di Tom Engelhardt – 4 gennaio 2013
Provate a considerare le cose secondo la seguente semplice formulazione: se siete stati assunti (e pagati profumatamente) per proteggere l’esistente diventerete congenitamente mal equipaggiati per immaginare ciò che potrebbe essere. E tuttavia il desiderio non soltanto di conoscere i contorni del futuro ma di piantare le Stelle e Strisce su tale futuro ha nella sua morsa la comunità dei servizi d’informazione USA (IC) fin dalla metà degli anni ’90. E’ stato quello in periodo in cui a qualcuno a Washington è venuto in mente che la potenza statunitense poteva essere in grado di controllare globalmente praticamente tutto ciò che valeva la pena di controllare, se non per l’eternità almeno sufficientemente a lungo da rendere il futuro una proprietà statunitense.
Da allora, ogni pochi anni il Consiglio Nazionale dell’Intelligence (NIC), il centro dell’IC “per le analisi strategiche a lungo termine”, si dedica a produrre un documento la cui serie è intitolata Global Trends [Tendenze globali] (completare con un anno futuro). L’edizione più recente, uscita giusto in tempo per il secondo mandato di Barack Obama, è Global Trends 2030. Ecco qualcosa di assolutamente prevedibile al riguardo: il documento è più grosso e più elaborato del Global Trends 2025. Ed eccovi una previsione che, per quanto difficile sia dire qualcosa di certo riguardo al futuro, ha il 99,9% di probabilità di essere accurata: quando uscirà, il Global Trends 2035 sarà ancora più voluminoso ed elaborato. Costerà di più e tuttavia, come l’edizione che l’ha preceduto, sarà pieno d’incertezze su ogni dubbio, menzionerà perplesso tutte le più remote possibilità e conterrà una scappatoia per ogni previsione che non si verifichi.
Nulla di tutto ciò dovrebbe sorprendere. In anni recenti, con un bilancio collettivo di 75 miliardi di dollari, la IC, quel labirinto storicamente senza precedenti di 17 agenzie e organismi dei servizi segreti, è stato una delle industrie a maggior crescita di Washington. In cambio di finanziamenti praticamente sfrenati e di un ampliamento più che decennale dei suoi poteri, ha promesso un’unica cosa al popolo statunitense: sicurezza, specialmente dal “terrorismo”. In quanto parte del complesso della sicurezza nazionale, che ha enormemente beneficiato del blocco del paese e di un permanente stato di guerra dopo l’11 settembre, soffre anche della classica patologia burocratica dell’elefantiasi.
Non ci si dovrebbe, perciò, fare impressionare dalla scoperta che le sue incursioni in un futuro che produce ansia, iniziate in modo relativamente modesto nel 1997, si sono trasformate in operazioni sempre più massicce. In questa quinta edizione della serie gli autori hanno partorito un peana, della lunghezza di un tomo, al futuro e ai suoi pericoli.
Per farlo, hanno riunito gruppi di “esperti” di un numero troppo elevato di università statunitensi per poterle contare, hanno citato troppi accademici per poterli citare tutti, nonostante pagine di ringraziamenti, e hanno tenuto “incontri sulla bozza iniziale in quasi venti paesi.” In altre parole è stato compiuto uno sforzo monumentale per fabbricare il futuro e rassicurare Washington che, anche “anche se è inevitabile un relativo declino economico rispetto agli stati emergenti”, i decenni futuri potranno continuare a dimostrarsi un balocco statunitense (pur se condiviso, in una certa misura, con la Cina e quelle altre potenze emergenti).
Il frack è il nuovo crack [la fratturazione idraulica è il nuovo stupefacente]
Essendosi gonfiate a dimensioni indecenti, le ‘tendenze’ del titolo del progetto non erano più lontanamente sufficienti. Il linguaggio del Global Trends 2030 si è perciò dilatato per restare all’altezza delle sue pretese mastodontiche. Oggi come oggi, per inchiodare il futuro a beneficio di chi a Washington decide le politiche, c’è bisogno di Megatendenze (“Emancipazione Individuale”, “Diffusione del Potere”), Rivoluzionatori degli Schemi (“Economia Globale Incline alla Crisi”, “Lacune di Governance”, “Potenziali di Accresciuta Violenza”), Cigni Neri (“Grave Pandemia”, “Accelerazione del Cambiamento Climatico”, “Iran Riformato”) e Cambiamenti Tettonici (“Crescita della Classe Media Globale”, “Invecchiamento Diffuso e Senza Precedenti”), per non parlare dei Mondi Potenziali o di scenari futuristi fantascientifici in cui tali Megatendenze, Rivoluzionatori degli Schemi, Cigni Neri e Cambiamenti Tettonici si combinano e si adattano in possibili futuri.
Cos’hanno ricavato esattamente da tutto questo gli esperti dei servizi segreti statunitensi, i rappresentanti dell’unica superpotenza globale rimasta? Il mio sommario parziale sarebbe il seguente: che non dovremmo aspettarci l’emergere di nulla d’importante che già non conosciamo; che le varie versioni del presente conoscibile possono essere accuratamente proiettate nel futuro; che molto dipende da ciò che accadrà nel più grande stato della Terra (con la Cina che gli mordicchia le caviglie) – se, cioè, con il loro “predominio generale nella maggior parte delle dimensioni del potere, sia ‘duro’ che ‘morbido’, gli Stati Uniti resteranno un benevolo “garante della sicurezza globale” o un “poliziotto globale” della stabilità planetaria o – disastro dei disastri! - si ritireranno in sé stessi, creando una fortezza America del declino; che la vera crisi statunitense potrebbe essere una diminuzione della spesa militare; che è probabile che l’economia globale, con più di un miliardo di consumatori di una nuova “classe media”, possa andare marginalmente meglio o peggio; che l’Iran potrebbe (o forse no) fabbricare armi nucleari; che la conflittualità globale potrebbe aumentare un po’ (con un accento sulle guerre per le risorse), o forse scemare; che lo stato nazionale potrebbe permanere con pressappoco il potere attuale o potrebbe perderlo a favore di enti non governativi e ‘città intelligenti’, e via dicendo.
Ci sono, tuttavia, alcuni temi che sembrano essere finiti ‘dispersi in azione’ nella versione del nostro mondo futuro a cura del Consiglio Nazionale dell’Intelligence. Non troverete, ad esempio, questi termini evidenziati nel Global Trends 2030: corporations [multinazionali, nel senso del contesto – n.d.t.] – esse sembrano non avere alcun ruolo nel mondo del futuro che meriti menzione; depressione – sì, ‘recessione’, o addirittura, in extremis, ‘ collasso’, ma non ‘depressione globale’, nemmeno quando gli Stati Uniti sono paragonati alla precedente grande potenza imperiale, la Gran Bretagna del diciannovesimo secolo, e dunque in un’era in cui le depressioni erano diffuse (una possibile ‘grande depressione’ riceve un’unica citazione come a ‘bassa probabilità’); imperiale – perché noi siamo soltanto … ehm … beh, sapete cosa … quello non è un termine appropriato per il mondo del 2030; rivoluzione – oh, ce n’è stata una nel 1848 e può essere citata, ma nonostante che il mondo, negli anni recenti, abbia assistito alle convulsioni di rivolte inattese e di movimenti imprevisti, nel 2030 la rivoluzione è inimmaginabile; capitalismo – non c’è necessità di nominarlo in un mondo in cui non esiste altro, e utilizzare il termine potrebbe implicare che nel 2030 potrebbe emerge un altro sistema di qualche genere a contrastarlo il che, ovviamente, è inconcepibile; arsenale nucleare israeliano – perché tirar fuori l’arsenale nucleare israeliano, che in realtà esiste e che è presumibile esisterà anche nel 2030, quando ci si può concentrare sul favoloso Cigno Nero rappresentato dall’Iran e dal suo (ancora) inesistente arsenale nucleare?
Infine, basi militari: indubbiamente un’espressione perfettamente accettabile nel Global Trends 2040del NIC, una volta che la Cina ne abbia create alcune all’estero. Nel frattempo, in un mondo in cui gli Stati Uniti ne hanno ancora, globalmente, circa 1.000, non c’è motivo di tirar fuori l’argomento o di discutere il destino della guarnigione, storicamente senza precedenti, di Washington nel pianeta. Né nel Global Trends 2030 troverete una seria valutazione della potenza militare statunitense o del debole di Washington, negli anni recenti, non per garantire la stabilità, bensì per assicurare instabilità, confusione e caos in terre lontane.
Troverete una sezione sui droni, ma non sulle nostre guerre con i droni e su come potrebbero svolgersi nel 2030. (Un altro insieme di termini verboten ora associato a tali guerre comprende assassinii, omicidi mirati e liste dei condannati a morte. Troverete la Primavera Araba, trattata di passaggio, ma non la Primavera Indiana (sapete, quella che si è verificata nel 2023, in quella nazione piena di giovani quando le aspettative crescenti si sono scontrate con le frustrazioni economiche). Leggerete molto a proposito dei problemi delle risorse e delle potenziali guerre per esse, ma non a proposito del gorilla da quattro quintali nella cristalleria globale. L’unica crisi incombente che minaccia il benessere del pianeta, il cambiamento climatico, anche se certamente trattata di sfuggita, è essenzialmente scartata poiché, pare, entro il 2030 non avrà ancora colpito. (Presumibilmente nessuna delle riunioni del gruppo del NIC si è tenuta nel riarso sud-ovest degli Stati Uniti, nel Midwest colpito dalla siccità o sulla costa del Jersey dopo il passaggio dell’uragano Sandy).
Noterete che ciò che fa fare salti di gioia ai nostri futurologi dell’intelligence e procura loro l’equivalente di uno sballo da droga è la fratturazione idraulica, o fracking, alla quale ritornano più e più volte. Non vi sto prendendo in giro. Per loro il frack è il nuovo crack e se da questo documento (Dio non voglia!) dovesse essere ricavato un film potrebbe essere intitolato Ritorno fratturando al futuro [Frack to the Future]. Sì, nella maggior parte dei loro scenari futuri, la fratturazione idraulica, liberando tutta quella ‘energia estrema’ rende gli Stati Uniti energeticamente indipendenti, esportatori di gas naturale, e garantisce praticamente che il 2030 sarà ancora una volta un anno statunitense. Evviva!
La democrazia del tempo
Soprattutto, gli analisti del Consiglio Nazionale dell’Intelligence sono riusciti a mettere al bando, in larga misura, l’unico aspetto del futuro che è più essenziale, inevitabile e stimolante: la sorpresa. Questo vi dice del mondo di Washington abitato dagli autori, molto più di quanto potrebbe accadere nel 2030. Ma prima che arrivi a questo, concedetemi solo un secondo per darmi una pacca sulla spalla.
Dopotutto vi ho fatto un favore enorme. Ho realmente letto Global Trends 2030 dalla sua iniziale lettera di due pagine al ‘caro lettore’ a firma del presidente del NIC e dalla ‘sintesi per la dirigenza’ del rapporto, attraverso le 136 pagine a due colonne, fino agli interminabili ringraziamenti. E lasciate che ve lo garantisca, è messo insieme da persone assolutamente intelligenti e ci sono dei bocconcini interessanti. La squadra radunata ha persino cercato di metter mano a brani di fantascienza futurista e almeno uno di essi, un’“aggiornata” analisi “marxista” del ventunesimo secolo ha un certo fuggevole valore d’intrattenimento.
Alla fine, tuttavia, il documento, come la stessa Comunità dell’Intelligence, è un artificioso prodotto dei limiti e delle paure di Washington. E’ anche tanto tedioso e ripetitivo da far girare la testa e spezzare la schiena, presentando grafici elaborati che espongono ciò che si è appena letto come se fossimo semplicemente troppo tonti per comprenderlo paragrafo per paragrafo. E’ esattamente il genere di cosa che a nessun collettivo burocratico dovrebbe essere consentito di infliggere al grande ignoto e che nessuno che sia cresciuto con H.G.Wells, Arthur Clarke, Isaac Asimov, Ray Bradbury, Philip Dick, Ursula Le Guin, George Orwell, William Gibson o, quanto a questo, con Suzanne Collins, dovrebbe essere mai costretto a subire.
E tuttavia la stranezza di questo progetto, storicamente parlando, dovrebbe attirare la vostra attenzione. Fermatevi un momento a pensare al tempo e allo stato. Gli stati tradizionalmente sono stati desiderosi di controllare il passato (a volte dandosi molto da fare per ottenere il monopolio della scrittura della storia). E – nessuna sorpresa al riguardo – la maggior parte degli stati desidera controllare il presente. Ma il futuro? Il futuro è il tempo della democrazia. Nessun governo può assicurarselo. Nessun esercito può invaderlo. Nessuna agenzia dei servizi segreti può infiltrarvi i propri operatori.
E’ per questo che la serie Global Trends, emersa in origine dal mondo sempre più sicuro di sé dell’”unica superpotenza”, conserva un certo fascino. Rappresenta l’incursione nel futuro di un unico stato, un singolare tentativo di delimitarlo e impossessarsene. Un tempo il futuro lontano era il dominio di pensatori utopisti e distopisti, di scrittori di romanzi economici, di tipi strambi, visionari, anche di stravaganti, ma non dei servizi segreti del governo. Sbirciare in esso era, al meglio, una strana avventura dell’immaginazione commoventemente individuale, che si trattasse di leggere Edward Bellamy o Charlotte Perkins Gilman, Yevgeny Zamyatin o H.G.Wells, George Orwell o Aldous Huxley.
Ciò accadeva, naturalmente, prima che il Pentagono cominciasse a pianificare gli armamenti per il 2020, 2035 e 2050; prima che la guerra diventasse nucleare e in tal modo, con l’eccezione delle due città del 1945, potesse essere “combattuta” soltanto dai gruppi di esperti nella stesura di scenari futuristici. Era prima che i leader della sola superpotenza fossero così sopraffatti dall’arroganza da cominciare a sospettare che il futuro, come il presente, potesse in effetti essere loro.
E tuttavia il futuro è, e rimane, di tutti, sempre. Fino a quando non si realizza in concreto, la vostra ipotesi vale quanto quella della CIA o del NIC. Forse di più. In effetti loro possono essere i candidati peggiori a scrivere del futuro. Anche quando sono consapevoli delle critiche mosse loro – come esposto nel Global Trends 2030, la loro incapacità di rinunciare alle ‘continuità’ e accettare le ‘discontinuità e le crisi’ – ciò non conta.
Semplicemente non sono capaci di tirarsi fuori dalla gabbia. Non osano sorprendere sé stessi, men che meno concedere al futuro quanto gli è dovuto in termini di sorprese, anche se – ipotesi mia – il nostro sarà probabilmente un mondo sempre più pieno di tali discontinuità. L’ascesa della Cina, il crollo della Lehman Brothers, la Primavera Araba, l’eruzione dei movimenti sia del Tea Party sia di Occupy, persino la più piccola delle botole della storia – come Paula Broadwell [l’amante del generale Petraeus che, per lo scandalo suscitato dalla rivelazione della relazione, né ha determinato le dimissioni da direttore della CIA – n.d.t.] che smonta il “più grande generale” degli Stati Uniti – sono concettualmente fuori dalla loro portata. La sorpresa è il loro veleno. Preferirebbero barare e fare giochi di prestigio con il mazzo delle carte piuttosto che riconoscere che semplicemente il futuro non appartiene a loro.
Apocalisse quando?
I primi anni dell’era di George W. Bush si sono dimostrati un periodo visionario, anche se folle. E’ stato quando Washington ha fatto eruttare un vulcano nel cuore petrolifero del pianeta e può aver scatenato la Primavera Araba. Più di recente, la politica è stata riconsegnata con fermezza a un’amministrazione di manager e l’immaginazione imperiale statunitense, quale essa era, ha cominciato ad atrofizzarsi. Global Trends 2030 riflette questa realtà tutta statunitense ed è questo il motivo per cui, all’inizio del 2013, ha meno probabilità di aprire una porta sul futuro che di offrire una visita guidata ai soffocanti corridoi della mente collettiva di Washington.
Naturalmente il futuro di qualcosa di troppo complicato perché vi si possa guidare qualcuno. Si prenda, ad esempio, la Cina. Nessuno affermerebbe che la sua ascesa non sia un fatto di importanza storica. Tuttavia io penso che sarebbe corretto dire che, dall’inizio del diciannovesimo secolo alla fine del ventesimo, chiunque avesse previsto accuratamente la successiva spettacolare e bizzarra svolta del corso cinese verso il futuro si sarebbe visto ridere dietro da qualsiasi gruppo di esperti: il crollo della Cina imperiale, l’improbabile ascesa del movimento comunista di Mao Tse-tung emergente dal caos della guerra civile e d’invasione o – cosa più improbabile di tutte – la creazione, da parte del Partito Comunista Cinese, dopo un decennio di allarmante radicalismo ed estremismo, di un centro di potere capitalista senza precedenti (che, come segnala Global Trends 2030, si prevede sorpasserà gli USA come prima economia mondiale nel 2030, se non prima).
Dunque perché qualcuno dovrebbe immaginare che, quando si tratta della Cina, le tendenze attuali possano essere semplicemente proiettate nel futuro? E tuttavia le cose stanno così per i tizi di Global Trends 2030, che proiettano per quel paese una serie più ardita di scenari che spazia dalla collaborazione con gli Stati Uniti in un’armonia egemonica regionale al crescente nazionalismo e “avventurismo” all’estero per arrivare (circostanza estremamente improbabile, secondo loro) a uno scenario da “collasso” economico che sconvolgerà l’economia globale.
Tuttavia prendiamo un fatto importante della storia cinese che gli analisti del Consiglio Nazionale dell’Intelligence ignorano (anche se i dirigenti cinesi ne sono profondamente consapevoli, altrimenti non si sarebbero mossi a reprimere la setta Falun Gong o, più di recente, un culto cristiano dell’apocalisse Maya). Sotto pressione, la Cina ha una tradizione rivoluzionaria unica. Per almeno un paio di millenni, in tempi difficili grandi rivolte contadine, spesso alimentate da sette religiose sincretiste, hanno spazzato l’interno della Cina minacciando il paese: i Turbanti Gialli, il Loto Bianco, i Taiping della metà del diciannovesimo secolo e, più recentemente, lo stesso movimento di Mao, tra gli altri.
Già oggi, in un periodo economicamente positivo, la Cina ha decine di migliaia di “incidenti di massa” l’anno, in cui i cittadini contestano le fabbriche inquinanti, i contadini si impossessano di villaggi locali e così via. Se l’economia cinese dovesse subire un duro colpo, tra oggi e il 2030, in mezzo a una crescente corruzione e disuguaglianza economica, chi sa cosa potrebbe davvero succedere?
Con una rarissima eccezione, comunque, gli autori di Global Trends 2030 relegano lo sconvolgimento del futuro a “Cigni Neri” estremi, come una pandemia che potrebbe uccidere milioni di persone o tempeste solari geomagnetiche che potrebbero mettere fuori uso i sistemi satellitari e la rete elettrica globale (uno scenario cui gli autori del programma di successo della NBC ‘Revolution’ sono arrivati ben prima degli esperti del NIC). Per tutto il resto, riguardo a un mondo realmente discontinuo, nel meglio e nel peggio, scordatevi Global Trends 2030.
Non ritengo di essere atipico e tuttavia sono in grado di immaginare cose peggiori di quelle che loro sono capaci di descrivere senza neppur sbattere le palpebre, cominciando da una depressione globale su vasta scala da lasciare storditi. In realtà, se si ha un orientamento mentale apocalittico, tutto quel che si deve fare è guardare alle informazioni che loro forniscono – alcune delle quali sono considerate buone notizie dagli analisti – ed è abbastanza facile capire in quale mondo davvero estremo possiamo star per entrare.
Ci dicono, ad esempio, che “il mondo ha consumato più cibo di quanto ne abbia prodotto in sette degli ultimi otto anni” (una tendenza che sperano sarà invertita dalla modificazione genetica dei raccolti alimentari); che l’acqua sta cominciando a scarseggiare (“entro il 2030 quasi metà della popolazione mondiale vivrà in aree con gravi scarsità d’acqua”); che la domanda di energia crescerà di circa il 50% nei prossimi quindici o vent’anni; che i gas serra, che affluiscono nell’atmosfera come se non esistesse un domani, sono previsti raddoppiare a metà secolo. Secondo le loro stime, nel 2030 ci saranno 8,3 miliardi di onnivori esclusivi che razzoleranno nel pianeta e più di un miliardo di loro, forse due miliardi, avrà fatto il suo ingresso nella versione disastrosamente degradata della “classe media”. Ci saranno, cioè, più automobilisti, più consumatori di carne, più acquirenti di prodotti.
Aggiungeteci il cambiamento climatico – e il “successo” del fracking nel mantenerci in una dieta di combustibili fossili per decenni a venire – e ditemi che non riuscite a immaginare uno scenario apocalittico o due, e anche qualche sorpresa sconvolgente.
Un desiderio nel centro commerciale globale
Considerate Global Trends 2030 un ritratto di una Comunità d’Intelligence sovrappeso e in via di invecchiamento (e i parassiti accademici che collaborano con essa) incapace di vedere il mondo com’è, per non parlare di come potrebbe essere. Il Consiglio Nazionale dell’Intelligence non ha evidentemente conosciuto mai un catastrofista o un sognatore che non abbia voluto evitare. Chi la muove e la scuote apparentemente non ha mai preso in considerazione l’idea di riunire un gruppo di scrittori di fantascienza e in tutti i suoi viaggi non si è mai fermato in Uruguay a fare una visita allo scrittore radicale Eduardo Galeano, né ha mai neppure consultato il suo libero del 1998 ‘A testa in giù’.
A un certo punto, trattando del consumismo globale – e ricordato che scriveva un anno dopo la pubblicazione del primo Global Trends – ha scritto:
“La società dei consumi è una trappola esplosiva. Quelli che la controllano fingono ignoranza, ma chiunque abbia occhi per vedere può constatare che la grande maggioranza della gente deve necessariamente consumare non molto, pochissimo, o addirittura nulla al fine di salvare il briciolo di natura che ci è rimasto. L’ingiustizia sociale non è un errore da correggere, né è un difetto da superare; è una necessità essenziale del sistema. Nessun mondo naturale è in grado di sostenere un centro commerciale di dimensioni planetarie … Se consumassimo tutti come quelli che stanno spremendo la Terra fino a inaridirla, non ci resterebbe alcun pianeta.”
Con l’ascesa delle potenze del “Sud” e dell’”Est”, ora avremo la possibilità di constatare da soli, forse entro il 2030, quanto accurato possa essere stato Galeano riguardo al destino di questo nostro pianeta sempre più affollato, sempre più spremuto di risorse, sempre più caldo e tumultuoso. Potremmo apprendere da vicino e personalmente semplicemente cosa significhi aggiungere un miliardo o due di consumatori extra della “classe media” in tale momento. Per allora forse saremo in grado di fare la nostra scelta tra estremi di ogni genere, da vecchie riserve come la rivoluzione o il fascismo a nuovi eccessi che non siamo neppure in grado oggi di immaginare.
Ma non leggete Global Trends 2030 per trovarci qualcosa al riguardo. Dopotutto l’incubo di ogni burocrazia è la sorpresa. Non stiamo spendendo 75 miliardi di dollari in “intelligence” e rinunciando a quelli che erano i classici diritti e libertà statunitensi per andare incontro a un mucchio di sorprese inquietanti. Nessuna meraviglia che la gente del NIC non sopporti di immaginare una gamma più completa dei possibili scenari a venire. La bolla di Washington è troppo confortevole, il resto troppo spaventoso. Possono vivere della nostra paura, ma non inganniamoci neppure per un secondo, anche loro hanno paura, altrimenti non avrebbero prodotto un documento come Global Trends 2030.
Come ritratto del potere statunitense diventato notevolmente cieco, sordo e muto, in un mondo che romba verso il 2030, offre al resto di noi la definizione funzionale del gruppo di persone meno adatto a offrire sicurezza a lungo termine agli statunitensi.
Tirate le somme, in realtà, e avrete un unico, sin troppo chiaro desiderio di Capodanno da parte della Comunità dell’Intelligence USA: per favore, per favore, per favore fate sì che il 2013, il 2014, il 2015 … e il 2030 non siano così diversi dal 2012!
Tom Engelhardt, cofondatore del Progetto dell’Impero Americano e autore di ‘Gli Stati Uniti della Paura’ nonché di ‘La Fine della Cultura della Vittoria’, la sua storia della Guerra Fredda, gestisce TomDispatch.com del Nation Institute, dove è comparso in origine questo articolo. Il suo libro più recente, di cui è coautore con Nick Turse, è ‘Pianeta Terminator: la prima storia della guerra dei droni, 2001-2050’ . Potete assistere alla sua intervista [in inglese] con Bill Moyers sulla politica gonfiata, i droni e altri temi cliccando qui.
[Nota per i lettori: questo è il secondo articolo che ho scritto di recente su cosa farcene della Comunità dell’Intelligence USA. Il primo, apparsa il 16 dicembre, è stato “The Visible Government, How the U.S. Intelligence Community Came Out of the Shadows.” [Il governo visibile: come la Comunità dell’Intelligence USA è uscita dall’ombra]].
Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
Fonte: http://www.zcommunications.org/the-u-s-intelligence-community-s-new-year-s-wish-by-tom-engelhardt
Originale: TomDispatch.com
traduzione di Giuseppe Volpe
Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0
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È evidente che le previsioni dell’Intelligence americana non hanno l’obiettivo di garantire sicurezza sulla base di analisi geopolitiche ed economiche ma di manovrare il grande armamentario del consenso con espedienti pubblicitari mistificatori e volti a veicolare sicurezze e timori dove più convenga. La menzogna articolata e idiota è ormai diventato il primo e più efficace avamposto del pericoloso controllo americano. Il substrato perfetto è un popolo incolto e superstizioso. Griderà alla sfortuna persino sull’orlo del baratro più ovvio e prevedibile.