Nella nuova rivoluzione messicana, la resistenza è fertile
Jen Wilton
22 gennaio 2013
“L’unico modo di affrontare un mondo non libero, è diventare così del tutto liberi che proprio la vostra stessa esistenza è un atto di ribellione.”
Albert Camus
In Messico stanno soffiando i venti del cambiamento.
Un’ondata crescente di resistenza sta acquistando slancio e si può trovare nelle giungle e nelle montagne del sud e in piccole comunità indigene e anche in grandi città. E’ presente lungo le coste e su tutti gli altipiani, fino ai bastioni del potere di Città del Messico e oltre le regioni del nord, così malamente sfregiate dalla guerra per la droga.
Mentre il Messico ha una lunga storia di proteste, sociale e rivoluzione, negli ultimi 12, il paese è stato testimone di nuove forme di organizzazione e della ricomparsa di gruppi dimenticati dall’informazione convenzionale. In gran parte, l’ondata di scontento che è dilagata nel paese, ha un fattore comune: il fallimento del governo in diverse aree di importanza fondamentale – la sicurezza nazionale, l’istruzione e l’occupazione.
Nel 2011, in seguito a una crescente insoddisfazione per il fallimento delle politiche dell’ ex presidente Felipe Calderon riguardo al traffico di droga, il poeta Javier Sicilia si è unito ad altri per iniziare un massiccio movimento di protesta che ha denunciato la migliaia di vite innocenti perdute per la guerra alla droga. Finora, approssimativamente 70.000 persone sono morte in Messico da quando è iniziata la guerra alla droga nel 2006 e altre 9.000 sono scomparse.
Un figlio dello stesso Sicilia è stato ucciso dai trafficanti di droga, quindi il collegamento con la causa non poteva essere più personale. I dimostranti si sono mobilitati sotto lo striscione Movimento per la pace con la giustizia e la dignità, e centinaia di migliaia si sono uniti alle manifestazioni di protesta in tutto il paese.
E’ stato in questo contesto che il partito PAN (Partito di Azione Nazionale) del presidente Calderon ha perduto le elezioni del luglio 2012. Troppe vite sono state perdute per un risultato troppo piccolo.
L’elezione ha invece annunciato il ritorno del Partito Rivoluzionario Istituzionale, il PRI, che ha governato il Messico per 71 anni con un regime di corruzione e repressione, fino a quando la ‘democrazia’ è stata ripristinata nel paese nel 2000. In realtà la portata del PRI continua a dominare la politica sia a livello nazionale che locale.
Alla vigilia delle elezioni nazionali del 2012, il nuovo movimento di protesta dichiarata #YoSoy132 (io sono) è comparso all’improvviso sulla scena. All’inizio il movimento era formato da studenti e professori di università che hanno dichiarato audacemente le loro intenzioni su un manifesto politico ondine: “Non vogliamo il mondo di vedute ristrette che i media costruiscono quotidianamente per distrarci….Siamo il Messico che si è svegliato. …Desideriamo fortemente una rivoluzione dei nostri genitori. Bramiamo un futuro che potrebbe esserci.”
Al centro di tutto questo, il movimento #YoSoy132 ha chiesto maggiore trasparenza e intorno ai processi politici e alla democratizzazione dei mezzi di informazione. I gruppi affiliati al movimento sono spuntati in molte parti diverse del Messico in un breve spazio di tempo, grazie all’uso delle nuove e interessanti forme di organizzazione. Come suggerisce il nome, il movimento #YoSoy132 è stato legato molto da vicino ai media sociali e sia la comunicazione che l’organizzazione sono state facilitate tramite le iscrizioni su Facebook e Twitter.
Nell’affermare l’importanza dei loro collegamenti digitali, nel loro manifesto iniziale il movimento #YoSoy132 ha affermato anche che “veniamo dalle reti, da un mondo di zero e di uno, da un mondo che non conoscono e che non saranno mai in grado di manipolare”. Il movimento si è collegato con altre organizzazioni di oltremare che hanno le stesse idee, come il Movimento Occupy negli Stati Uniti e nel Regno Unito, la massiccia protesta studentesca in Cile e le proteste contro l’austerità in Grecia e più in generale, in Europa.
Alcuni non hanno preso in considerazione il movimento perché è troppo borghese e perché non rappresenta i poveri del Messico. Altri lo hanno criticato perché tenta di operare nei confini di un sistema corrotto, invece che spingere per un cambiamento radicale. Questi possono essere punti validi, ma la mobilitazione delle classi medie è un’importante indicazione che lo scontento per la situazione attuale sta aumentando rapidamente in Messico.
La resistenza indigena modella un nuovo modo di essere
In Messico, nello scorso anno, molti movimenti di base popolare hanno mostrato che un modo nuovo è possibile. Spesso provenienti da piccole comunità indigene, questi feroci critici del sistema attuale, ci ricordano il vuoto spalancato che continua a esistere tra i ricchi e i poveri. Alcuni lottano per il riconoscimento e il diritto all’autodeterminazione, mentre altri combattono proprio per la loro esistenza.
Un esempio interessante è la piccola città di Cherán nello stato occidentale di Michoacán, formato da circa 18.000 residenti. In seguito a un esteso blocco della città, gli abitanti hanno dichiarato formalmente la loro indipendenza dallo Stato messicano, nel 2011, basata su un sistema legalmente riconosciuto di usi e costumi. Questo permette alle comunità indigene l’autonomia di assumere ruoli precedentemente svolti da funzionari di governo e di prendere le decisioni collettivamente in accoro con le pratiche tradizionali.
Alla vigilia delle elezioni federali del luglio dello scorso anno, la comunità di Cherán ha vietato a tutti i candidati politici di entrare nella loro città autonoma. Hanno minacciato di astenersi del tutto dal votare, dato che molti nella città consideravano illegittimo il sistema della politica elettorale. Gli abitanti di Cherán si sono tolti dal sistema politico nazionale e decidono invece il loro destino localmente.
In un successivo periodo dell’anno, mentre il calendario dei Maya, arrivava alla fine, i quasi dimenticati Zapatisti sono emersi dall’ombra per catturare di nuovo l’immaginazione del mondo. Il 21 dicembre, decine di migliaia di zapatisti nello stato meridionale del Chiapas, hanno organizzato una manifestazione silenziosa attraverso le strade proprio delle stesse città che avevano occupato nel 1994. Gli Zapatisti dimostravano con dignità e compostezza, non per riaffermare la loro dichiarazione di guerra contro il governo, ma piuttosto per ricordare al mondo la loro esistenza e indicare un modo diverso di vita.
Da un comunicato degli Zapatisti, apprendiamo che le loro comunità sono fiorite senza aiuto dallo stato e che sono riusciti a sostenere il loro modo di vita in armonia con la natura e con la loro ereditò culturale. Come ha scritto il capo zapatista, Subcomandante Insorgente Marcos: Abbiamo raggiunto tutto questo senza il governo, la classe politica e i media che li accompagnano.”
Gli Zapatisti non hanno atteso il permesso dall’alto, né hanno continuato a lottare contro un sistema così risolutamente compatt contro di loro. Prendevano le loro decisioni semplicemente senza il controllo dei loro oppressori e realizzavano una forma di autogoverno basato sul consenso e l’interazione.
La repressione paramilitare: il lato oscuro del Messico
C’è anche un lato oscuro da raccontare, dato che alcune comunità hanno affrontato ostacoli straordinari per cercare di esercitare la loro autonomia in Messico. C’è un gruppo indigeno poo noto nello stato meridionale di Oaxaca che si chiama Triqui. Nel 2007, gli abitanti della città di San Juan Copala hanno cercato di rivendicare l’indipendenza dallo stato in base alla legge degli usi e costumi. Di solito è un procedimento abbastanza immediato, ma la città è stata così rovinata dalla violenza paramilitare, che piuttosto che godere della loro democrazia trovata da poco, molti sono invece scappati temendo per la loro vita.
Un accampamento di protesta del gruppo Triqui era stato installato davanti al palazzo del governo nello zócalo (la piazza principale) nella città di Oaxaca da oltre due anni. Tuttavia, appena prima di Natale, il campo è stato sfrattato con la forza, dalla polizia statale e municipale. Sembra che il campo sia stato fatto sgombrare per lasciare spazio ai molti turisti che visitano Oaxaca nel periodo delle feste. Mentre la vista dell’accampamento era diventata una parte normale della vita dello zócalo, ironicamente lo sfratto era servito a far tornare di nuovo tra le notizie le difficoltà di vita del gruppo Triqui.
Mentre un nuovo accampamento di protesta è saltato fuori a un isolato a sud del precedente, il futuro degli ex residenti di San Juan Copala rimane sospeso. E’ troppo pericoloso per loro ritornare a casa, dato che molte persone sono morte o sparite per mano dei gruppi paramilitari. I dimostranti stanno semplicemente chiedendo di farli andare a casa senza rischi, ma lo stato, da parte sua, ha bloccato i negoziati e ha fatto false promesse di supporto.
Al contrario degli Zapatisti, il gruppo Triqui ha lottato per ritagliarsi uno spazio per praticare le loro tradizioni e ha ricevuto poco appoggio nelle sue lotte continue. Tuttavia, quello che è notevole nella loro storia, è che hanno preso una posizione e hanno mandato un messaggio fermo alle autorità dello stato che non saranno dimenticati. Dalla profondità della tragedia, si possono trovare la forza e il coraggio.
Ci sono molte altri esempi di comunità in Messico che si sollevano contro lo stato. Per lo più viene fatto per necessità. Quando contare sul governo non è più un’opzione, costringe le comunità a guardarsi dentro e a diventare intraprendenti.
Come hanno annunciato gli Zapatisti, in Messico sta fiorendo una nuova forma di vita sociale. ..Quando ci hanno zittito, abbiamo continuato a esistere. E siamo, qui, esistenti.” In effetti in Messico molte forme di resistenza continua a esistere e danno un esempio da far vedere al mondo – se soltanto la gente continuerà a prestare attenzione e a vedere le interrelazioni tra queste ed altre lotte in tutto il mondo.
Jen Wilton attualmente vive in Messico, a Oaxaca, e fornisce informazioni su argomenti sociali e politici connessi con il Messico e, più ampiamente, con l’America Latina. L’account twitter di Jen è:@guerrillagrrl e ha un blog che si chiama Revolution Is Eternal [La rivoluzione è eterna].
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/in-the-new-mexican-revolution-resistance-is-fertile-by-jen-wilton
Originale: Roarmag.org
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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In Messico si sta attualmente verificando in scala ridotto qualcosa che si respira in molte altre aree geografiche. La coscienza politica di piccole comunità che credono nelle loro tradizioni e nella loro autonomia è il motore trainante per una visione politica alternativa al neoliberalismo. In questa resistenza chemio poveri portano avanti per disperazione, la middle class da che parte starà? Troverà un accordo col potere in nuovi esperimenti elettorali o lavorerà per creare nuove condizioni di cambiamento insieme alla classe disagiata? La classe media è il bersaglio della menzogna fondata sulla paura che questa classe ha di avere qualcosa da perdere. Se c’è qualcosa che si sta già erodendo è invece quella inutile speranza di poter trarre onestamente frutto dai propri onesti sacrifici.