Fare servizi giornalistici sulla ‘guerra al terrore’: una conversazione con Robert Fisk

Redazione 26 gennaio 2013 1
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Fare servizi giornalistici sulla  ‘guerra al terrore’:   una conversazione con Robert Fisk

 

Di: Paul Weinberg

 

23 gennaio 2013

 

 

E’ lunedì mattina, 21 gennaio, e sono seduto nella zona centrale di Toronto su un comodo divano bianco della CBC  (canadia Broadcast Corporation co Robert Fisk, il più famoso corrispondete  estero da Beirut, del mondo. L’inviato per il quotidiano  The Indipendent del Regno Unito ha appena finito, insieme ad altro, sulla radio della mattina, The Current, un commento vivacesui più recenti interventi militari occidentali nelle terre musulmane, questa volta in Mali, destinati a fallire.

Poi tocca a me chiacchierare con Fisk, per gentile concessione del gruppo  “Canadesi per la Giustizia e la Pace in Medio Oriente” con sede a Montreal che sponsorizzano regolarmente questi giri di conferfenze in tutto il Canada, perché mirano ad avere prospettive diverse da parte di vari esperti sui conflitti che infuriano in quella regione e dove la politica canadese può trovare posto in modo positivo o negativo.

Apparentemente Fisk rilascia le affermazioni a un ritmo furibondo per tirare fuori ogni elemento prima che termini il tempo a nostra disposizione. Mi dico che questa è un’intervista facile. La serietà è alleggerita da un senso dell’umorismo che a volte ricorda John Cleese del gruppo di comici inglesi Monty Python.

Dato però che Fisk è sulla sessantina, l’uomo sembra un po’stanco. Sono troppo educato per chiederglielo, e lascio stare. Mi chiedo però se Fisk abbia passato troppi lunghi giorni a intervistare tiranni, ufficiali militari, intellettuali dissidente soltanto comuni cittadini.  Per quanto tempo può mantenere questo ritmo? “Questi viaggi [in posti fuori da Beirut], sono molto brevi, durano 3 o 4 giorni, e poi ritorno,”, afferma quasi per rassicurarmi.

L’idea di Fisk quando si arriva a parlarne, è il danno collaterale di quello che chiama “la inutile guerra al terrore” condotta a Washington, Londra, Ottawa, Parigi. Mosca, ecc. Il Mali è la più recente dimostrazione di come un’infusione tossica di dispute interne persistenti, etniche e regionali, di attività mineraria e di risorse petrolifere redditizie in un paese in via di sviluppo, possano essere fuse in occidente da potenti elite occidentali per adattarsi a un semplice racconto con i virtuosi opposti ai cattivi, in cui i cattivi sono un gruppo di islamisti folli. In Occidente abbiamo questa soluzione, che se identifichiamo i soggetti cattivi, quelli buoni vinceranno.”

Il problema si verifica quando i nostri alleati ipotetici diventano cattivi e sono soltanto capaci di fare  azioni cattive, fa notare il giornalista, che sia la pulizia etnica compiuta dall’esercito locale aiutato dai francesi in Mali il metodo di non  negoziare con chi tiene prigionieri gli ostaggi, l’esercito algerino  mostrato durante il massacro avvenuto nell’impianto di gas  di In Amenas. “Nella Lotta contro il terrore” tutti finiscono uccisi”, dice Fisk.

“E’ tutta una Hollywood”, dice il giornalista britannico parlando della guerra al terrore che viene “rafforzata” una notte dopo l’altra  dalle notizie quotidiane e nella maggior parte delle trasmissioni, e alla fine, osserva Fisk, disastrosi interventi militari giustificati in Iraq e in Afghanistan, dove innumerevoli vite sono andate  perdute. “Non stiamo fabbricando il consenso  – come dice Naom Chomsky – è il consenso continuo, noi ne siamo parte, è parte di ciò che facciamo. Respiriamo questa linguaggio dalle autorità e lo pubblichiamo di nuovo.”

Fisk non sta lanciando calunnie su tutte le organizzazioni  di media. E’inviato di un famoso quotidiano, dopo tutto. Si riferisce a tutti gli organi di informazione che modellano la pubblica opinione, come la CNN e il New York Times.

Se si in una redazione  televisiva, tutti leggono il giornale, se si va in una redazione di un giornale,      tutti guardano la televisione.

Un’altra osservazione che fa è che nessuno dei principali politici dell’occidente – presumibilmente vi include Stephen Harper, Barack Obama, Dacvid Casmeron  e François Hollande – hanno sperimentato di persona la guerra, e quindi, mi dice, non hanno “alcun concetto di guerra, nessuna idea di cose che vanno che vanno sempre male.”

Fisk, il cui padre era un militare, osserva che, a parte la Corea, e il Vietnam, la Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e i blocchi dominati dai Sovietici, rappresentavano, in retrospettiva, un periodo relativamente tranquillo, paragonato quello della guerra al terrore che il presidente George Bush ha sostenuto, mentre era in carica, che sarebbe durata “per sempre”. Per anni, dopo la seconda guerra mondiale, abbiamo avuto dei leader [come il presidente degli Stati Uniti Dwight Eisenhower] che sapevano che la vita dipendeva dalle loro decisioni e anche le conseguenze. L’osservazione del governo francese che i suoi militari  entreranno e usciranno dal Mali per un breve periodo di tempo,

ricorda a Fisk analoghe stupide promesse sbagliate fatte in guerre precedenti trasformatesi in pantani, per esempio ad opera dei Britannici in Irlanda del Nord nel 1969 e in seguito ad opera degli Israeliani in Libano nel 1982.

Fisk ha passato molto tempo a occuparsi delle attività di alcuni tra i militari più brutali- compresi i soldati siriani del presidente Basdhar al-Assad e anche le forze dell’opposizione in Siria, anche esse

inclini  a fare  cose  ignobili in termini di crimini di guerra e di violazioni dei diritti umani.

Malgrado le previsioni di una sua scomparsa, il governo di Assad rimane in carica perché, sorprendentemente, continua a ricevere appoggio sia dalla maggioranza sunnita, e anche dalla minoranza cristiana e dalla comunità alauita; sta ora cercando di attirare di nuovo nel suo ovile alcuni dei combattenti ribelli.

E le minoranze, forse timorose della natura islamista di alcune persone dell’opposizione siriana, rimangono fedeli al regime di Assad, dice Fisk.

“Proprio come diciamo che non entreremo ad aiutare i ribelli [in Siria], così andremo ad aiutare a soccorrere i Cristiani quando non sono dalla nostra parte – e i Cristiani lo sanno.”

Fisk è riluttante, in quanto persona di notevole profilo, di pretendere di poter dare consigli ai potenti per aggiustare i loro metodi.

“Non do mai consigli; sono soltanto un giornalista,” sostiene. “I Britannici hanno dato consigli agli Irlandesi per 800 anni, agli Americani per 30 anni, passiamo la vita a dare consigli alla gente, e spesso questi sono completamente sbagliati.”

Fisk ha però provocato controversie per le sue affermazioni provocatorie. “Ricordate che le persone esamineranno con cura quelle che  lei cita  come mie parole,” mi avverte mentre lascia la stanza per impegnarsi in un’altra intervista.

 

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/covering-the-war-on-terror-in-conversation-with-robert-fisk-by-paul-weinberg

Originale: rabbie.ca

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 26 gennaio 2013 alle 06:48 - Reply

    L’informazione non è un assorbimento di notizie semplice ed indiscriminato. Chi fa vera informazione sui fatti non sempre arriva a conoscere tutto o a fare la giusta analisi o a sapere la verità. Chi fa vera informazione dice ciò che ha raccolto in merito ad un fatto accaduto e lo dice a tutti, conferma le fonti e condivide dubbi, incertezze e altri aspetti poco chiari con tutti coloro che aspettano l’informazione. Questo per un motivo molto semplice: lavorare seriamente e insegnare a coloro che leggono o ascoltano che nessuna notizia ha valore pari ad un approccio critico e consapevole all’informazione, trattata per quello che è e nel modo più obiettivo possibile.

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