India: la violenza contro le donne e la Bibbia di Bhagwat

Redazione 16 gennaio 2013 1
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"Quando è troppo è troppo! Basta con gli stupri e le violenze contro le donne."

 

Di Badri Raina – 15 gennaio 2013

[Nota: Mohan Bhagwat è il capo della destra hindu del RSS]

E’ un tale sollievo sapere finalmente perché e dove hanno luogo gli stupri in questa terra della religione eterna [‘Sanaatan’ nell’originale –n.d.t.]

Hanno luogo a causa dell’influenza “occidentale” e hanno luogo in “India”, non in “Bharat”.

Per chiarire: l’”India” è dove gli stupri avvengono; il “Bharat” è dove non avvengono. Per inciso, in Bharat non avvengono stupri bensì “balatkar”[‘stupro’ in hindi – n.d.t.]; e non è la stessa cosa, vero?

Così, per i non esperti, potrebbe essere posta la domanda: le migliaia di donne dalit, contadine, donne adivasi all’esterno per raccogliere legna da ardere o a prendere l’acqua, donne per un’urgenza naturale all’aperto, donne che osano sottrarsi alla tradizione nell’entroterra, ragazze che osano recarsi alla scuola di villaggio arrancando attraverso distanze minacciose, donne che abitano nei bassifondi all’esterno dei confini delle città e che sono regolarmente sottoposte a stupri, vivono in India o in Bharat? E il tutto senza nessuno dei rimedi che possono occasionalmente essere disponibili per le donne che sono stuprate in “India”, visto che nel Bharat è difficile trovare una thana [stazione] della polizia cui rivolgersi, o un’organizzazione sociale presso la quale trovare rifugio, o un ospedale o un operatore della sanità che potrebbe registrare e riferire tali stupri. E naturalmente nessuna influenza “occidentale”. Solo uno “sviluppo” in espansione, pieno di baroni della rapina predatori protetti da alti dirigenti pieni di buoni valori del Bharat.

Poi c’è la pretesa che le donne siano tradizionalmente tanto onorate e sicure in Bharat. Considerate come nel Ramayana fu onorata Shrupnakha, alla quale fu tagliato il naso per aver espresso una preferenza amorosa; come nel Mahabharata fu similmente onorata Dhrupadi, prima puntata dal marito adarsh in un gioco d’azzardo e poi allegramente spogliata dalla banda dei maschi, tutti uomini di famiglia amici, che l’avevano vinta ai dadi; o come le donne in un “Bharat” predominante erano allora onorate costringendole a salire sulla pira funebre del marito defunto; o come erano messe al sicuro facendole normalmente sposare bambine, prima che fossero in età da marito; o come erano propiziate da “grah lakhshmis” che ciò nonostante avevano il privilegio di mangiare per ultime e di mangiare poco; come venivano bruciate se la loro dote era insufficiente; o come, più di recente, fossero uccise nel ventre per essere totalmente e ab initio al sicuro dal mondo esterno. E, complessivamente, sottoposte alle così nobilitanti leggi di Manu. Il tutto in tempi in cui non si sapeva granché del mondo “occidentale” che, va segnalato, quanto al rispetto per le donne era tanto illuminato quanto il Bharat sinteticamente descritto più sopra.

Ora questo squallido mondo “occidentale”: come la destra della religione eterna del Bharat adora le sue merci e i suoi servizi, le sue tecnologie, la sua finanza, le sue industrie, il suo impulso al dominio, il suo militarismo maschilista, le sue economie di mercato e gli imbrogli e la corruzione che le accompagnano, ma come aborre le sue concomitanti storie di democrazia, libertà e uguaglianza! Ergo, come direbbe la Bibbia hindu della destra, dateci il vostro capitalismo, dateci i vostri smartphone, dateci l’industria pubblicitaria spregiudicatamente priva di etica, ma lasciateci la nostra cultura Bharatya al centro della quale c’è la nari in catene prigioniera di una pletora di lakshman rekhas. Lasciatela continuare a essere il baluardo della famiglia e del patriarcato, mentre i maschi Bharatya vanno alla conquista del mondo.

La pura e semplice realtà è che, improvvisamente, i costruttori dei miti preistorici dell’India non hanno più una base su cui reggersi. Troppo a lungo hanno parlato contraddicendosi da ambo i lati di una bocca ipocrita. Affermano di appoggiare le quote per le donne in parlamento e nelle assemblee legislative, per non parlare di panchayats e dei gram sabhas, cioè il loro ruolo nelle decisioni sociali e governative, adulano le donne straniere di origini indiane che compiono atti eroici da cittadine di altri paesi (come Kalpana Chawla o Sunita Williams), non contestando mai quello che indossano o con chi si accompagnano, ma non vogliono nessuna donna in patria che sia sé stessa in ciò che indossa, dove va, a che ora del giorno o della notte, con chi si accompagna, che opinioni ha o esprime, o che possa osare di contrastare il controllo soffocante della famiglia, delle tradizioni, del  maryada [costumi di rispettabilità sociale – n.d.t.], o  che possa ritenere lo stato patriarcale responsabile di garantirle libertà di movimento, la libera scelta della propria mobilità personale, sociale ed emotiva. Presumibilmente si aspettano anche che ogni donna di successo negli uffici, nelle imprese, nelle amministrazioni statali, nelle istituzioni educative tenga sempre presente di attenersi a ciò che i suoi padri, mariti o fratelli riterrebbe meglio per lei. E quando i padri, mariti, fratelli o un assortimento di altri affini le stuprano, il maryada ingiunge loro di non rendere pubblica la cosa. E solo per memoria: il 92%, o circa, degli stupri in questa terra di etica e onore, è perpetrato all’interno dei nuclei famigliari. Per non parlare dei milioni di donne vergognosamente analfabete e prigioniere che, nonostante ciò, sono costrette a lavori produttivi nei campi, nelle fabbriche o nelle catene di negozi a salari molto inferiori a quelli di assunzione degli uomini. Sono innominabile caccia libera per qualsiasi maschio sia preso dall’uzzolo.

Si consideri questo: l’Induismo è la sola fede organizzata a livello mondiale che ha una dea della ricchezza (Lakshmi) che è vigorosamente venerata ogni giorno del Diwali [festa delle luci] per ottenerne doni considerevoli. Tuttavia le donne dell’India possiedono sì e no il 2% del patrimonio nazionale e ancor meno hanno conti bancari.

Mentre scrivo, un eminente uomo di Dio, di nome Asaram, che ha legioni di seguaci, tra cui, significativamente, legioni di donne, del tipo di quelle normalmente presentate nelle telenovele indiane – sistemate tra gli agi, splendidamente adornate e immerse in forme di rituali e superstizioni trasmesse loro dal patriarcato – ha affermato che la giovane donna il cui recente stupro brutale e la successiva morte sono ora nell’occhio del ciclone, dopotutto poteva essere da biasimare per il suo destino. Se avesse ricevuto il “diksha” (iniziazione religiosa conferita da un “guru”) sarebbe stata in grado di mormorare un mantra nella sua situazione difficile che le avrebbe evitato l’incontro fatale. Immaginate la quantità di lavoro inutile che ciò risparmierebbe, se fosse adottato come politica nazionale, ai tutori dell’ordine e alla magistratura. In effetti egli ha proseguito affermando che se soltanto lei avesse preso per il polso uno degli aggressori e lo avesse chiamato fratello, e avesse fatto appello agli altri “fratelli” perché venissero in suo aiuto, essendo una “abla” (debole e con diritto alla protezione maschile, com’è la costituzione tradizionale delle donne), forse fosse caduta ai loro piedi, non sarebbe accaduto nullo di ciò che è successo.  E, se avete seguito la cosa, la sua più fiera difesa è venuta da una delle sue più eloquenti devote femmine.

Ciò è avvenuto immediatamente dopo ancora un altro discorso, questa volta sulla natura del matrimonio, dello stesso Shri Bhagwat del RSS: il matrimonio, è la sua opinione, è un “contratto” in cui la moglie accetta di garantire il piacere al marito e il marito, in cambio, accetta di dar da mangiare e di garantire la sicurezza della moglie. […]

Splendidamente, tuttavia, c’è una nuova turbolenza in corso nell’India post-indipendenza, dove i residui che permangono del Bharat – e sono tuttora infiniti – sono quotidianamente sottoposti a tentativi di elevazione a un futuro di ragione, dignità e uguaglianza; una turbolenza che in modo molto rincuorante è ora dominata e sostenuta da una nuova generazione di giovani maschi che non si sono fatti ingannare dalle formule insostenibili e oppressive del passato. Splendidamente, anche, alcune donne vittime di stupri di gruppo oggi si esprimono audacemente e pubblicamente su alcuni canali mediatici, parlando delle loro traversie con la propria voce e, più significativamente, rifiutando di presentarsi meramente come vittime sopraffatte dal genere di vergogna e obbrobrio che i patriarchi vorrebbero che esse provassero. Ciò indica veramente una nuova conoscenza della storia sociale e di genere dell’India, una conoscenza che sembra destinata a permanere. E tutto ciò contro la resistenza di una destra con le spalle al muro di entrambe le comunità principali (si noti che Abu Azmi del Partito Samajwadi ha affermato di non trovare nulla di sbagliato in quanto ha detto Bhagwat; come questi apparenti opposti sono in fondo la stessa cosa! Nessuna meraviglia che gli omicidi “d’onore” avvengano a cavallo di entrambe le comunità, con uguale convinzione in termini di misoginia e patriarcato) in un’India che è denunciata di più ogni giorno che passa.

Ed è questo, anche, il motivo per cui il suggerimento di Shisha Tharoor [sic – probabilmente Shashi Tharoor – n.d.t.] è da sottoscrivere con entusiasmo, cioè che sono gli aggressori che dovrebbero provare vergogna e non le vittime; la giovane morta che è stata la catalizzatrice della svolta storica attuale nella consapevolezza deve essere onorata citandone il nome e intitolando a lei le nuove leggi in fase di esame. In effetti, se la giurisprudenza attualmente non consentisse una simile eccezione ai titoli delle leggi, allora dovrebbero essere introdotte modifiche. Si sollecita questo nella convinzione che decisioni simboliche simili da parte degli stati-nazione possono spesso avere conseguenze di vasta portata nel rimodellare modi di pensare ereditati. Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-bible-according-to-bhagwat-by-badri-raina

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 16 gennaio 2013 alle 18:53 - Reply

    La brutalità dell’arroganza capitalista emergente in paesi come l’India non fa che accentuare la visione patriarcale e dispotica. La competizione sfrenata che questi maschi di uomo stanno assaggiando come modello li renderà ancora più aggressivi. La legittimazione religiosa e statale promettono solo tenebre nel futuro di questi popoli. Il mondo occidentale non ce la farà a mettere da parte gli affari per pretendere giustizia e uguaglianza.

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