USA: cinque motivi per il persistere della crisi

Redazione 18 agosto 2012 0
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di Richard D. Wolff – 16 agosto 2012

Questa crisi non sta svanendo. Iniziata ufficialmente alla fine del 2007, quasi cinque anni dopo non se ne vede la fine. Trilioni di dollari di finanziamenti governativi per salvataggi e interventi non sono serviti allo scopo. La pubblicizzata resistenza del settore privato è scomparsa. Le “riprese” si sono dimostrate fiacche, diseguali e di breve durata. Il presidente che la crisi ha portato al potere rischia di esserne cacciato dal persistere di essa.

Gli interi costi di tale persistenza sono impossibili da immaginare e quantificare. Si considerino, solo per fare degli esempi, (1) i danni alla salute fisica e mentale dei disoccupati, (2) l’aumento dell’ansia per la crescente insicurezza dei posti di lavoro e delle provvidenze, (3) rapporti tesi e distrutti, (4) istruzione interrotta o abbandonata e (5) competenze e contatti di lavoro persi. Si considerino, anche, le grossolane inefficienze (decini di milioni di disoccupati e trilioni, in valore, di materie prime, strumenti, attrezzature, uffici, fabbriche e negozi non utilizzati; milioni di case vuote accanto a milioni di persone rese senzatetto dalla crisi).

Cinque motivi principali determinano la persistenza di questa crisi. Il primo è l’esaurimento del potere d’acquisto della classe operaia statunitense. I capitalisti hanno aumentato i profitti sostituendo i lavoratori con i computer a partire dagli anni ’70 e delocalizzando le mansioni produttive in paesi con salari più bassi. In seguito hanno analogamente esportato il lavoro dei colletti bianchi e dei lavoratori dei servizi.  La storia del secolo precedente, di salari reali in costante aumento, è terminata e perciò ha minacciato l’aumento dei consumi che aveva creato sempre nuovi posti di lavoro nel ciclo virtuoso del capitalismo. A partire dagli anni ’70 tale ciclo ha avuto una svolta ed è diventato invece un ciclo maligno.  I salari reali hanno smesso di crescere e i posti di lavoro si sono prosciugati. Per un certo tempo la crescita dell’indebitamento dei lavoratori ha celato le magagne del ciclo maligno.  Ma alla fine la combinazione di debiti in crescita e di salari in stagnazione ha esaurito il potere d’acquisto della classe lavoratrice. Oggi i salari reali dei lavoratori continuano a stagnare o a scendere e non possono sostenere altri debiti. Poiché l’alta finanza, le banche, la Fed [banca centrale statunitense – n.d.t.], i Repubblicani e i Democratici non hanno fatto nulla per occuparsi del problema fondamentale dei salari reali nell’economia statunitense, la crisi persiste.

Terzo: le grandi imprese finanziarie hanno incassato i salvataggi e li hanno utilizzati per diventare ancora più grandi che prima del 2007, per annacquare nuove discipline imposte dalla crisi, per finanziare governi sovra-indebitati e per trovare nuove speculazioni. La finanza sta cavalcando un’onda quarantennale di crescita mentre i debiti sono diventati il modo in cui i lavoratori, le imprese e i governi gestiscono la maggior parte delle proprie attività (dall’acquisto di alimentari con la carta di credito, all’indebitamento per pagare l’università e all’esplosione dei debiti nazionali).  

Le imprese finanziarie gestiscono tutti questi debiti (emettono le carte di credito, acquistano i titoli del debito governativo, ecc.) e realizzano utili da ogni passaggio di ogni indebitamento e di ogni speculazione basata sull’indebitamento.  Le imprese finanziarie raccolgono anche la ricchezza concentrata presso l’Un-Per-Cento e la investono per quel segmento. Competono per tali clienti ricchi promettendo utili sempre maggiori che le costringono ad assumere sempre maggiori rischi. Ciò ha contribuito a generare la parte finanziaria dell’attuale crisi capitalista. Niente viene fatto per occuparsi del problema sottostante della proliferazione della dipendenza dal debito e dei suoi vasti costi economici e sociali. La finanza resta una causa principale del persistere della crisi.

Quarto: corruzione e disfunzioni, impossibili da sbrogliare, affliggono più che mai la politica statunitense. Precludono qualsiasi serio intervento economico diverso dai massicci salvataggi dei ben collegati (cioè ben paganti) patroni della politica presso le grandi imprese. Logiche fragili, basate sull’”economia delle ricadute dall’alto” coprono questi salvataggi. Infiniti “stimoli, incentivi, ricatti” e altri appelli all’alta finanza (ad assumere, prestare, investire o stimolare in altro modo l’economia) alimentano la finzione di un governo attivo, mentre le imprese li ignorano, se ne prendono gioco o li insultano.  Le alternative ovvie –  la creazione da parte del presidente Franklin Delano Roosevelt (FDR) dell’assistenza sociale, delle indennità di disoccupazione e dei grandi sistemi di assunzioni federali nel corso dell’ultima crisi paragonabile – sono trattate dai leader politici come se non fossero mai state perseguite.  Questi leader non offrono alcun argomento per rifiutare un’alternativa in stile FDR ora, né ammettono i fallimenti delle loro politiche nel por termine e invertire la crisi. Pertanto la crisi persiste.

Quinto, nessuna opposizione nazionale o modello alternativo esterno è sufficientemente forte per costringere o spaventare i leader politici e industriali affinché pongano fine al fardello di massa imposto da questa crisi, o almeno a ridurlo significativamente. Negli anni ’30 FDR intervenne in gran parte a causa delle pressioni interne esercitate dalle forze alleate del Congresso delle Organizzazioni Industriali [grande sindacato di allora, poi unificatosi con la Federazione Americana del Lavoro nell’odierno AFL-CIO – n.d.t.]  e dei partiti socialista e comunista che erano riusciti a organizzare milioni di persone nei sindacati e molte migliaia nei ranghi dei partiti. L’altra causa di questi interventi fu la paura dell’URSS, un’alternativa concreta che aveva evitato la Grande Depressione “prendendosi cura” allo stesso tempo del suo popolo in modo che attiravano l’attenzione e il sostegno dei lavoratori e degli intellettuali statunitensi. Dopo la guerra mondiale la comunità degli affari condusse prolungate campagne per sconfiggere esattamente quelle cause degli interventi di FDR. L’alta finanza mobilitò i propri alleati e subordinati politici per circondare, intimidire e danneggiare militarmente l’URSS, per usare l’anticomunismo contro i partiti socialista e comunista e per indirizzare infiniti assalti contro le protezioni legali e gli appoggi ideologici a favore dei sindacati.

La situazione attuale è il risultato della riuscita di quelle campagne. Non esiste ancora alcuna opposizione (il movimento Occupy è un primo passo) paragonabile a ciò che fu realizzato negli anni ’30 e ’40. Avendo prima distrutto le organizzazioni difensive della classe lavoratrice, il capitalismo statunitense può ora imporre a tale classe, e lo fa, gli immensi costi sociali della sua più recente convulsione estrema. Perciò la crisi persiste e diventa un problema economico e politico centrale del nostro tempo.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/five-reasons-why-crisis-persists-by-richard-d-wolff

Originale: Truthout

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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