Poesia e rivoluzione in America Latina

Redazione 6 novembre 2012 1
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Ernesto Cardenal

di Andre Vltchek – 3 novembre 2012

Introduzione e appello

Il mondo è di nuovo in tumulto. Diverse nazioni arabe sono chiaramente in uno stato di caos, in ribellione contro decenni d’ingiustizie. Ma la loro lotta non è sempre basata sull’ideologia né è sempre ben definita. L’occidente sta approfittando appieno della confusione, cercando di imporre le proprie priorità, destabilizzando paesi come la Siria o attaccandoli direttamente, come nel caso della Libia. L’Africa sta sanguinando, distrutta da una nuova ondata e da un nuovo genere di colonialismo europeo e nordamericano. Circa dieci milioni di persone sono morte in Congo negli ultimi pochi anni durante il massacro incoraggiato dagli interessi economici e geopolitici delle potenze coloniali precedenti e attuali.

L’occidente acclama sia l’India sia l’Indonesia per la loro crescita economica, ma entrambi i paesi sono completamente manchevoli quanto alla realizzazione della giustizia sociale, entrambi aggrappati all’orco orribile del feudalesimo.

“Forse i paesi arabi si trovano ora, dove si trovavano le nazioni latinoamericane dieci anni fa”, ha suggerito Noam Chomsky nel corso del nostro incontro, nel giugno del 2012, al MIT di Boston.

Forse, ma sembrano esserci anche molte differenze, sia storiche sia culturali. Il continente sudamericano sta vincendo la sua battaglia per l’indipendenza e per una libertà vera. Ci sono alcune battute d’arresto, come il colpo di stato in Paraguay appoggiato dall’occidente e lo stato in cui sopravvive la Colombia, disperatamente divisa. Ma nel complesso il continente sudamericano ha vinto la sua lunga ed epica battaglia contro l’imperialismo, o quanto meno l’ha vinta per il momento.

La domanda è: l’America Latina potrebbe condividere la sua esperienza con il resto del mondo? Sarebbe in grado di ispirare il popolo arabo, gli indiani, i pachistani, gli indonesiani o gli africani?

Non conosco la risposta, ma penso che dobbiamo tentare. E’ nostra responsabilità, nostro dovere. Il nostro obiettivo, la nostra lotta, il nostro popolo non sono meschini. Le nostre rivoluzioni sono state basate sulla luminosità, l’internazionalismo e la solidarietà.

Scegliamo di essere ingenui se condividere e diffondere la speranza è indice d’ingenuità; lottiamo contro il negativismo e il disfattismo che contribuiscono a gettare miliardi di vite in uno stato permanente di miseria; combattiamoli con la nostra buona volontà e con i nostri grandi cuori, come abbiamo combattuto così a lungo nelle montagne, nelle pianure e nelle giungle della stessa America Latina.

Se la stampa ufficiale occidentale ci deride, sia. Oggi l’America Latina ha moltissimo da condividere con il mondo: la sua costruzione di decine di milioni di abitazioni per i poveri, la sua vaccinazione dei bambini, il cibo per gli affamati e l’istruzione per quelli che sono stati per secoli confinati nel buio dell’ignoranza. Vota alle Nazioni Unite contro i progetti neocoloniali. E sostiene sempre più i paesi minacciati dall’Impero.

***

Ma non diamo lezioni; semplicemente condividiamo.

Invito i miei compagni e colleghi latinoamericani a produrre una serie ispiratrice di analisi della nostra lotta, delle nostre rivoluzioni. Li invito a spiegare i decenni di decisa lotta per la giustizia sociale e per la libertà come noi (non l’occidente) la concepiamo.

Facciamo sì che quegli articoli siano scritti da noi, dai latinoamericani e da quelli (come me) che hanno vissuto in America Latina per anni, decenni, fino a quando non si sono latinizzati e non hanno conquistato una nuova identità. Facciamo sì che quegli articoli siano distribuiti da alcune delle grandi pubblicazioni e dei grandi siti progressisti, tra cui CounterPunch e Z.

E rivolgo un appello ai nostri compagni e colleghi nei paesi arabi, in Africa, Indonesia, Pakistan e India affinché traducano i nostri articoli nelle loro lingue locali e li distribuiscano diffusamente nei loro paesi. Poi impegniamoci in una discussione diretta.

Vediamo se il successo sudamericano può essere replicato; se Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia e Brasile possono ispirare gli uomini e le donne di Egitto, Marocco, Bahrain, India, Uganda, Repubblica Democratica del Congo, Indonesia e Pakistan.

***

Scrivo questo saggio per parlare di poesia, delle canzoni che hanno avuto un’influenza così decisiva sui cambiamenti e le rivoluzioni in Sudamerica. Non abbiamo vinto soltanto grazie ai nostri cervelli; abbiamo vinto grazie ai nostri cuori e grazie al grande talento dei nostri creativi, uomini e donne, alla loro capacità di muovere altri, di ispirare e spesso infuriare il popolo in tutto il continente.

Non so se le differenze culturali sono troppo grandi o se le nostre canzoni sono troppo diverse. Non so se le stesse cose che ci hanno toccato e che ci hanno portato nelle strade e sulle barricate riuscirebbero a toccare la gente di Karachi o del Cairo. Giuro che non lo so. Ma proviamo. Le nostre canzoni e le nostre poesie sono buone e ci hanno aiutato a vincere. Condividerle non farà danno!

Quello che posso testimoniare è che dovunque io vada, in India, nell’Africa settentrionale o sub-sahariana, o in Medio Oriente mi vengono incessantemente poste domande sul Venezuela e sulla Bolivia, su Cuba e sul Brasile. Molti hanno “sentito qualcosa”, ma istintivamente non si fidano delle fonti occidentali. Facciamo sì che non ci siano intermediari; facciamo ricevere loro le informazioni direttamente da noi.

E invece di limitarci a parlare, scriviamo. Condividiamo le nostre vittorie e le complessità della nostra lotta. Spieghiamo cosa c’è voluto perché la nostra amata America Latina risorgesse e mostrasse il suo orgoglio, come sta facendo ora.

POESIA E RIVOLUZIONE

Ci sono tre case, tre abitazioni che sono appartenute a uno dei più grandi poeti del ventesimo secolo, a “Don Pablo” com’era noto in Cile, o Pablo Neruda come è stato noto in tutto il mondo. Tutte e tre le case sono stupende, e lui ha aiutato a costruirle tutte e tre con le sue mani.

Una casa è attaccata a una collina, in un quartiere bohémien di Bellavista, a Santiago de Chile. La seconda è nella città portuale di Valparaiso e domina una magnifica vista della baia, del porto e dell’oceano aperto, allargandosi all’intero orizzonte. L’ultima si trova in quello che era un umile villaggio costiero, chiamato Isla Negra, ‘Isola nera’, che in realtà non è affatto un’isola bensì un grappolo di case, in prossimità di una meravigliosa costa rocciosa. E’ qui che Pablo Neruda ha scritto alcune delle sue poesie più possenti, in una minuscola capanna di legno che guarda le enormi onde del Pacifico.

Molte delle poesie di Neruda sono piene d’indignazione; sono come appassionate chiamate alle armi. Don Pablo è stato un comunista e ha creduto nella lotta latinoamericana per una vera indipendenza, ha creduto nella rivoluzione e soprattutto nell’unità di questo continente. Il suo poema probabilmente più grande e monumentale si intitola “Le vette del Macchu Picchu”. Termina con una ribellione e una solidarietà spettacolari:

E datemi silenzio, datemi acqua, speranza.

Datemi la lotta, il ferro, i vulcani.

Lasciate che i corpi si aggrappino a me come magneti.

Venite veloci nelle mie vene e alla mia bocca.

Parlate attraverso le mie parole e attraverso il mio sangue.

Ma nonostante la loro potenza, non sono stati questi i versi che sono stati scelti per essere incisi sulle colonne di fronte a La Chascona e non è la poesia che, durante i lunghi anni del buio fascista, ha ispirato i giovani, uomini e donne, a combattere la dittatura orribile imposta dall’esterno. Non è la poesia che ha fatto loro rischiare la vita, di morire per il Cile e per la sua libertà. Sorprendentemente alcuni dei versi più semplici e più umili scritti per una donna che amava sono diventati in realtà quel simbolo; uno dei gridi di battaglia per la resistenza:

… la quinta cosa sono i tuoi occhi,

mia Matilda, mia amata.

Non voglio dormire senza i tuoi occhi.

Non voglio vivere senza che tu mi guardi.

Darò la primavera

Perché tu continui a guardarmi.

Ed esattamente qui sta il segreto! La Rivoluzione Latinoamericana e le sue recenti vittorie non sono state costruite soltanto con gli ideali riguardanti la lotta per la giustizia sociale. Quelli che pensano che siano stati solo la logica e la dialettica della sinistra, e obiettivi pragmatici o principi ben definiti a portare al recente successo e alle vittorie in quasi tutto il continente, stanno fraintendendo del tutto Il Processo.

Le rivoluzioni in questa parte del mondo hanno riguardato ugualmente il pathos, la poesia, le esplosioni di sentimenti, le arti; sono state, e ci si attendeva che fossero, donchisciottesche, emotive e belle.

***

Le arti e il mondo dei sogni assolvono un ruolo essenziale nella lotta latinoamericana per la giustizia, per una società egalitaria e anche nella lotta armata.

Qui la ribellione spesso fermenta dai versi delle poesie, delle canzoni, dai dipinti. I teatri di Buenos Aires e di Santiago de Chile possono essere esplosivi quanto autobombe imbottite di semtex.

Spesso non c’è una linea di confine tra la rivoluzione e la poesia; si fondono.  Un attore di teatro nella cittadina portuale cilena di Valparaíso una volta mi ha detto: “Nel romanzo ‘L’amore ai tempi del colera’ un uomo, Florentino Ariza, aveva visto fatti a pezzi tutti i suoi sogni quando l’amore della sua vita lo aveva respinto”.

Doveva recitare nella mia commedia e così ci siamo incontrati per discutere del suo ruolo ma l’incontro è diventato invece filosofico.

“Fermina Daza aveva sposato qualcun altro e Florentino aveva solo due scelte: rinunciare al suo amore per lei o combattere … e aspettare … Non importava quanto ci sarebbe voluto. Solo aspettare. Decise di combattere e aspettare. Aspettò per cinquantun anni, nove mesi e quattro giorni … ma alla fine vinse. La donna che amava divenne sua … all’età di settanta e rotti anni, ma sua. Capisci?”

“Era ossessionato …” cominciai a ragionare.

“No!” ha gridato l’attore disperato. Come potevo essere così grossolano? Ha ordinato un altro giro di vino bianco con succo di cherimoya. “Non capisci? E’come la rivoluzione! Abbiamo aspettato; abbiamo lottato. Abbiamo sacrificato così tanto … Ma è qui. La vittoria alla fine è nostra.”

Naturalmente Gabriel Garcia Marquez è un grande romanziere comunista. E naturalmente il suo ‘L’amore ai tempi del colera’ è un enorme successo letterario, potente e complesso. Ma io non avevo mai pensato al parallelo tra Fermina Daza e la rivoluzione. “Ma perché no?” ho pensato, sorseggiando il vino mentre il fisarmonicista cominciava a suonare un altro tango disperato proprio dietro di me. “Perché no? Aspettare Fermina Daza è come aspettare la rivoluzione …”

***

“Racconti, libri, poesia, musica, danza e teatro sono tutti essenziali qui. Nessuna rivoluzione potrebbe aver luogo in America Latina senza di essi.

Prima di decidere di andare sulle barricate la gente di questo continente deve essere toccata, commossa, non soltanto ‘convinta’.

Alcuni anni fa, mentre ero in visita dalla mia amica australiana Tamara Pierson, nella città venezuelana di Merida, in mezzo alle Ande (Tamara è una persona che ha dato tantissimo al Venezuela e alla rivoluzione), la mia visita coincise con una campagna governativa per regalare milioni di libri ai poveri, alle masse. Classici come Don Chisciotte furono regalati letteralmente a tonnellate e tutti gratis, in tutto il paese. Ciò andava ad aggiungersi a edizioni quasi in omaggio di poesia e dei capolavori della letteratura mondiale, disponibili in tutte le librerie gestite dal governo.

Si trattava di un grande gesto, ma non era soltanto un gesto! Era una mossa molto logica e strategica, perché quelli per cui Venezuela, Bolivia, Uruguay, Ecuador e altri paesi stavano combattendo erano realmente principi fondamentali di umanesimo. Non occorreva leggersi tutto Karl Marx, il presidente Mao, o Lenin o Chavez; l’essenza era tutta lì, nei classici di Victor Hugo, Cervantes, Massimo Gorki, Tolstoj e Tagore.

Con il pretesto che i contadini e i membri della classe lavoratrice sono semplicemente delle bestie prive di cervello che non potrebbero mai capire vette intellettuali come la poesia e i romanzi, le élite di gran parte del mondo hanno ‘riservato’ rigorosamente a sé stesse il diritto al pensiero filosofico e alle ‘nobili emozioni’. In diretta contrapposizione, in alcuni dei paesi dell’America Latina, nel cominciare a distribuire grandi libri a tutti, abbiamo detto che tutti potrebbero e dovrebbero avere il diritto di pensare e di sentire. Sfidando le teorie elitarie, anche i più umili hanno cominciato concretamente a leggere i grandi classici, godendone e comprendendoli facilmente.

Poi, quanto più hanno capito, tanto più hanno appoggiato quelli che li hanno trattati da uguali. Sono arrivati alla rivoluzione non attraverso l’ideologia, ma attraverso istinti umani naturali. Hanno semplicemente abbracciato quelli che li hanno rispettati, che hanno condiviso con loro e li hanno trattati con gentilezza. Esporre la società alle arti ha cominciato anche ad avere un’influenza molto positiva e profonda sulle molte tendenze nelle società progressiste latinoamericane. Che senso ha, ad esempio, ‘battersi’ contro la violenza in casa se si è esposti soltanto, già in tenera età, a video brutali e volgari e a spettacoli standard di intrattenimento per lo più privi di sentimento e motivati commercialmente? Non è chiaro che un uomo che legge Marti, Neruda o Tagore avrà meno probabilità di picchiare e terrorizzare la moglie e i figli?

Chi è abituato a confrontare il bene e il male, non superficialmente o perché vi è obbligato dalla propria religione o dalla propria ideologia, ma volontariamente e in profondità, logicamente rifiuterà anche di stare a guardare, senza far nulla, mentre gli emarginati marciscono nelle baracche o direttamente nelle strade, di fronte ai suoi occhi.

***

“Tamara, ti è piaciuta la mia commedia teatrale “Fantasmi di Valparaiso?”, ho chiesto alla mia amica prima di lasciare Merida.

“Il mio compagno ed io l’abbiamo letta ad alta voce, due volte, due sere di fila” mi ha spiegato con un’espressione assolutamente seria questa tenace attivista dallo spirito rivoluzionario. “E abbiamo pianto per due notti di seguito.” Non c’è stato altro da aggiungere e io sono stato felice; in base ai parametri latinoamericani mi aveva dato uno dei più alti segni di apprezzamento, puro e sincero.

Ho conosciuto uomini in Peru e in Colombia e in altri luoghi del continente che di notte piangevano leggendo le poesie di Marti o di Cesar Vallejo e poi si svegliavano al mattino e andavano senza esitare alle più bestiali battaglie, assolutamente senza paura. Ho conosciuto uomini che scrivevano poesie nelle trincee per le proprie mogli o fidanzate. Qui, in America Latina, sentire, essere emotivi non è qualcosa da considerare vergognoso o ridicolo, se una persona è forte e dura quando la forza e la durezza sono realmente essenziali e necessarie.  

***

L’arte insegna alla gente a sognare e a loro volta i sogni fanno progredire le società. La poesia non riguarda soltanto esplosioni passionali; riguarda spesso la compassione, la gentilezza e la malinconia. Il cuscino malinconico, emotivo che avvolge molte poesie, può frequentemente assorbire il dolore più bruciante e incoraggiare al perdono.

Ma non è soltanto la poesia che modella la psiche latina e contribuisce a formare una identità nazionale e continentale affascinante; è l’intera, vasta gamma delle espressioni artistiche, dal cinema al teatro, alla letteratura, alla musica.

E’ anche un modo di vivere, quei venerdì e sabati notte interminabili quando grandi gruppi di amici, che restano alzati fino al mattino a scambiarsi idee, informazioni, sogni e dolori, passando da un teatro all’altro, da un cinema all’altro, spostandosi tra le mostre e le gallerie, a volte danzando e a volte bevendo, ma sempre conversando.  Nessuna rete sociale elettronica, nessuno Skype o comunicazione internet può sostituire questi scambi diretti e questi dibattiti tempestosi, nessun canale elettronico può sostituire il calore delle mani umane, o l’espressione degli occhi o il movimento delle labbra di un amico.

Molte grandi idee politiche e sociali dell’America Latina sono state create durante queste notti, ai tavolini dei caffè, dopo aver assistito con gli amici a grandi opere d’arte sul palcoscenico o sullo schermo.

L’arte non solo educa, essa incoraggia a pensare e a sentire, aiutando le persone a operare distinzioni essenziale tra il bene e il male. Qualsiasi rivoluzione spogliata di queste qualità può portare semplicemente a un massacro, come è già accaduto in così tanti luoghi disgraziati.

Non sorprendentemente, quasi tutte le rivoluzioni latinoamericane (e quasi tutte sono state basate sulla poesia e su un desiderio di amore e di bellezza) sono state estremamente ‘decenti’ e ‘moderate’. Sono state le reazioni appoggiate dall’occidente a impiegare la bestialità, le stragi e gli stupri.

***

Meraviglia poco che in quasi tutti i paesi che sono caduti sotto il dominio neocoloniale occidentale l’arte è stata immediatamente emarginata o distrutta, gli artisti e molti grandi intellettuali imprigionati o liquidati direttamente. E’ logico, poiché l’ultima cosa che vogliono i dominatori fascisti è avere masse appassionate acculturate e bene informate.

Ma anche più distruttive ed efficaci delle forche e del cappio del boia sono state le incessanti campagne mirate a screditare l’arte come qualcosa di irrilevante, alla pari con l’’intrattenimento’. Questo ha avuto grande successo nell’Asia sud-orientale, ma io credo anche in molti paesi del mondo arabo.

Pensare è stato descritto come faticoso e fuori moda, “gli argomenti seri” (leggasi: tutto quello che può migliorare il paese e o il destino del suo popolo) come noiosi e i sentimenti puri come negativamente “sentimentali”.

Per essere “alla moda” e “fico” uno deve essere “leggero”. E ciò significa accettare il dogma, guardando Hollywood e Disney, ascoltando canzoni preselezionate, mangiando cibo prefabbricato. L’America Latina ha resistito. Ha trasformato argomenti seri in magnifici capolavori. Poeti e bardi hanno continuato a riempire gli stadi, mentre i cinema delle vie principali di Buenos Aires e di Santiago de Chile hanno proiettato testardamente e continuamente film d’arte iraniani e cinesi. Il continente ha continuato a produrre lunghi poemi e lunghi libri e saggi ponderosi. Essere frivolamente ‘leggeri’ non suscita alcun rispetto qui. “Vivi il più pienamente possibile ma continua a pensare e a creare” potrebbe facilmente essere considerato un motto locale.

***

Prima che la dittatura militare argentina finisse ai cani nel 1982, una delle più grandi cantanti di tutti i tempi – Mercedes Sosa – ritornò in patria dall’esilio. Amata dall’intero continente, ammirata per la sua potente voce profetica, era l’impressionante opposto di quella che i mass media di tutto il mondo erano andati pubblicizzando per decenni come la “donna perfetta”. La signora Sosa era grassa ed era indigena. Ma questo non era Sunset Boulevard; questo era El Puerto.

A sera entrò, determinata, nel tempio supremo della ‘cultura europea’ in Argentina, e uno dei più grandi teatri d’opera del mondo: il Teatro Colon di Buenos Aires. Il teatro era stipato. Alcuni delle canzoni che avrebbe cantato erano ancora vietate. Ma la sua apparizione fu, in un certo modo,  una promessa che gli orrori del fascismo presto sarebbero finiti. I presenti al concerto ricordarono in seguito che l’atmosfera nel teatro era elettrica. Si aspettava che lei sfidasse Videla e gli altri stupratori e assassini dei ranghi della junta militare, che li sfidasse con la sua voce potente ma nuda. Si aspettava che lei cantasse tutte quelle canzoni che avevano tenuto vivi uomini, donne e bambini, emotivamente e spiritualmente, nei lunghi anni del buio. E lo fece. Cantò come nessun altro al mondo avrebbe potuto cantare.

Cantò una canzone sul sole bruciante e su una ragazza di nome Maria, Maria va. E poi altre canzoni e tutto era lì, l’intera resistenza, passione, amore, rivoluzione, in una sola notta, nella sola voce di questa signora eccezionale.

La registrazione del concerto divenne uno dei grandi classici di tutti i tempi. Il pubblico pianse e ruggì. Era finita, la sofferenza era finita. Le canzoni, cantate per anni negli scantinati e nei cortili, accennate con la bocca chiusa nelle prigioni e nelle celle delle torture, fischiettate di notte, quelle canzoni amate scorrevano ora come lacrime e come sangue, liberamente, sul palcoscenico del teatro dell’opera di Buenos Aires.  

Ma cosa c’è in quello che cantò, che sfidò l’intero sistema? Era una chiamata alla lotta, un insulto al sistema; era politica?

Cantò una ballata composta da Violetta Parra, la fondatrice cilena del movimento della Nueva Cancion, una grande musicista e poetessa che si era suicidata nel 1967.

Gracias a la vida que me ha dado tanto

Me dio dos luceros, que cuando los abro,

Perfecto distingo lo negro del blanco

Y en el alto cielo su fondo estrellado?

Y en las multitudes el hombre que yo amo

 

(Grazie alla vita che mi ha dato tanto,

Mi ha dato due stelle lucenti e quando le apro

distinguo perfettamente il nero dal bianco

e nell’alto cielo il suo stellato

e nella folla l’uomo che amo).

Cantò una canzone stupenda e malinconica sulla poetessa argentina Alfonsina Storni, ‘Alfonsina e il mare’, che per disperazione si annegò nel Mar de Plata:

Te ne vai Alfonsina

con la tua solitudine.

Quali nuove poesie

sei andata a scoprire?

Una voce antica

fatta di vento e sale

ti spezza l’anima

e ti porta via

e tu fluttui via

come nei sogni,

addormentata, Alfonsina,

vestita di mare.

“Ma dove sta la rivoluzione?” potrebbe chiedere un impaziente giovane riformatore del Cairo o di Casablanca. “Tutta quella tristezza, quel desiderio d’amore e la malinconia e la bellezza … tutto quel separarsi … disperazione … ma dov’è la chiamata alle barricate, dov’è la ribellione?”

“Ma è lì … è presente … in tutte quelle poesie d’amore, non la senti?” sosterrebbero i latinoamericani.

All’improvviso le cose diventano più dirette.

Come se avesse ascoltato questa discussione nel Colon, Mercedes Sosa improvvisamente cambia ritmo. Comincia a cantare una vecchia stupenda milonga dell’Urugay:

Ho così tanti fratelli

che nemmeno riesco a contarli

Il pubblico trattiene il respiro. Sa cosa sta arrivando. La notte sta avvicinandosi al suo culmine. La Sosa canta delle mani calde dei poveri, e poi improvvisamente della morte, della “nostra morte, la morte del nostro popolo che ci segue”, non importa dove andiamo.

C’è un silenzio assoluto che gradualmente diventa un ruggito assordante. Mercedes Sosa lancia un singolo attacco, breve, perfetto e mortale, come il colpo più raffinato della spada di un samurai:

Ho così tanti fratelli

che nemmeno riesco a contarli

e ho una sola sorella,

la più bella fra tutte,

il cui nome è Libertà!

Diversi mesi dopo la junta militare è costretta a dimettersi.

Mercedes Sosa è morta nel 2009, ma la rivoluzione latinoamericana è sopravvissuta. Prima del viaggio finale della signora Sosa, Cristina Kirchner – la sua più grande ammiratrice e all’epoca presidente dell’argentina – ha preso commiato da lei nel nome della nazione e dell’intera America Latina, in una cerimonia simbolica e di grande emozione. In molti modi queste due donne potenti hanno trasformato l’’Argentina moderna e ne sono divenute il simbolo. E’ probabile che, quando erano entrambe giovani, Mercedes Sosa abbia trasformato Cristina Kirchner.

***

Senza gli scoppi emotivi, senza la poesia e le potenti canzoni liriche, senza la disperazione e senza le emozioni esposte, senza la capacità di sognare … non ci sarebbe ma stata una lotta vittoriosa per la vera libertà e giustizia in America Latina.

Siamo sentimentali, è vero. E siamo sognatori, Ma siamo anche duri. E il nostro mondo è prevalentemente astratto. Siamo … così tante cose; così tante cose diverse.

Anche a Cuba, uno dei musicisti e bardi più popolari e di maggior talento, Sylvio Rodriguez, molto raramente canta la rivoluzione in termini diretti. Anche lui è prevalentemente astratto. Quasi tutte le sue grandi canzoni sono filosofiche, e pochissimo chiamano apertamente alle armi, anche se in qualche modo, dopo averle ascoltate, uno vorrebbe andare a morire per difendere Cuba, senza rimpianti. In La Maza si chiede come sarebbe:

Se non credessi in ciò che è più duro

Se non credessi nel desiderio

Se non credessi in ciò in cui credo

Se non credessi in qualcosa di puro

Se non credessi in ogni ferita

Se non credessi in ciò che ritorna

Se non credessi in ciò che si cela

dietro il renderci fratelli della vita

Se non credessi in chiunque mi ascolti

Se non credessi in ciò che fa male

Se non credessi in ciò che rimane

Se non credessi in ciò che combatte!

Abbiamo imparato che i sogni, l’istruzione emotiva, sono tutti un lavoro necessario, addirittura essenziale, preparatorio alla rivoluzione. Come potremmo andare in battaglia senza le parole della poesia sulle labbra, senza nel cuore la persona che amiamo, e con una dedizione totale al paese che vogliamo difendere e rimodellare? E’ lo stile latinoamericano. E qui funziona. Qualsiasi cosa il mondo ne pensi, qui funziona!

Per anni abbiamo avuto poesie e canzoni migliori di quelle dei nostri avversari. Per anni i nostri obiettivi e la nostra umanità sono stati come due gemelli inseparabili. Per anni abbiamo combattuto e perso, perché loro avevano carri armati migliori e più soldi per corrompere il nostro esercito e le nostre ‘élite’. E poi, improvvisamente, le cose hanno cominciato a cambiare.

Vedete, è tutta una questione di valori. Si ruba alla nazione perché auto e ville costose suscitano maggior ‘rispetto’ che non l’onestà, il sapere, la gentilezza o la bellezza. Semplicemente non c’è modo di combattere la corruzione senza fare un tentativo deciso di cambiare il sistema di valori. Per portare questa tesi all’estremo: se una poesia ben scritta suscitasse maggior ammirazione presso la gente, la nazione, di una Ferrari rosso brillante, la gente smetterebbe di rubare e comincerebbe a scrivere. A Cuba la maggioranza sceglierebbe una poesia. In paesi come il Venezuela c’è un’intera generazione che sta crescendo con gli stessi principi.

***

Una delle poesie che è una delle massime icone della rivoluzione latinoamericana è “I pappagalli”, del poeta nicaraguense Ernesto Cardenal:

Il mio amico Michel è un ufficiale dell’esercito

a Somoto, su vicino al confine con l’Honduras

e mi ha detto di aver trovato alcuni pappagalli di contrabbando

in attesa di essere fatti passare negli Stati Uniti

per impararci l’inglese. Erano 186 pappagalli

con 47 già morti nelle loro gabbie.

Li riportò da dove erano stati presi

e quando il camion si avvicinò a un posto chiamato Le Piane

vicino alle montagne che erano la casa di questi pappagalli

(oltre quelle pianure si ergono grandi montagne)

i pappagalli si eccitarono e cominciarono a sbattere le ali

e a gettarsi contro i lati delle gabbie.

Quando le gabbie furono aperte

si lanciarono fuori come una pioggia di frecce

diritti verso le loro montagne.

La Rivoluzione ha fatto lo stesso per noi, penso:

ci ha liberato dalle nostre gabbie

dove ci avevano chiuso perché imparassimo l’inglese,

ci ha ridato il paese,

le verdi montagne sono state restituite ai pappagalli

dai compagni verde pappagallo.

Ma ce ne sono stati 47 che sono morti.

Ho incontrato Ernesto Cardenal una sola volta. Ero molto giovane allora; la dittatura cilena era appena caduta ed io mi stavo prendendo una pausa a Santiago, dopo aver passato molti mesi terribili a occuparmi della brutale guerra civile nel vicino Perù per diverse pubblicazioni europee. Cardenal era venuto per una lettura a un’importante fiera del libro nella stazione ferroviaria restaurata magnificamente, trasformata in uno dei maggiori centri culturali della città: Estacion Mapocho.

Non c’era una vera ressa – le folle cilene sono troppo educate per questo – ma si doveva sgomitare per assicurarsi l’ingresso. L’enorme spazio era affollato, per lo più da giovani.

Questo autore era una delle icone della sinistra latinoamericana, un poeta, poi un rivoluzionario, poi ministro della cultura del Nicaragua durante il primo governo sandinista, poi sacerdote ma ancora un rivoluzionario, ancora un poeta … Parlò molto poco. Sollevò il suo grosso libro – il suo allora più recente e monumentali “Canti cosmici” – e cominciò a leggere.

Ciascuna poesia provocava una reazione simile, come quella dei goal segnati dal “rivoluzionario calciatore” Diego Maradona. Era pura follia. La gente gridava, si abbracciava e piangeva.

La voce di Cardenal era simile a quella di un profeta, di un pubblico ministero e di un bardo, tutte insieme. Dovevo parlare con lui; dovevo capire da dove gli veniva tutta la sua forza, la sua magia. Dopo la sua apparizione sono corso dietro le quinte. C’erano ragazze; c’erano donne di mezza età, giornalisti e fotografi. Tutti spingevano, tutti assediavano disperatamente il poeta.

Fin dal primo momento fu evidente che non avevo speranze. Ma non ero disposto ad arrendermi. “Don Ernesto!” gridai. “Don Ernesto, le devo parlare!”

MI notò. “Allora parla, se devi!” mi gridò da sopra la folla.

“Ma …” indicai la gente. “Non potremmo avere un incontro, un appuntamento?”

“Ragazzo!” gridò disperato. “Ragazzo, ho sentito bene che hai detto ‘appuntamento’? Il pianeta sta bruciando e la gente soffre dovunque. Non c’è tempo per appuntamenti! Parla ora o vattene!”

Parlai. E dopo di ciò non ho più virtualmente chiesto nessun appuntamento, solitamente perdendo interesse se qualcuno suggeriva di fissarmene uno. Ho concluso che Cardenal aveva sostanzialmente ragione: se qualcosa è urgente e non si può aspettare allora si deve parlare e agire immediatamente, oppure non è urgente e allora occuparsene è uno spreco di tempo.

***

L’America Latina è piena di leggende, fiabe ed esseri soprannaturali, e di racconti. Andate semplicemente nella vecchia città portuale cilena di Valparaiso, andate sulle Ande peruviane e boliviane, nelle giungle brasiliane e venezuelane. Andateci e ascoltate.

Come con le poesie d’amore, superficialmente le storie e le fiabe non hanno nulla in comune con la rivoluzione, ma quella è solo la superficie. Guardate e ascoltate più attentamente e capirete che l’universo immaginario di molti pensatori e rivoluzionari, il mondo dei loro sogni, è spesso fatto di queste cose, così come le idee per un mondo migliore, una società migliore.

In Sudamerica ci sono creature leggendarie, fantasmi ed eventi fantastici del passato, in una moltitudine e in tutto il continente. Ci sono molti qui che vivono “nel loro mondo” o, più precisamente, in due mondi distinti: uno che appartiene alla realtà e uno che appartiene ai loro sogni.

“E perché no?” direbbero molti. Non è che il mondo che noi umani abbiamo creato sia sempre così prezioso, così magnifico. Nessun uomo, donna e bambino dovrebbe sentirsi colpevole o vergognoso se cerca l’ispirazione nella propria immaginazione, in un universo segreto fatto per accogliere i propri desideri e la propria sensibilità.

Anche se ciò che sto descrivendo ora è assolutamente lo stesso nell’Asia settentrionale – in Cina, Giappone e Corea – spesso sono frainteso nell’Africa del Nord, in Medio Oriente e persino nel Sub-continente. Non so perché.

Ma torniamo all’America Latina: le persone qui, come abbiamo stabilito prima, è fatta di sognatori appassionati.

E il loro universo interiore, l’universo dei loro sogni, spesso si apre, i loro sogni traboccano e cercano di migliorare la realtà di questo mondo.  

Il più grande scrittore sudamericano vivente è probabilmente Eduardo Galeano, autore di due monumentali opere sulla conquista e il saccheggio del continente: “Le vene aperte dell’America Latina” e la trilogia intitolata “Memoria del fuoco”.

Una volta, seduti nel suo Cafè Brazilero a Montevideo, gli ho chiesto, sarcasticamente se “Le vene aperte dell’America Latina” fossero ancora aperte, tanti anni dopo che il suo libro era stato pubblicato per la prima volta.

 

Ma Galeano, uno scrittore di sogni, ha la tendenza a non rispondere alla domanda in modo diretto:

“L’altro giorno passeggiavo per le vie di Buenos Aires e sono incappato nel Conte Dracula” mi ha spiegato con un volto di una gravità di pietra che mi ha fatto pensare che, a modo suo, in realtà non stava scherzando. “Dracula aveva un aspetto molto magro, denutrito, distrutto. Gli ho chiesto cosa fosse successo e mi ha risposto: ‘Sono tempi duri’. Con gli Stati Uniti e la Gran Bretagna scatenati, a saccheggiare e succhiare il sangue del mondo, un vampiro onesto non ha alcuna possibilità. La concorrenza è troppo accanita.”

E’ così che molti, uomini e donne, parlano qui; a volte alcuni dei più grandi tra loro e la maggior parte della gente non ha difficoltà a capirli. Il linguaggio dei sogni e dell’immaginazione è uno dei principali idiomi di questo vasto continente, una lingua che è compresa e parlata in ogni suo angolo.

Nel caso sia sfuggito a qualcuno dei miei lettori, tutti, o almeno una grande maggioranza di quei grandi uomini che guidano il continente nella direzione rivoluzionaria – Fidel Castro, Evo Morales, Hugo Chavez – sono sognatori incurabili o quelli che potrebbero essere descritti come ‘romantici’ determinati. Ascoltate i loro discorsi, leggete i loro saggi; è così evidente.

Ernesto ‘Che’ Guevara è stato chiaramente una figura donchisciottesca. Cuba, in generale, è uno stato donchisciottesco. E’ questa una delle principali ragioni per cui entrambi, il ‘Che’ e Cuba, sono amati e rispettati in così vasta misura in così tante parti del mondo.

Non è stata l’espressione suprema dell’idealismo, a modo suo un grande e possente poema, che una piccola nazione dei Caraibi sotto assedio e sotto attacco da parte del più potente impero della terra, abbia mandato i suoi figli migliori a combattere e a morire per la libertà di lontane nazioni africane (Angola, Namibia e Congo), o abbia mandato alcuni dei suoi uomini e donne di maggior talento – i medici – a servire le nazioni più povere del mondo senza attendersi nulla in cambio?

***

E’ tutto intrecciato, qui: la poesia e la lotta, il patos, la musica e la rivoluzione.

Le poesie sono scritte con l’inchiostro e con il sangue, mentre i versi e le corde delle chitarre fanno avanzare la rivoluzione.

L’immaginazione del continente è illimitata, la creatività stupefacente. Ma ci sono anche dei limiti; ci sono dei limiti nell’arte.

Uno dei più grandi pittori argentini, Alberto Bruzzone, disse una volta: “Non posso dipingere fiori o maternità quando uccidono i miei studenti nelle strade!”

Bruzzone era così in anticipo sui suoi tempi, specialmente più avanti della maggior parte degli artisti dell’occidente. Quanti artisti in California o a Londra saprebbero esclamare: “Mi rifiuto di produrre film frivoli, stupidi mentre il mio impero sta tenendo metà del mondo nella miseria e in virtuale schiavitù”? Ma tornando alla poesia: alcuni uomini e donne hanno scritto qui versi enormi con le loro stesse vite. Si tratti del Che o di Hugo Chavez, del subcomandante Marcos, di Fidel o della giovane leader della rivolta cilena, Camila Vallejo.

E naturalmente Pablo Neruda, Jose Marti, il presidente Salvador Allende.

Il presidente Allende è morto tra le fiamme del suo vecchio palazzo barocco – La Moneda – mentre l’aviazione cilena bombardava il luogo e commetteva in modo solerte il tradimento dell’11 settembre 1973, servendo gli interessi degli Stati Uniti e delle loro industrie.

Dicono che Allende si suicidò. Ma io sono ormai troppo latino e ho la mia personale interpretazione degli eventi, il mio mondo immaginario, e sono deciso ad attenermi ad esso.

Allende sapeva del colpo di stato. Molti in Cile che gli erano vicini mi hanno detto che era ben informato … Ma essendo un vero democratico si rifiutò di arrestare chiunque sulla sola base di sospetti. Sin qui i fatti.

Adesso arriva la mia personale interpretazione della storia, che seguo liberamente in tutto il mio lavoro narrativo: quando i caccia cominciarono a bombardare il Palazzo Presidenziale, Allende si alzò in piedi e si diresse alle enormi finestre barocche, verso i caccia e verso la sua morte sicura. Era ancora il presidente del Cile; era il presidente democraticamente eletto di una delle più antiche democrazie della terra, fino a quel giorno, di uno dei paesi più rispettabili sotto il sole. Si diresse verso quei piloti che lo avevano tradito, che avevano tradito il Cile, perché, indipendentemente da quello che stavano facendo, erano cittadini del paese che gli era stato affidato perché lo governasse. Si diresse verso di loro perché non intendeva fuggire, non vedeva motivi per scappare. Morì camminando fieramente, verso i caccia rombanti, verso le bocche delle loro armi, verso i razzi attaccati sotto le loro ali. Un uomo che portava occhiali dalle lenti spesse, un uomo molto gentile, un vero umanista.

Mentre Allende muoveva i primi passi, Pablo Neruda stava morendo non lontano da La Moneda, di cancro. Durante le elezioni ci si aspettava che Don Pablo si candidasse per il Partito Comunista del Cile, ma egli invece sostenne Allende, che rappresentava La Unidad Popular.

Due grandi uomini, due figure che hanno svettato in Cile e nel mondo poi sono morte quasi nello stesso momento, non lontano l’uno dall’altro, anche se non esattamente fianco a fianco. Il loro paese, il paese per loro più bello della terra, veniva stuprato, e si avviava a continuare ad esserlo per quasi due decenni, da forze esecrabili composte da neocolonialisti occidentali e una banda locale di odiosi e mediocri servi del Nord.

Don Pablo aveva già scritto la sua poesia finale. Prese commiato da Matilda; prese commiato dai suoi amici e dalla sua nazione. Allende stava ancora scrivendo la sua poesia con il suo stesso corpo, con la sua carne e con il suo sangue.

E’ un buon esempio di come sono state scritte le poesie migliori. E’ qui che la poesia e la rivoluzione si fondono; è così che diventano un’unica e solida entità.

***

Dopo il colpo di stato l’esercito stipò di migliaia di prigionieri lo Stadio Nazionale di Santiago de Chile. A uno dei più grandi bardi dell’America Latina – Victor Jara – furono spezzate le costole e entrambe le mani. I soldati gli gettarono una chitarra. “Ora canta per noi”, risero. Lo fece. Cantò loro direttamente in faccia Venceremos. Lo abbatterono a colpi di mitra. Il modo in cui finì questa vita grande e fiera è un’altra poesia che ci ha ispirato e ci ha alla fine portato alla vittoria. Non si implora pietà quando si è di fronte al Fascismo. Gli si sputa in faccia e si muore, se non si può vincere. Punto e a capo.

E quasi trent’anni dopo c’è stata un’altra splendida ‘poesia’ scritta dal generale Raùl Baduel, che ha guidato la vecchia divisione di paracadutisti di Chavez a Maracay a sconfiggere, contro ogni probabilità, il colpo di stato patrocinato dagli USA a Caracas, nel 2002. Alcune poesie sono, e devono essere, scritte con l’acciaio.

***

Così ora sappiamo quale ruolo svolge la poesia nelle rivoluzioni latinoamericane. E in cosa consiste la poesia, qui.

E come si fonde con questo continente che ha atteso per tutti quei lunghi decessi e secoli di essere veramente liberato. Il continente che ha continuato a combattere e a essere sconfitto, a combattere di nuovo e di nuovo, e che ha visto i suoi leader legittimi assassinati o rovesciati dal Nord: in Guatemala, Repubblica Dominicana, Brasile, Cile, Nicaragua e in così tanti altri luoghi.

E’ tutto storia, adesso. L’unità, la solidarietà e l’immensa forza della creatività, tutto è vivo e ribolle, tutto è improvvisamente possibile, raggiungibile, realizzabile.

Ma non ci sono ancora festeggiamenti, niente fuochi d’artificio, e ci sono lacrime e tristezza dappertutto, malinconia. Ma si possono vedere sorrisi e lacrime di speranza, spesso sugli stessi visi. La rivoluzione ha vinto, alla fine, nella maggior parte del continente.

Ma ci sono stati morti a decine di milioni.

 

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico del Sud – Oceania – è pubblicato da Lulu.  Il suo libro provocatorio sul’Indonesia post-Suharto e sul modello del fondamentalismo del mercato si intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] (Pluto). Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania ora Vltchek risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere contattato sul suo sito web.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

 

www.znetitaly.org

 

Fonte: http://www.zcommunications.org/poetry-and-latin-american-revolution-by-andre-vltchek

traduzione di Giuseppe Volpe

 

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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1 Commento »

  1. attilio cotroneo 7 novembre 2012 alle 00:22 -

    Avremo contezza di come si stia degradando la politica dei nostri paesi, valutando come e quanto poco verranno tenuti in considerazione quei mestieri che non si dedicano alla produzione di beni materiali e al profitto ma all’accrescimento della sensibilità e allo sviluppo della capacità critica costruttiva. In Italia è ormai considerata una perdita di tempo ogni attività umanistica, è ritenuto privo di aderenza con la realtà chiunque scelga di studiare lettere e storia e filosofia, psicologia, pedagogia, insomma tutte quelle materie che danno voce alla parte migliore dell’uomo.

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