Organizzarsi per ottenere un mondo migliore

Redazione 19 agosto 2012 1
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Organizzarsi per ottenere un mondo migliore

 

Di Michael Albert

e D.J. Buschini

 

14 agosto 2012

 

D.J. Buschini

 

L’attuale modello economico che domina il mondo pone una minaccia diretta alla biosfera, ci dicono ripetutamente gli scienziati. Deve essere trasformato dalla base per operare con energia pulita, sostenibile e il più presto possibile? Sei d’accordo?

 

Michael Albert: sì, più che d’accordo.  Penso che sia difficile negare che se le società continuano incessantemente a fare operazioni  nel modo capitalista che abbiamo ora, questo porterà a risultati dolorosi inimmaginabili e forse anche allo scontro finale.

Però, la cosa strana è che  la stessa cosa si può dire del continuo stoccaggio di armi nucleari. E mentre la maggior parte delle elite probabilmente non sono d’accordo sulla necessità di un reale disarmo, sospetto che stiano arrivando lentamente a essere d’accordo, almeno individualmente, circa il bisogno di operare scelte economiche sostenibili.

Il problema è che una cosa è quello che desiderano le elite o anche il vasto pubblico, ma ciò che le istituzioni spingono a fare  le elite e il vasto pubblico, può essere drammaticamente in conflitto  con i loro desideri.

Le nostre attuali disposizioni istituzionali cui si permette di restare uguali e che sono incrementate da un numero sempre maggiore di persone che vogliono vedere un’attività sostenibile, non ci forniranno questo tipo di attività. Le istituzioni nelle quali operano le persone, forniscono troppi incentivi per l’obbrobrio ecologico e troppi disincentivi per l’equilibrio ecologico. In complesso   fanno anche troppe pressioni verso scelte insostenibili e riducono perfino la possibilità di un comportamento ecologicamente sano.

Questo è proprio tipico di tante persone che vogliono essere carine e generose e soddisfare finalità pubbliche quando iniziano il proprio lavoro, ma, dato che lavorano in grosse imprese e in mercati – in seguito non riescono più a essere carini e generosi  e invece lavorano per far progredire finalità private. Le istituzioni militano troppo a favore del raggiungimento  di risultati cattivi.

Supponete quindi che gli appelli di scienziati e cittadini per  le scelte sostenibili continuino ad aumentare, ma che non abbiamo forti movimenti che sfidino le istituzioni fondamentali. E immaginate che simultaneamente le cose peggiorino dal punto di vista ambientale, con riscaldamento del clima, temporali e siccità, cosicché diventa travolgente la pressione per cambiamenti  che evitino calamità ecologiche, compresa la pressione  da parte delle elite.

Posso allora immaginare massicci, perfino giganteschi interventi statali che mettono al bando alcune attività e ne rafforzano altre, tutte per invertire le tendenze distruttive – senza cambiare le fondamentali strutture economiche e sociali della società, a parte che imporre più o meno l’equivalente dell’intervento governativo del tempo di guerra –  e l’imposizione  di risultati preferibili.

Naturalmente, se questo accadesse, e se avesse successo dal punto di vista ambientale non ci staremmo radunando a folle velocità  per andare verso l’oblio. Molti attuali dettami del mercato  sarebbero stati controllati da interventi statali coercitivi. Non staremmo sprecando tutto quello che sprechiamo, non staremmo buttando fuori   tutto quello che buttiamo fuori  e così via.

Gli impianti eolici e i pannelli solari e anche la conservazione sarebbero onnipresenti. Tutto questo, però, sarebbe stato ottenuto per mezzo di imposizioni autoritarie da parte delle elite, non grazie a decisioni supervisionate da tutti  – e sarebbe ottenuto riducendo alcune manchevolezze del mercato e alcuni tipi di  ricerca di profitto – (come fanno tasse, o le leggi sul lavoro o le leggi sui salari minimi, ma in modo molto più aggressivo) ma senza eliminare la ricerca del profitto,  i mercati, le divisioni di classe, e il governo di classe.

Potrei anche immaginare le elite che pensano che mentre esse certamente hanno bisogno di proteggere se stesse e i propri beni dai danni ambientali e dall’intervento coercitivo dello stato, possono farlo con importanti comunità  protette e chiuse da cancelli, non però aprendo i cancelli – il  loro atteggiamento infatti  è: ‘il resto del mondo vada all’inferno’. Imporrebbero restrizioni molto severe sull’attività economica, ma sarebbero anche sicuri che tali restrizioni lascerebbero intatti il loro potere e i loro privilegi o perfino potenziati qualunque sia il costo che possa derivarne per gli altri.

Considerate, di nuovo per analogia, che anche il disastro economico costituito dagli attuali crolli  finanziari in tutto il mondo,  sia incredibilmente deleterio – in effetti  al momento molto  più visibilmente e immediatamente distruttivo per le scelte di vita della gente che le attuali      manchevolezze ambientali.

Le elite non replicano dicendo: che cosa dobbiamo fare perché ognuno sia al sicuro? No. Dicono: come facciamo a scampare dai pericoli? Come possiamo venirne fuori in una condizione migliore di prima, indipendentemente dalle sofferenze che imponiamo agli altri? Il loro approccio, se non c’è la potente pressione da parte dei movimenti, è e resterà uguale nel caso della crisi ecologica come nella crisi economica. Ecco che cosa li costringono a fare le istituzioni della società. Cercate di raddrizzare la nave, ma continuando ad averne il comando.

Quindi converrei che attuare la sostenibilità mantenendo i rapporti di proprietà e di potere o anche peggiorando il potere, è improbabile che funzioni pienamente anche quando si tratta delle elite, e certamente non funzionerà per tutti se non per le elite, almeno a lungo termine.

In realtà potrebbe non esserci una soluzione per l’ambiente a lungo termine, se non si rimettono a posto, in senso letterale,  la proprietà privata, i mercati, la pianificazione centrale, e così via. Ma non  sono del tutto sicuro di questo e non vedo come ognuno potrebbe esserlo.

D’altra parte, sono del tutto sicuro che una soluzione per evitare il degrado e l’estinzione dell’ ambiente, e per la catastrofe definitiva, è di trasformare alla base le strutture sociali: con questo non voglio dire che si debbano alterare non soltanto le risorse che usiamo o non usiamo o dove gli investimenti sono incentivati e dove sono disincentivati, ma le reali relazioni sociali delle nostre più importanti istituzioni che stanno dietro a tutte le scelte di questo tipo. E sono sicuro che se ci preoccupiamo della sanità ambientale, ma anche della giustizia, dovremmo favorire quella soluzione, perché è anche la soluzione che porterebbe dignità, auto gestione e solidarietà all’umanità.

 

D.J. Buschini: Mi sembra però, che per  trattare  in modo razionale e morale i danni ambientali si dovrebbe ovviare all’enorme guerra per il petrolio e all’industria della frode  e forse introdurre un’importante ondata di democrazia in tante parti del mondo, per esempio in Medio Oriente.

 

Michael Albert : non sono un esperto dei vari passi da fare per arrivare alla sostenibilità ambientale. Non mi sorprenderei se ci fosse un regime autoritario che a questo riguardo  agisse in modo migliore perfino rispetto ai regimi “democratici”.

Sì, certo, più partecipazione e più autogestione, e anche  le impostazioni  istituzionali  che non spingano inesorabilmente verso il disastro ambientale, ma che invece tengano conto dell’impatto sull’ambiente, sono certo le strade migliori per il miglioramento dell’ambiente.

La stessa cosa vale per il miglioramento in qualsiasi altro modo importante – specialmente se unito  alle trasformazioni  dei rapporti politici, familiari e culturali.

Andrei oltre. Per ottenere la portata dei cambiamenti necessari, è cruciale rendersi conto che è molto probabile che siano necessari il desiderio e la militanza delle masse popolari.  Questo tuttavia sarà molto più probabile che emerga e persista se cerca una strada non-elitaria che avvantaggi tutti piuttosto che emerga e persista per perseguire i tipi più comuni di risultati che sacrificherebbero quasi tutti per preservare i vantaggi di pochi.

 

D.J. Buschini: O cambiamo passando all’energia sostenibile o ci troveremo di fronte a una inevitabile catastrofe ambientale, sociale, e politica. Penso che questo possa mobilitare la gente e quindi offra l’opportunità di avere democrazia e giustizia mai avute prima – all’interno del luogo di lavoro e delle istituzioni.  Sei d’accordo?

Michael Albert: ripeto che il solo passaggio  all’uso dell’energia sostenibile, ecc. potrebbe essere plausibilmente ottenuto con le misure autoritarie che lasciano al loro posto le istituzioni fondamentali.

Sono però d’accordo che sarebbe altamente improbabile. Se chiediamo  non soltanto di proteggerci dal suicido ambientale, ma lo facciamo in un modo che sia di vantaggio alla maggior parte dell’umanità piuttosto che soltanto alle elite  – per esempio in un modo che tratti milioni su milioni di persone che attualmente muoiono a causa di  morti evitabili causate da malattie  prevedibili e dalla fame, come se fossero altrettanto importanti delle persone che muoiono per agenti cancerogeni    o per il riscaldamento globale – allora sì, questo richiede cambiamenti sociali radicali, e non soltanto per l’uso di risorse diverse, modelli energetici, ecc.

E certo, sono d’accordo che questo aprirà notevoli prospettive per una democrazia e una giustizia  in tutte le istituzioni della società mai sperimentate prima.

 

D.J. Buschini: Parlaci di “parecon” ( economia partecipativa),  il tuo modello economico e dell’idea di libertà e giustizia per tutti.

 

Michael Albert: L’economia partecipativa, la “parecon” è una visione di  istituzioni economiche che sostiene di diffondere risultati apprezzabili e quindi di meritare sostegno per sostituire non soltanto il capitalismo ma quello che stato chiamato socialismo del ventesimo secolo. Le sue componenti sono:

° i consigli auto gestiti di lavoratori e consumatori come veicoli del processo decisionale.

° remunerazione giusta in base alle ore di lavoro, all’intensità del lavoro, alla  onerosità delle condizioni  in cui lavoriamo  in tutti lavori socialmente  utili.

° quelli che si chiamano “combinazioni equilibrate di compiti”  che costituiscono un modo nuovo di stabilire  la divisione del lavoro che dà a ogni protagonista condizioni e ruoli di emancipazione equivalenti.

° la pianificazione partecipativa che è un modo per arrivare alla allocazione di apporti  e di produzione in tutta l’economia per mezzo di negoziazioni cooperative e collettive.

La riguardo discussione riguardo alla parecon è che queste poche caratteristiche, che dovrebbero essere espresse un po’ ampiamente, naturalmente – forniscono  un contesto per la produzione e il consumo economico che distribuisce solidarietà e diversità oltre ad autogestione per tutti i partecipanti; remunerazione equa per tutti i protagonisti;  la fine del governo di classe, sia da parte dei padroni che da quello che la parecon chiama “una classe di coordinatori” che monopolizza le circostanze di emancipazione e l’influenza sui risultati; e l’allocazione che rappresenta le reali implicazioni sociali ed ecologiche delle scelte, in modo che sono le popolazioni interessate che decidono, invece che soltanto le elite che sono isolate dai mali di cui soffrono gli altri.

La parecon,  sostengono i suoi difensori è un sistema che non ha pregiudizi contro la sostenibilità, né spinte ad accumulare tranne che quando la gente sceglie la produzione per soddisfare i bisogni, non è cieca rispetto all’ecologia che è poi calpestata per inseguire il profitti . In realtà è proprio un sistema che non considera  più il profitto come un fattore di vita e che tiene conto i reali costi sociali ed ecologici e i vantaggi delle scelte economiche.

Si potrebbe arrivare alle caratteristiche minimaliste della parecon elencate brevemente qui sopra per  molte  strade. Per esempio quella che hai citato prima: che noi vogliamo  un’economia che presti la dovuta attenzione all’impatto ecologico mentre  serve tutti i protagonisti, non soltanto una piccola elite.

O quella che citi adesso: che vogliamo libertà e giustizia per tutti o, quella che in economia è fondamentalmente la stessa cosa, il desiderio   radicato nel tempo ma ripetutamente maltrattato  di un’economia senza classi. Oppure che vogliamo un’economia nella quale ognuno può intervenire nelle decisioni che lo riguardano. O forse vogliamo cominciare richiedendo un’economia nella quale la gente opera nel contesto di solidarietà ed aiuto reciproco trovando i modi per migliorarli.

Da qualsiasi di questi punti di vista si consideri la cosa,  se voi chiedete quali strutture minime dobbiamo avere nelle nostre istituzioni  future,  (dove il resto è risolto nella pratica e deciso dalla persone che verranno) cosicché quelle istituzioni permettono e in effetti facilitano gli scopi che abbiamo in mente – equilibrio ecologico, o assenza di classi, o autogestione per tutti o solidarietà economica e aiuto reciproco — e se ricercate le implicazioni di quei desideri per le istituzioni economiche, penso che  troverete con una lista di ciò  che è necessario:

°un ambito per un processo decisionale partecipativo e comprensivo invece del governo del padrone o della classe che coordina, che cancella la sanità  ecologica, che impone il governo di classe, nega l’autogestione, e distrugge la solidarietà. Questo ambito si trova nei consigli dei lavoratori e dei consumatori con gestione autonoma dell’economia partecipativa.

°una norma per la distribuzione equa dei prodotti della società invece che la ricompensa per la proprietà, il potere o la produzione; ognuno di questi cancella le prospettive di sostenibilità, assenza di classi, autogestione e solidarietà. Una norma di questo genere sarebbe disponibile nella remunerazione della parecon fatta in base alla durata, intensità e onerosità del lavoro socialmente apprezzato—oppure, se una persona non può lavorare, remunerazione media adeguata in base alla necessità.

° Una nuova pratica e una nuova logica dell’organizzazione del luogo di lavoro fatta sostituendo la suddivisone del lavoro di tipo corporativo che distrugge le prospettive di sostenibilità, assenza di classi, autogestione, e solidarietà. Questa logica è presente  nelle “combinazioni equilibrate di compiti” che esprime un’equa porzione di lavoro che conferisce o toglie potere a per tutti i protagonisti, cosicché nessuno è, grazie alla propria  giornata di lavoro, di continuo a carico degli altri, ma invece sono tutti preparati a partecipare pienamente.

° un nuovo approccio per l’allocazione, per sostituire i mercati  e anche la pianificazione centrale, dato che ognuna di questa è letteralmente in antitesi con la sanità ecologica, l’assenza di classi, l’autogestione e la solidarietà. Questa approccio permea la negoziazione cooperativa di apporti e di produzione da parte dei lavoratori e dei consumatori nei consigli autogestiti, che si chiama pianificazione partecipativa.

Parecon è una visione economica “minimalista-massimalista”. E’ minimalista perché ha un piccolo insieme di caratteristiche significative che non vanno al di là di quello che sappiamo ora e non calpestano i diritti dei cittadini futuri di  decidere delle loro vite, ma invece, assicura ai cittadini futuri di poter esercitare quei diritti alla luce della completa conoscenza e con interventi appropriati. E’ massimalista perché non cerca altro che l’assenza di classi, l’auto gestione, l’aiuto reciproco, ecc.

 

D.J. Buschini: E che cosa pensa del sesso, dell’appartenenza etnica, e dell’identità sessuale?

 

Michael Albert: Una società non è puramente economica. Non mangiamo, lavoriamo e dormiamo soltanto. Le funzioni che hanno a che vedere con la prossima generazione, come: la protezione familiare e la socializzazione e le funzioni che riguardano la nostra identità culturale, come la lingua e  le celebrazioni e, per alcuni, il culto religioso, le funzioni riguardanti il rendere le nostre esistenze collettive compatibili con resto, come le leggi, le sentenze e la risoluzione collettiva di problemi diversi; tutte hanno ruoli fondamentali per la nostra identità e per quello che dobbiamo fare della nostra vita.

Quindi anche queste aree, e non soltanto l’economia, hanno bisogno di essere trasformate, cosicché le istituzioni centrali significative forniscano risultati auspicabili invece che sessismo, ed etero sessualità, razzismo ed etnocentrismo, autoritarismo ed esclusione, e così via. Per esempio, se cerchiamo la sanità ecologica ma senza prestare attenzione alle implicazioni politiche, potremmo finire con avere assetti politici ancora più autoritari di quelli che subiamo ora, che non sarebbero soltanto intrinsecamente orribili, ma, nel tempo potrebbero forse distruggere i guadagni ecologici che abbiamo ottenuto.

Un approccio realmente  illuminato rispetto al cambiamento sociale cercherà la sanità ecologica e la pace  perseguita  per mezzo della cooperazione internazionale, cercherà di trasformare anche la vita familiare e sessuale, le relazioni culturali, il sistema di governo  e l’economia, in modo che anche questi campi diventino  liberatori  e che siano quindi reciprocamente compatibili. Un approccio di questo genere potrebbe evidenziare qualche aspetto della vita da propagandare in una particolare campagna, naturalmente, ma nel complesso si occuperà in maniera compatibile ed equivalente di tutte le istituzioni importanti che si intersecano e che si rispettano reciprocamente cercando sostituzioni  che siano in accordo con determinati obiettivi: solidarietà, diversità, equità, giustizia, auto gestione, sostenibilità e pace.

 

D. J. Buschini: Come può la nuova Organizzazione Internazionale per una Società Partecipativa (IOPS) aiutare a dare una struttura coerente al movimento globale per la vera democrazia, che di recente ha ottenuto grande  fama e visibilità con azioni di protesta in Egitto, Spagna, Quebec e a Wall Street?

 

Michael Albert: la IOPS è nata solo pochi mesi fa.  Per il momento penso che possa avere soltanto un impatto molto modesto sulle lotte e le tendenze attuali. Supponiamo, però, per il piacere di rispondere alla tua domanda, non solo per quanto riguarda la situazione di oggi, ma per come si potrebbe evolvere in futuro, che la IOPS cresca dai suoi attuali 2.300 membri che si sono iscritti in tre mesi, ai 10.000 o 50.000 o più fra uno o due anni, in tutto il mondo. E supponiamo che si creino dei gruppi locali nelle città, che si riuniranno in sezioni nazionali nei vari paesi, federandosi a loro volta nell’intera organizzazione internazionale. Supponiamo anche che si evolva in accordo con i suoi impegni di visione e di organizzazione, come si afferma, per esempio, nei documenti che la definiscono e che si possono leggere sul sito.

In quel caso i suoi 10.000/50.000 membri condivideranno  l’impegno di occuparsi collettivamente di tutti gli aspetti della vita sociale, senza considerarne uno o l’atro più importante del resto. Avranno idee guida che incideranno sulle istituzioni in tutte le aree e che avranno un programma comune. Avranno anche strutture organizzative che facilitano, in accordo con gli scopi dell’IOPS per tutta la società, l’auto gestione, l’allocazione equa di compiti e benefici, e una ricompensa molto alta  per il rispetto e l’esame delle idee dei dissenzienti.

Supponendo che tutto questo si realizzi, che importanza potrebbe avere per le lotte attuali?  Ebbene, i membri della IOPS sarebbero coinvolti in tutti i tipi di occupazioni  nella società comprese quelle collegate al movimento Occupy, o alle ultime incarnazioni di Occupy, naturalmente e anche in molti altri, per esempio le azioni contro la guerra, o le attività con gli immigrati o le organizzazioni contro il nucleare, le attività per i diritti delle donne, e così via.

Un impatto sarebbe quindi la presenza di persone  fiduciose e informate, in tutte queste attività,  che abbiano un  comportamento paziente, e che trasmettano con le loro parole e azioni un modo deciso di pensare e di agire che è incentrato su molteplici aspetti, orientato verso l’auto gestione, collegato internazionalmente, ecc. Un altro modo, tuttavia è che la IOPS potrebbe fare campagne e progetti di sua creazione, e proprio perché la IOPS presterebbe spesso il suo lavoro e le sue risorse a tentativi  prodotti da altri,  (come Occupy), forse altri vorrebbero imprestare un poco delle loro energie alle campagne della IOPS.

Immaginate, per esempio, una campagna iniziata e portata avanti da attivisti della IOPS in 100 nazioni per ottenere la settimana corta,  senza riduzione di reddito eccetto per coloro che abbiano redditi  molto al di sopra della media  sociale. Oppure immaginate una campagna contro i droni , o una campagna contro l’austerità con richieste specifiche  – e così via.

Penso che il punto sia che una IOPS più grande e più affermata potrebbe influire sull’attivismo sociale proprio come possono farlo tutti.

I membri della IOPS potrebbero offrire i loro talenti, energia e idee per tentativi di tutti i tipi, che si creino al di fuori della IOPS. E la quale stessa IOPS, potrebbe fare delle campagne che sponsorizza per le quali altre persone esterne  offrano i loro talenti, energia e idee.

Col tempo, la IOPS sarà importante? Dipenderà dal fatto che rimanga fedele ai suoi impegni  e che incarni,  in base al suo obiettivo, i semi del futuro nella szua attuale struttura e pratica.

Se lo fa, allora il crescente attivismo diversificato che si diffonde in tutto il mondo, in questo scenario, si avvicinerà progressivamente agli impegni sostenuti dalla IOPS che sono idealistici, programmatici e strutturali? Se avverrà, allora è chiaro che la IOPS è importante e di fatto si sta unendo a tutta la sinistra che la accoglie. Altrimenti, alla fine la IOPS è così marginale  e non legata ai movimenti che essa non ha molta importanza.

In conclusione, tutto dipende, per prima cosa dagli impegni dell’organizzazione e, seconda cosa, dalle reazioni della gente ad essi. Gli impegni sono validi? Avranno una eco? La IOPS rimarrà fedele ad essi?

 

Per saperne di più sulla IOPS  potete andare sul sito www.znetitaly.org e cliccare sulla sezione IOPS.

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunication.org/organizing-to-win-a-better-world-by-michael-albert

Originale: The Boston Occupier

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012  – ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY – NC-SA   3.0

 

 

 

 

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1 Commento »

  1. Attilio Cotroneo 19 agosto 2012 alle 17:46 - Reply

    Per quanto i sistemi di potere ci abbiano educato a sottostimare i danni ecologici ed economici del capitalismo, è ormai sotto gli occhi di tutti che le politiche dei Paesi occidentali sono volte soltanto a rendere tollerabile ciò che è ormai intollerabile. Ogni individuo può agire su tre livelli: 1. Svolgere il proprio lavoro onestamente ed insegnare ciò che sa con lo scopo di valorizzare uomo e opera piuttosto che profitto. 2. Informarsi per tornare a discutere con chiunque sul futuro politico, economico ed ecologico del pianeta, con lo scopo di costruirsi un’opinione e modificarla se necessario. 3. Praticare una forma volontaria e libera di attivismo che renda utile un contributo intellettuale al servizio di tutti. Che lo si voglia o no, uno scontro tra cittadini e sistemi di potere è ormai palese. Partecipare o rimanere indifferenti non esclude la responsabilità.

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