Come non valutare la violenza contro le donne

Print Friendly

di Noopur Tiwari – 26 dicembre 2012

Mi sono svegliata la settimana scorsa a Parigi con le notizie delle proteste di Delhi. Mi sono sentita sollevata. Le persone non stanno più solo a guardare o a soffrire in silenzio, ho pensato. Volevo essere là anch’io, nelle strade di Delhi. Considerate tutte le volte che ho sofferto molestie sessuali a Delhi, voglio partecipare ora a queste agitazioni per il cambiamento.

I miei amici di Parigi mi hanno chiesto cosa stava succedendo. E io ho raccontato della nuova “indignazione nazionale” e delle vicende che avevano scatenato la rabbia. E’ stato allora che mi sono resa conto che dovevo stilare una lista. Cosa c’era alla base della mia idea di ciò che succedeva? Queste vicende che si guadagnano i titoli dei media hanno qualcosa in comune?

Sì, hanno in comune una cosa molto evidente. Sono notizie “sensazionali”. Sono una di queste cose:

– stupri di gruppo

– casi di descrizioni voyeuristiche di come le donne sono denudate o fatte sfilare nude;

– stupri che coinvolgono una celebrità

– stupri che finiscono in un suicidio, un omicidio o una mutilazione

Dobbiamo prestare attenzione, qui. Queste sono storie che “vendono” meglio di altri resoconti di violenza contro le donne. Accendono facilmente la gente e i casi più recenti hanno addirittura innescato un “movimento”. La consapevolezza è una cosa buona, una consapevolezza solo a soldoni, non lo è. Mentre siamo nello stato d’animo per lottare per il cambiamento, dobbiamo essere anche consapevoli dei rischi che corriamo.

Evidenziando solo queste vicende sensazionali, facciamo apparire “reali” sono questi stupri e facciamo sembrare “irreali”, o non gravi abbastanza da rendere necessaria un’azione forte, forme più comuni di stupro, come lo stupro da parte di un conoscente o di un marito. Non dimentichiamo i crimini contro le donne che sono commessi quotidianamente ma non ottengono i titoli dei media. Anche la sofferenza di quelle donne merita indignazione. I media indiani hanno compiuto un grande sforzo per abbattere un mito comune riguardo agli stupri: che le donne “invitano” all’aggressione o alle molestie sessuali e che la loro vita è “rovinata” se sono stuprate. Questo ha prodotto una differenza nel modo in cui parliamo delle vittime e delle sopravvissute. Noi contestiamo di capi dei Khap [forme di organizzazione sociale regionale prevalenti nel nord dell’India, basate su valori tradizionali  – n.d.t.] per il loro affermare che gli stupri si verificano perché le donne non fanno abbastanza per difendersi dall’incontrollabile desiderio maschile. Facciamo rimangiare le sue parole a Sheila Dikshit [capo del governo di Delhi; la regione della città ha un’amministrazione simile a quella di uno stato – n.d.t.] che una donna che è fuori di casa molto tardi la sera è troppo avventurosa. Diamo spazio in televisione alle “sopravvissute” anziché dolerci per le “vittime distrutte”. E’ perfetto. Ma ancora non ci siamo resi conto che il modo in cui parliamo dei perpetratori di crimini sessuali rimane gravemente difettoso.

Gli stupratori sono definiti “animali impazziti” che non sono in grado di controllare i loro bassi impulsi sessuali e la loro rabbia. Abbiamo già ascoltato resoconti sui media a proposito di come Ram Singh [protagonista, in un gruppo di sei, di uno stupro di gruppo attuato il 16.12.2012 su un autobus da lui guidato; la vittima, una fisioterapista ventitreenne, ha subito lesioni molto gravi; anche il compagno è stato picchiato e immobilizzato con ferocia – n.d.t.] fosse un “individuo instabile” e di come i suoi amici lo definissero “matto”. Un altro resoconto afferma: “Singh è un uomo freddo e privo di rimorso”. In realtà cerchiamo costantemente di classificare il colpevole come un estraneo, un criminale, un mostro. Persino il primo ministro, nel suo discorso, ha parlato di “crimini mostruosi”. Ma anziché dire che “sono bestie”, in realtà dovremmo dire che “sono uomini”. Ciò riporta, onestamente, la responsabilità del crimine su di noi, perché tolleriamo norme sociali che hanno condotto a una feroce cultura di violenza contro le donne.

“Quando siamo costretti ad affrontare la realtà degli stupratori della vita reale, sono evocati discorsi sia sulla bestialità (“quelli sono animali”) sia sulla pazzia, creando una tendenza a spingere costantemente gli stupratori ai margini della società, al fine di non dover riconoscere quello nel nostro luogo di lavoro, a casa nostra, nel nostro letto.”

(“Rape Crisis. Women Against Violence Against Women. Capetown Trust. [Crisi degli stupri. Donne contro la violenza contro le donne]).

Il commissario della polizia di Delhi, Neeraj Sharma, ha affermato in televisione che il recente caso dello stupro di gruppo a Delhi sarà trattato come “il più raro dei casi rari”. I media gli hanno permesso di cavarsela troppo facilmente! Definendo “raro” questo caso, la polizia sta cercando di dire “nessuno è responsabile”. Parlare di questo crimine come di un’aberrazione, porta all’idea che nessuno avrebbe potuto fare nulla al riguardo.

“Presentando le storie di violenze contro le donne come eventi isolati separati, i media giornalistici rafforzano l’idea che la violenza sia una patologia isolata di devianza. Sostenendo questo miraggio della patologia individuale, i media giornalistici negano le radici sociali della violenza contro le donne e assolvono la società più in generale da qualsiasi dovere di porvi fine.”

(“Monsters, playboys, virgins and whores: Rape myths in the news media’s coverage of violence”, Shannon O’Hara, 2011. [Mostri, playboy, vergini e puttane: miti sugli stupri nella copertura mediatica della violenza]).

C’è un’altra tendenza pericolosa in questi resoconti. Le vicende che vengono illustrare riguardano spesso vittime della classe media e stupratori dei segmenti poveri. Nel recente stupro di gruppo di Delhi, la vittima era una studentessa di medicina e il principale accusato un autista di autobus. Nel caso Purkayastha di Bombay, la donna era un avvocato e il criminale una guardia di sicurezza. In entrambi i casi questi uomini volevano “impartire una lezione” a queste donne; entrambe le donne “stavano meglio” di loro. Nei casi Rueben e Keenan la stampa ha parlato di “rabbia nazionale” ed ecco come gli accusati sono stati descritti dalla stampa: “Uno di loro è un operaio, l’altro è un barbiere mentre gli altri sono disoccupati, ha detto la polizia.”

Una psicosi fobica si sta costruendo a proposito di questi uomini “altri”, provenienti dalle classi sociali più deboli, che si scagliano contro donne istruite e libere. L’idea che prende corpo è che queste classi sociali siano piene di devianti sessuali e che uomini sempre più depravati aggrediscano donne innocenti, libere pensatrici della classe media. In realtà non dimentichiamo che non sono questi gli unici stupri che sono commessi, sono semplicemente gli unici che sono riferiti in maggior numero.

Con ogni caso di stupro che riceve vasta copertura mediatica, la rabbia e l’isterismo si moltiplicano. “Gli stupratori sono da impiccare in pubblico” è il ritornello comune che si ritrova sui media sociali. Un insieme di immagini particolarmente violente, in cui una folla lincia uno stupratore in Libano, ha spopolato su Facebook. Alcuni si sono chiesti perché non si faccia la stessa cosa agli stupratori in India. E, poco ma sicuro, la “rabbia nazionale” ha portato al linciaggio di cinque uomini a Jharkhand a causa di molestie sessuali. Un giornalista è stato ucciso dalla polizia durante una protesta a Imphal. I media devono muoversi davvero con molta attenzione ora. C’è una linea sottile tra l’attivismo mediatico e il montare l’isterismo. Anche i dimostranti devono essere prudenti. Dire no alla violenza non può essere fatto mediante altra violenza.

C’è ancora molto che non è detto e non viene riferito dai media a proposito della violenza contro le donne. Dobbiamo cominciare a dare spazio alle vicende che sono state ignorate o dimenticate nel procedere. Il nostro fervore nel perseguire la giustizia per le donne è benintenzionato e i nostri media stanno cercando di dare razionalità al tutto. Ma la nostra rabbia e le nostre emozioni possono anche essere manipolate. Non dimentichiamo che ci saranno voci razionali ma anche voci fuorviate. Ci saranno guerre di TRP [Targeted Rating Points: classifiche mirate dell’audience – n.d.t.], elementi sottoproletari e appropriazioni populiste che continueranno ad aggiungere distorsioni al quadro più ampio. Come individui, sia che lavoriamo per i media sia che ne siamo consumatori, dovremo costantemente verificare ciò che andiamo dicendo, perché lo stiamo dicendo e a cosa porta il dirlo.

Noopur Tiwari è una giornalista di Parigi.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/how-not-to-think-about-violence-against-women-by-noopur-tiwari

Originale: Kafila.org

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

Precedente Noam Chomsky: lavoro, studio, libertà Successivo Lo stato di polizia in India e Robert Clive

2 commenti su “Come non valutare la violenza contro le donne

  1. Attilio Cotroneo il said:

    La religione e la società basata sulla competizione sfrenata verso il profitto come misura del successo, accrescono i divieti senza andare a fondo nei desideri e abituano a considerare gli esseri umani come oggetti da usare o impedimenti da abbattere. Eliminare questa follia con un programma pedagogico e psicologico adattato ai vari contesti sociali, è uno solo degli ambiti dove applicare la rivolta libertaria anticapitalista e laica. In tutti i paesi dove queste abominevoli tendenze prosperano le donne diventano l’oggetto della frustrazione anacronistica di una visione religiosa e sociale che ha disimparato a rispettare il pensiero altrui.

  2. Pingback: Stupro in India: eppure [email protected] sembra vedere la persona… « Al di là del Buco

I commenti sono chiusi.