Sud degli Stati Uniti: il potere bianco alla riscossa

Redazione 30 gennaio 2013 1
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La casa di Jakob Burkle – "Rifugio degli schiavi"

 

di Chris Hedges – 30 gennaio 2013

In un pomeriggio ventoso, alcuni giorni fa, mi sono recato in una zona depressa del nord di Memphis a visitare una vecchia casa dalle pareti di assi di legno che appartenne un tempo a un immigrato tedesco di nome Jakob Burkle. La storia orale – e la storia l’orale è l’unica disponibile in questo caso, poiché non sopravvivono documenti scritti – afferma che Burkle usò la sua casa come tappa di un percorso clandestino (Underground Railroad) dei neri in fuga nel decennio precedente la Guerra Civile. La casa è ora un piccolo museo chiamato il Rifugio degli Schiavi. Espone manufatti come catene per i piedi, collari di ferro e giornali che pubblicizzavano la vendita di uomini, donne e bambini. Nel grigio pavimento della veranda c’è una botola che conduce a lungo spazio in cui occorre strisciare e a un’apertura in una stanza di mattoni dove i fuggitivi avrebbero potuto affollarsi nascosti nello scantinato. Gli schiavi fuggitivi, si narra, erano guidati di notte da Burkle lungo un tunnel o un fossato fino al vicino Mississippi e affidati a comprensivi commercianti fluviali che li trasportavano a nord a Cairo, Illinois, e fino alla libertà in Canada.

Burkle e i suoi discendenti avevano un buon motivo per evitare documenti scritti e per tenere segrete le loro attività. Memphis, alla vigilia della Guerra Civile, era uno dei più vasti mercati di schiavi del Sud. Dopo la guerra la città fu un epicentro del terrorismo del Ku Klux Klan che comprese linciaggi, incendi notturni di chiese e scuole dei neri e assassinii di leader neri e dei loro sostenitori bianchi, atrocità che proseguirono nel ventesimo secolo.  Martin Luther King Jr. fu assassinato a Memphis nel 1968. Se fosse corsa voce che Burkle usava la sua casa per aiutare gli schiavi in fuga, la struttura sarebbe stata quasi certamente data alle fiamme e Burkle o i suoi eredi, al minimo, sarebbero stati cacciati dalla città. La storia dell’aiuto di Burkle agli schiavi in fuga dalla prigionia è diventata di pubblico dominio solo un paio di decenni fa.

Il modesto profilo pubblico della casa di Burkle è in sbalorditivo contrasto con il monumento nel centro di Memphis al figlio della città Nathan Bedford Forrest. Forrest, che è sepolto nel Parco Forrest sotto una statua che lo ritrae in uniforme da generale confederato e montato a cavallo, è una delle figure più odiose della storia statunitense. Uomo lunatico, poco meno che analfabeta, violento – non era contrario a fucilare i suoi stessi soldati se li riteneva codardi – era diventato milionario prima della guerra da commerciante di schiavi. Da generale confederato era noto per i suoi stupidi aforismi, come “guerra significa combattere e combattere significa uccidere”. Fu, anche nei resoconti di quelli che furono ai suoi ordini, un macellaio. Diresse un massacro a Fort Pillow a Henning, Tennessee, di 300 soldati neri dell’Unione – che si erano arresi e avevano deposto le armi – e di donne e bambini che avevano trovato rifugio nel forte. Forrest fu, dopo la guerra, il primo grande maestro del Ku Klux Klan. Utilizzò le sue capacità di ex comandante della cavalleria per guidare attacchi armati notturni mirati a terrorizzare i neri.

Forrest, come molti altri razzisti bianchi del Sud anteguerra, sta godendo di un inquietante rinascita. I Figli dei Veterani Confederati e la Commissione Storica del Tennessee Occidentale hanno posto l’estate scorsa una lapide di granito di quasi cinque quintali con la scritta “Parco Forrest” all’ingresso del parco. L’amministrazione cittadina, asserendo che i gruppi non avevano ottenuto il permesso, l’ha rimossa con una gru. Una disputa sul nome del parco, che ora infiamma il consiglio comunale di Memphis, rivela la profonda divisione a Memphis e in gran parte del sud tra quelli che lodano la Confederazione e quelli che la detestano, una divisione che corre come un’ampia faglia lungo linee razziali.

Una richiesta della scorsa settimana della consigliera cittadina Janis Fullilove, che è afroamericana, di cancellare il nome di Forrest dal parco e intitolarlo alla battagliera giornalista nera Ida. B. Wells ha scatenato un dibattito acrimonioso tra lei e alcuni membri bianchi del consiglio, che la Fullilove ha lasciato in lacrime.

La Wells fu una delle più coraggiose e importanti giornaliste della nazione. Si trasferì a Memphis da giovane per vivere con sua zia. Le sue inchieste rivelarono che il linciaggio era fondamentalmente un meccanismo per liberare gli uomini d’affari bianchi dai concorrenti neri. Quando Thomas Moss, di Memphis, un nero che gestiva la People’s Grocery Co. [Gli Alimentari del Popolo] fu assassinato con i suoi collaboratori da una folla di bianchi e il suo negozio fu saccheggiato e distrutto, la Wells ne fu furibonda. “E’ questo che mi ha aperto gli occhi su cosa fossero in realtà i linciaggi,” scrisse. Segnalò “che i sudisti non hanno mai superato questo risentimento per il fatto che i neri non sono più un giocattolo, i loro servi e la loro fonte di reddito” e che stavano usando accuse di stupro contri i proprietari neri di attività per mascherare tale risentimento. Il linciaggio di Moss, scrisse, fu “una scusa per liberarsi dei neri che stavano conquistando ricchezza e proprietà e per mantenere così la razza nel terrore e ‘tenere sotto il negro’”.

Il suo giornale, Free Speech [Voce libera], che si schierava contro la violenza delle folle bianche, le scuole inadeguate per i neri, la segregazione, la discriminazione e un sistema legale corrotto che negava la giustizia ai neri, fu distrutto dai bianchi. La Wells fu costretta a fuggire dalla città diventando, come scrisse, “un’esiliata da casa per aver accennato alla verità”.

La divisione tra quelli che a Memphis che onorano eroi autentici – quelli che lottarono per proteggere, difendere e preservare la vita, come la Wells e Burkle – e quelli che celebrano commercianti di schiavi e razzisti come Forrest segnala un’inquietante ascesa di un’ideologia neo-Confederale al sud. Onorare figure come Forrest a Memphis, ignorando contemporaneamente la Wells sarebbe come erigere al comandante del campo di concentramento nazista, Amon Goeth, nella cittadina della Repubblica Ceca di Svitavy, il luogo natale di Oskar Schindler, che salvò 1.200 ebrei.

La riscrittura della storia nel sud è una ritirata dei bianchi assediati in un’autoglorificazione mitica. Ho osservato una ritirata simile durante la guerra in Jugoslavia negli anni ’90. Con il deteriorarsi dell’economia jugoslava, gruppi etnici costruirono fantasie di un passato glorioso che divenne un sostituto della storia. Cercarono di rimuovere, mediante l’esclusione e infine con la violenza, etnie concorrenti per ripristinare tale passato mitico. L’abbraccio, da parte di gruppi nazionalisti, di un sistema di credenze basato su una realtà inventata rese impossibile la comunicazione con altri gruppi etnici. Non parlavano più lo stesso linguaggio culturale. Non c’era alcuna versione storica comune costruita intorno a una verità verificabile. Una disconnessione simile è stata esemplificata a Memphis la scorsa settimana quando il presidente del comitato dei parchi cittadini, William Boyd, ha informato il consiglio che Forrest “promosse il progresso dei neri di questo paese dopo la guerra”. Boyd ha sostenuto che il KKK era “più che altro un circolo sociale” agli inizi e che non iniziò a fare “cose brutte e orrende” prima di ricostituirsi in seguito all’ascesa del moderno movimento per i diritti civili.

“Dio, abbi pietà” ha mormorato la Fullilove nel sentirlo.

Ma Forrest è solo uno dei temi esplosivi. Volantini con la scritta “I Leali Cavalieri Bianchi del Ku Klux Klan ti vogliono con loro” sono comparsi agli inizi di gennaio nelle cassette postali di famiglie bianche di Memphis. Il Ku Klux Klan ha anche distribuito giorni fa opuscoli in un quartiere periferico di Atlanta. Il parlamento del Tennessee l’anno scorso ha dichiarato ufficialmente il 13 luglio Giornata di Nathan Bedford Forrest per onorarne la data di nascita. Ci sono 32 targhe storiche che onorano Forrest nel solo Tennessee e numerose in altri stati del sud. Montgomery, Alabama, che ho visitato lo scorso autunno, ha una gigantesca bandiera confederata alla periferia della città, piantatavi dai Figli dei Veterani Confederati. Monumenti confederati punteggiano il centro di Montgomery. Ci sono tre feste statali confederate in Alabama, inclusa una giornata di Martin Luther King/ Robert E. Lee. Anche Alabama, Florida, Georgia e Mississippi onorano la nascita di Lee. La ricorrenza della nascita di Jefferson Davis è una festa statale in Alabama e in Florida. E le nuove celebrazioni delle vittorie confederate durante la Guerra Civile affollano i calendari del sud.

La costante ascesa del nazionalismo etnico durante lo scorso decennio, la sostituzione della storia con versioni mendaci ed emendate di una gloria perduta, fanno parte della decadenza morale che infetta una cultura moribonda. E’ un tentativo inquietante, da parte di coloro che sono disperati e intrappolati, di sfuggire, mediante una storia inventata, alla loro disperazione, al loro impoverimento e alla loro mancanza di speranza. Alimenta l’intolleranza e, alla fine, la violenza. La violenza, in questo sistema perverso di credenze, diviene un agente purificatore, un modo per restaurare un mondo perduto. Ci sono ampi dati storici che smentiscono i miti sposati dai neo-confederati, che insistono che la Guerra Civile non fu per abolire la schiavitù bensì i diritti degli stati e la protezione del cristianesimo tradizionale. Ma questi dati sono inutili nello smontare la loro autoillusione, proprio come le evidenze documentali non servono a nulla per smussare l’autoillusione dei negatori dell’Olocausto. Quelli che si ritirano nella fantasia non possono essere coinvolti in dibattiti razionali, poiché la fantasia è tutto ciò che è loro rimasto della loro lacera autostima. Quando i loro miti sono attaccati come falsi ciò scatena non una discussione sui fatti e sulle prove, bensì una feroce reazione emotiva. Contrastare i miti minaccia quello che è rimasto di speranza. E con l’evolversi dell’economia, con il futuro che appare sempre più tetro, questo mito terrificante acquista potenza.

Achilles V. Clark, un soldato del Ventesimo Cavalleria del Tennessee sotto Forrest durante il massacro del 1864 a Fort Pillow scrisse a sua sorella dopo l’attacco: “Il massacro è stato orribile. Le parole non possono descrivere la scena. I poveri negri illusi correvano dai nostri uomini, cadevano in ginocchio e con le mani alzate gridavano implorando pietà ma era loro ordinato di mettersi in piedi ed erano abbattuti … Io, con molti altri, ho cercato di fermare il macello, e a un certo punto c’ero in parte riuscito, ma il generale Forrest ha ordinato di ucciderli come cani e la carneficina è proseguita. Alla fine i nostri uomini si sono stancati del sangue e gli spari sono cessati.”

 

Statua di Nathan Bedford Forrest a Memphis, Tennessee

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/white-power-to-the-rescue-by-chris-hedges

Originale: Truthdig

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 31 gennaio 2013 alle 10:26 - Reply

    Alimentare l’ignoranza serve al mantenimento del potere, credere in qualcosa serve agli ignoranti, la frustrazione accresce questo bisogno e spesso questa frustrazione deriva da una sottile e costante oppressione. L’effetto collaterale di tutto ciò, specie in tempi incerti dal punto di vista sociale e economico, porta all’acuirsi di sentimenti estremi che sono giustificazione ai malesseri. Trovare un capro espiatorio è sempre il modo migliore per non pensare e evolversi. Su questa mediocrità si fonda il razzismo.

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