Okinawa – Note dall'”Isola del male”

Redazione 12 gennaio 2013 1
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"La battaglia di Okinawa" di Iri e Toshi Maruki – particolare – foto di Andre Vltchek

di Andre Vltchek – 12 gennaio 2013

E’ tutto filo spinato e avvisi e posti di controllo. E, a peggiorare le cose, la base dell’aviazione di Futenma è proprio in mezzo a un’area urbana popolata in modo estremamente denso.

Numerosi cittadini giapponesi di mezza età stanno assediando berline e SUV guidati da personale militare statunitense che sta lasciando i propri alloggiamenti per la libera uscita. Mentre le auto attendono all’incrocio per inserirsi nel flusso del traffico sulla via principale, uomini e donne anziani stanno stringendo i pugni, gridando slogan e agitando i loro manifesti. C’è l’unico solitario poliziotto giapponese che si assicura che nulla vada storto. Ma tutto è ordinato, una routine. Ù

“Chiudete la base!” gridano i dimostranti. “Esercito USA, via da Okinawa!”

I soldati statunitensi e i piloti militari distolgono lo sguardo. E’ tutto in qualche modo imbarazzante. Non è come se questi equipaggi di bombardieri e top gun statunitensi affrontassero dei palestrati che tirano sassi e degli assi delle locali palestre di karate. Queste persone anziane, avversarie vocali dell’Impero, non potrebbero fare del male ai soldati o danneggiare i loro veicoli; non sarebbero probabilmente neppure in grado di uccidere una mosca.

Mi avvicino a uno dei leader del piccolo gruppo di dimostranti. E’ una signora che abbassa il suo cartello e ascolta con attenzione le mie domande. E’ tutto così giapponese! Io le porgo il mio biglietto da visita, con entrambe le mani. Lei, con entrambe le mani, lo accetta. Ci inchiniamo reciprocamente.

“Miyoko-san”, comincio. “Cos’è esattamente che vi infastidisce in questa base?”

“E’ così rumorosa e pericolosa”, risponde. “C’è ogni sorta di aerei terribilmente pericolosi in volo da Futenma. Non siamo mai consultati. Non siamo informati.”

Foto di Andre Vltchek

Mi allontano un po’ di più da Naha, diretto a un alto edificio Matsuki. Ospita diversi nightclub nei suoi locali; probabilmente bordelli, anche, che prendono vita di notte. Ma durante il giorno questa intera struttura è tranquilla e vuota. E, per gli standard giapponesi, è molto sporca. Prendo l’ascensore per l’ultimo piano e salgo sul tetto, fermandomi davanti a un’enorme telecamera di sicurezza Canon. Tutto a un tratto di fronte a me c’è la base di Futenma.

Questo posto sa di follia: nessuno si cura davvero di quello che sto facendo. Niente guardie, nessuna dissuasione. Afferro semplicemente la mia videocamera e le mie macchine fotografiche e comincio a lavorare.

E’ tutto così facile, privo di incidenti, che uno si sente quasi “deluso”. Non ci sono drammi, niente farsi riguardo alla sicurezza.

Ascolto i motori e guardo su nel cielo. Un Hercules a quattro motori svolta bruscamente verso la pista, poi letteralmente cade dal cielo, si solleva all’ultimo momento, poi tocca terra, rulla per pochi secondi lungo la pista e poi ridecolla: una manovra “mordi e fuggi”. La filmo. E poi filmo un altro aereo, e poi un altro ancora.

 

Foto di Andre Vltchek

 

Chiamo il produttore del mio film a Tokyo.

“Tutto appare e trasmette una sensazione di stranezza,” gli dico.

“Come un paese del terzo mondo?”, propone.

“Sì”, confermo. “Ma non è tutto. E’ tutto assolutamente spettrale. Con questo nuovo governo e gli appassionati bolero amorosi che canta agli USA … Tutto questo, naturalmente, può facilmente innescare la terza guerra mondiale. Queste basi sono in effetti qui, molto probabilmente, per scatenare il conflitto … per provocare la Cina o la Corea del Nord, o entrambe. E tuttavia è tutto così tranquillo e sereno.”

“E’ Okinawa,” conferma il mio produttore.

*

Nel suo recente articolo, apparso sulla rivista australiana Arena, l’eminente storico australiano e professore emerito presso l’ANU, Gavan McCormack, chiama il Giappone “Lo Stato Servile” e il Corpo dei Marine statunitensi di base a Okinawa “una forza progettata per attaccare in profondità nel territorio nemico.” Egli cita uno dei libri campioni di vendite in Giappone – The Truth of Postwar History [La verità della storia post-bellica] – scritto da Magosaki Ukeru, un ex capo dell’Ufficio Intelligence e Analisi del ministero degli affari esteri giapponese.

… Magosaki ed io siamo anche d’accordo nel considerare cruciale Okinawa, la prefettura isolana di fronte alla costa cinese dove l’occupazione permane ininterrotta da sessantasette anni e dove sono concentrati tre quarti delle installazioni militari USA in Giappone. In nessun altro posto si può trovare una simile espressione concentrata del rapporto USA-Giappone. Lì, il fatto che il governo nazionale giapponese è determinatamente servile e che l’intera politica di Okinawa ruota sulla priorità agli interessi USA è una realtà inesorabile della vita quotidiana. Obbligata a servire da arco da cui il sistema di sicurezza  Asia-Pacifico, nella sua interezza, è sorretto, Okinawa è divenuta una specie di tallone d’Achille, perché le sono negati quegli stessi valori che l’alleanza dovrebbe difendere. La sua popolazione si sente minacciata, non protetta e la discriminazione contro di essa (nel nome della ‘sicurezza dell’Asia Orientale’) è giunta al punto di non essere più tollerabile.

*

Mentre filmare la base di Futenma dal tetto dell’edificio Matsuki è in qualche modo tollerato, filmare la base di Kadena, un mostro che ha arrecato così tanto dolore al resto dell’Asia nord-orientale durante la Guerra di Corea, è qualcosa che è considerato del tutto normale, persino atteso. L’area è dotata di una terrazza panoramica pubblica, che si affaccia sulla pista ed è dotata di potenti binocoli a gettone, bar e servizi igienici pubblici.

 

Foto di Andre Vltchek

 

Dopo aver lavorato in India, dove non si possono filmare neppure le navi pubblicamente alla fonda sulla riva di Mumbai, Okinawa sembra l’estremo opposto: la potenza militare USA è convertita qui in una specie di violenta attrazione turistica. Attira intere scolaresche e cineoperatori e fotografi, sia dilettanti sia quelli che lavorano per vari canali mediatici giapponesi.

La signora Kato vende caffè e spuntini sulla terrazza. Indico i bunker impenetrabili che proteggono da non si sa chi i caccia da combattimento statunitensi dell’ultima generazione e le chiedo cosa pensa di tutto quello spettacolo dell’orrore trasformato in intrattenimento. Risponde con un ampio sorriso pragmatico: “Gli affari vanno alla grande! Ma poi, naturalmente, da residente a Okinawa, detesto la base.”

Uno non può non chiedersi quale sia la parte più importante dell’affermazione.

Mentre lei parla esplode un rumore assordante da qualche posto all’interno della base. In previsione di qualche spettacolare mostro volante pronto a decollare, automaticamente afferma le mie macchine fotografiche, pronto a correre verso la ringhiera. Ma la signora Kato sovrasta il ruggito con la sua voce ben allenato, gridandomi: “Si rilassi, non si muove nulla! Stanno solo verificando il motore.”

Lo fanno ogni giorno? Sì, come mi dicono tutti a Okinawa. I motori degli aerei sono verificati quasi ogni giorno, a volte fino alle dieci di sera, fino a quando i timpani della gente sono pronti per scoppiare.

*

Guidando attraverso Okinawa, si deve essere preparati a immagini davvero kafkiane. Ci sono infiniti perimetri consistenti in filo spinato e pilastri di cemento. Linee divisorie sono dappertutto. C’è poco da meravigliarsi, visto che le basi statunitensi coprono circa il 18% del territorio dell’isola principale.

Ci sono letteralmente centinaia di cancelli sorvegliati che separano il mondo civile dall’universo delle zone militarizzate. Ci sono anche parchi gioco per i bambini statunitensi, proprio dietro le griglie; ci sono le piccole arcate delle gelaterie Baskin Robins e delle paninerie Subway’s, come se quei locali di fast food non esistessero sul territorio giapponese.

Ci sono autobus pubblici giapponesi convertiti in veicoli predisposti per trasportare i bambini statunitensi all’andata e al ritorno da scuola. E ci sono stazioni giapponesi dei pompieri assieme a stazioni dei pompieri statunitensi, costruite in territorio giapponese, con camion nordamericani e numeri telefonici d’emergenza.

E ci sono i “Villaggi statunitensi”, deprimenti parchi tematici con il livello più basso di architettura e ancora altri Red Lobster’s, KFC’s, bar sciatti e alcuni dei negozi di souvenir più kitsch del mondo. Questi in realtà non sono per i militari statunitensi, bensì per i turisti giapponesi che cercano di dare un’occhiata agli enormi soldati statunitensi in carne e ossa.

Influenzata dalle forze di occupazione, Okinawa ha il peggior cibo del Giappone, il paese famoso per la gastronomia più raffinata del mondo.

Eccettuata la linea su monorotaia, Okinawa non ha trasporti pubblici di massa, ancora un’altra anomalia nel paese che si affida alla rete ferroviaria a maggiore intensità e più efficiente del pianeta. Dentro e fuori Naha tutto si muove sulla strada e prevalentemente su auto private. In conseguenza le strade nelle città sono spesso congestionate e l’intera isola principale dà l’idea di una periferia etnica asiatica da qualche parte negli Stati Uniti.

Innumerevoli pubblicità di agenzie immobiliari seducono quelli che sono disposti a fare affari con il diavolo: “Se volete acquistare o vendere terreni per scopi militari, vi preghiamo di comunicarcelo.”

Tristemente, tutto questo militarismo e cattivo gusto lo si può trovare nel mezzo di quello che un tempo fu il grande Regno di Ryukyu, noto per la sua storia gloriosa di cinquecento anni, estesa tra il dodicesimo e il diciassettesimo secolo. L’UNESCO ha designato diverse rovine dei castelli e dei siti come patrimonio dell’umanità. Okinawa era famosa in tutta l’Asia per la sua progredita struttura sociale, per la sua struttura economica e per la sua cultura.

David McNeill, professore alla Sophia University di Tokyo e coordinare della pubblicazione accademica Asia-Pacific Journal, ha spiegato così questo rapporto:

“Come molti luoghi che sono divenuti dipendenti dalla munificenza straniera, Okinawa può apparire schizofrenica. I sondaggi mostrano costantemente che la maggior parte della popolazione dell’isola si oppone alla presenza delle basi statunitensi, ma migliaia di persone, compresi lavoratori civili della base, proprietari di bar e negozi, dipendono dalle basi per parte o per la maggior parte del loro reddito. La cultura popolare statunitense è filtrata nel corso degli ultimi sessanta e più anni dando all’isola un aspetto, un’atmosfera e persino una dieta più vicine agli Stati Uniti contemporanei che alla terraferma giapponese.”

*

Considerato che il destino di Okinawa e dei suoi abitanti sembra legato alle relazioni USA-Giappone, ho chiesto alla signora Satoki Norimatsu, coordinatrice di Japan Focus e direttrice del Centro della Filosofia della Pace, quali cambiamenti ci si possano attendere nella politica estera giapponese, particolarmente nelle relazioni del paese con gli Stati Uniti, visto che ci si aspetta che il Giappone ora diventerà ancor più “vicino agli Stati Uniti”.

“Non ci saranno grandi cambiamenti, poiché i precedenti governi del Partito Democratico del Giappone (DPJ) di Kan e Noda avevano già fatto delle concessioni rispetto al programma originale del DPJ e il partito e il governo non sono parsi diversi dalle amministrazioni guidate dal Partito Liberal-Democratico (LDP). Quelli che avevano tentato di avviare il cambiamento, cioè Hatoyama e Ozawa, hanno perso potere e si sono ritirati.”

La signora Satoko Norimatsu ha poi sintetizzato:

“Il nuovo governo del LDP sarà filostatunitense e servile nei confronti degli Stati Uniti quando è stata l’ultima fase del governo del DPJ, se non di più. Un cambiamento significativo sarà il serio tentativo di cambiare la costituzione pacifista post-bellica del Giappone, formalmente o virtualmente, in modo che il Giappone possa esercitare il proprio “diritto all’autodifesa collettiva”, cioè partecipare a guerre di aggressione assieme agli Stati Uniti. Quello è stato il lavoro non compiuto di Abe e l’obiettivo a lungo perseguito dal suo precedente mandato nel 2006-2007.”

*

Nella storia moderna gli abitanti di Okinawa sono stati fatti soffrire immensamente.

Nel 1945 un quarto della popolazione civile è morto nella Battaglia di Okinawa. Sull’isola furono sganciate dall’esercito statunitense 200.000 tonnellate di bombe, secondo la NHK, in totale disprezzo per le vite della popolazione locale.

Poi questo splendido arcipelago, formato da centinaia di isole Ryukyu, è finito sotto l’occupazione statunitense. Durante i 27 anni di dominio coloniale, chiamato “governo fiduciario”, l’Aviazione degli Stati Uniti ha creato numerose basi militari in tutto l’arcipelago. Da lì, usando principalmente la base di Kadena, durante la Guerra di Corea le fortezze volanti B-29 volavano in missioni di bombardamento, devastando sia la Corea sia la Cina.

Migliaia di donne di Okinawa furono brutalmente stuprate dall’esercito statunitense dopo la Battaglia di Okinawa, e la violenza sessuale prosegue tuttora.

Nel 1972 le isole sono state restituite al Giappone in base al Trattato sulla Cooperazione e la Sicurezza Comune, ma le Forze Statunitensi in Giappone (USFJ) hanno conservato una vasta presenza militare.

Secondo John Chan, dal 1960 il Giappone onora un accordo che “permette agli Stati Uniti di introdurre segretamente armi nucleare nei porti giapponesi, e si ipotizza che alcune armi nucleari si trovino già a Okinawa. Sono state conservate a Okinawa sia armi tattiche sia armi strategiche.”

*

Il Museo d’Arte Sakima si trova proprio sul perimetro della base di Futenma. Ne offre persino una vista, dal tetto.

Il Museo ospita alcuni dei dipinti più politicamente intensi che si trovino nell’arcipelago, i più notevoli tra i quali sono circa cinquanta opere di marito e moglie, Iri e Toshi Maruki, oggi entrambi sulla novantina. A una delle pareti è appeso il loro famoso “La battaglia di Okinawa”.

Qui, attraverso l’arte, la tragedia del passato è rivelata in tutta la sua brutalità e forza. I corpi sono mostrati galleggianti sulla superficie dell’oceano, ci sono volti di donne terrorizzate e suicidi di massa.

 

Iri e Toshi Maruki – "La battaglia di Okinawa"

 

Kiyoko Sakima, Direttrice del Museo d’Arte Sakima, può spesso apparire aspra, ma è anche molto attiva, piena di determinazione a resistere e a battersi contro l’ingiustizia:

“Abbiamo combattuto una battaglia legale per riavere questo luogo dalla base e abbiamo vinto, ma solo tre anni fa. Ottocento fattorie e case sono state tolte alla popolazione locale; tolte con la forza. Non ci sono stati risarcimenti, qualcosa come ciò che accade in Palestina, fino a oggi. Alcuni sono stati costretti a partire per il Brasile, perché avevano perso tutto ciò che avevano.”

La signora Sakima prosegue: “Ci considerano l’”Isola del Male” in tutta l’Asia, perché tutto ciò che è pericoloso e vola, decolla da qui. A Okinawa vive solo l’un per cento della popolazione del Giappone, ma abbiamo il 75% delle basi militari statunitensi nel nostro territorio.”

Ricordo le parole di un anziano professore di Pechino, che aveva educato centinaia di membri del corpo diplomatico cinese. Mi ha spiegato molti anni fa:

“Se la Cina fosse attaccata dagli Stati Uniti dalle loro basi in territorio giapponese, la Cina non contrattaccherebbe contro gli USA, ma opererebbe una rappresaglia contro il Giappone, poiché gli attacchi proverrebbero dal suo suolo.”

Non sarebbe una prospettiva molto attraente per Okinawa.

*

La signora Satoko Norimatsu e altri eminenti esperti del Giappone ritengono che la nuova amministrazione giapponese non cercherà di “massimizzare la percezione della paura della Cina, anche se massimizzerà i profitti del complesso militare-industriale.” La “collaborazione” militare tra gli USA e il Giappone accelererà, comprese le “basi comuni”.

Cattive notizie per Okinawa, di nuovo! Nei discorsi pre-elettorali, i politici locali hanno promesso di ridurre alcune attività militari qui, e di trasferire le basi, o almeno parte delle loro operazioni, a Guam, un “territorio non incorporato degli Stati Uniti”, situato sull’Oceano Pacifico occidentale, che è fondamentalmente una colonia.

Ma la signora Sakima pensa che neppure questo sarebbe equo: “Queste basi andrebbero chiuse, non trasferite in nessun posto. Povera Guam. Il Giappone l’aveva occupata, ora lo fanno gli Stati Uniti. Perché dovrebbe ereditare ciò di cui vogliamo liberarci?”

Uno dei piani che sia gli Stati Uniti sia il Giappone stanno spingendo è la chiusura eventuale della base di Futenma e l’apertura di una nuova, enorme: Henoko.

Foto di Andre Vltchek

Gavan McCormack sostiene nel suo ‘Giappone, stato servile’: “L’area individuata è classificata da Okinawa come un’area che richiede il livello più elevato di protezione a motivo del suo unico e prezioso ambiente marino e forestale e l’idea che vi sia imposta una base militare è intrinsecamente impossibile, come se qualcuno suggerisse di fare lo stesso nel Gran Canyon degli Stati Uniti o nel Kakadu australiano.”

*

“Gli abitanti di Okinawa sono uniti, da destra a sinistra, nell’opporsi alla costruzione di una base a Henoko e i quattro membri eletti del LDP alla Camera Bassa di Okinawa hanno chiarito tale punto anche dopo le recenti elezioni,” ha affermato la signora Norimatsu. “L’atmosfera politica di Okinawa resta la stessa: opposizione contro la costruzione della base di Henoko, chiusura della base aerea di Futenma e divieto dell’impiego dell’aereo Osprey.”

Anche se vincessero, è stato chiarito alla gente di Okinawa che se una qualsiasi delle basi fosse chiusa, il governo giapponese e quello statunitense non pagherebbero nulla come risarcimento; i locali dovrebbero far affidamento soltanto sulle proprie risorse.

E’ paradossale, ma il nuovo governo “nazionalista” giapponese è in realtà filostatunitense tanto quanto è anticinese. E’ una contraddizione in termini? Più che decisamente, ma in Giappone tutto passa, nessuno sembra interessarsi della politica estera.

Il che può rivelarsi un tremendo e macroscopico errore. Il Giappone sta scommettendo sulla più pericolosa, aggressiva e destabilizzante forza al mondo. Ospita l’esercito e l’aviazione del paese che è considerato, in tutto il mondo, la minaccia maggiore.

Mentre il mio aereo è pronto a partire per Nagoya, osserva i caccia militari giapponesi pronti a decollare e atterrare in tutto il cielo. L’aviazione statunitense usa Futenma e Kadena, l’aviazione giapponese usa l’Aeroporto Internazionale di Naha.

Naturalmente il Giappone non ha un esercito e un’aviazione propri. Quei caccia più recenti e completamente armati sono nulla, solo un’illusione. E gli USA non hanno piani imperialisti aggressivi in questa parte del mondo.

Continuiamo a fingerlo. Fino a quando non sarà troppo tardi!

Foto di Andre Vltchek

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico del Sud – Oceania – è pubblicato da Lulu.  Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello del fondamentalismo del mercato si intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] (Pluto). Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania ora Vltchek risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere contattato sul suo sito web.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/okinawa-notes-from-the-evil-island-by-andre-vltchek

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 13 gennaio 2013 alle 05:01 -

    Certo non si può escludere che gli USA possano avere ancora desideri di espansione in Asia. Armare è intanto un fatto meramente economico i cui effetti collaterali sono trascurabili. Tra India e Cina è altrettanto certo che la partita di un futuro prossimo si giocherà in Asia. E la porta è ovviamente il Giappone.

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