Giacarta – Il governatore ‘Jokowi’ sul suo cavallo di legno

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Foto Andre Vltchek

di Andre Vltchek – 29 novembre 2012

Possono due uomini, non importa quanto dediti e schietti, salvare una città di 12 milioni di abitanti che da anni ha l’aspetto, e la puzza, di una carcassa in decomposizione? Possono riformare il feroce sistema capitalista che ha fagocitato questa intera area urbana e il resto del paese per decenni? Possono censurare tutti i protagonisti che hanno recitato male il loro ruolo? Possono realizzare all’improvviso una qualche specie di “capitalismo dal volto umano”?

A questo punto molti cittadini di Giacarta sono, sembra, pronti a credere a qualsiasi fiaba infiorettata; la loro città è già una condizione così spaventosa che la situazione difficilmente potrebbe diventare peggiore.

L’inquinamento, i rifiuti, le brutture incessanti e l’acqua contaminata, così come i quotidiani spostamenti pendolari di numerose ore, tutto questo sta evidentemente avendo un effetto sulla capacità della gente di pensare chiaramente.

E così hanno recentemente votato ed elevato alla massima carica della capitale la loro nuova “splendida coppia”, due tizi che, davvero, vengono da non si sa dove.

Ora permettetemi di presentarveli entrambi, questi due “eroi” che le masse disperate si aspettano fermino la rovina e avviino l’epica lotta per la sopravvivenza e le gloria finale di Giacarta.

Il nuovo governatore di Giacarta non è in realtà né un pianificatore urbano né un architetto: in origine è stato un uomo d’affari nel settore immobiliare e dell’arredamento. In seguito è stato sindaco della media città giavanese di Solo (Surakarta). Si chiama Joko Widodo (soprannominato Jokowi). In quest’ultima fiaba indonesiana è il cowboy principale, o un onorevole samurai errante, o un liberatore, o quel che volete …

Il suo vice, noto per i suoi fragorosi accessi d’ira e le sue dichiarazioni sconvolgenti, è un ex Deputato Popolare. Si chiama Basuki Cahayua Purnama.

 

Le sole credenziali che ha Jokowi per amministrare una delle più grandi città della terra sono i suoi viaggi d’affari in Europa dove ha “davvero ammirato le sue città” è desiderato trapiantarne la concezione negli agglomerati urbani indonesiani. Egli è anche riuscito, secondo parametri strettamente indonesiani, a ripulire diverse strade principali di Solo durante la sua amministrazione.

Ci sono altri risultati, protesteranno i suoi sostenitori: a Solo egli ha almeno costruito un marciapiede decente in centro città. Non ridete: è in realtà una cosa davvero grandiosa farlo qui, poiché siamo in un paese in cui i marciapiedi decenti sono rigorosamente vietati dalla potente, si potrebbe addirittura dire ‘fatale’, lobby dell’automobile (eccetto in luoghi dove non portano da nessuna parte o non collegano a nulla).

Ha anche reso funzionante un tram per turisti che occasionalmente percorre Solo su vecchie rotaie stese durante l’era coloniale olandese: è il suo giocattolo e la sua realizzazione di un sogno erotico riguardante il trasporto pubblico.

“Non abbastanza”, gli direbbero in India, difficilmente un modello sociale, ma un paese dove persino città come Chennai e Calcutta, per non parlare di Nuova Delhi, stanno costruendo, o hanno finito di costruire, il loro sistema di trasporti di massa. “Decisamente non abbastanza”, direbbe il popolo cinese, visto che nel paese almeno alcune dozzine di aree urbane possono contare su sistemi di trasporto su rotaia estesi, ecologici, confortevoli ed economici, ampi marciapiedi, impianti di riciclaggio dei rifiuti, forniture di acqua potabile, istituzioni culturali di ogni genere e anche enormi parchi e spazi pubblici.

Ma in Indonesia, come dice il proverbio, anche un orbo è un re. E la speranza è l’ultima a morire. E così va il mondo …

***

Alcuni mesi fa, in un altro articolo, suggerivo: “Lasciate ogni speranza entrando a Giacarta”. Ho dimenticato di dire: “E portatevi anche una maschera antigas militare, se potete metterci le mani sopra, nel vostro bagaglio a mano facile da aprire!”

Un ingorgo totale, quel mostro spaventoso che è andato estendendo per decenni i suoi rigidi tentacoli in tutta la discontinua, deprimente e insufficiente rete stradale di Giacarta, sta alla fine strozzando la città. La gente arriva in ritardo alle riunioni, muore nel percorso verso l’ospedale e la vita sociale crolla, considerato che nessuno è disponibile a passare due ore nel caos del traffico solo per prendere una tazza di caffè.

Foto Andre Vltchek

Ma quello che si sta vivendo ora è ancora solo una mite anticipazione dell’orrore che arriverà presto. Dopotutto il traffico ancora procede, in un modo o nell’altro, salvo che piova, salvo che sia mattina, pomeriggio, sera, giorno lavorativo o festivo.

Mi è stato detto da Rachamd Mekaniawan, un ingegnere civile:

“L’altro giorno mi sono recato in volo da Balikpapan alla capitale. Il volo in sé ha impiegato soltanto un’ora e quarantacinque minuti. Sono arrivato all’aeroporto di Giacarta alle 17.45. Ho deciso di prendere un autobus diretto al Blocco M. L’autobus era pieno; me l’aspettavo. Quel che non mi aspettavo è stato che il tragitto normalmente di trenta minuti sarebbe durato cinque ore quel giorno!”

Un paio di anni fa la JICA (Agenzia Giapponese per la Cooperazione Internazionale) ha prodotto uno studio in cui avvertiva che la città sarebbe rimasta paralizzata da un ingorgo totale entro il 2014.

Questa povera capitale di una nazione turbo-capitalista è devastata da un’avidità e una corruzione estreme (‘L’avidità è un bene’, come ci è detto in occidente, ricordate? Siamo riusciti a far ingoiare questa idea all’élite indonesiana nel 1965; non che ci sia voluto un grande sforzo). Tutto ciò che non è redditizio è scartato. Il che include il riciclaggio dei rifiuti, il controllo dell’inquinamento, i centri delle arti e i trasporti pubblici; persino gli alberi.

La lobby indonesiana dell’automobile, i suoi membri tutti studiosi diligenti della storia moderna degli Stati Uniti, sta perfezionando ciò che le Tre Grandi [Ford, General Motors e Chrysler] fecero a Los Angeles e in altre città nei primi tempi del colpo di stato dell’automobile, quasi un secolo fa. Qui, ogni tentativo di costruire una rete complessiva di trasporti pubblici è bloccato con decisione e forza. Ciò che era stato costruito in passato si sta deteriorando, compreso il sistema ferroviario, un tempo efficiente, progettato dagli olandesi. 

***

Fine della corruzione, trasparenza, un governo pulito! Questi sono alcuni dei principali gridi di battaglia di Jokowi e del suo vice. Promettono anche un qualche genere di sistema di trasporti pubblici, completo di tram, monorotaie e metropolitana.

L’intero pacchetto è fatto di slogan e di ben poca sostanza: fa parte del tipico mondo immaginario indonesiano; ha un’apparenza rosea e irreale, come i programmi della televisione locale o un cartone animato di Walt Disney.

Due giorni fa sono stato invitato a cena da un imprenditore indonesiano di successo che attualmente vive all’estero. E’ vicino, o si potrebbe dire che ne fa parte, sia all’élite politica sia a quella imprenditoriale del paese, anche se in un certo modo riesce ad avere una visione critica di esso. Avido lettore del mio lavoro sull’Indonesia è riuscito a sapere che ero in città e ha suggerito per un incontro un ristorante cinese magnifico, ma molto tranquillo, specializzato in frutti di mare.

Ben presto è diventato chiaro che intendeva “darmi in pasto” informazioni riservate, e non solo gamberetti e cappesante. Ha condiviso con me la sua frustrazione; mi ha fornito un po’ di validi “indizi e dati”. Ma il prezzo delle informazioni è stato alto: ho dovuto promettere che non avrei fatto i nomi delle persone e delle società cui egli si riferiva.

In sintesi, ecco che cosa ha detto:

“Un informatore interno di una delle grandi compagnie automobilistiche in Indonesia mi ha detto recentemente che il loro capo sta pagando diversi milioni di dollari l’anno, che potrebbero essere considerati una specie di anticipo sugli onorari, per impedire o almeno ritardare indefinitamente tutti i principali progetti relativi al trasporto pubblico nella città. Già nel 1992 i pagamenti al solo governatore ammontarono a 10 milioni di dollari.”

E ha proseguito: “Il proprietario di una delle maggiori compagnie automobilistiche mi ha detto: ‘Non ci sarà un sistema di trasporto su rotaia a Giacarta, mai … fino a quando l’ingorgo non sarà totale’. E’ bloccata anche la costruzione di marciapiedi e tutto ciò che è in concorrenza con le auto. L’obiettivo è di inondare il paese di milioni di nuove auto a motociclette, di rendere la nazione totalmente dipendente dal trasporto privato. ‘Una grande compagnia automobilistica straniera’ che opera in Indonesia è profondamente implicata in un’enorme corruzione, mentre le altre compagnie automobilistiche sono coinvolte in misura minore.”

Mentre ci separavamo, ha detto, con tristezza: “Molti non riescono più a vivere in questa città. Sai, penso che la situazione sia così brutta che persino se una squadra di politici e di imprenditori assolutamente puliti domani salisse al potere in Indonesia, ci vorrebbero almeno tre generazioni per cambiare le cose qui …”

Quasi tutti i membri dell’élite indonesiana non vivono più qui. Gestiscono le loro attività dall’estero o quanto meno ‘fanno i pendolari’.

Non è indispensabile analizzare tali complessi piani corruttivi legati alle sovvenzioni petrolifere o alle lobby dell’automobile. La corruzione è dovunque; è endemica e paralizza l’intera città. L’interesse personale viene sempre prima di quello pubblico e sopra di esso. Mentre l’uno-per-cento fa la sua bella vita, spendendo liberamente i milioni che ruba in continuazione alla nazione, ben oltre il 90% degli indonesiani è nella merda fino al collo.

Il mese scorso, all’aeroporto di Istanbul, ho incontrato una donna – una di quelle mogli indonesiane super-ricche – che si lamentava amaramente che non ci fossero marine decenti in Indonesia. Ben abbronzata, diceva che sta imbarcandosi per una crociera di due mesi in tutto il Mediterraneo. Quando ho cercato di parlarle dei libri che sto scrivendo sul suo paese e di spiegarle che film sto girando le semplicemente non è stata in grado di capire. Si suppone che gli stranieri parlino delle ragazze indonesiane, delle località turistiche di Bali e delle feste private scatenate, non di questa merda bolscevica!

***

Ma torniamo alla corruzione.

Qui non si muove più niente. Non ci si riesce a liberare di quegli orribili risciò a motore indiano a due tempi (Bajaj); modelli così vecchi che non se ne vedono più da decenni nelle strade indiane. Certi ‘interessi’ dell’esercito, della polizia o di altri stanno sempre dietro la loro esistenza. Lo stesso vale per gli orrendi, luridi e inquinanti minibus. Tutti i governatori compiono tentativi vacillanti di togliere quella roba dalle strade, poi sono bacchettati sulle manine e si zittiscono: un copione ben coreografato.

La pubblicità dell’industria del tabacco urla dalle strade sopraelevate e da quasi ogni angolo della città. Tutti gli uomini e i ragazzi, sembra, fumano in questa città già sporca e inquinata: per strada, negli autobus sgangherati, persino all’interno dei centri commerciali. Sono decretati regolamenti ma restano ignorati. La lobby del tabacco in Indonesia è potente e inesorabile; grottescamente, è anche proprietaria delle poche e minuscole aree verdi rimaste nella capitale. E’ proprietaria anche di un gran numero di parlamentari, i cosiddetti Deputati Popolari.

Nel secondo mese dell’amministrazione Jokowi, enormi cartelloni che pubblicizzano le sigarette decorano ancora la città. E saranno certamente ancora lì quando lui se ne andrà. Persino a Plaza Indonesia, uno dei centri eleganti della città, un fumo spesso levita sopra tutti i caffè. E’ una cosa impensabile in qualsiasi altra città del Sud-Est asiatico, dalla ricca Singapore alla povera Manila. Ma a Giacarta è biasa, cioè normale.

Non meraviglia che persino gli stranieri che vivono qui abbiano votato Giacarta come la città più invivibile dell’area Asia-Pacifico.

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Il nuovo governatore è andato promettendo un salario minimo più elevato. Questa è una promessa che ha mantenuto, elevandolo recentemente a 230 dollari al mese. Ora è più alto che in Ucraina e persino in Bulgaria (156 dollari al mese), un paese che è membro dell’Unione Europea.

Il 20 novembre 2012 il Jakarta Globe ha scritto:

Il governatore di Giacarta, Joko Widodo, ha approvato martedì una proposta di aumento del 44% del salario minimo in quella che è diffusamente interpretata come una mossa populista da parte della comunità indonesiana degli affari. “E’ stato firmato, l’importo è di 2,2 milioni di rupie,[230 dollari]” ha detto Joko seconda una citazione di Detik.com. “Ho battuto il martelletto.”

Ma quanti possono sperare di ricevere il salario minimo? Una vasta maggioranza degli indonesiani lavora nel settore informale, dove i salari possono scendere fino a 30 o 40 dollari al mese; decine di milioni “non esistono”. Come mi ha spiegato un eminente statistico canadese, mentre il censimento del governo situa il numero degli indonesiani tra i 237 e i 250 milioni, il numero vero è intorno ai 300 milioni i più. Quelli che non sono contati sono i più poveri. Sono persone che spesso non alcun salario, lavorando e sopravvivendo nelle più aspre condizioni pre-industriali quasi feudali.

 

Foto Andre Vltchek

 

Immediatamente dopo l’approvazione dell’aumento dei salari sono uscito nelle strade di Giacarta, ponendo sempre la stessa domanda: “I lavoratori ricevono il salario minimo? Veramente?”

Lo ricevono: quelle che lavorano nelle catene di ristoranti, i lavoratori delle grandi imprese private e i dipendenti del governo. Ma potrebbe trattarsi di meno di un quarto della forza lavoro della capitale.

“Salario minimo?” si è meravigliato un lavoratore in un laboratorio di falegnameria nel quartiere di Klender, a Giacarta Est. “Mi pagano per il numero dei pezzi consegnati. Se mi ammazzo di lavoro, di tanto in tano posso portare a casa 200 dollari il mese, ma in un mese normale non arrivo nemmeno lontanamente vicino a tale cifra.”

La signora Siti, che lavora in una fabbrica di abbigliamento di proprietà coreana, spiega: “Molti lavoratori a Giacarta e dintorni prendono circa 2.500 rupie (26 centesimi di dollaro) l’ora. Se lavoriamo per dieci ore ci pagano 2,60 dollari al giorno. Che corrisponde a 60 dollari al mese, o meno. Quando arrivano gli ispettori, tutti i lavoratori sono solitamente rinchiusi in una stanza buia, cosicché nessuno di noi può parlare con loro. Una volta io e una mia amica stavamo utilizzando i servizi quando arrivarono gli ispettori. Ci trovarono e ci chiesero del nostro salario. Mentimmo intuitivamente, fingendo di essere pagate molto più di quanto in realtà lo fossimo. Sapevamo che saremmo state licenziate se avessimo detto la verità.”

Dimenticate le statistiche ufficiali, che vi dicono che metà della città ha già conquistato lo status glorioso di classe media (qui lo stadio d’ingresso ufficiale alla classe media è un reddito di due dollari al giorno) e credete ai vostri occhi: alla miseria che vedete dovunque, alla spazzatura non riciclata, ai canali intasati, all’acuta assenza di spazi e marciapiedi pubblici, alle Ferrari e alle Porche che gareggiano a colpi di famigerate marmitte, agli infiniti centri commerciali che offrono prezzi standard proprio accanto a miserabili e insalubri kampung, villaggi i cui abitanti a malapena sopravvivono, nel centro della città.

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***

E quando sembrava che non ci fosse più speranza, solo oscurità fitta e depressione permanente, ecco la luce! Due uomini, il nuovo governatore e il suo vice, entrano in città sui loro cavalli, con le pistole dannatamente basse alla cintola e, come in qualche vecchio Western, i loro occhi rilucono di ardore e dignità.

O è davvero così che stanno le cose?

La stampa servile vuole che la gente creda che quei due sono stati scelti ed eletti a dispetto degli interessi delle élite. Il che, ovviamente, è impensabile. In Indonesia tutto è subordinato alla cricca affari-esercito-affari. Com’è possibile che la gente sia presa in giro in questo modo? E’ perché dal 1965 è stata scoraggiata dall’analizzare, dal pensare con la propria testa?

E quali sono i veri risultati della coppia da quando ha assunto il potere?

Il vicegovernatore di Giacarta, Basuki T. Purnama (soprannominato Ahok) ha incontrato l’8 novembre 2012 funzionari dei lavori pubblici. Ha fatto quattro urlacci e ha insultato tutti i presenti:

“Prima che cominciamo, questo intero preventivo non può essere tagliato del 25%? I prezzi unitari che avete qui sono troppo alti … ci sono solo due modi per risolvere la cosa: 1) tagliate il 25% di questo preventivo senza discutere. 2) Io cancellerò questo progetto dal vostro portafoglio. Utilizzerò i miei fondi operativi … Poi controllerò i progetti del passato: aprirò quella “vecchia piaga”; chiederò aiuto alla Commissione per lo Sradicamento della Corruzione (KPK). Mi rivolgerò anche al procuratore distrettuale. Lanciamo la ‘Nuova Giacarta’!”

Che linguaggio … E conoscete tutti quel detto a proposito del can che abbaia … Se davvero si voleste cambiare le cose nella vostra città e indagare i casi di corruzione grave, davvero vi mettereste a urlarlo in faccia a chi sospettate di essere un ladro, o cerchereste di prenderlo con le mani nel sacco?

Ma Ahok si è spinto anche più in là e ha fatto apparire tutto come un vero film di cowboy:

“Se c’è gente che vuole uccidermi, la cosa sarà molto facile … non so chi ci proverà … ho molti nemici … se qualcuno cercherà di spararmi a bruciapelo non batterò ciglio.”

Ci si sente di dargli immediatamente una pacca sulla spalla e di dirgli: “Ahok, sul serio, nessuno ti sparerà … lo sai … non saresti mai stato qui … ‘Loro’, i veri padroni di questo paese, non ti avrebbero mai permesso di essere eletto se tu e il tuo capo non foste stati controllati a fondo, e ricontrollati a fondo e ritenuti ‘sicuri’ per il regime. O davvero vuoi che crediamo che i candidati facciano la loro apparizione da soli, da indipendenti, e che la gente semplicemente vada a votarli? Davvero? In Venezuela certo … ma in Indonesia, caro Ahok? … Sul serio?”

Come a confermare i miei dubbi, poche settimane dopo aver assunto la carica, Jokowi ha cominciato ad agire come un affidabile apparatchik del regime indonesiano. Ciò che mi era stato raccontato in dettaglio nel ristorante cinese si stava dimostrando esatto; non che ne avessi mai dubitato.

Ha annunciato che sta rimandando la costruzione del sistema di trasporto su rotaia. Ha ‘posto il progetto sotto esame’ ed è diventato chiaro che per parecchio tempo Giacarta continuerà a essere la sola città di questa dimensione nel mondo priva di sistema di trasporto su rotaia. Uno dei motivi forniti dal governatore, che afferma di operare nel nome del popolo, è stato che egli non è sicuro di quanto ci vorrebbe perché il progetto si ripagasse!

Angki Hermawan, un ingegnere laureato al prestigioso Institute of Technology di Bandung che vive sia a Giacarta sia a Calgary, Canada, ha commentato così la notizia:

“Secondo me, Jokowi è davvero strano! Ha detto che la realizzazione o meno del progetto del sistema di trasporto su rotaia dipenderà dal ROI (rendimento dell’investimento); diversamente l’amministrazione di Giacarta finirebbe in bancarotta. Quest’affermazione è bizzarra perché dovunque nel mondo il sistema di trasporto su rotaia è la spina dorsale del trasporto pubblico, a meno che la città abbia meno di un milione di abitanti. Il sistema di trasporto su rotaia di Giacarta è un dovere! E lui cosa dice? Che il ROI del sistema di trasporto su rotaia deve essere buono? Com’è che improvvisamente Jokowi agisce come un gretto uomo d’affari? Il ROI per progetti che avvantaggiano la collettività non può essere calcolato come qualche ROI a fini meramente imprenditoriali. Il rendimento deve essere calcolato in benefici non monetari, sociali.”

Ma anche se fossero applicabili valori strettamente economici, Giacarta ha necessità di una ristrutturazione immediata del suo sistema di trasporti, poiché sta perdendo circa 3 miliardi di dollari l’anno a causa dei ritardi causati dagli ingorghi del traffico.

E così si torna alla casella di partenza: nessuna razionalità, solo delle considerazioni tenute segrete e non trasparenti.

E così il sistema di trasporto su rotaia di Giacarta è rimandato di nuovo. E quei patetici pilastri di cemento e quelle sbarre metalliche che si supponeva dovessero sostenere la monorotaia – il progetto finito rovinato e abortito alcuni anni fa, mentre avvenivano appropriazioni indebite di fondi enormi, il panorama cittadino era ulteriormente sfregiato e nessuno andava in galera – sono ancora lì, sull’attenti come in tanti saluti militari all’inglese delle élite locali ai cittadini di Giacarta, diritti verso il cielo grigio.

E che dire dei piani di Ahok di rivitalizzare il centro storico cittadino completamente distrutto?

“Se vogliamo che sia un quartiere avanzato, dovrebbe essere reso più esclusivo,” ha detto Ahok. “… Kota Tua dovrebbe essere costoso per poter progredire.” La tesi è stata riferita dal Jakarta Globe.  

E’ chiaro che non sarà chiesto aiuto all’UNESCO, come fece, ad esempio, Hanoi. Probabilmente si rivolgeranno a Gucci, Louis Vuitton o Lamborghini.

***

Ho già assistito a diversi ‘tentativi’ di salvare città indonesiane. La maggior parte di essi sono stati così patetici da poter essere paragonati ai tentativi di un bambino di cinque anni che dice ai genitori: “Adesso farò un aeroplano che volerà. Questi due pezzi di legno sono le ali. E questo pezzo di plastica sarà la fusoliera dell’aeroplano…”

Tutte le città indonesiane sono in rovina. Jakarta, Bandung, Surabaya, Medan, Palembang, Semarang, persino Yogyakarta. Ci vorrebbero decenni e sforzi decisi per portarle ad alcuni degli standard dell’area Asia-Pacifico.

Due anni fa ho incontrato il sindaco di Surabaya, la signora Tri Rismaharini. Allora era ancora molto popolare; c’erano grandi speranze. Lei prometteva un governo pulito e cambiamenti spettacolari delle infrastrutture.

Le ho chiesto se davvero aveva lo stomaco per affrontare la corruzione, la lobby dell’automobile e le altre patologie della seconda maggiore città indonesiana, con tre milioni di abitanti. Da donna onesta, una mussulmana con il velo sul capo, non ha voluto naturalmente mentirmi. Ha semplicemente eluso la domanda.

Mi ha parlato invece del suo amore per i fiori e le piante. Mi ha mostrato fotografie e mi ha spiegato che andava in giro per la città a piantare alberi, convertendo in parchi spazi non utilizzati. Spesso lo faceva con le sue mani.

Era molto gentile, mi ricordo. Mi piaceva; Ibu Rismaharini mi piaceva moltissimo. Mi piacerebbe essere un suo vicino. Ma la sua città ha continuato a sanguinare, senza trasporti salvo quei puzzolenti ankot (minibus) di proprietà privata, con quasi nessuna espressione culturale o intellettuale, nessuna pianificazione urbanistica e, di nuovo, nessuna speranza.

Quando ci siamo salutati mi ha invitato a tornare a trovarla quando fossi stato di nuovo in città.

Sono tornato lo scorso settembre ma, onestamente, non ho constatato alcun cambiamento sostanziale. La città era un po’ più pulita, c’era quell’unico proverbiale grande e decente marciapiede su entrambi i lati della via principale e c’erano alcuni giardinetti. Nient’altro. Surabaya era ancora strangolata dagli ingorghi del traffico; non c’era nessun posto dove andare di sera, salvo alcuni centri commerciali.

Ho deciso di non andare a trovare Abu Rismaharini. Cosa avrei potuto raccontarle? Cosa avrei potuto chiederle? Per entrambi l’incontro sarebbe stato molto imbarazzante!

***

Il 20 novembre 2012 ho proiettato il mio documentario su Dadaab (“Qualcuno volò su Dadaab”) all’Università dell’Indonesia e poi ho parlato del collasso del paese. Uno studente mi ha chiesto: “Cosa si può fare? Come si può salvare l’Indonesia?”

Ho risposto che non stava a me decidere; non è il mio paese, è il suo. Io non curo, faccio solo la diagnosi.

Ma quel pomeriggio ho parlato loro molto, sia agli studenti sia ai professori, della collaborazione delle loro élite e del loro esercito con gli Stati Uniti e l’Europa. Ho detto loro quanto l’Indonesia sia amata in occidente, dalle élite economiche e dai regimi politici occidentali sia negli Stati Uniti sia in Europa. “Il popolo indonesiano sta morendo di fame, ha perso tutto e continua ad alimentare generosamente l’occidente. Ha sacrificato tutto per il benessere e lo stato sociale nella UE, così come per le imprese multinazionali,” ho sintetizzato.

 

Foto Andre Vltchek

 

Ho anche spiegato loro che fino a quando distruggerà le proprie foreste, estrarrà tutto ciò che è rimasto sotto la superficie della terra, consumerà prodotti stranieri e non farà assolutamente nulla per il benessere del proprio popolo, l’Indonesia continuerà a essere definita ‘democratica’, ‘tollerante’ e persino ‘vincente’.

Il vostro paese è stato colonizzato e devastato dagli europei; è stato distrutto dal colpo di stato del 1965 patrocinato dagli Stati Uniti e dal sistema del capitalismo selvaggio. I quadri jihadisti che uccidevano nel 1965 e hanno combattuto per conto dell’occidente in Afghanistan stanno ora distruggendo quel che resta del tessuto laico dell’era Sukarno.”

“E allora la vostra ‘opposizione’, la vostra ‘società civile’, dove vanno a chiedere aiuto? Lo sappiamo tutti; si rivolgono nuovamente all’occidente! Fanno la spola tra Giacarta e Amsterdam, tra Giacarta e Berlino, Londra, New York! E’ là che ottengono la maggior parte dei finanziamenti. Ritenete davvero, onestamente, che l’occidente patrocinerà un’opposizione vera ai propri interessi economici e geopolitici? Per favore, riportate i piedi per terra!”

Parlavo nei locali dell’Università che era colpevole di aver messo in atto il più mostruoso sistema capitalista dopo il 1965; l’Università che ha collaborato appieno con i concetti economici di Von Hayek e Friedman del capitalismo incontrollato e sfrenato. L’Università che era stata fondamentalmente comprata dall’occidente, al fine di mettere in atto quella che Naomi Klein chiama la “Dottrina dello Shock”, da sperimentare su esseri umani.

Mi hanno lasciato parlare. Mi sono reso conto che nessuno se ne preoccupava granché; nessuno era spaventato da quel che dicevo. Quello che affermavo sarebbe rimasto tra le pareti dell’università. La mia apparizione era una specie di spettacolo da “Entrino i clown!”.

Qualcuno ha chiesto di nuovo “come cambiare le cose”. Tutti i grandi uomini con i quali ho collaborato, da Eduardo Galeano a Pramoedya Ananta Toer erano allergici a domande simili e di recente lo sono diventato anch’io.

Ho ricordato loro alcune delle ultime parole dettemi da Ananta Toer, il più grande romanziere dell’Asia Sud-orientale. E’ stato un detenuto per motivi di coscienza nei campi di concentramento di Suharto, un uomo i cui libri sono stati bruciati e che è stato emarginato e incessantemente amareggiato alla fine della sua vita:

Bukan reformasi – revolusi!” ha proclamato in tono di sfida davanti alle lenti della mia cinepresa. “L’Indonesia non cambierà mai mediante le riforme, solo mediante la rivoluzione!”

In groppa al loro cavallo di legno, Jokowi e il suo vice non esibiscono alcuna bandiera rivoluzionaria. Guardate più da vicino le loro armi di plastica, prodotte in serie; ascoltate le loro parole.

Jokowi non è un Hugo Chavez, Evo Morales, Lula o Ho Chi Minh indonesiano.

In realtà non ho idea di chi sia. Se quello che non è.

 

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico del Sud – Oceania – è pubblicato da Lulu.  Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello del fondamentalismo del mercato si intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] (Pluto). Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania ora Vltchek risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere contattato sul suo sito web.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

 

Fonte: http://www.zcommunications.org/governor-jokowi-enters-jakarta-on-a-wooden-horse-by-andre-vltchek

traduzione di Giuseppe Volpe

 

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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One thought on “Giacarta – Il governatore ‘Jokowi’ sul suo cavallo di legno

  1. Attilio Cotroneo il said:

    Esistono metropoli che sono già espressione di come si vorrebbe che diventasse ogni parte del pianeta. Un mondo fantastico distrutto in ogni suo colore e traboccante di un grigio maleodorante è più vicino di quanto pensiamo. La nostra indifferenza é seconda solo alla pianificazione scientifica di questo processo selvatico firmato dal capitalismo occidentale. Le metastasi del nostro sistema attecchiscono dove la miseria impera, dove l’ignoranza cresce, dove si vende ancora la speranza che qualcuno, altro da noi, possa cambiare le cose. Riprendersi il pianeta che ci appartiene e la nostra convivenza con esso non ha una ricetta che passa per i comuni canali di supposto cambiamento politico. Quella ricetta é falsa e usurata. Ci serve persino un nuovo modo di concepire noi stessi come attori di un destino che è troppo condiviso per essere ulteriormente trascurato o approvato con metodiche schifosamente moderato. L’estremismo non è violenza, la violenza é solo un triste e tremendo stadio ultimo di necessitá. L’estremismo é una ferma posizione riguardo al cambiamento che non cerca nè compromesso né profitto.