Brutte, brutte storie dalla Cambogia

Redazione 3 gennaio 2013 2
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"Vi preghiamo gentilmente di mostrare rispetto per i milioni di uccisi dal regime genocida di Pol Pot"

 

di Andre Vltchek – 1 gennaio 2013

Sapete come trasformare un bambino piccolo, diciamo di cinque o sei anni, nel mendicante più produttivo? Io non lo sapevo, ma mi è stato spiegato da una madre che di notte prostituiva le sue figlie e di giorno le costringeva a mendicare:

“Assicurati che i piccoli soffrano di denutrizione, che le loro pance siano rigonfie, i capelli di un colore innaturalmente chiaro, e che le lacrime scorrano loro sulle guance. E quando i piccoli cominciano a portare a casa un sacco di soldi, devi impedire loro di riprendersi. Se hai dei dubbi, c’è l’UNICEF a Phnom Penh, e molte altre ONG: ti spiegano come evitare la denutrizione dei tuoi bambini; così fai l’esatto contrario e non sarai mai povero.”

Ce ne sono migliaia, di bambini mendicanti, che lavorano agli incroci e sui marciapiedi, di fronte virtualmente a ogni attrazione turistica. La polizia non se ne cura, o è troppo corrotta per intervenire. I cittadini non se ne curano, come non sembrano curarsene in molti altri luoghi, India compresa.

Gli orrori per lo sguardo sono molto comuni a Phnom Penh: ci sono persone, per lo più uomini, con ogni genere di deformità, a volte privi del volto, privi di mascelle, con orbite vuote degli occhi; quasi tutti mendicano. Amputati che appoggiano i loro moncherini ai finestrini delle auto negli ingorghi del traffico, donne che esibiscono i loro tumori.

Ma la condizione dei bambini è sempre dura da mandar giù. E’ perché non hanno scelto il loro destino; sono costretti a questa esistenza disperata dai loro genitori o da altri custodi privi di compassione.

Naturalmente gli incroci di Phnom Penh sono di gran lunga i peggiori di cui abbia mai fatto esperienza qui.

*

Consentitemi una piccola digressione per raccontarvi cos’è il peggio che ho visto in Cambogia.

Circa quindici anni fa ho partecipato al processo di chiusura del famigerato quartiere dei bordelli, chiamato Chilometro Undici; il nome deriva dalla distanza dell’area dal centro della capitale.

Il Chilometro Undici era molto peggio dell’inferno; cioè, ammesso che l’inferno esista. Era il centro dell’Asia sud-orientale della schiavitù sessuale, un luogo dove lo stupro era istituzionalizzato. Era una città di luride baracche che servivano da salotti del sesso che offrivano prevalentemente bambini piccoli e minori a turisti europei del sesso, pancioni e senescenti. Ed era tutto allo scoperto; non tentava neppure di celarsi agli occhi della polizia, dei dirigenti del governo e dell’esercito corrotti.

A un certo punto l’ONU, alcune ONG internazionali e noi – giornalisti d’inchiesta e reporter di guerra che operavamo nell’area – ne abbiamo avuto abbastanza. Abbiamo unito le forze e dato il via a una campagna diffamatoria contro lo stato, che stava fondamentalmente agendo da magnaccia, persino da carceriere, invece che da protettore dei più vulnerabili e indifesi.

Un giorno sono uscito insieme con un reporter khmer della Reuters, abbiamo preso un’auto e ci siamo “infiltrati” nel luogo, con piccole telecamere, registratori e taccuini. Abbiamo “noleggiato” due ragazze, una khmer e l’altra vietnamita; le abbiamo portate in una stanza e mentre si preparavano a spogliarsi abbiamo detto loro che non eravamo venuti per il sesso; eravamo lì per parlare, per aiutare.

La ragazza khmer era troppo terrorizzata per testimoniare, ha cominciato a tremare pregandoci di non fotografarla. Ci siamo attenuti completamente ai suoi desideri. Ma la ragazza vietnamita, che era nata in un minuscolo villaggio vicino al confine, ovviamente non aveva più nulla da perdere.

Non era sicura della sua età. Una banda di trafficanti cambogiani l’aveva rapita quando era molto giovane. L’avevano stuprata – l’avevano stuprata in gruppo, tenendola nei campi per due giorni – sulla via per Phnom Penh, appena dopo averle fatto passare illegalmente il confine. Poi l’avevano chiusa in una delle baracche di bambù del Chilometro Undici. Il giorno dopo era arrivato il primo cliente. “Stavo ancora sanguinando, dopo quello che mi avevano fatto,” aveva raccontato. “Ma mi dissero che mi avrebbero uccisa se non avessi fatto del sesso con quel bianco.”

Probabilmente aveva dodici anni, forse uno o due anni di più o di meno, non ero in grado di dirlo. E stava morendo … morendo di AIDS. I segni erano visibili e c’erano anche altre chiare sindromi. E lei lo sapeva … era una ragazza intelligente.

“Voglio tornare in Vietnam,” ci disse. “Voglio andare a casa.”

Quella notte ho avuto un indurito reporter di guerra che piangeva sulla mia spalla, in un qualche bar sul fiume; piangeva come un bambino. “Perché?” singhiozzava. “Come possono farlo? Sono realmente essere umani, questi?”

Ma prima che arrivasse la notte abbiamo dovuto separarci dalle ragazze.  Abbiamo impacchettato le nostre cose, la nostra attrezzatura, e abbiamo detto loro che avremmo fatto del nostro meglio per farle uscire da lì. Abbiamo offerto loro dei soldi in modo che potessero pagare il protettore. La ragazza vietnamita sé è rifiutata di prenderli. Mi ha guardato dritto negli occhi: “Portami a casa per favore. Voglio tornare in Vietnam.”

Era chiaro che stava dicendo, senza pronunciare le parole: “Voglio morire là, nel mio paese.”

“Adesso non posso, ma prometto che andrai a casa presto,” mi sono impegnato. Mi sono inchinato a lei come se fosse una donna molto più anziana di me. Sono andato via. Non l’ho rivista più.

Siamo usciti, in piena luce del sole. C’era un intero plotone di buttafuori a guardia del luogo. Nessuna donna poteva fuggire, arrivare in qualsiasi punto vicino alla strada, al fiume. Alcune delle guardie erano armate. Avevano lo sguardo vuoto; occhi totalmente freddi di assassini induriti.

E tutto attorno uomini europei, sulla quarantina, sulla cinquantina, sui sessanta e settant’anni; a bere birra, sandali ai piedi, alcuni con torace nudo, pelosi, che si sbronzavano, facendo passare il tempo tra un rapporto sessuale a poco prezzo e l’altro, definiti “scopate” a Phnom Penh.

A questo punto il mio collega non ha potuto più controllarsi. Ha tirato fuori la macchina fotografica e ha cominciato a fotografare l’intera scena: i buttafuori,  le guardie e i musi dei turisti europei del sesso. Ho avuto paura che fosse impazzito. Ma l’ho imitato quasi immediatamente visto che a quel punto eravamo stati comunque scoperti e niente aveva davvero più importanza, salvo far uscire la storia.

Abbiamo cominciato a lavorare come matti. E poi è successo qualcosa d’incredibile: quei vecchi, grassi ubriachi bastardi hanno cominciato ad alzarsi, sono accorsi verso di noi con le loro bottiglie di birra brandite come armi. Non potevano correre molto veloci; erano troppo ubriachi e quei sandali che indossavano li rallentavano.

Ma le guardie sono state molto più veloci.

“Non cadere!” ha gridato il mio amico. “Qualsiasi cosa succeda, resta in piedi!”

Siamo appena riusciti a entrare nell’auto. Ci avrebbero ucciso se avessero potuto, ne sono sicuro. L’autista stava sudando e urlando, ha fatto fumare le gomme, ha fatto retromarcia in una sporca strada fangosa ed è riuscito a farci salire in tempo. Poi della roba ha cominciato a colpire il cofano; brutti rumori di colpi, vetri che si spezzano. Ma non sono stati sparati colpi. E noi ce ne stavamo andando.

Abbiamo consegnato le nostre immagini, i dati e le interviste alla ONG. Le storie sono uscite. Non eravamo i soli a lavorare a questo. Alla fine il Chilometro Undici è stato attaccato: ed è stato un grande spettacolo, una farsa. La polizia, l’esercito … alle ragazze è stato offerto un rifugio e la maggior parte di esse sono state rimandate a casa.

Ma ho giurato che non sarei mai più tornato in Cambogia. Non volevo spendere nemmeno in dollaro in quel paese, ne trascorrervi una sola ora inutile.

*

Naturalmente sono tornato. Si torna sempre in Cambogia, se si lavora in questa parte del mondo. Non c’è modo di evitarlo.

I ritorni non sono mai stati piacevoli: una volta mi sono trovato sotto il fuoco in arrivo da un plotone di pescatori fuori di testa, sul lago Tonle Sap, mentre ero seduto, totalmente esposto, sulla placia di un motoscafo, con addosso solo i pantaloncini e con un sigarillo che mi pendeva dalle labbra.  

Mesi dopo ho passato diverse ore assolutamente kafkiane a parlare nel palazzo reale con la moglie del primo ministro, Hu Sen. Nota anche come “Lady Macbeth”, quella sera mi ha aperto il suo cuore senza ritegno e senza alcun motivo apparente, salvo che entrambi ci siamo “incontrati” all’ingresso del palazzo, in attesa dell’arrivo della moglie del primo ministro giapponese Keizo Obuchi.

E nel corso di una di quelle notti tipicamente cambogiane sono caduto dal letto, sul duro pavimento di piastrelle, mentre l’intero albergo cominciava a tremare; è stato quando i blindati dell’allora co-primo ministro, il marito di ‘Lady Macbeth’, si stavano allegramente impegnando nell’inscenare il colpo di stato del 1997.

Grandi ricordi, certo; tutti! Chi non amerebbe la Cambogia?

*

E sono tornato, di nuovo;  questa volta dopo sei anni di assenza. Come in Vietnam, ho fatto delle riprese qui per il dibattito/film con Noam Chomsky. Avevamo citato la Cambogia e avevo bisogno di materiale video per illustrare ciò di cui parlavamo.

La Phnom Penh che ricordavo era uno dei luoghi più miserabili dell’Asia: fatiscenti ville francesi, circondate da sporcizia e povertà estrema, facciate un tempo impressionanti erano ora difese da filo spinato percorso dall’elettricità; mendicanti dovunque, e quegli ampi marciapiedi dell’era francese butterati di buche pericolosamente profonde.

Da allora le cose sono cambiate in modo spettacolare. Phnom Penh, secondo quanto riferito dal New York Times, stava diventando una ‘destinazione di lusso’.

La città sta diventando davvero sfrenata: ristoranti francesi per gourmet, boutiques di designer edonistici, hotel snob, gallerie che chiedono 250 dollari per maschere di carta, o 70 dollari per elefanti di terracotta che costerebbero 10 dollari nella confinante, e incomparabilmente più ricca, Tailandia.

Dieci anni fa c’erano così poche auto che si scherzava comunemente sul fatto che nessuno sapeva su quale lato della strada si dovesse guidare: a sinistra come in Tailandia o a destra, come in Vietnam? Ora la città è interamente abbandonata alla lobby delle auto, senza trasporti pubblici. Gli ingorghi stradali sono diventati leggendari, e l’inquinamento vergognoso.

“Il governo è corrotto e la compagnia petrolifera della Cambogia appartiene a gente che è contemporaneamente nel settore privato e in quello pubblico. Si assicurano che non venga costruito nulla di pubblico”, mi ha spiegato un autista mentre eravamo bloccati da due ore, sulla via verso l’aeroporto, in un ingorgo che non accennava a sbloccarsi.

Era qualcosa di molto simile a quel che accade in Indonesia e in altre paesi ugualmente corrotti e falliti, glorificati dall’occidente come “democratici”. Da quanto ho vito, per guadagnarsi l’etichetta di ‘democratica’, la popolazione del paese deve semplicemente consentire delle proprie élite di saccheggiare il posto, prevalentemente a beneficio delle imprese multinazionali.

La Cambogia si colloca (nel 2012) al 157esimo posto nella classifica dell’’Indice della Corruzione Percepita’ di Transparency International, nell’ambito di un esame condotto su 174 nazioni, dopo l’Angola e appena prima della Repubblica Democratica del Congo, devastata dalla guerra, che è sinonimo di catastrofe umanitaria totale. E la realtà è probabilmente molto peggiore, perché questa organizzazione con sede a Berlino, mostra spesso dei pregiudizi; i suoi indici fanno appare i paesi comunisti e progressisti di tutto il mondo molto peggiori di quelli che sono violati dal “libero mercato”.

L’Indice di Sviluppo Umano della Cambogia è al 139esimo posto (2011), inferiore a quello del Congo Brazzaville, del Laos e dell’isola nazione, ‘in corso di sparizione’ [suscettibile di essere sommersa – n.d.t.] di Kiribati. La Cambogia è uno degli esempi più brillanti di stato fallito.

Questa città, la capitale di uno dei paesi più poveri dell’Asia, è ora intasata di SUV Range Rover e Lexus. Proprio come durante la corrotta dittatura filostatunitense di Lon Nol, tutta la ricchezza e lo squallore sono concentrati a Phnom Penh, quella vecchia baldracca che va con chiunque offra il prezzo migliore e perciò, per definizione, va con l’occidente. Nel frattempo la campagna sta morendo di fame; è devastata dalla mancanza di assistenza medica, di istruzione e da sconvolgenti prezzi del cibo.

La Cambogia non produce, consuma soltanto. O, più esattamente, quelli che la governano consumano tutto ciò che è possibile arraffare, compresi i sostanziosi aiuti dall’estero.

Tutto questo, naturalmente, sta avvenendo sotto gli occhi della “Comunità Internazionale”, rappresentata da ‘esperti’ e ‘consulenti’ che sono pieni di elogi per questa condiscendente, ‘gentile’ e ‘umile’ Cambogia.

Naturalmente gli esperti internazionali amano immensamente questo paese! Diversamente dall’eroico, lavoratore e fiero Vietnam che, dopo essere stato devastato da tante guerre mossegli dalle potenze mondiali, si è ora rimesso in piedi.

I consulenti stranieri potrebbero facilmente trascorrere decenni e secoli in Cambogia a incassare i loro ricchi stipendi. Si stanno assicurando che qui nulla cambi, sotto il sistema attuale che stanno contribuendo a progettare e a realizzare.

“Non produciamo praticamente nulla,” mi ha spiegato la signora Sokheang Sun, la proprietaria di un piccolo ristorante vicino al Museo Reale. “Importiamo il cibo dal Vietnam e da altri paesi. La Cambogia collasserà presto se continua così. Ho studiato da avvocato ma per superare l’esame di abilitazione mi è stato chiesto di pagare ventimila dollari di mazzette e così ho deciso di aprire invece la mia attività. Ho sprecato molti anni, studiando.”

Anche se la Cambogia importa cibi esclusivi per il suo “turismo di lusso”, la sua gente delle campagne attraversa illegalmente il confine con il Vietnam ogni volta che si ammala o soffre la fame.

Mi sono recato molte volte ai confini più remoti; non lungo le strade principali, dove la polizia prende soldi dagli stranieri per cosiddetti visti (una specie di pedaggio d’ingresso legittimato di venti dollari), ma nei luoghi ancora crivellati dai crateri dei bombardamenti a tappeto statunitensi; nei villaggi umili delle tradizioni ma anche del dolore e della disperazione, nella campagna dove ancora vive, o più esattamente sopravvive, la vasta maggioranza dei cambogiani basandosi su un’agricoltura di sussistenza.

“Siamo disperati,” mi ha detto una volta il sindaco di un villaggio, Prek Kres. Eravamo proprio al confine con il Vietnam. Le guardie di entrambi i lati stavano dormendo o bevendo; si poteva andare fare avanti e indietro attraverso il confine su una strada polverosa fatta di terra rossa.

 “Ma le organizzazioni internazionali dicono che state andando bene,” ho finto di essere confuso. “Dicono che la Cambogia è a posto e che avete … sa … una democrazia … molti partiti politici e roba del genere.”

Ha sputato per terra, ai suoi piedi. “I partiti politici non si mangiano”, ha profferito pensosamente. “Quando abbiamo fame, attraversiamo. Quando ci ammaliamo, attraversiamo … “ Indicava il Vietnam.

“Mi parli della guerra”, ho chiesto. “Li bombardavate da qui? La Cambogia ha bombardato il Vietnam?”

“Li bombardavamo in continuazione”, ha confermato. “La Cambogia cercava di provocare il Vietnam. Dai l’idea di saperlo e allora perché lo chiedi?”

“Io lo so, ma loro non lo sanno …” ho detto. Poi anch’io ho sputato ai miei piedi, in una dimostrazione di legame con il sindaco. “Lei sa … loro … “ Ho indicato il cratere più vicino visibile dalla strada.

“Oh, loro … beh, allora diglielo.”

“Ascolti … “ ho deciso di porgli la domanda, quella che sarebbe stata considerata decisamente ‘indecente’ da qualche parte a New York o a Londra o a Sidney, persino presso gli uffici dell’ONU. “Quei tizi dei Khmer Rossi erano davvero comunisti?”

“Erano degenerati, non comunisti,” questo mi è stato detto dall’interprete. Il sindaco aveva detto qualcosa di più forte che è parso essere intraducibile. Ma non aveva ancora finito. Ha indicato la bandiera rossa con la stella gialla, che sventolava sul posto di confine vietnamita. “Quelli sono comunisti … “ Questa volta non ha sputato. Ha semplicemente portato la destra accanto alla tempia, in quello che poteva essere una specie di saluto. Ma forse me lo stavo soltanto immaginando.

Siamo rimasti sul confine coperto da crateri, ora piccoli laghi. E’ qui che erano iniziate le prime schermaglie tra i Khmer Rossi e il Vietnam, ed è uno dei punti dove l’esercito vietnamita ha attuato l’invasione, decisamente, nel modo più assoluto, salvando milioni di cambogiani da morte certa. Ma l’occidente ha preferito vedere in questa azione un’invasione e un’occupazione, non una liberazione. Gli Stati Uniti hanno condannato il Vietnam chiedendo all’ONU un immediato ritiro delle sue truppe e un ritorno al potere del governo legittimo, cioè del Khmer Rossi.

E la Cambogia si è svenduta di nuovo; invece di affrontare con dignità e onesta il proprio passato, ha venduto la verità in cambio di contanti e aiuti e, come parte di ancora un altro affare commerciale, ha cominciato a pubblicizzarsi come vittima del comunismo.

*

“Non avevamo canzoni d’amore, riuscite a immaginarlo? Avevano solo le loro canzoni di propaganda!”

Ero nei cosiddetti Campi della Morte, e una giovane guida stava tenendo il sermone ufficiale sul genocidio a un gruppo di turisti malesi annoiati e a un gruppo di europei anziani che si erano imbarcati in quell’avventuroso sojourn orientale di lusso, con un sorso di ‘vero dramma’: i Campi della Morte, il genocidio e Pol Pot …

“Riuscite, ma riuscite davvero a immaginarlo: nessuna canzone d’amore?” La guida ha rovesciato gli occhi. I malesi apparivano totalmente depressi. Cercavano di immaginare, ma non ci riuscivano. Gli europei volevano di più: la mancanza di canzoni d’amore non diceva loro nulla, erano qui per le vere storie sui bagni di sangue.

“Mi scusi,” ho chiesto educatamente. “Potrebbe per favore parlarci di quel mezzo milione o un milione di cambogiani morti durante i bombardamenti a tappeto statunitensi sulla campagna? Sa, quando usavano quei bombardieri strategici pesanti, i B-52; quando, come nel Laos, li hanno usati “contro tutto ciò che vola, contro tutto ciò che si muove?”

La guida è apparsa sconcertata.

“Non ho mai sentito nulla al riguardo,” ha detto alla fine.

I malesi erano ancora presi dall’idea del “niente canzoni d’amore sotto i Khmer Rossi”. Gli europei mi lanciavano sguardi combattivi. Stavo rovinando la loro vacanza. Non si pagano 3.000 euro per sentire come l’occidente, ancora una volta, ha macellato milioni di persone e come la maggior parte di ciò che si è visto sugli schermi televisivi dell’occidente era un mucchio di menzogne.

“Perché non dirci qualcosa del signor Kissinger … lei sa chi era, giusto? Come il signor Kissinger abbia appoggiato il signor Pol Pot e i Khmer Rossi e come abbia continuato a chiedere ai cinesi di appoggiarli anche loro …”

La guida ha cominciato a odiarmi. Da quel momento si è rifiutata di parlare. I turisti europei mi hanno odiato. I malesi erano ancora neutrali. Dovevo tirarli dalla mia parte.

Dunia tampa cinta”,  mi sono rivolto a loro nella loro lingua. “Tida baik.”

“Un mondo senza amore non sarebbe un bel mondo.” MI hanno immediatamente preso per uno dei loro; caldi sorrisi e roba del genere. Ora sapevo: nel caso che le orde dei turisti europei avessero deciso di attaccare avevo il mio contingente asiatico pronto a difendermi.

*

Secondo una ricerca dell’Università di Yale, ‘il programma del Genocidio Cambogiano”, il signor Kissinger aveva dimostrato ancora una volta un modo molto colorito di mettere le cose in prospettiva. Questo è quanto egli ha detto nel discutere dei Khmer Rossi con il ministro degli esteri tailandesi Chatichai il 26 novembre 1975:

Kissinger: “Dovreste anche dire ai cambogiani che noi saremo loro amici. Sono degli assassini criminali, ma non lasceremo che ciò sia d’intralcio. Siamo pronti a migliorare le relazioni con loro.”

E l’ex Consigliere statunitense per la Sicurezza Nazionale, Zbigniew Brzezinski, ha continuato ad ammiccare viscido alla delegazione cinese nel 1979:

Ho incoraggiato i cinesi ad appoggiare Pol Pot. Pol Pot è stato abominevole. Non avremmo mai potuto appoggiarlo. Ma la Cina poteva.” Secondo Brzezinski gli USA “hanno ammiccato semi-pubblicamente” agli aiuti cinesi e tailandesi ai Khmer Rossi.

*

Alcuni anni fa ho passato un po’ di tempo con il signor Van Nat, un pittore cui era stato ordinato di dipingere ritratti durante i massacri presso la famigerata scuola S-21 che i Khmer Rossi avevano trasformato in una fabbrica di torture brutali (è ora uno dei luoghi designati dall’UNESCO come “Memoria del mondo”). Il signor Van Nat è stato uno dei pochi sopravvissuti a questa istituzione sinistra e autore di un libro intitolato “A Cambodian Prison Portrait: One Year in the Khmer Rouge S-21” (White Lotus Press) [Ritratto di una prigione cambogiana: un anno nella S-21 dei Khmer Rossi].

“E’ stato terribile,” ha spiegato. “Ma i Khmer Rossi non hanno ucciso uno o due milioni di persone. Non esisteva semplicemente il potenziale per farlo. Stimo che in totale abbiano ucciso fino a 200.000 uomini, donne e bambini.”

Naturalmente questo è orribile, ma chi ha ucciso gli altri? Tutte le statistiche segnalano che negli anni ’70 la Cambogia perse circa due milioni di persone.

Un numero considerevole di persone è scomparso in conseguenza dei bombardamenti a tappeto statunitensi. L’aviazione statunitense ha bombardato segretamente la Cambogia, usando B-52, fin dal maggio 1969.  Di fronte alla sconfitta in Vietnam del 1973, sono iniziati feroci bombardamenti a tappeto al fine di sostenere il regime di Lon Nol, che era di fatto un governo fantoccio degli Stati Uniti. Lo storico David P. Chandler scrive:

Quando la campagna è stata interrotta … i B-52 avevano scaricato più di mezzo milione di tonnellate di bombe su un paese con il quale gli Stati Uniti non erano in guerra, più di due volte le tonnellate scaricate sul Giappone durante la seconda guerra mondiale.

La guerra in Cambogia era nota come “l’evento collaterale” ai giornalisti che si occupavano della guerra in Vietnam e ai decisori della politica statunitense a Londra … circa 500.000 soldati e civili sono stati uccisi in un periodo di quattro anni. Sono stati anche causati circa due milioni di profughi in fuga dalla campagna verso la capitale.

L’unico obiettivo che gli Stati Uniti avevano nella regione in quel periodo consisteva nell’evitare che movimenti comunisti e leader realmente nazionalisti conservassero o assumessero il potere nell’Asia sud-orientale, particolarmente nell’Indonesia benedetta da risorse naturali inestimabili.  

Appoggiando i Khmer Rossi, gli Stati Uniti hanno dimostrato che non c’era nulla di comunista in Pol Pot e nella sua cricca.

Pol Pot, autoproclamatosi un maoista diventato radicale nei caffè parigini durante il suo esilio in Francia, non era un Ho Chi Minh né un Mao. Ed era riuscito ad arraffare il potere solo grazie al terrorismo statunitense contro i civili cambogiani: ad aprire le porte alla presa del potere da parte dei Khmer Rossi sono stati il terrore e la miseria causati dai bombardamenti a tappeto che dovevano impedire che la Cambogia scegliesse la stessa via (comunista) del Vietnam.

Circa due milioni di contadini sono fuggiti nella capitale. Molti feriti, tutti ridotti alla fame e decimati. E’ incerto quanti siano morti in conseguenza dei bombardamenti statunitensi, ma sono stati almeno 500.000 e forse un milione o più.

Quelli arrivati a Phnom Penh, così come quelli rimasti nelle campagne, odiavano il regime di Lon Nol, e odiavano le élite urbane per essersi schierati con quelli che bombardavano il paese radendolo al suolo.

La campagna non sapeva nulla del comunismo. All’epoca tutto quello che conosceva era l’odio, nato da sofferenze terribili. Se Pol Pot avesse detto ai contadini di uccidere le élite urbane e i membri della classe media all’insegna della società di calcio Colo-Colo di Santiago de Chile o all’insegna di qualche pubblicità di pannolini, non avrebbero esitato un secondo. E’ stato un orribile macello per vendetta, non un massacro ideologico.

La sgradevole verità è che il genocidio è arrivato dal cielo e non da terra. E non vi è alcun memoriale alle vittime annientate dall’Impero. E, scandalosamente, non so di alcuna ricerca condotta al riguardo dagli stessi cambogiani. Niente finanziamenti niente ricerca, a quanto pare. E’ premiata generosamente solo la grottesca teoria del “genocidio comunista”.

Dopo che i bombardamenti a tappeto avevano reso profughi milioni di persone, le bombe, comprese quelle a grappolo, che hanno costellato la campagna, hanno impedito a milioni di contadini tornare nei loro campi, un altro fatto che è raramente citato: il fatto che è stato decisamente impossibile dar da mangiare al paese in condizioni simili.

L’intera nazione è rimasta paralizzata, con la popolazione resa profuga o uccisa. Si aggiungano la mala amministrazione e l’idiozia dei quadri del Khmer Rossi e si hanno tutti gli ingredienti essenziali della carestia e di altri orrori.

Ma quale cinismo ci vuole, da parte dell’occidente, per attribuire la colpa della tragedia cambogiana al comunismo!

E, di nuovo, quale disciplina e volontà di collaborare, da parte della Cambogia!

*

All’aeroporto i funzionari dell’immigrazione sono nuovamente in preda a un delirio di potere. Hanno ricevuto nuovi giocattoli dall’occidente: macchine fotogratiche e lettori di impronte digitali.

Sono arrivato un’ora prima della partenza, dopo esser rimasto seduto in auto per due ore in un orribile ingorgo stradale. Mi sento male per un’indigestione di anidride carbonica. Indisposto ed esausto: voglio tornare in Vietnam, o a casa in Giappone. Sto invece per salire a bordo delle Thai Airways per recarmi a Bangkok con un volo diretto a Calcutta.

Tutti hanno i nervi tesi. I funzionari dell’immigrazione sembrano e si comportano come se fossero appena scaturiti da un qualche film su una giunta fascista. Mostrano un disprezzo incontrollato per i passeggeri.

Cerco di essere educato: metto il mio modulo d’imbarco dove si trova il mio visto, considerato che il mio passaporto è grosso come un romanzo di Proust. Il tizio estrae il modulo, poi mi getta indietro il passaporto e mi chiede di trovare il visto. E’ una chiara prepotenza, ma trovo nuovamente il visto. Mi prende le impronte digitali, mi fotografa e poi mi getta il passaporto. Vola a finire sul pavimento. Lui e la sua banda cominciano a ridere.

Ed è esattamente allora che ne ho abbastanza. Gli dico, chiaramente e a voce alta, in modo che si senta, di venir fuori e raccogliere il passaporto. Poi gli dico quello che penso di lui, con un linguaggio alla Bukowski, non nella lingua di Byron, e anche cosa penso delle sue macchine per le impronte digitale, delle sue macchine fotografiche e di sua madre.

Improvvisamente tutto cambia. Lascia la sua cabina, raccoglie il passaporto, si scusa e me lo porge, come ho fatto io prima e come si fa in Asia: con entrambe le mani.

Il messaggio è chiaro: in Cambogia quelli che hanno il potere uccidono, torturano e umiliano solo quelli che sono deboli e impauriti.

Urlandogli contro ho dimostrato di non aver paura il che, a sua volta, rende estremamente spaventoso me.

Funziona; funziona sempre in posti così. Ma è uno di quei brutti, brutti momenti, e già ne ho avuti troppi in vita mia.

“Le auguro un piacevole volo”, mi dice in tono servile.

Non dico nulla. Voglio andarmene di lì. Alla svelta.

L’aereo della Thai Airways è in orario. Mentre rolla sulla pista mi ripeto, come ho fatto tante volte in precedenza: “Mai più … non tornerò mai più in questo paese.”

Ma so che tornerò. Non riesco a resistere alle storie della Cambogia, come la maggior parte dei malesi non riesce a resistere alle canzoni d’amore e ai film dell’orrore.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico del Sud – Oceania – è pubblicato da Lulu.  Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello del fondamentalismo del mercato si intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] (Pluto). Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania ora Vltchek risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere contattato sul suo sito web.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

Fonte: http://www.zcommunications.org/sick-sick-cambodian-stories-by-andre-vltchek

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2013 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

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2 Commenti »

  1. Attilio Cotroneo 3 gennaio 2013 alle 09:19 -

    Non si dice mai troppo su un certo turismo occidentale nei paesi del Sud Est asiatico, una forma perversa di crimine sessuale legittimato lontano da casa, che riproduce quello che molti paesi occidentali hanno fatto per decenni lontano dalla nostra abominevole ed irresponsabile tranquillità: stuprare intere popolazioni in nome del proprio interesse, senza pagare un alto prezzo e con lo scopo di un godimento malato il cui conto dovrà essere saldato, prima o poi, per intero.

  2. Athos 4 gennaio 2013 alle 03:54 -

    La cosa che mi chiedo sempre è ma perchè il nostro pianeta non si da una bella scrollata e ci manda tutti a quel paese? cioè ma cosa stiamo facendo? ma chi diavolo siamo? odio, sadismo, sfruttamento sono le costanti infezioni dell’essere umano di cui siamo tutti complici in quanto rappresentanti di questa specie. Per quanto si estenderà ancora questo “diritto” naturale di esistere in questa fetida condizione che ha raggiunto la totale putrefazione? ad inseguire l’utopia di giustizia e coscienza ti senti sempre più solo contro tutti, ma nonostante sia completamente sconcertato non voglio smettere di crederci, sperando che tutto questo muti in un brutto ricordo mostrandoci quanto eravamo abominevoli

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