L’Intervento occidentale nei Grandi laghi (Parte I)

Redazione 9 gennaio 2013 1
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L’Intervento occidentale nei Grandi laghi (Parte I)

 Di Carol Jean Gallo

 

6 gennaio 2013

Quando la maggior parte degli occidentali pensa al coinvolgimento occidentale in Congo, probabilmente pensa che esso riguardasse l’assistenza umanitaria o l’impedire le atrocità.  Spero, nello spazio limitato che ho, di dare una visione di insieme più stratificata di tale partecipazione, che rivela il carattere dinamico di entrambi i gruppi di protagonisti.

 

Per iniziare, dirò che è importante vedere la partecipazione occidentale nella Repubblica Democtatica del Congo ( DRC -Democraric Republic of Congo ) nel suo contesto storico.  La storia inizia con gli esploratori portoghesi nel quindicesimo secolo e la conseguente devastazione del regno del Kongo per il traffico egli schiavi; continua con la strana proprietà personale della vasta regione da parte del re del Belgio nel diciannovesimo secolo, e influenza ancora oggi il paese in seguito alle politiche coloniali belghe del ventesimo secolo. [1]

Dall’epoca dell’imperialismo europeo in aanti, l’economia si è biforcata. Agli Africani non si permetteva di partecipare all’economi ufficiale dello stato coloniale, e quindi ogni attività economica nella quale si impegnavano, era non ufficiale o informale. Queste reti economiche continuarono a funzionare e a evolversi dopo l’indipendenza.

L’indipendenza è venuta nel 1960, e l’anno seguente le potenze occidentali erano insidiosamente impegnate nella pianificazione e nella realizzazione dell’assassinio del Primo ministro democraticamente eletto, Patrice Lumumba. (Il Belgio di recente ha riaperto un’inchiesta sull’uccisione). Nello stesso tempo il Belgio ha appoggiato le secessione del Katanga, una provincia ricca di minerali nel sud est del paese, dove le compagnie minerarie belghe avevano grandi concessioni. Mentre il Belgio mandava truppe nel Katanga per proteggere i civili belgi e appoggiare e secessionisti, il governo di Kinshasa  richiedeva l’aiuto dell’ONU per tenere unito il Congo e mandare via le truppe belghe. Una forza di pace dell’ONU è stato dislocata là tra il 1960 e il 1964 e infine ha visto la reintegrazione del Katanga nel Congo.

Mobutu Sese Seko ha consolidato ufficialmente il potere nel 1965 con l’aiuto dei suoi alleati occidentali. La nazione nel 1971 si è chiamata Zaire, come parte della campagna di Mobutu per l’autenticità.  Grazie al delirio della Guerra fredda e della sua abilità di farsi vedere come un capo africano tradizionale anti-comunista, Mobutu era abile ad assicurarsi un afflusso continuo di contanti dalle istituzioni finanziarie internazionali  (le istituzioni finanziarie internazionali – IFI:il Fondo Monetario internazionale e la Banca Mondiale).  [2]

Mobutu era stato scelto dalle potenze occidentali come capo dopo che Lumumba non era riuscito a convincerli che non era in lega con i Sovietici e dopo che si era inimicato i Belgi durante la secessione del Katanga. Mobutu aveva promesso di essere un alleato leale dell’Occidente in cambio dell’appoggio occidentale per portarlo al potere.

Negli anni ’70, dopo un tentativo disastroso di nazionalizzare tutte le imprese private, l’economia ufficiale era nel caos e lo stato aveva un enorme debito. In quanto alleato dell’occidente, considerato un amico nella lotta contro il comunismo, Mobutu era in grado di continuare a chiedere prestiti dalle Istituzioni Finanaziarie Internazionali, senza realizzare le riforme economiche che aveva loro promesso di e spesso senza restituire loro i prestiti. Nel frattempo, il paese continuava ad accumulare debiti. Mobutu usava l’appoggio economico e militare che riceveva dall’Occidente per finanziare la sua rete di clientele, sedare l’opposizione interna a acquistare dimore lussuose in Europa. La seconda economia rimaneva un’ancora di salvezza peri congolesi comuni. [3].

L’appoggio occidentale a Mobutu declinò quando finì la Guerra Fredda, e quando si formò una coalizione anti-Mobutu con l’appoggio dei vicini Ruanda e Uganda nel 1996, soltanto la Francia era ancora interessata a sostenere il suo regime, ma questo interesse presto decadde. Senza l’appoggio dei suoi alleati occidentali, Mobutu divenne vulnerabile e i ribelli si impadronirono facilmente della capitale e spodestarono Mobutu nel 1997. Dopo che il capo dei ribelli Laurent Cabila divenne presidente, il paese fu rinominato Repubblica Democratica del Congo.

 

L’Occidente e il Ruanda

 

In coincidenza con questi sviluppi politici,  nel 1994 ci sono stati il genocidio e la guerra civile nel vicino Ruanda. Il governo del presidente Habyarimana, dominato dagli Hutu, era da lungo tempo alleato della Francia.

Nella geopolitica della regione, la Francia era desiderosa di mantenere una sfera di influenza francofona nell’Africa centrale. Questo comportava l’appoggio di regimi di lingua francese come quelli di Mobutu e di Habyarimana. Nel 1994, discutendo del fallito processo di pace di Arusha , il consigliere speciale per gli affari africani nell’ufficio del presidente francese, ha detto allo studioso Gérard Prunier: “Non terremo nessuno di questi incontri in Tanzania. Il prossimo  dovrà essere a Kinshasa. Non possiamo lasciare che i paesi di lingua inglese decidano del futuro di un paese francofono.” [4]

Oltre a essere il più grosso benefattore del Ruanda  in aiuti bilaterali durante tutti gli anni ’80, la Francia ha firmato un accordo con il Ruanda che garantiva appoggio militare al governo, comprese truppe di terra, per garantire la sicurezza del regime di Habyarimana.

Gli Stati Uniti, d’altra parte, erano alleati del Fronte Patriottico Ruandese (Rwandan Patriotic Front -RPF), e avevavno  invitarono il suo leader, Paul Kagame – ora presidente del Ruanda -  e i suoi compagni, a ricevere addestramento militare a Fort Leavenworth, in Kansas. Il RPF si era formato a metà degli anni ’80, e ebbe origine dalla comunità dei rifugiati Tutsi in Uganda dove erano fuggiti dopo la rivoluzione del 1959; molti di loro avevano combattuto nell’esercito di Museveni che aveva preso il potere in Uganda nel 1986. Gli  Stati Uniti avevano un interesse per la regione in parte per coltivare la loro sfera di influenza con alleati politici fedeli che avrebbero anche realizzato politiche di liberalizzazione del mercato favorite da Washington e anche per reagire all’influenza fondamentalista islamica che poteva diffondersi dal Sudan. [5]

Il Fronte Patriottico Ruandese invase il Ruanda dal nord nel 1990 e questo segnò l’inizio della guerra civile ruandese che culminò nei colloqui di pace del 1992 e negli Accordi di Arusha nel 1993. Una forza di pace, la UNAMIR,  (Missione d di assistenza dell’ONU per il Ruanda) fu dislocata nel dicembre 1993 per controllare il cessate il fuoco e l’attuazione degli accordi di pace.

Ci furono vari problemi per il Processo di Arusha, tuttavia, e il 6 aprile 1994 l’aeroplano di Habyarimana fu abbattuto e tutti coloro che erano a bordo morirono. [6] La morte del presedente scatenà un genocidio totale contro i Tutsi e  la persecuzione  degli Hutu politicamente moderati in Ruanda. Gli  inflessibili nel governo,  nelle FAR (Forze Armate Ruandesi)  e nelle milizie alleate (in particolare   gli Interahamwe), orchestrarono il genocidio.

La Francia  all’inizio era l’unico membro permanente del Consiglio di sicurezza dell’ONU che avesse espresso un qualche interesse per il Ruanda. [7] In base all’accordo unilaterale per gli aiuti militari menzionato prima, Habyarimana aveva  fatto appello a Parigi per avere assistenza quando il Fronte Petriottico Ruandese (RPF) aveva invaso il paese nel 1990. Furono immediatamente inviate forze francesi che riuscirono a impedire che l’RPF raggiungesse la capitale Kigali, e Parigi continuò a fornire appoggio e aiuti militari al governo perfino dopo che era iniziato il genocidio. Il giorno dopo la morte di Habyarimana, gli inflessibili dell’esercito ruandese uccisero 10 membri della forza di pace, con l’intenzione di costringere le forze a ritirarsi. Anche il primo ministro ad interim, la Signora Agate Uwilingiyimana, una Hutu moderata, fu uccisa. [8]

Un rapporto dettagliato del 1999 dell’indagine sul genocidio, compilato dall’Osservatorio per i Diritti Umani e dalla Federazione Internazionale delle leghe per i Diritti Umani (FIDH) riassume la reazione dei belgi all’uccisione di  10 dei soldati che facevano parte della Missione di Assistenza dell’ONU per il Ruanda (UNAMIR):

‘L’8 aprile, il giorno dopo che avevano saputo che dieci componenti della Missione di pace erano stati uccisi, il governo belga  decise che la partecipazione del loro paese all’UNAMIR sarebbe terminata a meno che il mandato non fosse prolungato e le forze non venissero potenziate  da soldati provenienti da un paese diverso dal Belgio. Alcune ore prima l’ambasciatore belga presso l’ONU aveva informato Bruxelles che certi membri ‘permanenti’  del Consiglio di Sicurezza avevano deciso contro questo ampliamento del mandato.  Quindi, appena i membri del gabinetto dei ministri avevano preso questa decisione, presumibilmente sapevano che gli Stai Uniti, il Regno Unito e forse anche la Francia, avrebbero bloccato qualsiasi ampliamento del mandato. Hanno comunque sottoposto la richiesta a Boutros-Ghali (il Segretario generale delle Nazioni Unite, n.d.t.), ma non hanno fatto alcun serio tentativo di ottenere l’appoggio alla loro proposta. Il 9 aprile, le autorità belghe hanno saputo che la Nigeria era ancora favorevole a un più ampio mandato e che voleva operare per tale cambiamento nelle settimana seguente, ma il 10 aprile hanno deciso che era improbabile che il mandato venisse rafforzato e hanno preso la decisione di porre fine alla partecipazione belga all’UNAMIR.’

In quel periodo sebbene alcuni funzionari del Dipartimento di Stato facessero pressioni per ‘un’azione decisa’,  i “decisori” delle politiche statunitensi di più alto livello operavano per limitare l’impegno degli Stati Uniti nel mantenimento della pace. Hanno cominciato a considerare il conflitto come un ‘tribalismo’ senza senso riguardo al quale gli Stati Uniti potevano fare poco; questo sentimento è stato rafforzato dall’uccisione di soldati americani a Mogadiscio nell’ottobre 1993. L’Amministrazione Clinton ha emesso una direttiva presidenziale che decretava che gli Stati Uniti non si sarebbero impegnati nel mantenere la pace a meno che ci fosse un interesse nazionale a farlo, e quando le notizie di violenza sono arrivate sui mezzi di informazione statunitensi, i funzionari di Clinton si sono rifiutati di usare la parola ‘g’ (genocidio), temendo che potesse obbligarli a intraprendere un’azione decisiva.

Nel frattempo il governo francese, o le società francesi che avevano un’autorizzazione governativa, hanno mandato  armi al FAR per cinque volte nel maggio e giugno 1994 attraverso lo Zaire. Il 5 maggio il governo francese ha ufficialmente annunciato la sospensione degli invii di armi al Ruanda. Il direttore della SOFREMAS, una società di proprietà statale che gestisce le transazioni tra i produttori francesi di armi, e altre nazioni, ha detto che la compagnia aveva cancellato un ordine di 8 milioni di dollari quando l’embargo sulle armi del 17 maggio era diventato effettivo e che non  erano state fatte più spedizioni di armi al Ruanda dopo di questo. Né il governo francese, però, né la SOFREMAS hanno parlato di sospensione di invio di armi allo Zaire. Infatti, lo stesso direttore della SOFREMAS ha ammesso che era  possibile e perfino probabile che il governo di Mobutu avesse accettato che Goma servisse come condotta del materiale destinato al Ruanda.

Nelle interviste condotte dall’Osservatorio dei Diritti Umani e dal FIDH nel 1997 e nel 1999, le fonti militari ruandesi asserivano che il Capitano Paul Barril, un poliziotto francese che lavorava per il presidente Habyarimana come consulente della sicurezza, era stato assunto dal Ministero della Difesa per condurre un programma di addestramento militare nella zona nord occidentale. Malgrado le connessioni con il presidente francese, Barril sostiene che mentre era in Ruanada  agiva in maniera indipendente. Il programma di addestramento mirava a reclutare volontari per attaccare il Fronte Patriottico Ruandese  dietro linee nemiche, e il suo nome in codice era Operazione Insetticida.

I francesi alla fine hanno inviato una loro forza di pace, chiaramente per proteggere i civili ed evitare ulteriori massacri, nel giugno 1994, e hanno chiamato questa missione Operazione Turchese.  Era autorizzata dal Capitolo VII della Carta dell’ONU. Quando il ministro degli Esteri francese ha avvicinato il capo dell’UNAMIR, Roméo Dallaire, per chiedere appoggio all’Operazione Turchese, Dallaire lo ha insultato. ‘A mio avviso,’  egli scrive, ‘essi usavano una copertura umanitaria per intervenire in Ruanda’ per appoggiare quella poca forza e legittimità che il governo aveva lasciato. [9] Infine, il 4 luglio 1994, l’RPF ha preso Kigali, mettendo fine alla guerra e al genocidio. Gli Stati Uniti hanno continuato ad appoggiare loro e il regime di Museveni a Kampala. Si presume che l’RFP abbia ricevuto l’addestramento per le azioni di antiguerriglie e di combattimento dalle Forze  Speciali degli Stati Uniti.

L’Operazione Turquoise è stata realizzata nel sud est con grande clamore, specialmente da parte degli inflessibili  tra gli Hutu che pensavano che i francesi stessero finalmente arrivando per aiutarli a sconfiggere il RPF (in realtà,   molti dei soldati francesi avevano l’impressione che questo facesse  parte della loro missione e che fosse perfino l’obiettivo principale). Un altro, più piccolo contingente, però, era stato dislocato tranquillamente, senza quasi alcuna attenzione internazionale, nella parte nord-occidentale del paese.

Mentre facevano finta, a beneficio dei  giornalisti, di smantellare i blocchi stradali e di disarmare le milizie nella zona sud orientale, le 200 forze scelte che erano arrivate nel nord ovest non sono intervenute con azioni dell’esercito e delle  milizie. Il Rapporto dell’Osservatorio per i Diritti Umani e il FIDH indica che queste forze scelte erano state schierate per proteggere il regime di recente spodestato ed è era sto visto rifornire di carburante i veicoli dell’esercito ruandese.

L’Osservatorio per i Diritti Umani e il FIDH documentano anche le violazioni di diritti umani e le uccisioni perpetrate dal RPF.

Dopo aver conquistato  Kigali, l’RPF, circa due milioni di rifugiati, per lo più Hutu sono scappati nello Zaire Occidentale. Circa 40.000 Interahamwe, la milizia responsabile principale del genocidio dei Tutsi, sono scappati con loro. [10] Gli Interahamwe si sono organizzati nei campi profughi avvantaggiandosi debitamente della presenza dei gruppi occidentali per i soccorsi, hanno complottato per riprendersi Kigali, e hanno attaccato il Ruanda dal Congo orientale. Mentre il nuovo Esercito Patriottico Ruandese  marciava verso ovest diretto in Zaire inseguendo la milizia Hutu, ha attaccato rifugiati civili Hutu e ne ha massacrati circa 200.000.

La presenza delle ex-FAR e dell’Interahamwe, aveva esacerbato i conflitti locali per la terra e la cittadinanza nella zona orientale della Repubblica Democratica del Congo. Alla fine degli anni ’90, si formarono un gruppo di ribelli appoggiato dal Ruanda (l’RCD -Rally for Congolese Democracy- Raggruppamento Congolese per la Democrazia) e un gruppo di ribelli appoggiato dall’Uganda (MLC – Movimento per la Liberazione del Congo). Nel 2000, si formò un gruppo composto da in gran parte da ex-FAR e da Interahamwe, denominato: Forze Democratiche per la Liberazione del Ruanda (FDLR). Nacquero anche  milizie locali di difesa, note collettivamente come Mai Mai.

La seconda parte di questo articolo fornirà una visione di insieme di queste dinamiche e del coinvolgimento occidentale in queste.

 

Carol Jean Gallo è una scrittrice freelance e dottoranda all’Università di Cambridge. Ha un blog su UN Dispatch e ha un suo blog personale si Usalama.

 [1] Adam Hochschild, King Leopold’s Ghost (Houghton Mifflin, 1999) [Il fantasma di Re Leopoldo]

[2] Kevin C. Dunn, Imagining the Congo: The International Relations of Identity (Palgrave Macmillan, 2003) [Immaginare il Congo:le relazioni internazionali di identità]

[3] Janet MacGaffey, The Real Economy of Zaire: The Contribution of Smuggling and Other Unofficial Activities to National Wealth (University of Pennsylvania Press, 1991) [L'economia reale dello Zaire: il contributo del contrabbando e di altre attività non ufficiali alla ricchezza nazionale]

[4] Gérard Prunier, The Rwanda Crisis: History of a Genocide (Columbia UP, 1997), p. 279 [La crisi del Ruanda: storia di un genocidio]

[5] See Prunier, The Rwanda Crisis, pp. 279-80, [La crisi del Ruanda]

[6] On the Arusha process, see Roméo Dallaire, Shake Hands with the Devil: The Failure of Humanity in Rwanda (Da Capo, 2004), [Stringere mano al diavolo: il fallimento dell'umanità in Ruanda]

[7] See Dallaire, Shake Hands, p. 62 [Stringersi la mano]

[8] Nicole Hogg, “Women’s participation in the Rwandan genocide: mothers or monsters?International Review of the Red Cross 92.877 (Mar 2010), p. 75 [La partecipazione delle donne al genocidio del Ruanda: madri o mostri?]

[9] Dallaire, Shake Hands, p. 42

[10] Ola Olsson and Heather Congdon Fors, “Congo: The Prize of Predation,” Journal of Peace Research 41.3 (May 2004), p. 323 ["Congo: il prezzo del Saccheggio"].

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/western-intervention-in-the-great-lakes-part-1-by-carol-jean-gallo

Originale: New Left Project

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 10 gennaio 2013 alle 08:43 - Reply

    Quando i governanti occidentali definiscono le nostre democrazie esportabili, i nostri eserciti come latori di pace e si vantano di avere allontanato la guerra da una parte civile di Europa, non solo fanno inorridire ma mostrano tutta l’ipocrisia di una potente macchina bellica non meno efficiente di quella statunitense.

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