La storia sepolta a Hanoi

Redazione 21 gennaio 2013 1
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Bunker dell'hotel Metropole di Hanoi

 

di Tom Hayden – 21 gennaio 2013

Oltre il pretenzioso bar di fianco alla piscina dell’hotel Metropole di Hanoi, che ho visitato il mese scorso, un ingresso protetto da un cancello si apre su scale buie. In fondo c’è un rifugio antiaereo umido e ammuffito e, per chi conosce il vietnamita, un cartello in lettere dorate spiega che Joan Baez e Jane Fonda un tempo trovarono rifugio qui.

Anch’io, anche se non nello stesso periodo loro.

Ero un venticinquenne attivista dell’opposizione alla guerra quando mi recai a Hanoi nel dicembre del 1965. Lavoravo da organizzatore comunitario a Newark, N.J., e mi aveva fatto arrabbiare che il presidente Johnson stesse imponendo la leva a migliaia di giovani statunitensi per una guerra di terra che nel corso della sua campagna elettorale del 1964 aveva promesso di non lanciare. Mi sentivo certo che la guerra in Vietnam sarebbe stata la fine alla guerra alla povertà [negli USA – n.d.t.].

Il governo USA non permetteva all’epoca agli statunitensi di visitare Hanoi, ma un gruppo di noi pensò che fosse importante incontrare i “vietcong senza volto” e verificare l’affermazione di Johnson che i bersagli dei suoi bombardamenti erano solo “acciaio e cemento”, non civili. Visitammo villaggi e pagode bombardate che sbugiardavano le parole del presidente e contribuimmo ad aprire la strada a un corrispondente di guerra come Harrison Salisbury del New York Times, che in seguito confermò le prove di diffuse vittime civili nel Vietnam del Nord.

Non mi ero mai recato fuori dagli Stati Uniti prima di quel viaggio e quello che scoprii fu un luogo estremamente diverso dalla propaganda che avevo ascoltato. Sì, i nordvietnamiti era guidati da un partito comunista, ma il partito era sorto nel più vasto contesto di un movimento coloniale d’indipendenza. Lungi dall’essere fanatici senza volto, i vietnamiti che conobbi mi colpirono come discendenti patriottici di secoli di guerra contro i francesi, i britannici, i cinesi e, ora, i miei compatrioti.

L’operazione Rombo di Tuono, la campagna di bombardamenti statunitensi sul nord, non aveva raggiunto Hanoi all’epoca della nostra visita, ma le sirene di allarme aereo erano costanti di notte e ogni volta che suonava l’allarme, i gentili dipendenti dell’hotel ci svegliavano e ci conducevano dabbasso al rifugio. Il posto era claustrofobico, ma candele, torce elettriche, umorismo lugubre, notiziari radiofonici della BBC e la calma dei nostri ospiti placavano l’ansia.

Dopo la fine della guerra, nel 1975, il rifugio fu sepolto per anni, mentre l’hotel fu riscostruito. E’ stato dissotterrato durante la costruzione del bar a fianco della piscina nel 2011. Ma temo che gran parte della storia della guerra resti sepolta.

Il 27 gennaio sarà il quarantesimo anniversario degli accordi di pace di Parigi, che misero formalmente fine al coinvolgimento militare statunitense in Vietnam e probabilmente ci sarà una considerevole copertura mediatica della ricorrenza. Per contro, non c’è stata virtualmente alcuna copertura, il mese scorso, dell’altro quarantesimo anniversario della storia della guerra, il “bombardamento di Natale” di Hanoi nel dicembre del 1972. Se mai viene ricordato, quegli attacchi punitivi dei B-52 sono ritenuti aver forzato Hanoi a sedersi al tavolo della pace.

Ma ciò semplicemente non è vero.

Nel novembre del 1972 Richard Nixon aveva conquistato una schiacciante vittoria ottenendo la rielezione contro il candidato pacifista George McGovern. Nixon era stato aiutato a vincere dall’ottimistico annuncio di ottobre del Segretario di Stato Henry Kissinger che la “pace [era] a portata di mano” in Vietnam.  

Un mese dopo l’elezione, tuttavia, il presidente non pensava alla pace. Stava invece preparando un attacco che, insisteva, doveva essere “di carattere massiccio e brutale”. Nel suo libro “The 11 Days of Christmas” [Gli undici giorni di Natale], Marshall Michel III, uno storico militare che aveva partecipato a 321 voli di combattimento sul Vietnam, scrive che l’amministrazione presumeva che “i nordvietnamiti sarebbe crollati rapidamente”. Gli aerei B-52 che attuavano gli attacchi erano considerati praticamente invincibili. Nemmeno uno, secondo Michel, era stato colpito nel corso di 112.000 missioni in Vietnam nel corso di sette anni.

Quel Natale, mentre i goffi giganti decollavano dalle basi di Guam e della Tailandia, i loro sicuri equipaggi ascoltavano nelle cuffie “Baby Elephant Walk” [I passi dell’elefantino] di Henry Mancini. Ma fu rapidamente chiaro che la campagna non sarebbe stata facile.

Nelle prime due notti dell’attacco, le forze vietnamite abbatterono otto B-52, trasmettendo “onde d’urto d’allarme” in tutta l’amministrazione, secondo la storia di Michel. Negli undici giorni furono abbattuti su Hanoi quindici B-52 e cinque altri furono gravemente danneggiati. Ventotto statunitensi furono uccisi e trentaquattro furono catturati a terra. I resti a pezzi dei B-52 furono ammucchiati nel centro di Hanoi perché li vedessero la gente di Hanoi e i giornalisti.

Ciò nonostante gli USA scaricarono su Hanoi 15.000 tonnellate di bombe durante la campagna. A Kham Thien Street, un quartiere civile, furono uccise 250 persone. L’ospedale Bach Mai fu abbattuto lasciando 25 morti tra il personale sanitario e molti pazienti sepolti vivi. Nessuno conosce il numero esatto, ma stime comuni valutano il numero dei vietnamiti uccisi in 1.600 a Hanoi e 300 a Haiphong.

Joan Baez soggiornava nell’hotel all’epoca e trascorse molte ore nel rifugio antiaereo. Con lei c’erano il veterano del Vietnam Barry Romo, il teologo di Yale Michael Allen e il generale statunitense in pensione Telford Taylor, che era stato procuratore statunitense durante i processi di Norimberga contro i criminali di guerra nazisti. Taylor diffuse un rapporto da Hanoi che infiammò gli attivisti pacifisti, compresi veterani del Vietnam e religiosi. Migliaia di statunitensi si unirono per inviare aiuti sanitari per contribuire a ricostruire l’ospedale Bach Mai.

I bombardamenti dei B-52 cessarono il 29 dicembre senza aver conseguito il loro obiettivo di mettere in ginocchio il Vietnam del Nord. Gli accordi di pace di Parigi furono firmati un mese dopo, risultando quasi esattamente uguali a un accordo che entrambe le parti erano pronte a firma mesi prima. Il trattato pose fine al coinvolgimento militare statunitense ma la lotta tra il nord e il sud proseguì per due altri anni sanguinosi prima che lo sventurato regime di Saigon crollasse in seguito a un’offensiva militare del nordvietnamita. A quel punto Nixon non era più al potere, essendo stato costretto a dimettersi in seguito allo scandalo del Watergate.

Forse il rifugio antiaereo servirà a ricordare alla gente il grave torto da noi imposto a un paese all’altro capo del mondo. Ancora oggi bambini vietnamiti nascono con malformazioni causate dal defoliante Agente Arancio, scaricato diffusamente dalle truppe statunitensi. Ancora oggi contadini restano mutilati calpestando mine e bombe a grappolo lasciate dagli statunitensi negli ex campi di battaglia.

L’opera di riconciliazione è solo agli inizi.

Tom Hayden è un ex senatore dello stato della California. I suoi primi scritti sul Vietnam sono stati raccolti in “Writings for a Democratic Society: The Tom Hayden Reader” [Scritti per una società democratica: antologia di Tom Hayden].

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/buried-history-in-hanoi-by-tom-hayden

Originale: LA Times

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 21 gennaio 2013 alle 22:33 - Reply

    La coscienza politica di un popolo si misura dalla capacità di vedere quanto male si è disposti ad accettare a danno di altri popoli per avere sicurezza e prosperità in casa propria. Quella sicurezza e quella prosperità percepite come illusorie, sono amore per la solidarietà.

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