Requiem per la vittima dello stupro di Nuova Delhi

Redazione 6 gennaio 2013 1
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autobus notturni a Calcutta

 

di Andre Vltchek – 5 gennaio 2013

Parlare soltanto, non basta più.

Il corpo di una donna ventitreenne non identificata è stato cremato nel corso di una cerimonia segreta soltanto poche ore dopo essere stato rimpatriato da Singapore. Si dice che il suo nome fosse Amanat, che in Urdu significa ‘tesoro’. Altri rapporti lo contestano. Il suo vero nome non è stato pubblicato, e tuttavia lo sono stati molti altri dettagli. Era una studentessa di medicina, una persona promettente e brillante. Aveva un ragazzo, il suo fidanzato, e in febbraio si sarebbero sposati.

Si sono recati vedere un film insieme, come le persone fanno spesso, in tutto il mondo; persone normali che vivono in città normali. Hanno preso un autobus pubblico, o così pensavano.

E poi sono stati attaccati. Attaccati da sei uomini; sei uomini con il quoziente di compassione di un piranha e il livello di dignità degli effluvi di una latrina.

La donna è stata stuprata; è stato uno stupro di gruppo. E’ stata stuprata ripetutamente per 40 minuti e devastata con una sbarra di metallo; l’hanno abbandonata con quelle che state descritte come “tremende lesioni intestinali”. Ha sofferto anche danni cerebrali e di un’infezione polmonare. Gli aggressori hanno ferito anche il suo fidanzato, anche se non così gravemente. Quando tutto quest’orrore è finito, la coppia è stata spogliata e gettata dall’autobus in movimento.

In ospedale ha avuto un attacco cardiaco.

La sua città, il suo Paese e la sua cultura non l’hanno aiutata. In quell’unica notte spaventosa l’India ha perso una figlia giovane e brillante e ha avuto una martire, uno spettro; e tuttavia un altro simbolo potente del suo stupefacente fallimento.

*

Perché all’autobus con finestrini oscurati, illegali in India, è stato consentito di superare diversi posti di controllo della polizia senza essere fermato?

Autobus con i vetri oscurati

Perché quelle schiere di forze sicurezza che stazionano nell’India intera, non hanno assolto i loro compiti, quando c’era bisogno di loro?

E perché, con tutti quei medici indiani addestrati all’estero con fondi e sovvenzioni straniere e con migliaia di loro che ricevono grossi salari per operare in cliniche private, la ragazza ha dovuto alla fine essere trasportata in volo all’estero, fino a Singapore?

*

Il 28 dicembre 2012 il cuore della ragazza ha smesso di battere. Il giorno seguente il dottor Kevin Loh, direttore esecutivo dell’ospedale Mount Elizabeth di Singapore, ha parlato alla stampa: “E’ stata coraggiosa a combattere per la sua vita così a lungo, contro ogni probabilità, ma il trauma al suo corpo era troppo grave perché potesse superarlo.”

Quando ha esalato l’ultimo respiro, quelli che l’avevano sadicamente torturata e stuprata, sono diventati assassini.

*

La mia ultima visita in India mi aveva scosso profondamente.

Avevo trascorso esattamente una settimana nel paese, filmando per il mio documentario con Noam Chomsky, il film dal titolo provvisorio “Sui genocidi dell’Occidente”. Ero arrivato il 9 dicembre e sono partito il 16 dicembre.

Ero probabilmente sull’auto che lasciava l’albergo, o stavo superando i kafkiani controlli della sicurezza dell’Aeroporto Indira Gandhi, o ero già a bordo del volo della China Eastern verso Shanghai, quando la giovane donna ha subito i primi colpi dei suoi torturatori.

Per sei giorni interi avevo filmato e fotografato le grottesche misure di sicurezza dell’esercito e della polizia, intese a proteggere le élite al governo del brutale regime indiano. Avevo anche documentato i resti del colonialismo britannico: le sue statue e monumenti, così amorevolmente restaurati e conservati dagli attuali governanti di Mumbai, Calcutta e Nuova Delhi. E avevo filmato gli squallidi quartieri poveri e le persone lasciate a marcire vive tra le moltitudini.

Avevo lavorato in India in precedenza, in diverse occasioni: in Gujarat durante i giorni violenti del 2002, nel Tamil Nadu e nei suoi squallidi villaggi Dalit e in tanti altri luoghi.

Ma questa volta mi sono assicurato di prestare attenzione al quadro generale.

E’ stato evidente che il “Progetto India” non aveva né cuore, né compassione e nessuna aspirazione morale.

Ed è stato completamente appoggiato e celebrato dagli Stati Uniti, pubblicizzato come un’alternativa ai modelli di sviluppo cinese e latinoamericani. Naturalmente non ci sono, in India, centinaia di milioni di persone liberate dalla povertà. La nazione è stata abbandonata ai piani capitalisti/di mercato più volgari e primitivi, e poi spolverata di fioriti slogan ‘culturali’ al fine di rendere l’intera farsa a prova di bomba e ‘politicamente corretta’.

Non tanto tempo fa un esperto indiano che lavorava per le Nazioni Unite ha confessato la sua ammirazione per il popolo statunitense: “Vengono in India e, diversamente dagli altri, sono così gentili e umili e mostrano un tale rispetto per la nostra cultura!”

Indubbiamente lo fanno. Indubbiamente!

Il sistema statunitense e i suoi emissari hanno sempre mostrato un’ammirazione illimitata per qualsiasi regime o ‘cultura’ criminale che abbia dimostrato un grosso appetito per mandare milioni dei propri cittadini sull’altare sacrificale per esservi consumati a beneficio dell’Impero. Servire le élite locali che, a loro volta, servono gli interessi degli Stati Uniti (e dei suoi stretti alleati) è considerato la forma più nobile di servilismo.

Centinaia di milioni di indiani – saccheggiati e resi indigenti – sono i veri eroi dell’occidente; le loro vite rovinate sono l’esempio migliore che i cinesi e i latinoamericani sono incoraggiati a imitare!

Quartiere degradato di Bombay

*

Vandana Shiva ha scritto il 30 dicembre 2012:

I casi di stupro e di violenze contro le donne sono aumentati nel corso degli anni. L’Ufficio Nazionale degli Archivi Penali (NCRB) ha riferito 10.068 casi di stupro nel 1990, passati a 16.496 nel 2000. Con 24.206 casi nel 2011 i casi di stupro sono balzati a un incremento incredibile dell’873% dal 1971, quando il NCRB ha cominciato a registrare i casi di stupro. E Delhi è emersa come capitale indiana degli stupri, rappresentando il 25% dei casi.”

E poi ha sintetizzato:

“E i sistemi economici influenzano la cultura e i valori sociali. Un’economia di mercificazione crea una cultura di mercificazione, in cui tutto ha un prezzo e nulla ha valore … La crescente cultura dello stupro è un’esternalità sociale delle riforme economiche. Dobbiamo istituzionalizzare verifiche sociali delle politiche neoliberali, che sono uno strumento centrale del patriarcato del nostro tempo.”

C’è anche un sistema feudale arcaico; c’è il disgraziato sistema delle caste; c’è follia religiosa; tutte cose che hanno un effetto deleterio sulla creazione sia dei valori sociali, sia della cultura.

C’è anche ignoranza, il prodotto di una cronica mancanza di istruzione ed educazione, considerato che l’India è la patria del maggior numero di analfabeti rispetto a ogni altro luogo del pianeta.

E c’è oppressione sessuale, associata altrove con il diciannovesimo secoli o tempi molto precedenti; ci sono rapporti feudali sessuali da padrone a schiavo, proibizioni estreme riguardanti la sessualità, colpe medioevali che le religioni collegano alla sessualità, un rapporto percentuale innaturale tra maschi e femmine (conseguenza degli aborti di feti femmine e dell’uccisione di neonate); tutto ciò aggiunge combustibile alle condizioni esplosive già instabili della società.

Le principali vittime di questo stato di cose sono, naturalmente, le donne indiane.

In una ricerca condotta dalla Fondazione Donne e Legge della Thomson Reuters, un centro di informazioni e sostegno ai diritti delle donne, l’India si colloca, con l’Afghanistan, il Congo e la Somalia, tra i luoghi più pericolosi del mondo per le donne. 

 

Insicuro per lei essere lì.

 

Tutti e tre i paesi del ‘club’ al quale appartiene anche l’India sono devastati da guerre brutali e hanno uno dei più bassi Indici di Sviluppo Umano (HDI) del mondo, con il Congo che ha il più basso (2011).

*

La morte della studentessa di medicina ha scatenato proteste in tutta Nuova Delhi. E giustamente.

Ma il 28 dicembre il Guardian ha riferito:

“La brutalità dell’aggressione ha provocato rabbia e dimostrazioni diffuse in tutta l’India, concentrate in larga misura sulla polizia, i politici e l’alta dirigenza, da parte di manifestanti che chiedono migliori controlli e punizioni più severe per gli stupratori.”

E ciò che è allarmante, in numerose foto che ritraggono le proteste, è che sono visibili slogan come “Impiccate gli stupratori.”

Lo stato e i dimostranti si trovano ora improvvisamente impegnati in un confronto muscolare a proposito di una “maggiore sicurezza”, a proposito della pena di morte della sterilizzazione chimica degli stupratori, in cui ciascuna parte cerca di superare l’altra.

Questo non è altro che un approccio per “sentirsi a posto”, combinato con una filosofia di vendetta pericolosa e medioevale che ha già falciato milioni di vite nella storia moderna del subcontinente.

L’india non ha bisogno di altri armati di mitra per proteggere i pendolari. Sono già dovunque, nelle strade, nella metropolitana di Nuova Delhi e in tutte le stazioni ferroviarie. Non fanno assolutamente nulla per la sicurezza dei cittadini comuni. Li ho osservati; li ho filmati. Sono lì solo a scopo intimidatorio ed egoistico.

E nelle aziende di lusso e negli uffici governativi sono dispiegati per proteggere le élite indiane e lo status quo.

E quanto alla pena di morte? Chiaramente non è un deterrente contro il crimine; non fa che indurire ancora di più i delinquenti. Gli Stati Uniti sono l’unico paese dell’occidente che utilizza la pena di morte, e hanno i tassi più elevati di criminalità.

Di norma, uccidere le persone come punizione, non è altro che un’eco dei brutali giorni religiosi, una follia che non ha nulla a che vedere col proteggere la gente o rendere più sicuro il paese.

E quale messaggio trasmetterebbe, comunque, alla società, se solo gli stupratori poveri e folli fossero giustiziati, mentre gli assassini professionisti di massa, molti dei quali avviene che siano celebrati come “cani sciolti dell’economia” o “V-VIP”, quelli che rubano miliardi ai poveri e mantengono l’India nel medioevo, continuerebbero a godere di rispetto servile, orgogliosamente alla guida delle loro Bentley attraverso le baraccopoli?

In India le élite possono comprarsi sia la giustizia sia il silenzio. I ricchi, i leader religiosi, i latifondisti, affronterebbero la pena di morte per quello che fanno alle donne, o quelle impiccagioni sarebbero riservate solo ai criminali poveri, come una specie di spettacolo arcaico?

E c’è più un’angolazione per considerare ciò che è accaduto su quell’autobus pubblico, a Nuova Delhi: non ci sarebbe stata alcuna carneficina, nessuno stupro di gruppo, se quei sei uomini fossero stati addestrati da laureati o medici a Cuba, o arruolati nelle Orchestre della Gioventù in Venezuela, o in qualche club teatrale a Buenos Aires.

I progetti di fama mondiale delle Orchestre della Gioventù attirano da anni bambini dei bassifondi più duri del Venezuela, per tenerli lontani dalla criminalità violenta, per far loro apprezzare il duro lavoro e la bellezza. E ci sono centinaia d’iniziative simili, in tutti i paesi socialisti dell’America Latina.

Ma non sembra che i governanti indiani abbiano alcuna intenzione di adottare programmi riusciti di paesi in cui i governi servono il popolo, dediti a migliorare le vite dei cittadini. Invece continuano a fare quello che hanno fatto per secoli: servire i loro padroni coloniali.

Sembra anche che al governo indiano non interessi nulla di ammorbidire e ingentilire la sua popolazione maschile. O non fa nulla o minaccia di tagliar loro i testicoli!

*

Ciò di cui l’India ha bisogno è giustizia sociale, istruzione e ottimismo. Ha bisogno che la gente dei media e grandi artisti aderiscano alla lotta per un paese migliore, invece di produrre fiabe e incubi di ‘intrattenimento’ deprimenti, intellettualmente insultanti e spesso molto volgari.

Ha bisogno di uscire dal suo isolamento e di imparare ciò che viene fatto in Venezuela, a Cuba, in Bolivia e altrove.

Ha bisogno che i suoi intellettuali identifichino tutto ciò che è andato storto nella sua cultura e nella sua religione; inizialmente in un linguaggio semplice, che tutti possano comprendere.

Ha bisogno di una generazione nuova e fresca di persone dedicate ed entusiaste, che siano disponibili a vivere e a lavorare per il proprio paese, invece di ammassare ricchezza per le proprie famiglie, clan e sette religiose.

Ha bisogno di dottori, disposti a vivere secondo il Giuramento d’Ippocrate; dottori che mettano le cure sopra la caccia ai titoli e allo status. Ha bisogno di insegnanti impegnati, ossessionati dalla conoscenza. Ha bisogno di narratori di storie. Ha bisogno di rivoluzionari, pronti a rompere le manette oppressive che legano la gente a valori arcaici, bizzarri e illogici.

L’India non ha bisogno che “la sua cultura sia rispettata”; ha bisogno di ripensare sé stessa e di una ristrutturazione totale.

Quelli che hanno stuprato la giovane studentessa di medicina vanno processati, condannati e chiusi in prigione. Ma soprattutto è l’intero sistema e il suo insieme di valori che deve essere processato, condannato e gettato via!

Quelle migliaia di persone che ora si battono sotto l’India Gate di Nuova Delhi, provano evidentemente gli stessi sentimenti.

 

India Gate

 

Lottano, e dovrebbero lottare, nel nome della ragazza, nel nome di milioni di donne come lei, nel nome di più di metà del paese che vive sotto una violenza meno brutale e tuttavia tremenda e continua.

*

E mentre pensavo a lei, continuavo a borbottare delle scuse.

Così tanti di noi, scrittori, giornalisti, registi internazionalisti progressisti non l’hanno aiutata; non abbiamo aiutato Amanat, in modo evidente e totale. Sapevo che probabilmente non era il suo nome, ma dovevo rivolgermi a lei in un modo o nell’altro.

Non siamo venuti in India abbastanza spesso; ci siamo lasciati intimidire dai cori rumorosi e autocelebrativi delle élite indiane, provenienti da destra e da sinistra; dagli slogan a proposito della “più grande democrazia del mondo”; da tutta quella retorica a proposito dell’”unicità della cultura indiana”.

Ci siamo rifiutati di credere ai nostri occhi, non abbiamo descritto quello che era evidente, non abbiamo raccontato la verità sull’India.

*

Ho pensato:

“Amanat, scusami se ti chiamo con un nome che non è il tuo, ma il regime indiano ha tenuto celata la tua identità, presumibilmente per “motivi di sicurezza”.  Quello che ti hanno fatto, ti ha resa in qualche modo pericolosa per il sistema …”

Mi sono rivolto a lei, nella mia mente, guardando fuori del finestrino dello Shinkansen, un treno ad alta velocità che mi stava riportando da Hiroshima e Nagoya. Non prestavo attenzione al paesaggio. Stavo immaginando Nuova Delhi; i miei pensieri erano rivolti alla gente di quel luogo, che stava facendo l’unica cosa giusta che si potesse pensare di fare date le circostanze: “confrontarsi” con la polizia.

In precedenza avevo letto la notizia della morte della ragazza la cui vita è terminata così bruscamente, in modo così inutile, così brutale. Sono rimasto totalmente immerso in pensieri riguardanti la post-produzione del mio film su Ruanda e sul genocidio in corso nella Repubblica Democratica del Congo: “Il gambetto ruandese”. Il film è quasi pronto per la distribuzione.

“Quello che ti hanno fatto è quello che fanno a molte donne a East Kivu, nella Repubblica Democratica del Congo. Là infuria la guerra e sono già morte quasi dieci milioni di persone. Ma hanno infierito su di te, ti hanno uccisa, nel paese che è definito dai padroni del mondo “la democrazia più vasta”.

“Si dice che essere una donna nel tuo paese è terribile come esserlo nella Repubblica Democratica del Congo. Si dice che per molte, per milioni, è puro orrore essere una donna in India.”

Poi mi sono reso conto che soltanto parlare non basta; che devo agire.

Allora ho fatto una promessa: ho promesso di girare un film sull’argomento e di dedicarlo alla memoria della vita brutalmente interrotta di una giovane studentessa di medicina il cui nome ancora non conosco e che è stata identificata solo con un nome fittizio, che in lingua urdu significa “tesoro”.

 

Donne su un autobus pubblico

 

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato delle guerre e dei conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidente nel Pacifico del sud – Oceania – è pubblicato da Lulu. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e il modello fondamentalista del mercato s’intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] ed è stato pubblicato dalla Pluto Publishing House nell’agosto 2012. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchel attualmente risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto al suo sito web. Tutte le foto sono di Andre Vltchek.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.counterpunch.org/2013/01/03/requiem-for-a-new-delhi-rape-victim/

Originale: Counterpunch

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 6 gennaio 2013 alle 07:15 -

    Solo una societá fondata sul crimine non fa nulla per impedire i crimini o finge di farlo promettendo di punirli con crimini anche peggiori.

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