di David Swanson – 13 gennaio 2013
Secondo una teoria, le relazioni USA-Iran sono iniziate intorno al novembre 1979, quando una folla di folli religiosi irrazionali s’impossessarono con la violenza dell’ambasciata USA in Iran, presero in ostaggio i dipendenti, li torturarono e li tennero prigionieri fino a quando non furono costretti a liberarli per la paura dell’arrivo di un nuovo sceriffo a Washington, un uomo di nome Ronald Reagan. Da allora a oggi, secondo questa teoria popolare, l’Iran è stato governato da un branco di pazzi sub-umani con i quali le persone razionali non possono parlare neppur volendo. Questi mostri capiscono solo la forza. E c’è mancato poco che sviluppassero e usassero armi nucleari contro di noi, già da decenni. C’è mancato poco, vi dico!
Secondo un’altra teoria – una bizzarra piccola nozione alla quale mi piace riferirmi come alla “storia verificabile” – la CIA, operando da quell’ambasciata USA di Teheran nel 1953, malignamente e illegalmente rovesciò un governo parlamentare relativamente democratico e liberale e, con esso, l’”uomo dell’anno” del 1951 della rivista Time, il primo ministro Mohammad Mossadeq, perché Mossadeq insisteva che la ricchezza petrolifera dell’Iran arricchisse gli iraniani e non le imprese straniere. La CIA installò una dittatura retta dallo Scià di Persia, che divenne rapidamente una fonte di grandi profitti per i fabbricanti statunitensi di armi, e la sua nazione un campo di sperimentazione per tecniche di sorveglianza e violazioni dei diritti umani. Il governo statunitense incoraggiò lo sviluppo, da parte dello Scià, di un programma energetico nucleare. Ma lo Scià impoverì e si rese ostile il popolo dell’Iran, compresi centinaia di migliaia di cittadini istruiti all’estero. Una rivoluzione laica filodemocratica rovesciò in modo non violento lo Scià nel gennaio del 1979, ma fu una rivoluzione senza un leader né un programma di governo. Fu cooptata dalle forze religiose di destra guidate da un uomo che finse per qualche tempo di favorire le riforme democratiche. Il governo statunitense, operando da quella stessa ambasciata detestata da molti in Iran dopo il 1953, esplorò modi possibili per mantenere al potere lo Scià, ma alcuni nella CIA operarono per agevolare quella che consideravano la miglior seconda scelta: una teocrazia che avrebbe sostituito con il fanatismo e l’oppressione religiosa le rivendicazioni populiste e nazionaliste. Quando l’ambasciata USA fu attaccata da una folla disarmata nel novembre successivo, immediatamente dopo l’annuncio pubblico dell’arrivo dello Scià negli Stati Uniti, e con la diffusione a Teheran del timore di un altro colpo di stato diretto dagli Stati Uniti, un sit-in di due o tre giorni fu cooptato, come lo era stata la rivoluzione, da mullah con collegamenti con la CIA e un programma estremamente antidemocratico. Essi raggiunsero in seguito un accordo con gli Stati Uniti, come hanno ben documentato Robert Parry e altri, per mantenere in corso la crisi degli ostaggi fino a quando Carter perse le elezioni presidenziali del 1980 a favore di Ronald Reagan. Il governo Reagan rinnovò segretamente le vendite di armi alla nuova dittatura iraniana, nonostante la sua posizione pubblica contraria agli Stati Uniti e senza preoccuparsi del loro fervore religioso più di quanto se ne preoccuparono di quello dei futuri leader di al-Qaeda che avrebbero passato gli anni ’80 a combattere i sovietici in Afghanistan, con armi statunitensi. Al tempo stesso, l’amministrazione Reagan concluse analoghi accordi lucrosi con il governo di Saddam Hussein in Iraq, che aveva lanciato una guerra contro l’Iran e la proseguì con il sostegno statunitense per tutta la durata della presidenza Reagan. I folli investimenti militari negli Stati Uniti, decollati con Reagan e di nuovo con George W. Bush, e continuano tuttora, hanno reso la nazione iraniana – che afferma la sua seria indipendenza dal dominio statunitense – bersaglio di minacce di guerra di sanzioni e terrorismo concreti.
A Ben Affleck la rivista Rolling Stone ha chiesto “quale pensi sarà la reazione iraniana?”, riferendosi al fil di Affleck Argo che rappresenta una storia parallela di sei dipendenti dell’ambasciata che, nel 1979, riuscirono a evitare di essere presi in ostaggio. Affleck, mescolando frammenti di verità e mitologia, proprio come nello stesso film, ha risposto:
“Chi CAZZO lo sa … chi sa se ci sarà una reazione? E’ lo stesso regime stalinista oppressivo che c’era quando furono presi gli ostaggi. Fu un’azione senza capo né coda. Quello che è interessante è che la gente in seguito ha immaginato che Khomeini avesse semplicemente usato gli ostaggi per consolidare il potere all’interno ed emarginare i moderati, e tutti negli Stati Uniti si chiedevano “Cosa cazzo non va con questa gente?”. Sai, “Cosa vogliono da noi?”. Era perché la cosa non riguardava noi. Riguardava la presa di Khomeini sul potere e la sua possibilità di dire ai suoi oppositori, e ne aveva molti, “Siete con noi o siete con gli statunitensi”, il che, ovviamente, è una tattica che funziona davvero bene. Quella rivoluzione era una rivoluzione studentesca. C’erano studenti e comunisti e laici e mercanti e islamisti. E’ solo che Khomeini lentamente se n’è fottutamente impadronito.”
L’assalto all’ambasciata è un’azione che, a posteriori, virtualmente nessuno approverebbe, ma affermare che fu senza capo né coda richiede una voluta ignoranza dei rapporti Iran-USA. Affermare che nessuno sapeva cosa volessero i rapitori degli ostaggi richiede la cancellazione dalla storia delle loro chiare richieste che lo Scià fosse restituito per essere sottoposto a processo, che il denaro iraniano nelle banche statunitensi fosse restituito all’Iran e che gli Stati Uniti s’impegnassero a non interferire più con la politica iraniana. In realtà, non solo tali richieste furono chiaramente avanzate, ma furono anche richieste quasi indiscutibilmente sensate. Un dittatore colpevole di omicidi, torture e innumerevoli altri abusi avrebbe dovuto essere processato e, per farlo, doveva essere estradato, come richiesto dai trattati. Il denaro appartenente al governo iraniano sotto una dittatura avrebbe dovuto essere restituito a un nuovo governo iraniano e non intascato da una banca statunitense. E per una nazione accettare di non interferire con la politica di un’altra è semplicemente accettare di attenersi alle più fondamentali prescrizioni delle relazioni internazionali.
Argo dedica pressappoco i suoi primi due minuti ai precedenti del 1953 del dramma del 1979. Sbattete le palpebre e li perderete, come scommetto farà la maggior parte degli spettatori. Per una comprensione più ricca di ciò che stava accadendo in Iran nei tardi anni ’70 e nei primi anni ’80 ho una raccomandazione migliore che assistere ad Argo. Per un’epica davvero magnifica, io incoraggio fortemente a prendere possesso dell’imminente capolavoro di M. Lachlan White, intitolato Waking up in Tehran: Love and Intrigue in Revolutionary Iran [Risveglio a Teheran: amore e intrighi nell’Iran rivoluzionario], in uscita questa primavera. Constando di ben più di 300.000 parole, o di circa 100.000 in più di Moby Dick, Waking Up in Tehran sono le memorie di Margot White, un’attivista statunitense per i diritti umani che nel 1977 divenne un’alleata di gruppi studenteschi iraniani favorevoli alla democrazia, visitò l’Iran, appoggiò la rivoluzione, incontrò i rapitori degli ostaggi dell’ambasciata, divenne una figura pubblica, collaborò con la resistenza curda quando il nuovo regime attaccò i curdi in quanto infedele, sposò un iraniano e fu in casa a Teheran con suo marito quando rappresentati armati del governo alla fine abbatterono la sua porta. Non dirò cosa succede dopo. Questo libro vi trasporterà nel mondo di un romanzo avvincente, ma ne emergerete con un’istruzione politica, culturale e persino linguistica. E’ un’avventura d’azione che, in effetti, potrebbe diventare un film eccellente, o persino una trilogia. E’ anche un documento storico.
Ci sono sezioni in cui la White riferisce conversazioni con i suoi amici e colleghi in Iran, comprese le loro ipotesi su chi fosse dietro quell’intrigo governativo. Alcune di tali ipotesi mi colpiscono come necessitanti di un più serio sostegno. Mi colpiscono anche come utili per capire i punti di vista degli iraniani dell’epoca. Se avessi dovuto rivedere il libro, avrei potuto inquadrarle un po’ diversamente, ma non le avrei tralasciate. Non avrei cancellato nulla. Questa è una lettera d’amore di qualche centinaio di pagine di una donna a suo marito e di un’attivista all’umanità. E’ intensamente romantica e di un’onestà di ferro. Comincia nel 1977.
Il 15 novembre 1977 alla Casa Bianca, il nostro presidente dei diritti umani, Jimmy Carter, stava tenendo una conferenza stampa all’aperto con il suo buon amico, lo Scià. La polizia usò spray al peperoncino contro i dimostranti, tra cui Margot White, di fronte alla Casa Bianca. Ma poi il vento cambiò. Carter e lo Scià finirono in lacrime mentre le loro mogli fuggivano all’interno. Più tardi, quel giorno, la White e un suo amico iraniano furono aggrediti con un coltello, inseguiti da spie e occupati a nascondere dalle forze pro-Scià, ansiose di identificarli, i portafogli dei dimostranti contro lo Scià in un ospedale del Distretto di Washington. A dicembre la White fu in Iran a incontrare l’opposizione, tra qui i sostenitori di Mossadeq un quarto di secolo prima. Apprese la dimensione e la forza del movimento e arrivò a capirne il potere di rovesciare lo Scià meglio di quanto lo compresero il governo di Washington e i media statunitensi. Durante la sua permanenza la White fu sorvegliata dalla polizia segreta dello Scià, la SAVAK.
Nel 1978 la White parlò in Europa e negli Stati Uniti della rivoluzione che stava montando e della certezza dei suoi membri che lo scià sarebbe stato deposto. Ritornò in Iran. Incontrò gli avidi statunitensi del paese che ritenevano lo Scià sicuro sul suo trono. Incontrò l’opposizione, compreso il nipote di Mossadeq, che riteneva che lo Scià fosse condannato e che considerava laica la rivoluzione. Considerava i mullah un pericolo e una forza suscettibile di essere manipolata dagli Stati Uniti.
La White era controllata e inseguita dalla SAVAK. La NSA [l’Agenzia della Sicurezza Nazionale] (sì, quella con sede nel Maryland) aveva intercettato l’intero paese (sì, l’Iran), un abuso che successivamente sarebbe tornato a casa, negli Stati Uniti, come fa questo genere di cose. La White incontrò vittime delle torture. Visitò Eagle City, una colonia del complesso militare industriale statunitensi e le mogli e i figli che vi risiedevano. Incontrò molti attivisti del movimento rivoluzionario che, tutti, nell’estate del 1978 consideravano laico il movimento. Nessuno tirava mai in ballo l’Ayatollah Khomeini e se lei lo citava (reagendo al suo rilievo nei media statunitensi) non gli attribuivano alcuna importanza. La White ha descritto così lo stato della copertura mediatica statunitense:
“L’immagine del ‘monarca benigno’ stava rapidamente svanendo mentre veniva diffusamente denunciata la realtà dello stato di polizia di Pahlavi. Sfortunatamente, nonostante ciò, i manifestanti iraniani erano descritti come ‘orde’, anziché come i cittadini coraggiosi, disarmati, sfiniti e decisi che erano. Le loro richieste di giustizia sociale e di partecipazione politica erano raramente citate, lasciando l’impressione che le proteste fossero prive di senso e inspiegabili, una specie di ‘reazione esagerata’ agli ‘eccessi’ dello Scià.”
Il movimento era rappresentato come islamico. La White cita la reazione di uno dei suoi amici all’epoca:
“Pensiamo che sia una decisione consapevole, di numerose fonti. Fa sembrare ‘anti-occidentale’ la Rivoluzione, anziché ‘contro lo Scià e gli USA’. Oscura il significato della responsabilità di Washington riguardo dalla maggior parte della repressione in Iran. La fa sembrare un movimento ‘ideologico’, invece che politico, come se gli iraniani avessero un qualche problema astratto, filosofico con la ‘cultura’ occidentale, anziché avere problemi molto concreti di scrittori in carcere, adolescenti torturati, e la condanna di milioni di bambini e una morte precoce per mancanza di acqua pulita!”
La White apprese che il consigliere capo di Khomeini, durante il suo esilio a Parigi, era un cittadino statunitense nato in Iran, il dottor Ibrahim Yazdi, un amico stretto di Richard Cottam della CIA.
Arrivati al gennaio del 1979, lo Scià se n’era andato e quella primavera la White tornò in Iran dove Khomeini stava consolidando il suo potere e rivolgendosi contro il movimento che aveva rovesciato lo Scià. Ci furono grandi manifestazioni nella Giornata della Donna e nella Festa del Lavoro e nell’anniversario della morte di Mossadeq. Quando uno dei più diffusi giornali dell’Iran riferì che la Repubblica Islamica era governata da uomini con collegamenti con la CIA, il governo chiuse il giornale. Mise al bando i gruppi a favore della democrazia che avevano guidato la rivoluzione. Inviò aerei di fabbricazione statunitense a bombardare il Kurdistan. Attivisti cominciarono a organizzarsi all’interno dell’esercito iraniano per opporsi agli ordini di attaccare i curdi.
Dopo la presa dell’ambasciata, a novembre, una folla di giornalisti, molti nuovi all’Iran, si radunò giornalmente all’esterno dei cancelli. La White parlò con alcuni di loro e cercò di aggiornarli sul passato e il presente dell’Iran. Loro la incoraggiarono, in quanto statunitense che viveva in Iran, a tenere una conferenza stampa e a manifestare i suoi punti di vista. Lei lo fece e affluirono centinaia di giornalisti. Ella segnalò che gli studenti avevano affermato di essersi impadroniti dell’ambasciata per protestare contro l’attuale, non solo la passata, presenza e interferenza della CIA. Ella segnalò le “telecamere sofisticate, la tecnologia di sorveglianza e le attrezzature radar” trovate nell’ambasciata, fotografate e rese pubbliche. Affermò che gli iraniani avevano un buon motivo per non volere “una ulteriore presenza della CIA nel proprio paese, avendo sofferto anni di oppressione politica, torture e sorveglianza messe in atto nel loro paese dalla polizia di stato, SAVAK, addestrata dalla CIA.”
Le dichiarazioni della White conquistarono le prime pagine dell’International Herald Tribune e fecero notizia in tutto il mondo. Il giorno successivo, Walter Annenberg, un ricco sostenitore dei Repubblicani, fece pubblicare un annuncio pubblicitario a tutta pagina sul New York Times denunciandola. In quello stesso giorno gli studenti dell’ambasciata chiesero di incontrarla.
La White fu ammessa nell’ambasciata, dove incontrò gli studenti ma non gli ostaggi. Alcuni degli studenti avevano studiato negli Stati Uniti e amavano molto gli Stati Uniti, ma non l’interferenza del loro governo in Iran. Durante l’incontro con gli studenti un mullah entrò per poco tempo nella stanza. Egli esercitava chiaramente un’autorità sugli studenti senza realmente ottenerne la lealtà. Il rapporto è coerente con il fatto che i mullah avessero cooptato un’iniziativa non avviata da loro. Gli studenti dissero alla White che volevano che lo Scià fosse estradato per essere sottoposto a processo. Volevano che fossero restituiti i fondi. Diedero alla White alcuni dei molti documenti che stavano ricomponendo dopo che erano stati triturati dal personale dell’ambasciata. In Argo vediamo fotografie ricomposte dei sei dipendenti fuggiti. In Waking Up in Tehran apprendiamo che i documenti consegnati alla White comprendevano piani statunitensi per portare lo Scià negli Stati Uniti tre mesi prima che fosse effettivamente portato là per cure mediche, e documentavano anche la presenza della CIA nell’ambasciata.
I rapitori degli ostaggi, nel racconto della White, erano, tra altre cose, una versione anticipata di WikiLeaks. “Continuarono a pubblicare documenti ricostruiti dell’ambasciata, producendo alla fine 54 volumi di prove che gli operativi della CIA avevano … manipolato, minacciato e corrotto leader mondiali, manipolato elezioni all’estero, sequestrato sistemi politici locali, avevano rimescolato governi stranieri come mazzi di carte, sabotato concorrenti economici, assassinato a volontà leader regionali, nazionali e tribali, disegnato coreografie di diplomazia tra stati come se si fosse trattato di commedie scadenti.”
La White stessa era diventata una storia giornalistica. Incappò in “una mia foto a grandezza naturale vicino ai cancelli di fronte all’ambasciata USA, con un aspetto piuttosto confuso, il pugno alzato in alto in modo goffo. Mi sentii imbarazzata, se non altro perché era stato un giornalista statunitense a chiedermi di mettermi in quella posa. Chiesi all’impiegato da dove arrivasse quella roba. Mi disse che qualcuno aveva apparentemente ingrandito a grandezza naturale una foto di un giornale riportandola su manifesti che venivano diffusi in tutta Teheran, alle fermate degli autobus, nelle stazioni ferroviarie, nel Bazaar e in vari altri luoghi, in tutto lo spazio da piazza Shoosh, a sud, sino a Damavand. Chiesi al direttore di toglierli e lui acconsentì.”
Ho chiesto di Argo alla White e lei mi ha detto di averlo visto tre volte e di aver preso appunti. “Storicamente è peggio che approssimativa”, mi ha detto. “ Il ritratto degli studenti nell’ambasciata è molto sballato, come molte altre cose. Le impiccagioni pubbliche erano finiti molto prima del novembre 1979. Si erano verificate nel febbraio del 1979 e avevano colpito i livelli più alti della SAVAK. I sei statunitensi furono salvati nel gennaio 1980, quasi un anno dopo. Quelle cose non succedevano più. Esattamente l’opposto, era in atto la Resistenza.”
La White rileva difetti in altri dettagli: “Anche il suggerimento che gli studenti usassero ‘ragazzi’ o ‘bambini schiavi’ per ricomporre i documenti triturati dell’ambasciata è sbagliato. Lo facevano fare a studenti universitari e delle superiori, prevalentemente i loro fratelli e sorelle minori. I bambini dell’età mostrata [nel film] non sarebbero stati in grado di leggere il Farsi, figuriamoci l’inglese! Non c’è modo in cui dei bambini avrebbero potuto ricomporre quei documenti.”
La White si oppone alla rappresentazione generale degli iraniani comuni nel film: “Maggiormente preoccupante è la rappresentazione della gente del Bazaar che aggredisce gli statunitensi. Non sarebbe mai successo. Chiunque visitasse l’Iran sarebbe stato trattato da ‘ospite’. La tradizione dell’’ospite’ è così profonda nella cultura persiana – risalendo alle carovane della via della seta – da raggiungere dimensioni quasi assurde. Ma impedisce qualsiasi comportamento del genere di quello descritto nel Bazaar di Argo. Gli iraniani, diversamente dagli statunitensi, non incolpano le persone per le politiche dei loro governi. Gli uomini iraniani, in particolare, non avvicinerebbero ma una donna statunitense in quel modo, con tale aggressività, per parlare di politica. Potrebbero chiederle educatamente perché si trovi in Iran, cosa pensi del paese, e potrebbero addirittura offrirle del thè! Non si comporterebbero mai come descritto.”
“Analogamente, i colpi sui finestrini delle auto. Al contrario, il traffico era così denso a Teheran che contemporaneamente non potevano esserci folle nelle strade. Inoltre gli incendi delle auto erano terminati da tempo nel gennaio del 1980! In Argo vengono rappresentate folle che urlano ‘Abbasso lo Scià!’ molto tempo dopo che lo Scià era stato rovesciato. Le folle nelle strade erano, sempre più – come nel mio libro – della Resistenza!”
La White ha proseguito: “C’è un’altra presentazione preoccupante in Argo che io contesto, ma non ho modo di provarlo. E’ la scena che mostra le esecuzioni simulate. Dubito che sia successo. La ragione per cui ne dubito è che quando gli ostaggi furono rilasciati ebbero un’unica parata [ticker tape parade] (come segnalato nel mio libro) e poi virtualmente scomparvero; niente talk-show, niente interviste interminabili, niente giri di conferenze. Perché? Washington non avrebbe desiderato pubblicizzare le esperienze peggiori della loro vicenda? Se gli ostaggi fossero stati davvero sottoposti a quel livello di tortura, perché mantenere il silenzio al riguardo? A) L’accordo di Reagan con gli Ayatollah? B) Non furono torturati. La mia ipotesi è sia A, sia B. Gli studenti votavano le loro condotte. Erano un gruppo misto, ma la tortura era stata esclusa. Penso che le cose siano andate così. Il sequestro è, naturalmente, una violazione dei diritti umani. Ma la tortura è qualcosa di diverso. Di nuovo, comunque, non ho modo di provarlo definitivamente.”
Nella primavera del 1980 l’Iran cominciò a bombardare i curdi dell’Iran del nord con aerei fabbricati negli USA e i soldati cominciarono a disertare per passare con i curdi. L’esercito iraniano attaccò l’Università di Teheran, uccidendo studenti disarmati, facendo avanzare un piano per islamizzare i corsi di studio. La crisi degli ostaggi si trascinò. Il presidente Carter lanciò una missione di salvataggio che non riuscì.
“E’ interessante”, scrive la White, “che moltissimi sospettassero la verità anche se non erano in grado di provarla: che la situazione degli ostaggi era prolungata deliberatamente, e non dagli studenti all’interno bensì da quelle forze invisibili cui tipicamente ci si riferisce come a ‘loro’. Perché i negoziati duravano così a lungo? Gli studenti avevano continuato, naturalmente, a stampare e diffondere pubblicamente i documenti segreti dell’ambasciata, molti dei quali ricomposti, striscia per striscia dei fogli triturati. Rivelavano decenni di operazioni clandestine della CIA in tutta l’Eurasia e nel Medio Oriente, condotte principalmente da questa particolare ambasciata di Teheran; precisamente gli interventi e le atrocità contro i popoli del terzo mondo descritte nel libro di John Sotckwell. Rivelavano anche i collegamenti con la CIA di certi potenti religiosi iraniani, risalenti al colpo di stato del 1953 … Gli studenti cercavano audacemente pubblicità per le prove documentarie, ma i loro sforzi furono ripetutamente bloccati dal regime … Se tali prove documentarie esistevano e fossero state pubblicate, avrebbero distrutto nel giro di ventiquattr’ore la credibilità del regime al potere. Gli studenti furono sottoposti a ‘blackout’ giornalistici, e la cosa non meraviglia. I media occidentali, per la maggior parte, continuarono comunque a parlare dell’attacco all’ambasciata come di un’iniziativa del governo iraniano, qualcosa fatto dal regime, piuttosto che dai suoi critici o dagli “iraniani” nel loro complesso. I negoziati per risolvere la crisi avevano necessariamente luogo tra i due governi, rafforzando la percezione che il regime aveva avviato e avallato l’operazione, anziché cercare freneticamente di bloccarla in ogni occasione, temendo quanto sarebbe stato rivelato.”
La successiva richiesta insolita d’incontro ricevuta dalla White venne dal nipote di Khomeini. Lei accettò di incontrarlo. Lui le chiese se Carter avrebbe perso le elezioni imminenti se gli ostaggi non fossero ancora stati liberati. “Carter non ci piace”, le disse il nipote.
Il giorno dell’insediamento di Reagan gli ostaggi furono liberati. Quel giorno iniziarono in Iran massicci arresti di dimostranti. La repressione prese di mira chiunque e qualsiasi cosa “non sufficientemente islamica”. Arresti arbitrari furono seguiti da esecuzioni di “infedeli”, compresi poeti e leader della rivoluzione. Fu attaccata una manifestazione della Festa del Lavoro del 1981. Attivisti per la democrazia e contro lo Scià furono incarcerati in grande numero.
Quell’estate due uomini cominciarono a stazionare tutto il giorno, ogni giorno nella strada della White, osservando le finestre di casa sua. Lei e suo marito fecero piani per partire per gli Stati Uniti. Parteciparono ancora a un’altra protesta, una dimostrazione contro Khomeini del 20 giugno. Poi le cose si fecero davvero interessanti. Ve le lascio da scoprire nel libro. Citerò solo questo: la stessa White fu vittima di una finta esecuzione. Sa, in modo molto diretto, che le esecuzioni finte avevano luogo e come e da chi erano impiegate.
Sa anche cos’è la guerra e quali sacrifici comporta la lotta contro la guerra. Il motivo per cui gli Stati Uniti dovrebbero smettere di minacciare la guerra contro l’Iran non è che gli Stati Uniti hanno bistrattato e violentato l’Iran in passato. Non riguarda la qualità dell’attuale governo iraniano. E’ interamente relativo al male della guerra. Non c’è nulla di peggio della guerra che la guerra possa essere utilizzata per evitare, nemmeno una guerra peggiore, cosa che la guerra ha sempre reso più, non meno, probabile. Stephen Kinzer nel suo libro All the Shah’s Men [Tutti gli uomini dello Scià] riferisce una conversazione da lui avuta con un altro nipote di Mossadeq:
“Mi disse che poche settimane prima del colpo di stato del 1953 egli partecipò a un ricevimento a casa di un diplomatico iraniano a Washington e sentì per caso la moglie del colonnello Abbas Farzanegan, un attaché militare che era a libro paga della CIA, vantarsi che suo marito era coinvolto in un complotto che lo avrebbe reso presto ministro del governo. Il giorno successivo Mahmoud Mossadeq trasmise questa informazione a suo nonno. ‘Più in là, dopo il colpo di stato, gli chiesi se avesse ricevuto il mio messaggio. Lui disse: ‘Naturalmente.’ Quando gli chiesi perché non avesse fatto nulla al riguardo, mi disse che non c’era nulla che avrebbe potuto fare. Disse che era stato a completa conoscenza dell’arrivo di quel colpo di stato. La sua scelta era tra arrendersi o armare i suoi sostenitori e chiamarli alla guerra civile. Egli odiava rinunciare a tutto ciò in cui credeva, ma l’alternativa era fuori discussione.”
A Shirin Ebadi è stato assegnato nel 2003 il Premio Nobel per la Pace per il suo lavoro a difesa dei diritti umani, dei diritti delle donne e dei diritti dei bambini in Iran. E’ critica dell’attuale governo iraniano e vive in esilio. In un messaggio scritto per RootsActions.org la Ebadi si oppone a qualsiasi attacco contro l’Iran:
“Non solo un attacco militare, ma anche la minaccia di un attacco militare rallenterebbe il progresso della democrazia in Iran perché il governo, con il pretesto di salvaguardare la sicurezza nazionale, intensificherebbe ancor più la sua repressione contro gli attivisti per la democrazia e i critici. Inoltre, un’eventualità simile ecciterebbe il sentimento nazionalista del popolo, il che lo indurrebbe a dimenticare la propria posizione critica nei confronti del governo.”
Se non siamo in grado di imparare dalla nostra storia o da questo genere di buon senso, impariamo da Mossadeq. La guarra non è una soluzione. La guerra non è uno strumento di politica pubblica. La guerra non è la prima scelta, non la seconda scelta, nemmeno l’ultima risorsa. La guerra è fuori discussione.
I libri di David Swanson includono: “War Is A Lie” [La guerra è una menzogna]. Scrive su http://davidswanson.org and http://warisacrime.org e lavora come coordinatore di campagna per l’organizzazione attivista online http://rootsaction.org. Conduce Talk Nation Radio. Seguitelo su Twitter: @davidcnswanson e su FaceBook.
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/waking-up-in-tehran-by-david-swanson
Originale: Warisacrime.org
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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Abbiamo pensato per anni, ingurgitando false notizie, di potere esportare in paesi arabi il nostro pensiero laico e illuminato. Da tempo esiste in ogni paese arabo un cuore di giovani ed intellettuali che conosce il mondo e il significato vero di democrazia e confronto politico civile. L’Occidente non ha Mai amato niente di tutto questo. Stiamo assistendo a primavere arabe che nascono da un desiderio di laicità, giustizia sociale, libertà di parola e così via. L’Occidente continua a operare come in Iran in quel tempo. Rovescia un dittatore per creare qualcosa di solo apparentemente diverso: una forza reazionaria ripulita che garantisca continuità affaristica.