrivere un cattivo inglese”. Ma allora, compilare liste di suggerimenti per la scrittura, è una piacevole strategia per evitarsi il lavoro, anche per gli scrittori.’
C’è qualche cosa nel nostro mondo moderno che fa in modo che siamo appassionati, indignati, perfino costretti ad agire? Sembra di no.
Guidarci verso questa conclusione, non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo, è una funzione fondamentale della nostra stampa legata alle grosse imprese, decisamente non libera.
*http://it.wikipedia.org/wiki/Disfemismo
**http://it.wikipedia.org/wiki/Neolingua
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/eyes-like-blank-discs-the-guardian-s-steven-poole-on-george-orwell-s-politics-and-the-english-language-by-david-edwards
Originale: Medialens
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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