di Stuart Schaar – 18 gennaio 2013
Le rivolte di massa e le rivoluzioni normalmente producono all’inizio confusione e caos. Si pensi alla Rivoluzione Russa: lo storico britannico Orlando Figes in una sua innovativa ricerca ha concluso che fu un miracolo che i bolscevichi sopravvivessero e riuscissero a consolidare il loro stato dopo essere stati sull’orlo del collasso negli anni immediatamente successivi alla sollevazione del 1917. Qualsiasi studente della Rivoluzione Francese sa come gli eventi divorarono i capi e alla fine produssero una serie di guerre di classe. La sollevazione cinese finì nella Rivoluzione Culturale che mise sottosopra la società. Pochi di quelli in posizioni d’autorità sfuggirono. In altre parole, dovremmo attenderci instabilità nel processo di sviluppo delle rivolte e delle rivoluzioni.
Sarebbe da stolti aspettarsi transizioni morbide dopo una rivolta di massa di cittadini arabi. Ci vorranno molti anni, forse decenni, prima che si possa veder emergere un nuovo ordine politico. Nel frattempo assisteremo a eventi inattesi e vedremo nuove forze tentare di influenzare il periodo post-rivoluzionario. Analogamente dovremmo attenderci di trovare stati indeboliti nei luoghi già governati da dittatori. Ciò è inevitabile, poiché le istituzioni che avevano governato la dittatura sono state demolite e i personaggi principali esiliati o incarcerati, e le nuove forze non hanno consolidato un potere sufficiente e non hanno imparato come rifondare stati effettivamente nuovi. Con le economie nel caos per il crollo del turismo e il prosciugamento degli investimenti locali e stranieri, la creazione di occupazione, una delle principali richieste della popolazione, ha dovuto essere tenuta in sospeso, rendendo ancor più frustrata e rabbiosa una popolazione piena di aspettative. La Tunisia è divenuta una società di massa, pronta a essere mobilitata. Sta attendendo che emergano capi in grado di guidare maggioranze elettorali e di governare efficacemente. Il governo tunisino attuale, la ‘troika’, mostra troppo frequentemente la propria inesperienza e la propria erraticità. Il presidente del paese, il dottor Moncef Marzouki, che ho incontrato la prima volta nel 1976, è sempre stato un personaggio volubile, che schizza da un tema all’altro senza definire strategie di lungo periodo. Una volta insediato nel palazzo di Cartagine da presidente ad interim ha cominciato a fare una visita ufficiale dietro l’altra alle capitali straniere, in rappresentanza della Tunisia all’estero, al punto che molti si sono lamentati per le sue spese eccessive in viaggi a vuoto. Sbalordito dalle critiche, ha bruscamente cancellato un viaggio programmato in Brasile, ufficialmente per risparmiare fondi governativi. Nell’estate del 2012 un membro di spicco del suo partito, il Congresso per la Repubblica, e un membro del Parlamento Nazionale hanno criticato Marzouki, affermando che il presidente aveva bisogno di cure psichiatriche. In un congresso del partito, tenutosi poche settimane dopo, quel parlamentare è stato espulso dal partito assieme ad altri trenta membri.
Analogamente il dottor Mustafa Ben Jafaar, il presidente del Parlamento e uno degli altri membri della troika al governo, ha visto un gran numero di membri lasciare il suo partito, Ettakatol, disgustati dal mondo autoritario in cui il capo del loro partito prendeva decisioni senza consultarli. Il peso delle eredità degli ex presidenti Habib Bourguiba e Zine Abd al-Din Ben Ali sullo stile dirigenziale permane, frustrando le urgenze democratiche della popolazione generale. Con i partiti che si scindono, entrambi i capi laici della troika hanno considerevolmente indebolito la loro base di consenso, il che ha fatto sì che abbiano avuto scarsa flessibilità e spazio di manovra nel trattare con il principale potere del paese, il partito islamista al-Nahda.
Sintomatico del caos ai vertici del potere è il modo in cui i nuovi governanti hanno gestito l’importantissimo compito della creazione di occupazione. Durante la campagna per le elezioni nazionali dell’ottobre 2011, i candidati alle principali cariche statali avevano promesso di creare immediatamente tra i centomila e i quattrocentomila nuovi posti di lavoro. Io ero in Tunisia allora e ho ascoltato incredulo, sapendo sin troppo bene che non sarebbero riusciti a farlo. Nel governo di transizione di Béji Caid al-Sebsi era stata creata una nuova istituzione per la creazione di occupazione, guidata un economista molto competente che aveva riunito persone qualificate perché collaborassero con lui nel creare 42.000 posti di lavoro. L’obiettivo pareva realistico, ma anche così la mancanza di capitali d’investimento e la difficoltà di aggiungere posti a una burocrazia già rigonfia rendevano difficile il compito. Tuttavia appena il governo dominato dagli islamisti di al-Nahda si è insediato dopo le elezioni di ottobre 2011, l’istituzione transitoria è stata smantellata ed è stata creata una nuova commissione che ha dovuto partire da zero. Immagino fossero ancora operanti le vecchie regole dei favoritismi che facevano sì che al-Nahda volesse creare lavoro specificamente per i propri seguaci, intralciando l’intero processo.
Lo stato indebolito
Alcuni anni fa, lo scomparso Eric Hobsbawn, il famoso storico marxista, discutendo degli avvenimenti in Serbia in un seminario presso la Columbia University al quale partecipai, sostenne che uno stato debole era meglio di nessuno stato. Io mi spingerei più in là e sosterrei che sono necessari stati forti per mantenere l’ordine e garantire le libertà individuali. Senza un’autorità centrale forte, segue il caos. Parti del mondo arabo che hanno vissuto rivolte dei cittadini, e non necessariamente rivoluzioni sociali, hanno visto i loro stati gravemente indeboliti e stanno pagando il prezzo di avere nuove forze di polizia inesperte e inadeguatamente addestrate, eserciti reticenti a impegnarsi nel controllo della folla, e autisti degli autobus incapaci di far pagare il biglietto a una popolazione aggressiva. Lo stato fronteggia gente piena di aspettative con forti rivendicazioni che vuole immediatamente lavoro, sussidi e correzioni di ogni sorta in seguito alle sollevazioni politiche. In conseguenza sono sorte molte jacquerie nelle piccole città dell’interno che hanno guidato all’incendio di stazioni di polizia e municipi, i simboli locali dello stato inefficiente del paese.
Più evidenti sono state le azioni di piccoli gruppi di salafiti, che hanno acquistato potere grazie alle vittorie elettorali degli islamisti nel mondo arabo. Avendo bisogno dei loro voti nelle elezioni in arrivo, gli islamisti al potere hanno tollerato azioni vergognose di pochi barbuti che hanno cominciato a intimidire settori vulnerabili delle società post-rivolta, specialmente studenti universitari, professori e amministratori dell’Università di Tunisi, donne senza veli sul capo e note femministe, artisti, registi, omosessuali, prostitute e avventori dei bar.
Tuttavia ci sono segnali che in Tunisia la maggior parte della popolazione non tollera estremismi di alcun genere. Con una tradizione di pragmatismo profondamente radicata sotto il presidente fondatore del paese, Habib Bourguiba, la maggior parte dei tunisini rigetta il dogmatismo. Ad esempio, quando alcuni salafiti hanno tentato di imporre i propri imam nelle moschee delle comunità hanno incontrato resistenza. Alcune comunità, come Damani, vicino a El Kef in prossimità della frontiera algerina, hanno cacciato fuori dalla città, nell’estate 2012, un autobus carico di salafiti provenienti dalla città di Jendouba, nel nord della Tunisia, che speravano di insediare un nuovo imam nella principale moschea di Damani. Sono finiti in fuga sul loro autobus dopo essere stati percossi da uomini locali ostili. Altri attacchi salafiti a bar e a case di cattiva reputazione si sono scontrati con clienti arrabbiati che hanno contrattaccato e hanno cacciato gli intrusi. Tutte queste trasgressioni sono avvenute sotto gli occhi della polizia nazionali che ha fatto poco per fermare i crociati della morale, ma la popolazione ha agito con senso di responsabilità civica e ha preso le cose nelle proprie mani.
I salafiti hanno avuto maggiore successo nel far rispettare codici culturali e si sono imposti in alcune piccole città dell’interno, come Sidi Bouzid, la culla della rivolta, che resta trascurata e dimenticata dallo stato indebolito. Nell’estate del 2012 una mostra d’arte a La Marsa, un sobborgo benestante di Tunisi, ha provocato l’ira dei salafiti. Un gruppo di loro ha distrutto la mostra e ha costretto il governo a imporre un coprifuoco di tre giorni. Prima di ciò, la proiezione del film tunisino “Né Allah né Maestro” ha provocato attacchi alla sala dell’hotel Africa, una delle sedi migliori per assistere a film nel centro di Tunisi, inducendo il proprietario del cinema a chiudere permanentemente la sala. Più gravi sono stati gli attacchi salafiti contro l’ambasciata USA, nel sobborgo di Soukra, sulla via per Cartagine e Sidi Boud Said e alla scuola statunitense, vicino all’ambasciata, che serve le famiglie degli espatriati e i tunisini ricchi, offrendo istruzione dall’asilo alle superiori. Ciò è avvenuto come reazione all’orribile parodia cinematografica a proposito del profeta Maometto prodotta da un cristiano egiziano copto, cittadino statunitense, e pubblicata su Youtube. Il complesso relativamente nuovo dell’ambasciata è costruito come una fortezza, rendendo difficile penetrarvi. Anche così, gli aggressori della struttura si sono fatti beffe delle forze dell’ordine tunisine che sono sembrate più i poliziotti di Keystone, istericamente divertenti dell’era del muto, che corpi ben disciplinati, addestrati al controllo della folla. Gli aggressori hanno incendiato parte dell’ambasciata mentre un altro gruppo di salafiti ha fatto irruzione nella scuola statunitense di Tunisi, distruggendola, saccheggiando computer e altre attrezzature d’ufficio prima di incendiare l’edificio, rendendolo inutilizzabile.
Conclusioni
Tutte queste svolte repentine, la confusione nella dirigenza di vertice e le frustrazioni della massa per ritmo lento dei risultati della rivolta e del rovesciamento del vecchio regime, non hanno contribuito a stabilizzare la situazione. Semmai, l’introduzione della politica delle libere elezioni ha dato agli estremisti una possibilità nuova di esprimersi e di tentare di imporre nuovi standard morali. Tuttavia quanto più è instabile la situazione, tanto più la società civile tunisina si rivolterà contro il governo attuale e cercherà una dirigenza alternativa. Dopotutto la popolazione ha superato la propria paura di quelli al potere, ha scoperto una nuova dignità nell’azione collettiva e ha affermato il proprio diritto a esprimersi liberamente. Nell’ombra c’è il capo della transizione, l’ottuagenario Béji Caid el-Sebsi, che ha tentato di mettere insieme una vasta coalizione di seguaci di Bourguiba e di ex membri del partito di Ben Ali, il RCD, che avevano detenuto posizioni minori ma che sanno come organizzare uno stato. Se non riuscirà a organizzare una coalizione elettorale, ci sono altri, ai margini, desiderosi di buttarsi nella mischia e creare una terza via. Ci sono molti proprietari della classe media nel paese che non vogliono altro che una maggiore stabilità e la possibilità di rinvigorire l’economia in modo da potersi arricchire di nuovo. Potrebbero avere successo nelle prossime elezioni e potremmo assistere agli inizi di una transizione più ordinata a una Tunisia nuova. Il paese ha molte persone di talento che sanno come ottenere che le cose siano fatte. Attendono che il loro talento sia guidato e messo all’opera. Qualsiasi cosa accada dobbiamo ricordare che la transizione post-rivoluzionaria sarà accidentata e piena di sorprese. Dopo aver osservato gli sviluppi della Tunisia per più di mezzo secolo, sono convinto che i tunisini risolveranno i propri problemi e ricreeranno uno stato funzionante. Ma ci vorrà tempo per riuscirci.
Stuart Schaar è professore emerito di Storia del Medio Oriente al Brooklyn College, Università della Città di New York. E’ coautore di ‘The Middle East and Islamic World Reader’ (New York: Grove Press, 2003). [Antologia del mondo mediorientale e islamico]. E’ co-curatore, con il professor . Mohsine El Ahmadi dell’Università di Marrakech ‘Creation of the Arab Citizen’ [Creazione del cittadino arabo] che sarà pubblicato in seguito quest’anno da Interlink Publishers di Northampton, MA.
Risorse bibliografiche
Per informazioni sul contesto vedere due dei miei scritti sulla rivolta tunisina: “Epilogue” e “Arab Dictatorship Under Fire in the New Information Age” [La dittatura araba sotto il fuoco nella nuova era dell’informazione] contenuti in ‘The Middle East and Islamic World Reader’ [Antologia del mondo mediorientale e islamico] a cura di Marvin Gettleman e Stuart Schaar, (terza edizione, New York: Grove Press, 2012) pagg. 353-357 e 378-381; “Democracy Triumphs in Tunisia’s First Elections’ [La democrazia trionfa nelle prime elezioni libere in Tunisia], The Economic and Political Weekly (Mumbai, India) Vol. XLVI, 47.
* Orlando Figes, A People’s Tragedy: The Russian Revolution, 1891-1924 (Penguin Books, 1998). [La tragedia di un popolo: la Rivoluzione Russa, 1891-1924]
* Vedere Georges Rude, The French Revolution: Its Causes, Its History, and Its Legacy After 200 Years (New York: Grove Press, 1994) [La Rivoluzione Francese: cause, storia e eredità dopo 200 anni] * Vedere John Schrecker, The Chinese Revolution in Historical Perspective (2nd ed., Westport, CT: Praeger, 2004). [La Rivoluzione Cinese in prospettiva storica] * Per una visione di lungo termine della rivolta tunisina vedere Gilbert Achcar, “The Bouazizi Spark: The Beginning of a Long Revolutionary Process,” [La scintilla Bouazizi: l’inizio di un lungo processo rivoluzionario] Alakhbar inglese, 10 gennaio 2012, una conferenza tenuta a Sidi Bouzid, Tunisia, il 18 dicembre 2011.
* William Kornhauser, Politics of Mass Society (London: Routledge, 2010) [Politica della società di massa] . Kornhauser, scrivendo in origine nei tardi anni ’50, sostenne che le società di massa hanno deboli strutture di intermediazione tra le masse e lo stato, il che le rende vulnerabili al controllo autoritario/totalitario, ma questa condizione rende anche queste società disponibili alle mobilitazioni per determinati fini. Jack A. Goldstone, che ha scritto estesamente a proposito delle rivoluzioni comparative, conclude che nel mondo arabo “vaste popolazioni di giovani disoccupati o sotto-occupati sono vulnerabili alla radicalizzazione e al reclutamento in movimenti insurrezionali.” The New Population Bomba: Large Cohorts of Educated, Unemployed Youths [La nuova bomba demografica: vaste generazioni di giovani istruiti disoccupati], The Key Reporter (Phi Beta Kappa Magazine), primavera 2011; 6.
* Hobsbawn commentava il suo libro ‘The Age of Empires: A History of the World, 1914-1991’ [L’età degli imperi: una storia del mondo, 1914-1991] (New York: Vintage Books, 1996).
* Secondo il decano della Facoltà di Manouba, Habib Khaznadar, i salafiti avevano quattro richieste: il diritto a indossare veli; uno spazio per pregare; la fine dell’istruzione mista e docenti femmine per le studentesse. Vedere Stephane Kovacs, ‘Tunisie: Heurts entre salafistes et laiques’, Le Figato, 5 dicembre 2011.
* Per un esame dell’eredità di Bourguiba, vedere Michel Camau e Vincent Geisser, curatori, ‘Habib Bourguiba: La trace et l’heritage’ (Aix-en-Provence: Karthala, 2004).
* Vedere Abdou Filali Ansari, ‘State, Society and Creed: Reflections on the Maghreb’ [Stato, società e credo: riflessioni sul Maghreb], in Amyn B. Sojoo (a cura di), ‘Civil Society in the Muslim World: Contemporary Perspectives’ [La società civile e il mondo mussulmano: prospettive contemporanee] (Londra e New York: I.B.Tauris, 2002), pagg. 294-318 per una discussione sul ruolo della società civile nell’agire come forza indipendente nel Maghreb.
* ‘Les Blogs: Regard croisés’, 29 giugno 2011, in associazione con Tribune de Genéve.
* Per una visione comparativa, vedere Seyyid Vali Reza Nasr, ‘The Rise of Islamic Capitalism: Why the New Muslim Middle Class Is the Key to Defeating Extremism’ [L’ascesa del capitalismo islamico: perché la nuova classe media mussulmana è la chiave per sconfiggere l’estremismo] (New York, The Free Press, 2011).
* “Nel mondo arabo è stata liberata l’energia, il dinamismo e l’intelligenza della generazione più giovane, dopo essere stata sbarrata da un sistema che l’ha minacciata con disprezzo e che ha concentrato il potere nelle mani di una generazione molto più anziana. Usciti apparentemente dal nulla, i giovani del mondo arabo hanno acquistato fiducia, sicurezza e un coraggio che hanno fatto tremare timorosi regimi di stato di polizia che un tempo sembravano invincibili.” Rachid Khalidi, ‘Preliminary Historical Observations on the Arab Revolutions of 2011’ [Osservazioni storiche preliminari sulle rivoluzioni arabe del 2011] (Jadaliyya, 21 marzo 1011, 1.2).
* Per una visione più pessimista della mia circa il presente e il futuro della Tunisia, vedere Ann Wolf e Raphael Lefévre ‘Revolution Under Threat: the Challenges of the ‘Tunisian Model’” [Rivoluzione minacciata: le sfide del ‘Modello tunisino’] The Journal of North African Studies, vol. 17, No.3, giugno 2012: 559-563. Madawi Al-Rashed, nel recensire il libro di Jean-Pierre Filiu ‘The Arab Revolution: Ten Lessons from the Democratic Uprising’ [La rivoluzione araba: dieci lezioni dalla sollevazione democratica] critica l’autore per non aver cercato di considerare le rivolte arabe “attraverso il prisma di un processo storico di lunga durata”. ‘A history still in the making’ [Una storia ancora in costruzione] Times Higher Education, 29 settembre 2011: 60.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Fonte: http://www.zcommunications.org/whither-the-tunisian-citizens-revolt-by-stuart-schaar
Originale: Portside
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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Non credo che un forte stato centralizzato sia la ricetta per un ordine reale e duraturo. Forse uno stato del genere può garantire sicurezza agli investitori e magari anche un rifiorire economico, che è un’altra cosa, utile ma un’altra cosa. Ancora una volta, secondo me, il problema è culturale. Quando si sarà consolidata una consapevolezza critica di tutti gli elementi della primavera tunisina, e la popolazione avrà preso coscienza anche del ruolo storico che ha avuto ed ha, allora si formerà quella coscienza politica e sfaccettata che è alla base dell’ordine civico e del progresso economico sostenibile. Altrimenti si potrà andare solo a caccia di capi da provare fino a trovare il più accettabile e vedere cosa succede.