Altri quattro anni: il perno Asia
Di Conn Hallinan
28 dicembre 2012
Nel marzo 1990, TimeMagazine, ha intitolato un articolo “Increspature nel Lago Americano”. Non parlava di piccole onde in quello specchio d’acqua appena a nord di Fort Lewis, nello stato di Washington, ma dell’Oceano Pacifico, il più vasto del pianeta, che abbraccia oltre metà dell’umanità e le tre più grandi economie del mondo. Time non si è inventata quel termine che è generalmente attribuito al Generale Douglas MacArthur, il comandante statunitense nel Pacifico durante la Seconda guerra mondiale – ma l’uso casuale fatto dalla rivista è stato il riflesso di più di 100 anni di politica americana in questa immensa area.
La regione asiatica del Pacifico ha ospitato quattro conflitti americani – la Guerra Ispano-Americana, la Seconda guerra mondiale, la Guerra di Corea, e la Guerra del Vietnam – e ora è il fulcro di un “perno strategico”, anche se questo è un po’ una denominazione impropria, da parte dall’Amministrazione Obama. Il bacino del Pacifico è stato per lungo tempo il partner commerciale preferito degli Stati Uniti, e Washington disloca più di 320.000 militari nella regione, compreso il 60 per cento della sua marina. La bandiera americana sventola nelle basi in Giappone, nelle Filippine, nella Corea del Sud, in Malesia, in Thailandia, nelle Isole Marshall, nelle isole di Guam e di Wake.
Proprio in questo memento è una delle regioni più pericolose della terra e, per la prima volta dal crollo della vecchia Unione Sovietica, due importanti potenze nucleari si espandono urtandosi reciprocamente. Per quanto instabile sia il Medio Oriente, una dei più pericolosi possedimenti del pianeta, è una manciata di isole sparse nel Mar Cinese Orientale, dove Cina, Giappone e Stati Uniti si trovano in una specie di situazione di distacco che dà un senso di angoscia, come la Guerra fredda.
La tensione per le Isole Senkaku/Diaoyu, tuttavia, è soltanto una delle varie prove che deve affrontare la politica estera nella regione asiatica del Pacifico, e ognuna ha le sue caratteristiche e la sua storia. Il Giappone e la Corea del Sud duellano per un’isola che Tokyo chiama Takeshima e Seoul chiama Dokdo. Mosca e Tokyo sono ai ferri corti per le Isole Kurili, Pechino la sta facendo da padrone nel Mar Cinese Meridionale, la Corea del Nord ha appena lanciato un missile balistico a lunga gittata (e forse sta considerando la possibilità di un test nucleare), e Washington sta reclutando alleati contro la Cina, talvolta facendo finta di non vedere le loro gravi violazioni dei diritti umani.
Il modo in cui l’Amministrazione Obama reagirà a questi problemi nei prossimi quattro anni, potrà fare molto per determinare se l’oceano sarà all’altezza del suo nome -pacifico- o ancora una volta diventerà un’arena dove si svolgerà una tragedia. Finora la documentazione non è incoraggiante.
Washington è inciampata malamente nella crisi pericolosa per le isole che la Cina chiama Diaoyu e il Giappone chiama Senkaku. La disputa su questi puntini disabitati nelle isole del Mar Cinese Orientale risale alla guerra Cino-Giapponese del 1895 quando Tokyo le aveva portate via a Pechino. Nel 1971, gli Americani, coinvolti nella Guerra fredda si rifiutavano di riconoscere la Cina, e quindi hanno reso tutta la faccenda molto più complicata, ignorando i trattati della II Guerra mondiale che richiedevano che il Giappone restituisse le sue conquiste ai loro proprietari originari, e invece ha consegnato le isole al Giappone.
Quando la Cina ha protestato, Tokyo e Pechino sono state d’accordo procrastinare qualsiasi decisione finale sulla sovranità a una data successiva. Tutto questo è cambiato quando il Giappone, in seguito alle pressioni dei nazionalisti di destra – ha acquistato tre delle isole l’estate scorsa e ha alterato lo status quo. Per peggiorare le cose, gli Stati Uniti hanno dichiarato che starebbero dalla parte del Giappone, alzando quindi la posta in gioco da un confronto tra i giganti asiatici a un potenziale scontro tra potenze nucleari.
La Cina considera le isole come parte del suo parametro difensivo, il che non è un punto di vista insolito considerando la storia del paese. La Cina è stata vittima di invasioni e sfruttamento da parte delle potenze coloniali, compreso il Giappone, che risalgono alla Prima guerra dell’oppio del 1839. Pechino è convinta che Washington la stia circondando con alleanze potenzialmente ostili, e che la disputa sulle Senkaku/Diaoyu faccia parte di una strategia per contenere la Cina. C’è anche una dimensione economica del problema. Alla Cina piacerebbe sfruttare i depositi di petrolio e il gas naturale e anche le zone di pesca nel Mar Cinese Orientale.
Estendere il Trattato di reciproco sostegno tra Stati Uniti e Giappone alle isole è un errore notevole. La Cina non ha intenzione di attaccare il sui principale partner asiatico nei commerci e negli investimenti e mettere Tokyo sotto la protezione nucleare di Washington riguardo a questo problema ha aiutato a scatenare una potente corrente di nazionalismo in Giappone. Per esempio, Tokyo sta discutendo sulla possibilità di mettere le Forze di autodifesa giapponesi sull’Isola di Yonaguni nell’arcipelago denominato Okinawa o Ryukyu. Questo vorrebbe dire mettere le truppe giapponesi esattamente nel mezzo della prima linea cinese di difesa marittima. Yonaguni è molto lontana da Tokyo, ma nei giorni in cui c’è il cielo terso si possono vedere le montagne di Taiwan dalle sue spiagge. I residenti dell’isola sono contrari al dislocamento della Forza di autodifesa.
Il nuovo primo ministro, Shinzo Abe, è stato particolarmente aspro, parlando apertamente di far decadere la costituzione giapponese contro la guerra e di costruire armi nucleari. Proviene da una lunga lista di nazionalisti con mentalità militare. Suo nonno, Nobusuke Kishi, era membro del governo giapponese al tempo della guerra ed era considerato un criminale di guerra. Piuttosto dai andare in carcere, Nobosuke è stato “riabilitato” dopo la guerra ed è diventato primo ministro nel 1957. Abe si rifiutato di rispondere alle richieste dalla Cina e di altri paesi della regione di chiedere scusa per le brutali politiche giapponesi durante la Seconda guerra mondiale.
In un’intervista al Financial Times, ad Abe è stato chiesto se c’era una “possibilità che le due potenze asiatiche potessero fare una guerra.” Secondo il Times, “il Signor Abe ha soltanto sorriso ed è andato via.”
La Cina ha un serio caso giudiziario per la proprietà delle isole, e invece che dare dimostrazioni di forza, Washington dovrebbe incoraggiare l’ONU e la Corte di Giustizia a coinvolgersi nella situazione. Quello che non dovrebbe fare è dare il via libera alle politiche di persone come Abe, che potrebbero trascinare Washington in un conflitto con la Cina. Nel 1914 l’Austria ha attaccato la Serbia. La Russia si è mobilitata e la Germania, impegnata da un trattato con l’Austria, ha fatto lo stesso. La cosa è finita molto male.
Le dispute che si svolgono nel Mar Cinese meridionale sono molto diverse da quelle nel Mar Cinese Orientale, sebbene alcuni dei protagonisti siano gli stessi. Pechino sostiene di possedere una vasta area del mare che comprende le Isole Paracel, Le isole Spratly, la Secca di Scarborough e numerose barriere coralline e secche rivendicate anche dal Vietnam, dalla Malesia, da Taiwan, dal Brunei e dalle Filippine. Ci sono in ballo ricche zone di pesca e potenziali depositi di petrolio e di gas, a anche una notevole porzione delle rotte commerciali mondiali.
I Cinesi sono stati di mano piuttosto pesante nella disputa, rifiutandosi di negoziare con l’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN – Association of South East Asian Nations) e insistendo invece su colloqui bilaterali. La Cina contro il Brunei non è certo una competizione diplomatica alla pari. La freddezza cinese ha dato agli Stati Uniti un’occasione di intervenire come “mediatore neutrale”, una posizione che ha spinto tutti i bottoni paranoici di Pechino. La Cina ha replicato aumentando i pattugliamento nel Mar Cinese Meridionale, perfino sabotando un’esplorazione petrolifera congiunta di Vietnam e India, vicino alle isole Paracel. Nuova Delhi, che ha le sue personali tensioni con la Cina riguardo ai suoi confini settentrionali, sta minacciando di mandare vascelli nell’area contestata.
La crisi è risolvibile, ma bisogna che accadano alcune cose.
La Cina deve indietreggiare, perché le sue rivendicazioni attuali violano la convenzione degli Stati Uniti sulla Legge dei mari. Un posto di inizio è che l’ASEAN, e Pechino comincino a elaborare un “codice di condotta” per risolvere le dispute in modo pacifico. Washington, però, dovrebbe star fuori da questa lotta. Data la forte componente militare del “perno” non si può certo dare la colpa alla Cina perché ritiene che il coinvolgimento degli Stati Uniti non mira a risolvere le dispute.
“Se si ha una mentalità da stratega in Cina, non bisogna essere un teorico con la paranoia della cospirazione per pensare che gli Stati Uniti stanno tentando di far salire l’Asia sul carro del vincitore, e contro la Cina,” dice Simon Tay, presidente dell’Istituto Internazionale per gli Affari Internazionali di Singapore.
Washington ha spostato le forze navali nel pacifico e sta per dislocare 2.500 Marine nell’Australia settentrionale. Mentre non è certo probabile che questi marine capovolgano gli equilibri di potere in Asia, sembra una provocazione superflua. Gli Stati Uniti stanno portando anche la sua potenza aerea nella regione, compresi i bombardieri B-1, B-52 e gli aerei da caccia Stealth F-22 (che non vengono individuati dai radar). All’inizio di novembre, 47.000 militari statunitensi e giapponesi hanno svolto esercitazioni militari congiunte.
Washington sta anche rinegoziando il suo Trattato di reciproco sostegno con il Giappone, che comprenderà lo spiegamento di un avanzato sistema anti-missili (ABM). L’ABM è chiaramente diretto alla Corea del nord, ma la Cina non è contenta perché potrebbe costituire una minaccia alla modesta forza di missili nucleari di Pechino. In generale, i sistemi ABM sono destabilizzanti e questo è il motivo per cui il Trattato ABM è stato negoziato tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica nel 1972. L’amministrazione Obama dovrebbe ripudiare la rottamazione del Trattato ABM fatta dall’Amministrazione Bush e concentrarsi invece sul liberare il mondo delle armi nucleari, una promessa fata nel 2008, ma da allora ignorata.
La Corea del Nord può essere una minaccia per la sua stessa gente, ma non rappresenta certo un pericolo importante per gli Stati Uniti e per i loro alleati, la Corea del sud e il Giappone. Certo, il paese ha le armi nucleari, ma qualsiasi uso se ne faccia, sarebbe equivalente a un suicidio nazionale, e i nord-coreani hanno dimostrato un forte vena di auto-sopravvivenza. Che cosa dire del bombardamento dell’isola della Corea del Sud e dell’affondamento di una nave da guerra sud coreana? Sono certamente azioni pericolose, ma il Nord ha realmente lagnanze legittime da fare sul modo in cui le sue acque costiere erano state divise dopo la Guerra di Corea, e, mentre Pyongyang probabilmente ha affondato la nave, ci sono ancora molti dubbi. Se la Corea del nord sembra paranoica, è in parte perché ogni anno gli Stati Uniti, la Corea del Sud e talvolta il Giappone, fanno giochi di guerra mirati ad intervenire in caso di “instabilità” al nord. L’anno scorso, il Segretario degli Stati Uniti alla Difesa, Leon Panetta, ha minacciato la Corea del Nord di usare armi nucleari, non certo una strategia per fare in modo che il regime di Pyongyang vi rinunci.
La Corea del Nord serve principalmente come scusa al Giappone e agli Stati Uniti per militarizzare il Pacifico settentrionale ed espandere il loro sistema ABM (Anti -ballistic missile system), anti missili balistici. E’ però una nazione povera e arretrata che ha problemi a dar da mangiare alla sua gente. La più recente versione di Hollyeood del classico film anti-comunista del 1951, “Red Dawn”, Alba rossa, presenta i paracadutisti nord coreani che invadono l’Alaska. Davvero.
La Casa Bianca dovrebbe fare un respiro profondo, ignorare la magniloquenza, smettere di minacciare la Corea del Nord con le armi nucleari, non usare più i giochi di guerra, e ricominciare i programmi di aiuti. Le uniche persone colpite dai tagli degli aiuti sono i poveri abitanti della Corea del Nord.
Washington considera l’Indonesia come un potenziale alleato prezioso nell’alleanza contro la Cina, e anche come una fonte di preziosi materiali grezzi; ha quindi dato a Giacarta un permesso per il suo passato rispetto ai diritti umani. Però, per un amministrazione che strombazza il suo sostegno alla democrazia, e che dice di avere u visione morale del mondo, quella real politik è inaccettabile. Gli Stati Uniti dovrebbero finalmente riconoscere il ruolo che hanno avuto nel colpo di stato del 1965 che ha ucciso fino un milione di comunisti, di persone di sinistra, di sindacalisti e di progressisti. Dovrebbe anche porre fine a tutti gli aiuti militari al regime di Giacarta fino a quando gli Indonesiani non perseguano legalmente coloro che hanno commesso atrocità a Timor Est e nella Nuova Guinea Occidentale. Gli Stati Uniti non dovrebbero avere nulla a che fare con l’addestramento di Kopassus, l’unità delle Forze speciali indonesiane che ha organizzato molti dei massacri a Timor Est e sta attualmente cercando di sopprimere un movimento indipendentista nella Nuova Guinea Occidentale.
Alcune delle azioni della Casa Bianca, sono arrivate al limite della meschinità. Gli Stati Uniti stanno organizzando un patto commerciale di Partenariato trans-pacifico di 11 nazioni che è stato designato per escludere la Cina, il grande cane del blocco asiatico del Pacifico. In rappresaglia, la Cina sta incoraggiando il Partenariato economico comprensivo regionale, che escluderà gli Stati Uniti.
Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico, ma l’Asia è un posto molto diverso da quello che era 200 anni fa. Non si può spedire Gordon il “Cinese” *e un paio di cannoniere e fare come si vuole. Né si può trattare con dei rivali costruendo alleanze come nella Guerra Fredda e minacciando di usare la forza. Il mondo è troppo piccolo, e la guerra sarebbe catastrofica. Il Pacifico non il “lago” di uno solo, ma un oceano abbastanza grande per tutti.
*http://www.treccani.it/enciclopedia/gordon_res-9cd933cb-8baf-11dc-8e9d-0016357eee51_(Enciclopedia_Italiana)/
Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo
www.znetitaly.org
Fonte: http://www.zcommunications.org/four-more-years-the-asia-pivot-by-conn-hallinan
Originale: Dispatches From The Edge
Traduzione di Maria Chiara Starace
Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY – NC-SA 3.0
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Ormai il mondo è uno scacchiere multipolare di cui bisogna tenere conto per amore di pace. Ma se le intenzioni degli USA fossero diverse le cose potrebbero non andare esattamente così. La Cina possiede buona parte del debito pubblico americano, il Giappone è tea due rivali ipertrofici che hanno interessi comuni ma fino a che uno dei due non sarà in grado di strozzare l’altro. Paesi satelliti come Le Coree, Indonesia, Australia potrebbero essere ancora una volta pedine di un massacro lento e terribile o teatri di un conflitto gigante che abbiamo imparato forse troppo in fretta a considerare lontano e irripetibile.