Leningrado e la solitudine di un internazionalista

Print Friendly

di  Andre Vltchek – 30 settembre 2012

“Nessuno è dimenticato e nulla è dimenticato”. E’ quanto è inciso in oro nel granito, proprio dietro la statua della Madrepatria, che protende le braccia nel dolore.

Il cimitero commemorativo di Piskariovskoye si trova nella città di San Pietroburgo: 186 fosse comuni e circa mezzo milione di persone sono sepolte lì, compresa la maggior parte della mia famiglia per parte di madre.

Durante la seconda guerra mondiale, per 900 giorni (due anni e mezzo) la città di Leningrado resistette, sfidando il più orrendo assedio della storia moderna. Fermò l’avanzata delle truppe naziste, sopportò costanti bombardamenti aerei, un freddo intollerabile, la fame e la carenza di tutte le necessità più elementari. Quasi metà della popolazione scomparve, fu bruciata dalle bombe, congelata nelle trincee e in appartamenti non riscaldati o morì di fame.

Questa capitale culturale della Russia compì il sacrificio finale: sollevandosi in rivolta e con coraggio, svolgendo un ruolo importante nella sconfitta del nazismo e salvando così il mondo.

Tutto questo mentre la maggior parte dell’occidente collaborava con il nazismo o cercava di “placarlo”.

Naturalmente l’URSS in generale e Leningrado in particolare non salvarono il mondo che apparteneva alla razza bianca; salvarono il mondo dei “non umani”, secondo i fascisti tedeschi; degli esseri sterminabili, gente del sub-continente indiano, africani, ebrei, rom (zingari), slavi, la maggior parte degli asiatici e degli arabi.

E con il fascismo sgominato, anche il colonialismo ricevette un colpo decisivo (poiché fascismo e colonialismo sono fatti di sostanza simile), consentendo a dozzine di nazioni in Asia e in Africa di conquistare l’indipendenza e la libertà. Almeno per qualche tempo; almeno fino a quando le nazioni occidentali non riuscirono a riorganizzarsi.

Ciò, naturalmente, non è mai stato dimenticato nelle capitali europee e nordamericane. L’Unione Sovietica e i suoi ideali e principi erano stati trascinati nel fango e sviliti. Anche se salvò il mondo dal nazismo, divenne normale paragonarla alla Germania fascista e molti intellettuali progressisti occidentali fecero proprio questo giudizio contorto e ingiurioso.

Seduto su una panchina presso la statua della Madrepatria, ero in compagnia di Artem Kripichenok, uno dei più importanti storici russi; un ebreo che aveva vissuto in Israele per quindici anni ma che ha deciso di ritornare nella sua natia San Pietroburgo dopo la delusione per il razzismo e la discriminazione istituzionalizzata praticati contro le minoranze nello stato ebraico.

“E’ incredibile che la propaganda occidentale sia riuscita a far credere alla maggior parte del mondo che il nazismo e il comunismo sovietico siano paragonabili”, ho detto. “Anche alcuni intellettuali progressisti pronunciano entrambi gli –ismi tutti d’un fiato.”

“La Germania nazista, come l’Inghilterra, gli USA e la Francia, era basata su una mentalità razzista e colonialista, principi diffusamente accettati dalla borghesia occidentale negli anni ‘30”, ha detto Artem Kirpichenok. “Hitler stava costruendo il suo impero nell’Est-Europa sulla base dello stesso progetto coloniale britannico in India. Le teorie razziali naziste non erano molto diverse dal razzismo nel sud degli Stati Uniti o dalle teorie razziali che francesi, belgi, britannici o olandesi misero in atto nelle colonie. Il crollo del Terzo Reich colpì duramente tutti quegli ideali di colonialismo e razzismo. E l’Unione Sovietica fu principalmente da “biasimare” per tale crollo. Le basi ideologiche del dominio europeo sull’Asia, l’Africa e l’America latina erano state danneggiate.”

Naturalmente ciò non poteva essere mai perdonato.

*

Durante l’assedio la mia nonna materna scavò trincee alla periferia della città. Combatté contro i tedeschi e fu decorata per il suo coraggio in numerose occasioni. Non ho idea di come riuscì a farlo, come riuscì a combattere e a sopravvivere; era così dolce, fragile e molto timida. Molti anni dopo la guerra, anni dopo la mia nascita, mentre mi leggeva poesie e fiabe, avrei trovato difficile immaginarla maneggiare un kalashnikov, bombe a mano o anche solo una pala. Ma lo fece; combatté e fu pronta a morire per quella che lei allora riteneva fosse l’epica battaglia per la sopravvivenza dell’umanità. E arrivò molto vicino alla morte in molte occasioni.

Era una cristiana ortodossa, ma anche una ferma sostenitrice del comunismo; una combinazione rara. Sposò mio nonno, un brillante mussulmano della minoranza cinese del Kazakistan, Husain Ischakov, un linguista e Commissario alla Sanità e in seguito agli Approvvigionamenti Alimentari (sostanzialmente una carica ministeriale dell’epoca).

Quello che seguì fu qualcosa che sembrava tratto direttamente dalla propaganda occidentale ufficiale. Mio nonno cadde in disgrazia presso Stalin, fu arrestato e giustiziato. Nel 1937 (i primi ricordi che mia madre aveva della sua ‘infanzia’) quest’uomo alto ed elegante era chinato sulla culla, sollevando mia madre tra le braccia e tenendosela stretta al petto, prima di essere condotto via dagli agenti dello stato, verso l’oblio e l’eternità. Gridò guardandola in volto; sapeva esattamente cosa lo aspettava. Non tornò mai.

Mia nonna combatté. Fu decorata. Ciò nonostante, una volta finita la guerra, fu arrestata e gettata in carcere per aver “sposato un nemico dello stato”. Trascorse anni in prigione, mentre mia madre attraversava un inferno, virtualmente orfana. Quando mia nonna fu rilasciata dal carcere, disse a mia madre: “Era così terribile che ho pensato che se fosse durato ancora altre due settimana mi sarei impiccata.” Ma non tradì mai mio nonno:  doveva solo firmare che si “pentiva” di averlo sposato. Non lo fece mai. Ovviamente per lei la lealtà era più importante della vita stessa.

Lasciò quella prigione ancora da cristiana ortodossa, e ancora comunista!

Il nome di mio nonno fu in seguito ‘riabilitato’; fu dichiarato di nuovo un ‘eroe’ dopo la morte. Furono scritti libri su di lui e a mia madre fu consentito di studiare architettura.

*

Quello che accadde alla mia famiglia fu naturalmente brutale e terribile. E affermare che l’URSS fosse una specie di paradiso in terra sarebbe folle.

Ma stiamo parlando degli anni ’30 e ’40. E in quel contesto l’URSS era decisamente più umana dell’Europa occidentale e degli Stati Uniti. Mettere in discussione ciò significherebbe negare le statistiche più elementari.

“Confrontiamo”, mi è stato ripetutamente detto dal maggior romanziere del Sud-Est Asiatico, Pramoedya Ananta Toer, che è stato candidato innumerevoli volte al Premio Nobel per la letteratura ma che non ne ha mai ricevuto uno perché, diversamente da Solzhenitsyn, era stato imprigionato nei campi di concentramento sbagliati, quelli filo-occidentali. “Ricordiamo che tutto si verifica in un qualche contesto storico.”

La propaganda occidentale è riuscita a mettere all’opera alcune bugie enormemente efficaci, mezze verità e totali falsificazioni, che non potrebbero mai essere verificate o messe in discussione (non che la maggior parte della gente nemmeno ci proverebbe): il numero delle vittime dei gulag è stato esagerato e regolarmente sommato al numero dei criminali politici e comuni (nell’era di Stalin chiunque fosse condannato per un crimine era messo al lavoro, in qualche genere di campo di lavoro con condizioni terribili, poiché il paese era ancora povero. Molti detenuti non hanno mai fatto ritorno).

Alcuni membri dell’élite militare e intellettuale sovietica (compreso mio nonno) furono giustiziati. Ma fu soltanto una conseguenza del ‘terrore staliniano’?  Molti analisti (russi, cinesi e di altri paesi) ora affermano che l’apparato spionistico nazista aveva infiltrato a fondo i servizi segreti sovietici. La Germania voleva liberarsi dei leader e dei generali  sovietici di maggior talento, più leali e tolleranti. Li identificò e poi cominciò a diffondere le informazioni più dannose, ma false, sulla loro slealtà. Mio nonno, ad esempio, fu giustiziato per l’accusa di essere una “spia del Giappone”, un’accusa ridicola ma in qualche modo ‘logica’ visto che era un linguista e parlava diverse lingue asiatiche.  

A ciò va aggiunto che Stalin e quelli che lo circondavano avevano molto per cui essere ‘paranoici’: l’ostilità dell’occidente nei confronti del giovane stato comunista era evidente. L’URSS era attaccata dagli Stati Uniti, dal Regno Unito e saccheggiata da brutali legioni ceche e da altre forze d’invasione.

*

Chiunque abbia un minimo di obiettività dovrebbe ammettere (a meno che sia deciso a negare il principio base dell’umanesimo, che dichiara che tutti gli uomini sono uguali, indipendentemente dalla razza o dalla nazionalità) che l’Unione Sovietica comunista commise una quantità di reati molto inferiore a quella dei paesi occidentali sotto la bandiera delle “monarchie costituzionali” o delle “democrazie pluripartitiche”.

Mentre i sovietici erano occupati a trar fuori dalla povertà milioni di persone (se stiamo parlando, ad esempio, dei mussulmani del Medio Oriente, le aree in cui il tenore di vita alla fine raggiunse quello delle parti europee della Russia, così come di altre innumerevoli minoranze che abitavano quell’enorme paese), grosso modo nella stessa epoca i belgi riuscirono a uccidere circa 10 milioni di persone in Congo, tagliando loro le mani e bruciando vive donne e bambini nelle loro capanne.

I tedeschi commisero un genocidio mostruoso (o chiamiamolo olocausto) contro la tribù Herero in Namibia per nessun altro motivo apparente che perché non piacevano loro i suoi membri. I primi campi di concentramento sulla terra furono costruiti in Africa dall’impegno britannico e sono ben documentati i massacri francesi nell’Asia sud-orientale, nell’Africa occidentale e settentrionale e altrove. Gli olandesi saccheggiarono, stuprarono e uccisero e si arricchirono nel grande arcipelago che ora si chiama Indonesia.

I genocidi, gli assassinii di massa e il terrore diffusi dall’occidente nel resto del mondo sono stati innumerevoli, ma naturalmente passati quasi sotto silenzio, mentre gli “aiuti dall’estero” per l’istruzione e i media riuscivano ad addestrare e a disciplinare collaboratori nel mondo povero, assicurandosi che la verità sul passato sarebbe stata generalmente omessa.

Nemmeno la fine della seconda guerra mondiale pose fine al trattamento bestiale dei ‘nativi’ da parte dei colonialisti europei e nordamericani.  Si dovrebbe ricordare il trattamento riservato ai popoli del Medio Oriente da Winston Churchill e da altri celebrati leader britannici. Tutto ciò è naturalmente ben documentato, anche in libri scritti dallo stesso Churchill, ma raramente citato dai media e dal mondo accademico disciplinati e affidabili, sia nelle nazioni colonizzatrici sia in quelle colonizzate.

Ci sono innumerevoli statue di Winston Churchill e del re belga Leopoldo II in giro per le capitali d’Europa.

Nella seconda metà del ventesimo secolo, durante la cosiddetta ‘guerra fredda’, l’Unione Sovietica è stata con fermezza dalla parte degli oppressi, dalla parte delle lotte di liberazione, per la libertà in Africa, in Asia e in America Latina. C’è da chiedersi quanto forte sia stata la propaganda per fare dimenticare tutto ciò.

Mentre l’Europa e gli Stati Uniti (e le loro monarchie costituzionali e ‘democrazie’ multipartitiche) si coltivavano despoti in Iran, Egitto, Golfo, Medio Oriente, Vietnam del Sud, Cambogia, Corea del Sud, Cile, Argentina, Guatemala, Nicaragua, Uruguay, Repubblica Dominicana, Haiti, Brasile, Kenia, Sud Africa, Indonesia e in tanti altri luoghi sfortunati, l’Unione Sovietica era al fianco delle rivoluzioni cubana, nicaraguense, Tanzaniana e del Vietnam del Nord, sosteneva leader, veri eroi e liberatori come Patrice Lumumba e il presidente Salvador Allende.

Ed entrambi noi, Noam Chomsky ed io, nel recente dibattito al MIT siamo arrivati alla stessa conclusione che il tenore di vita a Riga, Praga o Berlino Est era stato consentito che fosse significativamente più alto che a Mosca, mentre a Tashkent o Samarcanda era solo leggermente inferiore.  Il tenore di vita nelle colonie e negli stati vassalli dell’occidente era dieci, venti o anche cento volte inferiore a quelli di Washington, Parigi o Londra, spesso con la conseguenza della perdita di milioni di vite umane.   

Ho calcolato che circa 55 milioni di vite sono state perse dopo la seconda guerra mondiale in conseguenza del colonialismo, del neocolonialismo, dei colpi di stato e di altri atti di terrorismo internazionale patrocinati  dall’occidente. Probabilmente ho grossolanamente sottostimato il numero, perché ci sono state le vite perse per carestie, tremendi cattivi governi e pura e semplice miseria innescati dall’imperialismo occidentale.

Decine di milioni di vite sono andate ulteriormente perdute a causa dei semi terribili piantati dall’imperialismo e dal colonialismo, il caso più evidente dei quali è stato la partizione del sub-continente [indiano – n.d.t.].

Suggerirei che invece di paragonare il fascismo e il comunismo sovietico, la sinistra e l’intero mondo pensante comincino a paragonare ciò che è davvero confrontabile: il fascismo, il colonialismo occidentale e il fondamentalismo del mercato (la fede fondamentalista più violenta oggi sulla terra), serviti e rappresentati dai “sistemi multipartito occidentali” e dalle “monarchie costituzionali”.

*

Quando incontro una persona nuova, il che accade con grande frequenza, non c’è nulla che mi spaventi di più della domanda più semplice e naturale: “Da dove vieni?”

Non so cosa dire, non sono in grado di rispondere e se lo fossi la risposta sarebbe troppo confusa, troppo complessa e troppo filosofica. In aggiunta a ciò, a meno che scegliessi una qualche risposta lunga e dettagliata, l’informazione che fornirei sarebbe molto approssimativa.

Sono un devoto internazionalista, ma quella non è considerata un’identità dalla maggior parte di quelli che incontro.

I miei intervistatori e recensori hanno spesso scelto come mia identità Praga, l’ex Cecoslovacchia e oggi Repubblica Ceca, ma è del tutto falso. Praga non è mai stata la mia patria. La Cecoslovacchi è dove ho sopportato un’infanzia d’inferno, dove durante l’inverno gli altri ragazzi mi riempivano le scarpe d’urina e poi le lasciavano congelare fuori dalla scuola o della palestra, una delle innumerevoli punizioni per il fatto di avere una “madre asiatica”.  E’ dove ho dovuto battermi contro ogni classe, dall’età di sei anni, semplicemente perché mia madre non solo era mezza asiatica, ma perché era anche mezza russa.

La mia vera identità è davvero diffusa ovunque: sta profonda e alta nelle Ande peruviane e boliviane dove ho affrontato la morte in molte occasioni mentre seguivo la “Guerra Sporca” peruviana. E’ in Cile, dove rimbalza sulle pareti delle strette, ventose e spesso infestate strade della città costiera di Valparaiso; sta nei poeti cileni e nelle canzoni dei pescatori della costa. La mia identità è diffusa in tutto quell’enorme volume d’acqua dell’Oceano Pacifico meridionale punteggiato da minuscoli granelli di terra, ora ‘nazioni isolane’, che furono colonizzati e totalmente distrutti dalle potenze coloniali tradizionali.

La mia identità proviene dalla costa Swahili dell’Africa e dalle regioni dei Grandi Laghi del continente, in tutti quei luoghi che hanno subito il peggior genocidio della storia moderna, il genocidio scatenato dagli interessi politici ed economici statunitensi ed europei. La mia identità è anche nei deserti del Medio Oriente e se conoscessi il sub-continente [indiano] solo un po’ più in dettaglio, sarebbe anche lì. Sono a casa mia all’Avana, a Caracas, a Buenos Aires, a Onomichi, a Pechino, a Città del Capo e a Kuala Lumpur. E vivo anche in Giappone, Indonesia e Kenia.

 E’ un caos totale, lo so; confonde molto e non sono in grado di spiegarlo ma è così che è.

Per anni, persino decenni, la mia casa è stata dove c’era una lotta per la giustizia e l’indipendenza; ho scritto libri e articoli, girato file o mi sono trovato direttamente coinvolto nella lotta. Faccio fatica a identificare ancora la mia razza, cultura o identità nazionale, e nemmeno ci provo. Vado dove sono necessario. E alla fine, anche, come ha scritto Garcia Marquez: la mia casa è dove leggono i miei libri.

*

Sono nato in Russia, a Leningrado, (mi dispiace ma semplicemente non riesco a chiamarla San Pietroburgo, come è chiamata ora; per me resterà sempre Leningrado).  Non ci ho mai vissuto, perché i miei genitori mi hanno portato in Cecoslovacchia quando avevo solo pochi mesi. Ma ogni anno mia madre mi metteva su un aereo, uno di quei vecchi Tupolev sovietici con i tavolini di mogano, gli abat-jour e il caviale nero servito su tutti i voli internazionali, con soltanto una classe unica, per mandarmi a Leningrado, dove mi aspettava mia nonna, armata di una serie di chiavi di una qualche umile stanza affittata che dava sul Golfo della Finlandia, una stanza che, per me, era come un paradiso. Mia nonna era sempre armata di un’infinità di biglietti e permessi per l’opera, i balletti e le mostre d’arte. Nei giorni del comunismo non costavano nulla, ma non era facile averli.

E aveva pile di libri che aspettavano me. Me li facevo leggere, anche se ero in grado di leggerli da solo. Mi leggeva fino a tarda notte e quando fuori pioveva quei momenti avevano una magia speciale.

Da quando avevo lasciato Leningrado  avevo cominciato a contare i giorni che mancavano al mio ritorno.  Avevo uno speciale diario segreto dove segnavo ogni giorno che passava. L’acqua fredda e profonda della Neva, i suoi ponti, gli spazi aperti, la bellezza di questa ex capitale russa così spesso coperta dalla nebbia, il pathos della storia russa e poi sovietica, il pathos della storia della mia stessa famiglia … tutto questo catturava la mia immaginazione, mi faceva sognare, mi ha reso prematuramente adulto.

In Cecoslovacchia mia madre sentiva terribilmente la mancanza della Russia. Piangeva quasi ogni notte. Mi leggeva anche dei libri e un mucchio di poesie.

In questo modo, naturalmente, non ho avuto un’infanzia, ma sono riuscite a fare di me uno scrittore a un’età estremamente precoce. Ho ereditato le loro lotte, i loro 900 giorni di assedio, la loro guerra, la loro Russia.

Entrambe le donne mi hanno passato tutto, ma non si è trattato solo della sofferenza, delle prigioni e della guerra, ma anche di grande speranza, della capacità di sognare, entusiasmarsi, essere ottimisti e di provare grande solidarietà. Mi hanno insegnato che si può sempre costruire dal nulla o ricostruire sulle ceneri. E quell’amore, se è amore vero, non è qualcosa che scomparirà, né svanirà in un mese e nemmeno in molti anni.

Mi hanno anche passato l’amore per la loro città; il loro amore perso ma mai dimenticato.

*

Ora, dopo tutti questi anni, sono ritornato a Leningrado.  A questo punto ero più latinoamericano o asiatico che russo. La mia lingua natale mi riusciva improvvisamente così pesante e arrugginita;  conservavo ancora una pronuncia perfetta, ma arcaica ed eccessivamente formale.

Sono ritornato esausto, dopo il lancio del mio librone a Londra, il libro sull’Indonesia e su come l’occidente l’abbia rovinata dopo il colpo di stato del 1965 patrocinato dagli USA. Sono ritornato dopo aver ultimato il mio documentario di 160 minuti sul genocidio nella Repubblica Democratica del Congo e dopo aver lavorato al confine ugandese e poi a quello turco-siriano.

Mi sono sentito improvvisamente solo e ho desiderato disperatamente di raccontare la mia storia a qualcuno che mi fosse caro. Ma le cose sono andate in modo che a Leningrado nessuno si è unito a me.

Ho vagabondato per le strade, così amate e tuttavia così straniere.

Mi sono recato alla vecchia spiaggia di Zelenogorsk, ma era cambiata, la marina era punteggiata d’imbarcazioni e yacht privati invece dei rimorchiatori e delle motovedette dei miei tempi.

Sono andato a visitare la foresta dove era stato gettato dal treno il cadavere di mio nonno. Ora era un cimitero commemorativo, in realtà popolata da fantasmi con i nomi e le foto inchiodate agli alberi. Non volevo arrivare qui dalla città in cui sono nato, da Leningrado. Volevo arrivarci da Helsinki, da un luogo neutrale, ma non era destino.

La foresta era silenziosa. C’erano alcuni dolenti ma altrimenti il silenzio era totale. Lì c’era il mio nonno mussulmano, comunista, cinese. Mio nonno, un linguista, ministro della salute del Kazakistan, un uomo che aveva dato la vita intera alla rivoluzione ma che era caduto in disgrazia ed era stato ucciso, gettato in questa foresta silenziosa senza alcun rispetto e alcun rito.

Era facile tirare le somme, condannare tutto. Ma avevo sentito abbastanza su di lui da sapere che non avrebbe tradito le sue convinzioni, proprio come non aveva mai fatto mia nonna.

Prima che morisse ho chiesto a mia nonna: “Non ti sei mai risposata. Se rimasta bella per decenni dopo la morte di mio nonno. Perché?”

Lei mi ha sorriso, con il suo sorriso semplice: “Tuo nonno”, ha detto, “era un uomo molto grande. E’ estremamente raro incontrare un uomo così. Gli altri non gli arrivavano neppure alle spalle.” E non intendeva l’altezza fisica di mio nonno.

Era un comunista e ciò che significava per lui era semplicemente il processo di costruire un mondo molto migliore di quello che aveva conosciuto dall’infanzia.

Nella foresta mi sono seduto sull’erba. Faceva freddo. Dopo tutte quelle guerre che avevo seguito, dopo i 145 paesi che avevo visitato, le dozzine di libri e film che avevo prodotto, dopo tutta quella lotta, improvvisamente ho sentito la necessità di aggrapparmi a qualcuno, solo per quell’istante; avevo bisogno di parlare, di essere abbracciato, di raccontare la storia, dall’inizio alla fine. Non sono mai stato uno portato alle autobiografie, ma ora avevo bisogno di essere capito. Ma alla fine sono venuto da solo, solo con la mia Leica e un piccolo libro di poesia scritto da Antonio Guerrero Rodriguez, uno dei 5 Cubani, i patrioti brutalmente incarcerati a Miami.

La mia intera famiglia materna era distrutta e sparpagliata. Ma eravamo tutti dei combattenti. Come mia nonna e mio nonno io dovevo andare avanti: dovevo battermi e lottare per quello in cui credo. Come loro sapevo quanto sia breve la vita, quanto poco tempo ci sia, quanto sia prezioso e quanto potente sia il nemico.

*

Dopo ho viaggiato sulla leggendaria metropolitana di Leningrado, con tutti quei palazzi sotterranei e le carrozze cadenti della vecchia era sovietica.

Ho continuato a leggere Antonio Guerrero Rodriguez, l’edizione bilingue in spagnolo e russo che mi era stata donata a Kiev dal traduttore dei miei scritti.

El amor que expira no es amor

El verdadero amor pertenece

A todo el tiempo, a la tierra toda,

Sin temor enfrenta tempestades,

Resiste hasta el filo de la muerte

Y, como la natura, es eterno.

In questa stupenda poesia scritta nel carcere di Miami, Rodriguez sostiene che l’amore che può finire non è vero amore. Che l’amore vero può resistere persino alla morte stessa e, come la natura, essere eterno.

Ho notato che una giovane signora stavo leggendo da sopra la mia spalla. Dopo un momento mi ha chiesto in uno spagnolo passabile: “E’ vero quello che dice?”. Sempre in spagnolo ho risposto: “Sì, sono in carcere, tutti. E’ terribile.”

“Non è questo che intendo”, ha detto con una urgenza. “E’ vero quello che dice? Che l’amore è eterno oppure non è amore?”

Sono rimasto sbalordito perché una cosa simile non sarebbe successa neppure a Buenos Aires, questo scambio di battute avrebbe potuto aver luogo solo all’Avana … o qui. Dopo mi sono reso conto che quella, dopotutto, era la mia città, la città dove i poeti sono letti da milioni di persone e la città che mi ha reso scrittore. Ho guardato la ragazza, l’ho guardata dritta negli occhi e le ho risposto in russo: “I miei nonni la pensavano così. Non so se è la verità, ma ho sempre vissuto come se lo fosse.”

La ragazza ha annuito. Non ha detto nulla, ma mentre stava scendendo alla stazione successiva, mi ha regalato il sorriso più luminoso che avessi ricevuto da anni. Ovviamente la città aveva il suo modo per darmi forza.

All’esterno, sulla riva della Neva, ho messo per un momento la testa contro la parete di granito che separa il marciapiede dall’enorme via d’acqua. La pietra era fredda, rinfrescante.

Leningrado non ha cercato di trattenermi. Era troppo orgogliosa, troppo enorme. Ma ho sentito che mi stava abbracciando, prima di rimandarmi alla guerra, alla lotta. Dovevo portare avanti l’eredità di coloro che avevano combattuto per la sopravvivenza dell’umanità negli anni ’40. Conoscevo tutti i luoghi che erano sotto assedio; conoscevo tanti luoghi su questa terra che erano peggiori di qualsiasi inferno professato dalle teorie religiose. Nel conoscevo davvero tanti. Ero obbligato a combattere e a lavorare, notte e giorno.

Come hanno capito Rodriguez e altri, si deve combattere quando uomini, donne e bambini vengono massacrati, quando intere nazioni e culture vengono distrutte. Quando l’ingiustizia è chiamata giustizia e nel nome di essa regna la crudeltà.

Con le profonde acque della Neva davanti a me, ho sospirato come facevo da bambino rivolgendomi alla città: “Ora andrò, ma tornerò. Per favore aspettami.”

*

Andre Vltchek (http://andrevltchek.weebly.com/) è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico del Sud – Oceania – è pubblicato da Lulu. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura] ed è disponibile presso http://www.plutobooks.com/display.asp?K=9780745331997 .

Ha recentemente prodotto e diretto il documentario di 160 minuti “Rwandan Gambit” [Gambetto ruandese) sul regime filo-occidentale di Paul Kagame e sul suo saccheggio della Repubblica Democratica del Congo e “One Flew Over Dadaab” [Qualcuno volò su Dadaab] sul più grande campo profughi della terra.

Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/leningrad-and-the-solitude-of-an-internationalist-by-andre-vltchek

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

I commenti sono chiusi.