Il genocidio a pagamento più brutale

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di Andre Vltchek – 19 settembre 2012

Il campo di rifugiati congolesi a Kisoro è sovraffollato e continua ad affluire gente. Il confine tra l’Uganda e la Repubblica Democratica del Congo è solo a pochi chilometri di distanza e appena oltre il confine proseguono i combattimenti brutali; si tratta di un vero bagno di sangue e di una vera carneficina.

Il confine è chiamato Bunagana. Mi ci reco, filmo e parlo con alcune persone. C’è tensione, tutti sono irritabili, i locali e i rifugiati. Non si è in grado di dire chi sia chi. Tutti gli ugandesi e i congolesi lo sanno, ma l’estraneo non è in grado di riconoscere la differenza; è un’unica regione, una sola area. La gente è andata avanti e indietro per anni e decenni, i popoli si sono mischiati stando su entrambi i lati del confine, legalmente e illegalmente.

Ma ora non è rimasto quasi alcun luogo in cui tornare sull’altro lato del confine. La milizia omicida M23 si è recentemente scatenata: uccisioni, stupri e saccheggi non hanno pietà, e con impunità assoluta.

La milizia M23 è appoggiata dal Ruanda, dal presidente Kagame e dal suo RPF (Fronte Patriottico del Ruanda). Il Ruanda e l’Uganda sono vecchi alleati. Stanno saccheggiando la Repubblica Democratica del Congo e le sue ricchezze naturali, prevalentemente all’unisono e con una precisione mortale. Le loro forze sono sostenute, armate e addestrate dall’occidente (Europa e Stati Uniti). Così nel lessico dell’indottrinamento e della disinformazione politica che è diffuso dai mass media su entrambi i lati dell’Atlantico, i governi e le forze armate dell’Uganda e del Ruanda sono definiti “i buoni”, sono addirittura incoraggiati a far parte delle lucrose “missioni di pace” in Somalia, Sudan del Sud e altrove.

Si ritiene diffusamente che tra i sei e i dieci milioni di congolesi abbiano perso la vita dagli anni ’90, il che costituisce il genocidio più letale dopo la seconda guerra mondiale. Uno dei paesi più ricchi della terra in termini di ricchezze naturali è stato ridotto alla posizione più bassa nell’HDI (Indice dello Sviluppo Umano del Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite, 2011).

Quello che è sconvolgente è che quasi nessuno in Europa o nell’America del Nord sembra conoscere la situazione. Alcuni hanno sentito parlare della “guerra civile” nella regione dei Grandi Laghi; alcuni hanno sentito parlare dei rifugiati e delle vittime; alcuni hanno addirittura sentito parlare del branco di pazzi strafatti che scorrazzano nella giungla con kalashnikov e bombe a mano.

Ma del genocidio, commesso per conto degli interessi industriali e geopolitici dell’occidente? Non c’è traccia.

Dispacci che arrivano da diverse agenzie di stampa occidentali descrivono la situazione a Kisoro in termini tetri e astratti che sono pieni di cliché. “Gli ospedali sono sovraffollati”, dice uno di essi.

L’ospedale di Kisoro che ho visitato due giorni dopo la comparsa dei dispacci difficilmente potrebbe essere descritto come sovraffollato, ma le “folle” stavano all’esterno, consistenti in dozzine di persone che cercavano di farsi strada, attraverso il cancello e il perimetro protetto da un reticolato metallico, fino alla struttura sanitaria. Lavora all’ospedale un confuso gruppo di medici internazionali e infermiere locali. Dopo qualche trattativa sono portato da numerosi soldati congolesi feriti che riposano in brande. Sono troppo spaventati e rifiutano recisamente di farsi intervistare.

“Nessuno lo direbbe apertamente, ma nessun rifugiato vorrebbe finire in questo ospedale”, mi spiega il mio autista che viene dalla capitale, Kampala. “I locali hanno istruzioni di segnalare tutti i congolesi alle autorità. Quelli che scappano dalla Repubblica Democratica del Congo finiscono nei campi. A meno che abbiano qualche accordo privato con le autorità.”

“Ieri ho visto venti soldati congolesi che scendevano lungo la strada dal confine”, mi ha spiegato un maestro elementare, che mi parla a soli cinque minuti di macchina dal confine Bunagana. “Non erano armati; di solito lasciano le armi al valico di confine.”

Mi chiedo cosa significhi. Si presume che l’esercito regolare congolese combatta l’M23 appoggiato dal Ruanda. E allora cosa fanno qui? Almeno in teoria dovrebbero essere immediatamente rimandati in Congo, o trattati da disertori. Dopotutto nessuno ora ammette che lo stupro di East Kivu, appena al di là dal confine, corrisponda a un genocidio. E questi uomini in uniforme ben nutriti si presume difendano le loro donne, bambini e uomini invece di ricevere un trattamento infermieristico in Uganda.

Ma è ovvio che i soldati congolesi di East Kivu non siano incoraggiati a restare nel loro paese a combattere le milizie filo-ruandesi e perciò filo-occidentali.

Come ho detto, il ciberspazio è costantemente alimentato da dispacci delle maggiori agenzie di stampa occidentali, ma sembra che io sia l’unico straniero in giro, con attrezzatura fotografica e da ripresa professionale. E sono qui al fine di dare il tocco finale al mio documentario, non per qualche compito collegato ai mass media. Ovviamente non si possono porre domande sgradevoli. Le autorità sono all’erta ma generalmente rilassate, non mostrano paura. Non mi sparano addosso, non cercano di arrestarmi questa volta. Semplicemente mi allontanano, come se fossi una mosca fastidiosa.  Ma io insisto nei miei giri, facendo la spola tra il confine, da dove ora sento chiaramente il rumore di combattimenti, e il campo, la postazione dei soccorsi ai rifugiati e la pista d’atterraggio, dove staziona un elicottero dell’ONU MI-8 pilotato da un russo, pronto per una partenza immediata.

“L’ONU trasporta avanti e indietro un ministro ugandese tra Kampala e Kisoro” mi viene detto in un sussurro da un astante.

“Ministro di cosa?”, chiedo con cautela, ma nessuno lo sa. E non ho modo di verificare. L’Uganda è un paese di dicerie.

Parcheggio l’auto ed entro nel campo profughi di Nyakabande, quello alla periferia di Kisoro. Comincio immediatamente a lavorare, consapevole del rischio e rendendomi conto che ogni secondo è importante. Ci vogliono solo un paio di minuti e un addetto alla sicurezza mi intercetta.

Mi trovo presto di fronte al capo del campo, un individuo assolutamente arrogante, con un modo di parlare velenoso. Mi chiama ‘tesoro’, nonostante la mia barba. Lo affronto, chiedendogli di avere il permesso di filmare e di scattare fotografie. I miei molti documenti ufficiali d’identità sono rifiutati senza essere esaminati con attenzione. Lui pretende un qualche “permesso speciale” di Kampala, che si trova a circa 500 chilometri di distanza. Gli chiedo di collaborare e di lasciarmi filmare, fotografare e parlare con i profughi. Mi ride in faccia. Si sente così sicuro di sé stesso che mi urla in viso che non si identificherà e non mi darà il suo nome. Quando insisto chiama i soldati e ordina loro di sbattermi fuori dal campo. Nella Repubblica Democratica del Congo sarei stato fortunato a sopravvivere a un confronto simile.  

“E’ ruandese”, qualcuno mi sussurra all’orecchio mentre salgo in macchina.

“Cosa?” grido. Grido davvero.

“Il suo nome e il modo in cui parla. Forse è cresciuto qui, in Uganda, ma parla come un ruandese”.

Di nuovo dicerie?

Sto cercando di semplificare la storia. Non esattamente di renderla semplice, perché non c’è modo di farlo, ma solo un po’ più semplice.

L’altro giorno ho parlato con il co-produttore ed editore del nostro lunghissimo documentario di 150 minuti “Gambetto ruandese”. Abbiamo  discusso della complessità della storia dei Grandi Laghi. O girato film e scritto libri sul genocidio del 1965-66 in Indocina, sull’intero sistema neocoloniale in Oceania, sul Cile e su moli altri luoghi. Ma in nessun altro luogo la storia è così complessa e torbida. In nessun altro posto. Sento che devo partire da zero.

Che cosa sa l’occidente? Che cosa immagina la gente di New York, Londra, Parigi o Sidney quando uno pronuncia i nomi Ruanda, Burundi, Uganda o Repubblica Democratica del Congo, separatamente o tutti d’un fiato? E sto parlando delle persone istruite, non della massa che ricava le informazioni dalle stazioni delle reti televisive.

C’è la possibilità che abbiano visto “Hotel Rwanda”: un film a proposito del genocidio del 1994 in Ruanda. A proposito di come gli hutu impazzirono e cominciarono a massacrare gli innocenti tutsi. E su come un uomo buono ed eroico (nella vita reale il suo nome è Paul Rusesabagina,  l’Hotel a Kigali si chiama Mille Collines) abbia salvato centinaia di vite innocenti.

Alcuni mesi sono tornato a Mille Collines per una tazza di caffè e ho chiacchierato con il maitre.  Ovviamente non aveva idea che il mio editore avesse parlato con Paul Rusesabagina e avesse scoperto che era stato costretto a lasciare il Ruanda. “Sa dove si trova il signor Rusesabagina?” ho chiesto candidamente. “In Sud Africa”, è stata la risposta. “Perché lo chiede?” “Soltanto per curiosità”, ho detto.

Dunque, come riassumo quello che ho scoperto nel corso di questi tre anni di intenso lavoro al film sul Ruanda e il Congo?

Prima di tutto, le quattro nazioni coinvolte, Ruanda, Burundi, Repubblica Democratica del Congo e Uganda, hanno sofferto i peggiori esempi di colonialismo e di neocolonialismo. Per cominciare, il Congo (allora Zaire) ha avuto Patrice Lumumba, uno dei più grandi leader africani, assassinato dall’occidente.

Emira Woods, co-direttrice di Foreign Policy in Focus [la politica estera nel mirino], ha spiegato nel film: “C’era questo combattente per la libertà, Patrice Lumumba, che era salito al potere come capo di un movimento unionista, un visionario che voleva far sì che le risorse del continente, così come quelle del paese, fossero al servizio degli interessi del continente; che dessero da mangiare ai figli del continente.  Ed è stato assassinato per mano degli USA e del Regno Unito, due protagonisti geopolitici chiave che volevano negare il diritto del Congo a perseguire realmente il proprio destino, ad avere un futuro deciso dal proprio popolo.”

Quando il presidente del Ruanda, Paul Kagame, viveva in esilio in Uganda, divenne amico intimo dell’attuale presidente dell’Uganda, Yoweri Museveni. Essi frequentarono anche la stessa scuola superiore a Mbarara. Alla fine Kagame divenne il capo dei servizi segreti dell’esercito e il suo RPF fu finanziato da fonti occidentali attraverso canali ugandesi, come ci è stato confermato dall’ex ambasciatore statunitense in Ruanda, Robert Flaten.

In quel periodo un eminente uomo d’affari ugandesi che vuole restare anonimo, almeno per il momento, mi disse: “In Uganda, Paul Kagame è noto come Pilato (con riferimento a Ponzio Pilato). E’ stato uno degli assassini e torturatori più sadici quando era capo dei Servizi Segreti dell’Esercito in Uganda.” 

Una delle molte vittime (in Uganda) sotto il controllo di Paul Kagame mi ha dichiarato in un’intervista a Kampala, il 27 agosto 2012: “Mi sono stati applicati gli elettrodi ai testicoli mentre venivo legato. Gli inquisitori hanno usato il cosiddetto kandoya. Il kandoya comporta l’essere legati con forza, entrambe le mani dietro la schiena, costringendo il torace ad allargarsi e causando nel processo emorragie interne. Dopo di ciò sono stato legato nuovamente in un modo che mi faceva oscillare come un pendolo ed è stato quando mi è stata applicata di nuovo la tortura con l’elettricità. Tutto questo è avvenuto all’acquartieramento dell’esercito di Katabi, a Entebbe, nel 1987, quando Paul Kagame era in carica. L’ho riconosciuto sullo sfondo in diverse occasioni. La maggior parte degli interroganti era ruandese.”

Gli spaventosi precedenti di Paul Kagame a proposito dei diritti umani non hanno naturalmente impedito agli Stati Uniti e ai loro alleati di appoggiare Kagame e il RPF, cos’ come non ha impedito all’occidente di appoggiare altri assassini sadici in Indonesia, nel mondo arabo, a El Salvador, in Argentina, Cile, Sud Africa e altrove. 

Arrivati agli inizi degli anni ’90 il RPF era andato penetrando in territorio ruandese dall’Uganda per anni, uccidendo civili e costringendo centinaia di migliaia di profughi a fuggire dalle loro case. C’erano già centinaia di migliaia di profughi del Burundi – prevalentemente Hutu – che vivevano in Ruanda, la maggior dei quali arrivata dopo il giro di vite sanguinario e prossimo al genocidio delle élite tutsi del Burundi contro gli hutu. Due mesi fa mi sono avventurato a Kirundo, provincia del Burundi, insieme con un interprete e gli abitanti dei villaggi ha ricordato vividamente e in video (per il mio film) gli orrori dell’esodo del 1979 dal loro paese. “La situazione all’interno del Burundi era così spaventosa che gli hutu non hanno voluto neppure seppellire i loro morti nel loro paese. Li hanno trasportati oltre il confine in Ruanda.” 

Nei loro libri Andrew Wallis (Silent accomplice [Complice silenzioso]) e Barbara F. Walter e Jack L. Snyder (Civil Wars, Insecurity and Intervention [Guerre civili, insicurezza e intervento] sostengono:

“Nel 1990 il Fronte Patriottico Ruandese, un gruppo ribelle composto principalmente da profughi tutsi, ha invaso il nord del Ruanda dall’Uganda in un tentativo di sconfiggere il governo a guida hutu. Hanno dato il via alla guerra civile ruandese, combattuta tra il regime Hutu, con il sostegno dell’Africa francofona e della Francia … e il RPF, con il sostegno dell’Uganda. Ciò ha esacerbato le tensioni etniche nel paese. Per reazione molti hutu sono stati attratti dall’ideologia del Potere Hutu, con l’incoraggiamento dei media ruandesi indipendenti e di quelli controllati dal governo.”

“La retorica e l’agitazione razzista stava montando in tutto il paese. Il leitmotif era che i tutsi stavano schiavizzando gli hutu e dovevano essere contrastati a ogni costo.”

“Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), dal canto suo, non è rimasto inattivo. Ha fatto del suo meglio per destabilizzare il Ruanda, per impoverirlo e svalutarne la moneta.”

Nella sua penetrante analisi delle cause economiche e sociali dietro l’olocausto ruandese, Michel Chossudovsky, un economista canadese e professore (emerito) di economia all’università di Ottawa, ha concentrato la sua attenzione su come le politiche di aggiustamento strutturale del FMI e della Banca Mondiale abbiano contribuito al disastro nella regione dei Grandi Laghi:

“Attribuire la responsabilità unicamente a un odio tribale profondamente radicato non solo esonera le grandi potenze e i donatori ma distorce anche un processo estremamente complesso di disintegrazione economica, sociale e politica che ha colpito una nazione intera di più di sette milioni di abitanti … Il Ruanda, tuttavia, non è che uno dei molti paesi dell’Africa sub-sahariana (per non citare i recenti sviluppi in Burundi dove la carestia e i massacri etnici sono dilaganti) che stanno affrontando una simile difficile situazione. E per molti aspetti la svalutazione ruandese del 1990 sembra quasi un “test da laboratorio” nonché un “segnale di pericolo” minaccioso per la svalutazione del franco CFA attuata su istruzioni del FMI e del Tesoro francese nel gennaio del 1994 per lo stesso importo, il 50%.”

E nel rapporto preparato per la squadra della difesa all’ICTR [Tribunale Penale Internazionale per il Ruanda] nel giugno del 2002, l’analista tedesco Uwe Friesecke si è spinto oltre sostenendo che:

“Le potenze occidentali, in misura maggiore le potenze anglo-statunitensi con le potenze francofone operanti come partner minori concorrenti, hanno provocato la crisi della regione dei Grandi Laghi in Africa negli anni ’80 e ’90 in modo duplice e sono pertanto responsabili della catastrofe umana che ne è seguita. In primo luogo hanno rovinato economicamente la regione, come il resto del continente, attraverso la politica di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale (FMI). In secondo luogo sono intervenute con operazioni clandestine per manipolare conflitti ribollenti al fine di controllo politico. La combinazione delle due cose ha portato al disastro del Ruanda nel 1994.”

Nel 1994 il paese era nel caos totale, colpito dalla miseria, dalle distruzioni del RPF attraverso il confine e dalla montante crisi dei rifugiati.

 E poi, il 6 aprile 1994, l’aereo che trasportava il presidente ruandese Juvénal Habyarimana e Cyprien Ntaryamira, il presidente hutu del Burundi, è stato abbattuto nella fase finale di avvicinamento all’aeroporto di Kigali, con i suoi rottami finiti a sparpagliarsi nel cortile retrostante la residenza di Habyarimana, uccidendo tutte le persone a bordo, compreso l’equipaggio francese. Il paese è esploso.

Gruppi della milizia hutu, compreso il famigerato Interhamwe, hanno cominciato a massacrare membri della minoranza tutsi, donne e bambini compresi. In soli cento giorni sono morte tra le cinquecentomila e un milione di persone, anche se incerto di quale esatto gruppo demografico siano state le vittime, poiché a quel punto il RPF era già in territorio ruandese e, secondo molti esperti, profondamente implicato anch’esso nel massacro, nella sua marcia verso la capitale, Kigali.

I cento giorni del terrore genocida sono molto ben documentati, anche se alcuni sostengono che la documentazione è parziale e unilaterale.

Rimane la domanda essenziale: “Chi ha abbattuto l’aereo con i due presidenti?” Poiché è stata questa chiaramente la miccia degli avvenimenti successivi.

Nel mio film ho collaborato da vicino con l’avvocato australiano Michael Hourigan, l’ex investigatore dell’ICTR, che ha chiaramente segnalato di essere stato avvicinato da fonti affidabili prossime al regime di Kagame. Erano terrorizzate ma decise a raccontare la verità. Era stato il RPF ad abbattere l’aereo. Poi Hourigan è stato convocato a L’Aia e la sua testimonianza è stata messa in discussione e alla fine è stato costretto a dimettersi, secondo quanto ritiene, a causa della pressione delle potenze occidentali.

Fino ad oggi nessun ufficiale o soldato del RPF ha subito un processo all’ICTR ad Arusha, Tanzania. Il tribunale è unilaterale e si occupa soltanto dei crimini commessi dagli hutu contro i tutsi.

Nel corso del genocidio ruandese del 1994 tra le cinquecentomila e un milione di persone hanno perso la vita; nella vicina Repubblica Democratica del Congo il numero delle vittime varia da sei a dieci milioni, tra il 1996 e oggi, secondo le fonti.

La gente è uccisa per, e letteralmente sopra, il coltan, l’uranio, l’oro, i diamanti e altri minerali strategici e pietre preziose.

Sia il Ruanda sia l’Uganda – alleati chiave dell’occidente – sono stati coinvolti. Dopo il genocidio ruandese il presidente Paul Kagame e il RPF hanno trovato una scusa molto buona per penetrare nella confinante Repubblica Democratica del Congo, dove gli organici del genocidio hutu si nascondono tra i profughi e il nuovo governo ruandese aveva il mandato orale per perseguirli oltre confine.

Anche se il RPF è stato implicato in alcuni raccapriccianti massacri di rappresaglia, compreso il massacro di Kibeho, nel 1995, di migliaia e forse decine di migliaia di profughi prevalentemente hutu (nel mio film utilizzo la poderosa testimonianza di Terry Pickard, un medico militare australiano che nel 1995 è stato testimone della carneficina) il vero orrore è stato riservato al Congo.

Gli eserciti sia ruandese sia ugandese hanno saccheggiato questa parte enorme e ricca (in termini di risorse naturali) dell’Africa, inscenando colpi di stato militare e appoggiando/fornendo aiuti ad alcune delle più esecrabili milizie del mondo, comprese le forze dell’ex generale tutsi dell’esercito congolese Laurent Nkunda, che successivamente è diventato uno dei più brutali signori della guerra dell’Africa nonché la famigerata milizia M23, guidata dal generale Bosco Ntaganda, ex comandante del CNDP e delle FARDC [Forze armate della Repubblica Democratica del Congo]. 

Le milizie delegate filo-ruandesi e filo-ugandesi si sono scontrate periodicamente, a volte cambiando alleanze o anche andando per conto loro. Il massacro di massa di civili è stato regolarmente accompagnato da stupri di massa, come quello nella città di Bukavu.

L’occidente, e particolarmente gli USA e il Regno Unito, è stato fermamente sostenitore dei regimi sia del Ruanda sia dell’Uganda.

Nel mio film numerose personalità, dall’ex candidato alla presidenza congolese Ben Kalala a uno dei principali analisti di affari africani del Ghana, Nii Akuetteh, nonché il professor Masako Yonekawa, ex capo dell’ufficio distaccato dell’UNHCR a Goma, hanno confermato che i governi e le società occidentali hanno grandi interessi nella Repubblica Democratica del Congo. E che sia il Ruanda sia l’Uganda sono stati usati per saccheggiare, per conto loro, il paese confinante.

Anche se i mass media occidentali sono rimasti in molte occasioni “disciplinati” e muti a proposito dello sfondo del conflitto nella Repubblica Democratica del Congo, l’ONU è riuscito a pubblicare due rapporti schiaccianti. Il primo si intitolava “Rapporto delle rilevazioni dell’ONU”, pubblicato dall’HCHR [Alto Commissario per i Diritti Umani] nel giugno 2010.  Tra le altre cose, dichiara coraggiosamente:

“L’intenzione di distruggere un gruppo è sufficiente a costituire un crimine di genocidio e i tribunali internazionali hanno confermato che la distruzione di un gruppo può essere limitata a un’area geografica particolare. E’ pertanto possibile affermare che, anche se solo una parte della popolazione hutu in Zaire è stata presa a bersaglio e distrutta, ciò possa comunque costituire un crimine di genocidio se tale era l’intenzione dei perpetratori. Numerosi incidenti elencati in questo rapporto segnalano circostanze e fatti dai quali una corte potrebbe inferire l’intenzione di distruggere in parte il gruppo etnico hutu nella Repubblica Democratica del Congo, se tali fatti fossero confermati oltre ogni ragionevole dubbio.”

“La dimensione dei crimini e il vasto numero di vittime, probabilmente diverse decine di migliaia, sommando tutte le nazionalità, sono illustrati dai numerosi incidenti elencati nel rapporto (104 in totale).  L’esteso uso di armi contundenti (principalmente martelli) e i massacri sistematici dei sopravvissuti dopo che i campi erano stati invasi dimostrano che le numerose morti non possono essere attribuite ai rischi della guerra o considerate paragonabili a danni collaterali. La maggioranza delle vittime erano bambini, donne, anziani e malati, che spesso erano sottonutriti e non costituivano una minaccia per le forze attaccanti. Sono stati commessi anche numerosi gravi attacchi all’integrità fisica e mentale di membri del gruppo, con un elevatissimo numero di hutu, colpiti da proiettili, violentati, bruciati o picchiati.”

Il secondo, più recente, rapporto pubblicato nel giugno del 2012 è intitolato “Appendice al rapporto provvisorio del Gruppo di Esperti sulla Repubblica Democratica del Congo (S/2012/348)”, riguardante le violazioni dell’embargo alle armi e del regime di sanzioni da parte del governo del Ruanda. Vi si legge:

“Dall’inizio del suo attuale mandato, il Gruppo ha raccolto prove di violazioni dell’embargo alle arme e del regime di sanzioni commesse dal governo ruandese. Queste violazioni consistono nella fornitura di sostegno materiale e finanziario a gruppi armati operanti nella Repubblica Democratica del Congo orientale, compreso il gruppo M23 di recente creazione, contravvenendo al paragrafo 1 della risoluzione 1807 (2008) del Consiglio di Sicurezza.”

“Le violazioni al regime di embargo e sanzioni comprendono quanto segue:

  • ·         Assistenza diretta alla creazione del M23 mediante il trasporto di armi e soldati attraverso il territorio ruandese.
  • ·         Reclutamento di giovani ruandesi e di ex combattenti smobilitati nonché di profughi congolesi per il M23.
  • ·         Fornitura di armi e munizioni al M23.
  • ·         Mobilitazione e pressioni dei leader finanziari e politici congolesi a favore del M23.
  • ·         Interventi diretti delle forze armate ruandesi (RDF) in territorio congolese a supporto del M23.
  • ·         Supporto a diversi altri gruppi armati e agli ammutinati delle Forces Armées de la République Démocratique du Congo (FARDC) nel Congo orientale.
  • ·         Violazione del congelamento dei beni e del divieto di movimento mediante supporto a individui sottoposti a sanzioni. “

Quest’ultimo rapporto ha colpito così duramente che persino gli alleati più stretti del Ruanda – gli Stati Uniti e il Regno Unito – si sono sentiti obbligati a diffondere ammonimenti e minacce che l’aiuto militare potrebbe essere ritirato da Kigali.

Ho fatto il mio ultimo viaggio in Ruanda nel luglio del 2012. L’atmosfera del paese non era buona. Gruppi di militari di ogni genere controllavano Kigali, dalla famigerata Guardia Presidenziale all’esercito regolare, alla polizia e a ogni sorta di guardie paramilitari.

Dovevo fare le ultime riprese per il mio film ed ero di nuovo pronto a rischiare tutto, e una volta ancora mi stavo recando all’estremo del paese. E’ stato d’aiuto che il mio autista (da Nairobi, Kenia, avevo guidato io la mia auto ma un approccio simile stava diventando sempre più pericoloso) fosse tutsi, ma è stato d’aiuto solo in misura limitata.

La paura si poteva avvertire dovunque. La strada presso il mio hotel era bloccata da pesanti barricate. Era una delle vie d’accesso alla residenza del presidente. C’erano controlli con il metal detector, persino all’interno del Memoriale del Genocidio, a Kigali.

Ho visto potenziali reclute del M23 congolese vicino alla città ruandese di Musanze, in grandi discussioni con soldati ruandesi in uniforme.

Sono stato arrestato a Goma, proprio al vecchio valico confinario. Naturalmente filmavo e la guardia congolese mi ha visto; è venuto fuori, grande come una montagna, mi ha afferrato la mano e mi tirato indietro nel suo paese per essere interrogato. Tale prospettiva mi ha davvero terrorizzato, avendo passato ore infinite nel bunker dei servizi segreti congolesi due anni prima, quando tutto quello che avevo aveva cominciato gradualmente a scomparire nelle tasche profonde dei miei inquisitori. Solo i miei numerosi documenti d’identità mi avevano salvato molto probabilmente la vita.

Ho gridato ai soldati ruandesi che sono arrivati – in due – mi hanno preso per l’altro braccio e hanno cominciato a tirarmi verso il Ruanda, ovviamente ansiosi di evitare uno scandalo internazionale.

Ho immediatamente istruito il mio autista di avvicinarsi al secondo confine. Abbiamo attraversato, illegalmente, mentre io filmavo, andando avanti e indietro.

La follia degli ultimi giorni di ripresa …

C’era un campo profughi vicino a Gisenyi, vuoto solo pochi mesi fa e ora sovraffollato di rifugiati. Sulle tende c’erano i simboli dell’UNHCR; c’erano camion dell’UNHCR e innumerevoli guardie aggressive. C’erano migliaia di profughi ruandesi “rimpatriati” e i profughi in fuga dai combattimenti a Kivu.

Quel che avevo osservato in Uganda, Ruanda e nella Repubblica Democratica del Congo, la popolazione di questa parte dell’Africa, era ancora una volta in movimento.

Il Ruanda, lo stato militarista in stile prussiano, vassallo dell’occidente era in una condizione tetra; grattacieli e strade pulite nel centro della capitale, ma assoluta miseria lungo le strade principali della campagna, con la percentuale di elettrificazione a una cifra, in forte contrasto con quanto politici come Tony Blair (uno dei consiglieri di Paul Kagame) vogliono che il mondo creda.

C’erano scontento, oppressione e paura in ogni angolo della nazione. Esplodevano granate, la principale leader dell’opposizione, Victoire Ingabire, era stata rapata a zero ed era in carcere. Kagame stava agendo sempre più come un maniaco omicida di massa, attaccando il dissenso, e persino i suoi ex accoliti, con crescente disperazione.

“Kagame crede che vada bene uccidere chiunque non gli piaccia. Uccide hutu, uccide tutsi e ci sono tutti questi crimini che gli si accumulano addosso. Sembra non curarsene. Penso che abbia raggiunto il punto di non ritorno…” ha spiegato nel mio film il dottor Theogene Rudesingwa, un ex capo di stato maggiore del RPF e ambasciatore negli USA dal 1995 al 1999 e, in passato, uno degli alleati più stretti di Paul Kagame.”

Un altro membro di quella che veniva solitamente chiamata la “Banda dei quattro” nella gerarchia del RPF, il dottor Gerald Gashima (ex procuratore generale dal 1999 al 2003) parla nel film delle sparizioni e delle uccisioni extragiudiziali, affermando che ora Kagame è “al di sopra della legge; in Uganda la legge è lui …”

Le accuse vanno montando, ma non sembrano esserci pressioni decise dell’occidente per convocare libere elezioni (il RPF continua a vincere le elezioni o eliminando o intimidendo i membri dell’opposizione), per non parlare di fermare il genocidio nella Repubblica Democratica del Congo.

Ci sono voluti tre anni per realizzare il film “Gambetto Ruanda”. Ho dovuto rischiare la vita ripetutamente guidando per tutto il paese, filmando nonostante chiare restrizioni e proibizioni.

Ho dovuto parlare con centinaia di persone di cinque continenti. Il mio editore ed io abbiamo potuto contare a fatica su significativi sostegni finanziari. Il film si è dimostrato un mostro e finanziariamente una rovina. Mi ha esaurito finanziariamente, emotivamente e intellettualmente.

Abbiamo affrontato, svelato le radici del peggior genocidio dopo la seconda guerra mondiale, presentando al pubblico di tutto il mondo che non aveva quasi conoscenza dell’accaduto nella regione dei Grandi Laghi.

Ci siamo sentiti sotto pressione per terminare il film e per terminarlo al più presto possibile.

“Sei milioni di persone!” ha gridato alla nostra cinepresa il candidato presidenziale congolese Ben Kalala. “Sei milioni di uomini, donne e bambini innocenti. Che cosa sta aspettando il mondo?”

Alcuni ora dicono dieci milioni. E’ un numero inimmaginabile. Mi sono occupato del Cile e degli orrori dell’era Pinochet. In quel paese sono morte dalle tre alle quattromila persone. In Indonesia, durante il colpo di stato patrocinato dagli Stati Uniti, sono scomparse tra le 800.000 e i tre milioni di persone. Il genocidio dei Grandi Laghi è stato il tema peggiore di cui io mi sia mai dovuto occupare, e anche il più complesso.   

Si doveva guardare al colonialismo e poi passare alla guerra fredda, si dovevano rivisitare le politiche del Fondo Monetario Internazionale e poi il sostegno diretto dell’occidente a regimi potenzialmente assassini ma leali. Si dovevano studiare le circostanze dell’assassinio di Lumumba e poi capire come, pochi decenni dopo, Paul Kagame sia stato portato al potere.

E ora il film è finito. Ma il massacro in Congo prosegue. Spero soltanto che il nostro lavoro di tre anni possa accendere uno scandalo e contribuire a fermare il genocidio.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Si è occupato delle guerre e dei conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidente nel Pacifico del sud – Oceania – è pubblicato da Lulu. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e il modello fondamentalista del mercato s’intitola “Indonesia – The Archipelago of Fear”  [Indonesia – l’arcipelago della paura] e sarà [è stato – n.d.t.] pubblicato dalla Pluto Publishing House nell’agosto 2012. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchel attualmente risiede e lavora nell’Asia Orientale e in Africa. Può essere raggiunto al suo sito web.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-most-brutal-genocide-money-can-buy-by-andre-vltchek

Originale: Counterpunch

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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