Il postmodernismo?

Redazione 16 agosto 2012 6
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Il Postmodernismo?

 

Di Noam Chomsky

14 agosto 2012

 

Di recente, Z ha ricevuto delle domande riguardo alla rilevanza o all’importanza o al contrario, di ciò che è etichettata colme post modernismo. In  passato, quando era un argomento più urgente, o ci sembrava che lo fosse, abbiamo pubblicato molti saggi e dibattiti su quella materia. Sono facili da ritrovare su Z Net. Per caso abbiamo di recente visto una copia di una lunga risposta in forma di dibattito che Chomsky ha dato a quelle domande. Ci è molto piaciuta e abbiamo pensato che fosse utile rimetterla in circolazione. L’unica revisione rispetto all’originale che segue qui sotto e che era stato messo on line nel novembre 1995, è stata quella  di togliere i nomi delle persone a cui Chomsky rispondeva.

 

Per quanto posso capire lo scambio di idee, finora, il dibattito era iniziato con l’accusa che io, Mike e forse altri, non abbiamo “teorie” e perciò non riusciamo a dare una spiegazione dei motivi per cui le cose vanno avanti in questo modo. Dobbiamo rivolgerci alla “teoria” ella “filosofia” e ai “concetti

teorici” e  simili per rimediare a questa nostra  mancanza nei tentativi di comprendere e di interessarci di ciò che avviene nel mondo. Finora la mia risposta è consistita piuttosto nel ripetere qualche cosa che ho scritto 35 anni fa, molto tempo prima che il “postmodernismo” che esplodesse nella cultura letteraria intellettuale: “se c’è un   teorico, ben controllato e verificato, quello si applica alla conduzione  degli affari esteri o alla risoluzione di conflitti nazionali e internazionali, la sua esistenza è stata mantenuta un segreto ben custodito,” malgrado molto “atteggiarsi a pseudo-scientificità”.

In base alle mie conoscenze, quella affermazione era precisa 35 anni fa e lo è ancora adesso; inoltre si estende allo studio delle vicende umane in generale e si applica molto a quello che  si è prodotto da allora. Ciò che nel frattempo è cambiato , per quanto ne so, è il verificarsi di un’enorme esplosione di auto-ammirazione e di ammirazione reciproca nell’ambito di coloro che propongono ciò  che chiamano “teoria” e “filosofia”, ma non c’è molto che io possa scoprire oltre “un atteggiarsi pseudo-scientifico”. quel poco è, come ho scritto, talvolta molto interessante, ma non ha conseguenze sui problemi del mondo reale che occupano il mio tempo e le mie energie (l’importante lavoro di Rawls è il caso che ho citato, in risposta a una richiesta specifica). L’ultimo fatto è stato notato. Un bravo filosofo e teorico sociale (anche attivista), Alan Graubard, anni fa ha scritto un’interessante analisi della replica “libertaria” di Robert Nozick a Rawls, e delle reazione a questa. Ha fatto notare che le reazioni erano molto entusiaste. vari critici a turno hanno esaltato la potenza degli argomenti, ecc., ma nessuno accettava nessuna delle conclusioni del mondo reale, a meno che non le avessero raggiunte prima). E’ giusto, come giuste erano le sue osservazioni su che cosa significa.

I proponenti della “teoria” e della “filosofia”, hanno un compito molto facile se vogliono perorare la loro causa. Rendetemi noto  che cosa era ed è ancora  un segreto per me: sarò felice di dargli un’occhiata. In passato l’ho chiesto molte volte e aspetto ancora una risposta che sarebbe facile da offrirmi: basta che mi presentiate un “corpo di teorie, ben controllate e verificate, che si applichi ai tipi di problemi e di argomenti dei quali  Mike e io e molti altri (in realtà la maggior parte della popolazione del mondo, tranne i circoli intellettuali ristretti e notevolmente autonomi) si interessano  o dovrebbero interessarsi: per esempio dei problemi sui quali parliamo e scriviamo, ed altri simili. Per dirlo in maniera diversa, mostrare che i principi della “teoria” e della “filosofia” che ci dicono di studiare ed applicare conducono, con validi argomenti, alle conclusioni che noi e altri non abbiamo ancora raggiunto su altre (e migliori) basi; queste “altre” comprendono gente che manca di educazione  formale che normalmente non sembra avere alcun problema ad arrivare a queste conclusioni attraverso interazioni reciproche, che evitano del tutto le oscurità “teoriche” o semplicemente da soli.

Queste sono richieste semplici ed che ho fatto anche prima, e resto nel mio stato di ignoranza. Traggo anche certe conclusioni da questo fatto.

In quanto alla “decostruzione” che si è realizzata, (anche questa e stata nominata nel dibattito), non posso fare commenti, perché la maggior parte sembra incomprensibile.  Se questo, però, è proprio un altro segno della mia incapacità di riconoscere la  profondità di pensiero, il corso da seguire è chiaro: riformulate per me  i risultati con parole semplici che possa capire, e dimostrate perché sono diversi o migliori di ciò che altri hanno fatto per lungo tempo e hanno continuato a fare da allora   senza le parole di tre sillabe, frasi incoerenti, retorica gonfiata che (almeno per me) è in gran parte senza significato, ecc. Questo curerà le mie deficienze—-naturalmente, se sono curabili; forse non lo sono, è un’ipotesi sulla quale tornerò in seguito.

Sono richieste molto semplici da soddisfare, se c’è una qualche base alle contestazioni espresse con tanto fervore e indignazione. Però, invece di cercare di fornire una risposta a questa semplice richiesta, la replica sono gridi di rabbia: sollevare queste questioni dimostra “elitarismo”, “anti-intellettualismo” e altri reati – sebbene sembra non sia ” elitarista” far parte delle società di di auto-e-reciproca-ammirazione, di intellettuali che parlano soltanto tra di loro e (per quanto ne so) non entrano nel mondo nel quale io preferirei vivere. In quanto ad esso, posso snocciolare i miei discorsi e i miei scritti  per spiegare che cosa voglio dire, sebbene presuma che la maggior parte delle persone che partecipano a questa discussione lo sanno o possono facilmente scoprirlo; e in un certo modo non  trovo mai i “teorici” tra queste persone, né vado alle loro conferenze e ai loro ricevimenti. In breve, sembra che abitiamo in mondi molto diversi e trovo  arduo capire perché il mio, e non il loro mondo sia “elitario”. Mi sembra che sia chiaramente il contrario, anche se non voglio dilungarmi su questo argomento.

Per aggiungere un altro aspetto, sono completamente sommerso da richieste di parlare e non posso assolutamente accettare neanche una frazione degli inviti ai quali vorrei dire di sì, quindi vi suggerisco altre persone. Stranamente, però, non indico mai coloro che propongono “teorie” e “filosofia”, né mi capita di incontrarli né peraltro di trovare per caso i loro nomi, nella mia esperienza ( abbastanza vasta) con  gruppi e organizzazioni popolari e militanti, con la comunità generale, università, chiese, sindacati, ecc. pubblico qui e all’estero, donne del terzo mondo, rifugiati, ecc. ; posso facilmente fornire degli esempi. Me ne chiedo il motivo.

L’intero dibattito, quindi  è strano. Da una parte accuse e denunce  rabbiose, dall’altro, la richiesta di una qualche prova  e discussione per sostenerle, a cui si risponde con ulteriori accuse rabbiose—ma, stranamente senza dare alcuna prova e senza discuterne. Ancora una volta mi chiedo il perché.

E del tutto possibile che mi stia sfuggendo qualche cosa, o soltanto che mi manchi la capacità intellettuale di capire la profondità che sono state scoperte negli ultimi 20 anni circa dagli intellettuali di Parigi e dai loro seguaci. Sono perfettamente aperto mentalmente a questo e lo sono stato da anni, quando mi sono state fatte queste accuse–ma non ho avuto mai una risposta alle mie domande che, ripeto, sono semplici e alle quali  dovrebbe essere facile rispondere, se c’è una risposta: se mi sfugge qualche cosa, mostratemela, con parole che possa capire.  Naturalmente, se va al di là della mia capacità di comprensione, il che è possibile, allora sono proprio una causa persa e sarò costretto a limitarmi alle cose che sembra sia in grado di capire e frequentare il genere di persone che sembra abbiano interesse per queste e che sembra le capiscano (e sono assolutamente felice di farlo, non avendo nessun interesse, né ora, né mai per  settori della cultura intellettuale che si impegnano in queste cose, e, sembra, in poco altro).

Dal momento che nessuno è riuscito a dimostrarmi che cosa mi sfugge, rimane la seconda opzione:

sono soltanto incapace di comprendere. Sono certamente disposto a garantire che può essere vero, sebbene temo di dover restare con dei sospetti per quelle che sembrano buone ragioni. Ci sono un sacco di cose che non capisco — per esempio i recenti dibattiti sul fatto che i neutrini abbiano o no una massa o il modo in cui l’ultimo teorema di Fermat (matematico francese del 1600)  è stato (sembra) dimostrato di recente. Ma nei 50 anni in cui ho preso parte a questo gioco, ho imparato due cose: (1) posso chiedere ad amici che operano in questi campi di spiegarmelo a un livello che possa comprendere ed essi sanno farlo senza particolari difficoltà; (2) se la cosa mi interessa, posso procedere nella conoscenza  di questo in modo che alla fine arriverò a comprenderlo.

Ora, anche Derrida, Lacan, Lyotard, Kristeva, * ecc.,—-perfino Foucault che ho conosciuto e che mi piaceva e che era piuttosto diverso dal resto –scrivono cose che non capisco, ma la (1) e la (2) non reggono: nessuno  che dice che ne capiscono può spiegarmelo e non ho alcun indizio su come procedere per superare le mie incapacità. Rimane quindi una delle due possibilità: (a) ci sono stati dei progressi in ambito intellettuale, forse qualche improvvisa mutazione genetica che ha creato una forma di “teoria” che va al di là della teoria quantistica, della topologia, ecc. per profondità e radicalità; o (b)… non voglio spiegarlo.

Ho vissuto 50 anni in questi mondi, ho fatto un bel po’ di lavoro nei miei campi che si chiamano “filosofia” e “scienza” e anche di storia intellettuale, e una buona quantità di conoscenza personale della cultura intellettuale che riguarda le scienze, le discipline umanistiche, e le arti. Questo mi ha portato a delle conclusioni riguardo alla vita intellettuale che non esporrò. Vorrei semplicemente suggerire di domandare a a coloro che vi parlano delle meraviglie della “teoria” e della “filosofia” di giustificare le loro contestazioni— di fare quello che coloro che operano nel campo della fisica, della matematica, della biologia, della linguistica e in altri campi sono felici di fare quando qualcuno, seriamente chiede loro quali sono i principi delle loro teorie, su quali prove si basano, che cosa spiegano che non fisse già ovvio, ecc. queste sono richieste giuste che ognuno può fare. Se non possono essere soddisfatte, allora suggerirei di ricorrere al consiglio di  Hume per questa circostanze: alle fiamme.

Commento specifico. Un commentatore mi ha chiesto a chi mi riferisco quando parlo della “scuola di Parigi” e dei “culti del post modernismo”: quello che ho detto prima  ne è un esempio.

Poi il commentatore mi ha chiesto, giustamente, perché ho scarsa considerazione di questo argomento. Prendiamo, per esempio, Derrida. Comincerò col dire che non piace fare questo tipo di commenti che seguono  senza fornire prove, ma dubito che i partecipanti vogliano una precisa analisi di de Saussure, per esempio,  in questo dibattito e so che non la farò. Non lo direi se non mi avessero esplicitamente richiesto di dare la mia opinione, e se mi chiedessero di confermarla, risponderei che penso che non meriti di dedicarvi del tempo.

Prendiamo quindi Derrida, uno dei grandi vecchi. Ho pensato che avrei dovuto  almeno essere in  grado di comprendere la sua Grammatologia , quindi ho cercato di leggerla. Ho potuto capirne un po’ , per esempio l’analisi critica di testi che conoscevo molto bene e sui quali avevo scritto anni prima. Ho trovato l’erudizione orribile, basata su patetici errori di interpretazione; e la discussione, così come era, non riusciva ad avvicinarsi al tipo di standard  che conoscevo bene fin da bambino. Forse mi sfuggita qualche cosa: potrebbe essere, ma i sospetti rimangono, come ho osservato. Mi dispiace di aver fatto di nuovo commenti non sorretti da prove, ma me lo hanno chiesto e perciò rispondo.

Alcune di queste persone di questi culti (ecco che cosa mi sembrano) che ho incontrato: Foucault (abbiamo avuto perfino una discussione di varie ore, che è pubblicata, e abbiamo passato delle ore in piacevole conversazione, su problemi reali, e usando una linguaggio che era perfettamente comprensibile—(lui parlava francese, io inglese); Lacan (che ho incontrato varie volte e che consideravo un divertente ciarlatano, consapevole di esserlo,  sebbene i suoi primi lavori, precedenti al culto, erano di buon senso e ne ho discusso in una pubblicazione ); a Kristeva (la ho incontrata brevemente  nel periodo in cui era una fervente maoista), e altri. Molti di loro non li ho incontrati perché sono molto lontano da questi circoli, per scelta, e perché preferisco quelli molto diversi e più vasti—-il genere di ambiti in cui faccio conferenze, concedo interviste, prendo parte ad attività, scrivo tantissime lunghe lettere ogni settimana, ecc. Ho dato un’occhiata a in quello che scrivono per pura curiosità, ma senza andare molto lontano, per i motivi che ho già detto: quello che trovo è estremamente pretenzioso, ma quando si esamina bene, una gran parte è semplicemente da incolti,   basata su interpretazioni straordinariamente sbagliate di testi che conosco bene (e che talvolta ho scritto), argomento che è orribile nella sua casuale mancanza di auto-critica elementare, di molte affermazioni  che sono banali (anche se espresse in una terminologia complicata) o false; e un bel po’ di semplici stupidaggini. Quando mi addentro in altri campi dove ho  problemi a capire, mi imbatto nei problemi  che ho citato  sopra in connessione con (1) e (2). Ecco quindi a chi mi riferisco e perché non vado molto avanti. Posso elencare un sacco di altri nomi se non è chiaro.

Per coloro che si interessano a una  descrizione  letteraria  che riflette molto le stesse percezioni (però dall’interno), suggerirei David Lodge, piuttosto valido, per quanto io possa giudicare.

Un commentatore ha trovato anche “particolarmente sconcertante” che io così bruscamente  escluda        questi circoli intellettuali mentre passo tanto tempo a “esporre l’atteggiarsi e l’offuscamento del New York Times.”  Allora “perché non dare lo stesso trattamento a questi tizi?”

Giusta domanda. Ci sono anche risposte semplici. Ciò che appare nel lavoro di cui mi occupo (NYT, giornali di opinione, molta della cultura, ecc.) è semplicemente scritto in prosa comprensibile e ha un grande impatto sul mondo, stabilendo il quadro dottrinale all’interno del quale si suppone che siano contenuti il pensiero e l’espressione, e in gran parte lo sono, in sistemi dottrinali di successo, come il nostro. Questo ha un enorme impatto su quello che succede alla gente sofferente che vive in tutto il mondo, quelle di cui mi preoccupo, distinte da quella che vive nel mondo che Lodge descrive (in modo accurato, ritengo). Quindi bisognerebbe trattare questo lavoro seriamente, almeno se ci si preoccupa della gente comune e dei loro problemi.  Il lavoro a cui si riferisce il commentatore non ha nessuna di queste caratteristiche, per quanto ne so. In effetti non ha  nessun impatto dal momento che è rivolto soltanto ad altri intellettuali degli stessi circoli. Inoltre, per quanto ne so, non ci sono  altri tentativi di renderlo comprensibile alla grande massa della popolazione (cioè alla gente alla quale parlo costantemente, che incontro e a cui scrivo lettere e a cui penso quando scrivo e che sembra  capiscano quello che dico senza alcuna particolare difficoltà, anche se in generale sembra che abbiano la stessa inabilità cognitiva che ho io quando mi trovo di fronte ai culti post moderni). E so anche che non c’è nessun tentativo di mostrare come si applichi a qualche cosa ci sia nel mondo,  nel senso che ho citato prima: conclusioni  fondamentali   che non erano già ovvie. Dato che non mi capita di essere molto interessato ai modi in cui gli intellettuali gonfiano la loro reputazione, guadagnano privilegi e prestigio, e si  disimpegnano  dalla vera partecipazione alla lotta popolare, non voglio impiegare tempo al riguardo.

Il commentatore suggerisce di iniziare con Foucault che, come ho scritto ripetutamente,  è piuttosto distante dagli altri, per due ragioni: trovo che almeno alcune delle cose che scrive siano abbastanza comprensibili, anche se generalmente non molto interessanti; secondo, non era personalmente disimpegnato e non si limitava alle interazioni con gli altri all’interno degli circoli elitari altamente privilegiati. Il commentatore poi fa esattamente ciò che chiedevo: espone alcuni dei motivi per cui pensa che il lavoro di Foucault sia importante. Questo è esattamente il modo giusto di procedere e penso che aiuti a capire perché ho un atteggiamento così altezzoso verso tutto ciò: anzi, non gli presto alcuna attenzione.

Ciò che il commentatore descrive, e, sono sicuro, in modo accurato, mi sembra trascurabile perché tutti lo conoscevano già – a parte i dettagli sulla storia intellettuale e sociale  riguardo alle quali suggerirei di essere cauti: alcun – e di questi sono campi nei quali io stesso ho lavorato abbastanza ampiamente e so che l’erudizione di Foucault in questo caso non è attendibile, quindi non ci credo senza un’indagine indipendente, in aree a me sconosciute – questo viene fuori un del 1972 che è stata pubblicata.  Penso che ci sia più una  cultura molto migliore nel 17° e 18° secolo e mi attengo a quella e alla mia ricerca personale. Ma mettiamo da parte il resto del lavoro storico e volgiamoci ai “concetti teorici” e alle spiegazioni: c’è stato “un grande cambiamento dai violenti meccanismi di repressione a meccanismi più ingegnosi per mezzo dei quali la gente finisce per fare” quello che vogliono i potenti e perfino in modo entusiasta.  E’ piuttosto vero, e infatti è una verità lapalissiana. se è una “teoria”, allora tutte le critiche che mi si fanno sono sbagliate: anche io ho una teoria, dal  momento  che lo dico da anni e ne fornisco anche le ragioni e il contesto, ma senza descriverlo come una teoria (infatti merita di essere definita così), senza la retorica che la offusca (perché è così ingenua), e senza sostenere che è nuova (perché è una verità ovviaSi è riconosciuto del tutto da molto tempo che, dal momento che ‘ diminuito il potere di controllare e costringere, è più necessario ricorrere a ciò che i professionisti di pubbliche relazioni  all’inizio di questo secolo – lo capivano fin troppo bene -chiamavano “controllare la mente di tutti.” Il motivo, come è stato osservato da Hume nel 18° secolo, sono che “la sottomissione implicita con la quale gli uomini lasciano i loro sentimenti e passioni a coloro che li governano”, si basa in definitiva sul controllo delle opinioni e degli atteggiamenti. Perché queste verità ovvie dovrebbero improvvisamente diventare “una teoria” o una “filosofia”, me lo dovranno spiegare altre persone; Hume  si sarebbe fatto una risata.

Alcune degli esempi particolari di Foucault (per esempio sulle tecniche di punizione usate nel 18° secolo) sembrano interessanti e degni di essere studiati per la loro accuratezza. La “teoria”, però è semplicemente ed estremamente complessa ed è una ripetizione esagerata di ciò che molti altri hanno espresso molto semplicemente, e senza alcuna pretesa che  implichi nulla  di profondo. Non c’è nulla di quello che scrive il commentatore che io non abbia scritto per 35 anni, fornendo anche ampia documentazione per dimostrare che è stato sempre ovvio e in effetti non si allontana certo dalle verità lapalissiane. La cosa interessante riguardo a queste banalità non è il principio, che è trasparente, ma la dimostrazione di come esso  si esprima  con un dettaglio specifico rispetto a  casi che sono importanti per le persone: l’intervento e l’aggressione, lo sfruttamento e il terrore,  gli imbrogli del “libero mercato” e così via. Questo non lo trovo in Foucault , sebbene ne trovi molto in altre persone che sembrano in grado di scrivere  frasi che capisco e che non hanno un posto  nel firmamento  intellettuale come “teorici”.

Per farmi capire chiaramente, il commentatore fa esattamente la cosa giusta: presentare ciò che considera “intuizioni importanti e concetti teorici” quello che trova in Foucault. Il mio problema è che le “intuizioni” mi sembrano familiari e non ci sono “concetti teorici”, tranne che le idee semplici e comuni sono state camuffate da retorica complicata e pretenziosa. Il commentatore chiede se penso che questo sia “sbagliato, inutile o se è una posa.” No. Le parti storiche sembrano talvolta interessanti, anche se devono essere trattate con cautela e se vale di più del solito  la pena di fare una verifica indipendente. Le parti che riaffermano ciò che è ovvio da lungo tempo e che sono espresse con termini più semplici, non sono “inutili”, ma davvero utili; questo è il motivo per cui io e altri abbiamo sempre   considerato importanti.   In quanto all’ “atteggiarsi”c’è spesso, secondo me, anche se non rimprovero particolarmente Foucault per questo: è una parte così tanto radicata della cultura intellettuale corrotta di Parigi, che ci è cascato molto naturalmente, anche se, a suo merito va detto che egli si è allontanato da essa. In quanto alla “corruzione” di questa cultura, in particolare dalla II guerra mondiale in poi,  questo è un altro argomento, che ho discusso altrove e che non tratterò in questa sede. Ci sono altre cose importanti da fare, secondo me, che ricercare le caratteristiche  degli intellettuali dell’elite impegnati nella carriera e in  altre ricerche nei  loro  circoli ristretti e (almeno per me) abbastanza privi di interesse. Questa è una panoramica e io sottolineo di nuovo che è ingiusto fare questi commenti senza dimostrarli: però me lo hanno chiesto e io ho risposto soltanto sul problema specifico  che trovo  sia stato sollevato. Quando mi si chiede la mia opinione generale, posso soltanto darla, o se si chiede qualche cosa di più specifico, mi occupo di quello. Non farò un saggio su argomenti che non mi interessano.

A meno che non si possa rispondere alle semplici domande che sorgono immediatamente nella mente di qualsiasi persona ragionevole quando sostiene che si parli di “teoria” e di “filosofia”, mi atterrò al lavoro  che mi sembra sensato e illuminante e alla gente che ha interesse a capire e a cambiare il mondo.

Un altro commentatore  ha fatto notare che il “linguaggio semplice non è sufficiente quando il quadro di riferimento non disponibile al l’ascoltatore”; è giusto e importante. La giusta reazione, però, non è di ricorrere a terminologia oscura e inutilmente complessa ed a prendere posizione  su “teorie” inesistenti. Invece si dovrebbe chiedere all’ascoltatore di  fare domande sul quadro di riferimento che egli/ella accetta, e di suggerire delle alternative che potrebbero essere considerate, il tutto usando un linguaggio semplice. Non lo ho mai trovato un problema quando parlo a persone che non hanno molta educazione formale, talvolta nessuna, sebbene sia vero che tende a diventare più difficile  quando si sale più in alto sulla scala dell’educazione, cosicché l’indottrinamento è più profondo e l’auto-selezione fatta per obbedienza che è  gran parte dell’educazione dell’elite si è presa il suo tributo. Questo commentatore suggerisce che al di fuori dei circoli tipo questo forum “per il resto del paese egli è incomprensibile” (“egli” sarei io). Questo è assolutamente il contrario in base alla mia esperienza piuttosto ampia, con tutti i tipi di pubblico. La mia esperienza, invece è quella che ho appena descritto. L’incomprensibilità grosso modo corrisponde al livello di istruzione. prendete,  per esempio le conversazioni alla radio. Parlo alla radio abbastanza spesso e di solito è molto facile indovinare dagli accenti, e altro che genere di ascoltatori sono. Ho trovato ripetutamente che quando gli ascoltatori sono per la maggior parte poveri e meno istruiti, posso trascurare in gran parte il contesto e i problemi di “quadro di riferimento”  perché sono già chiari e dati per scontati da tutti e posso procedere  su argomenti che interessano tutti noi. Quando gli ascoltatori sono più istruiti, è più difficile; è necessario sbrogliare un sacco di costruzioni ideologiche.

E’ certamente vero che molte persone non sono in grado di leggere i libri che scrivo, non perché le idee o il linguaggio siano complicati – non abbiamo problemi nelle discussioni informali che trattano degli stessi argomenti e usando anche le stesse parole.  I motivi sono diversi, forse in parte per colpa del mio stile di scrittura, in parte come risultato della necessità  (che, per lo meno io sento) di presentare una documentazione abbastanza ampia, e questo  rende ardua la lettura. Per questi motivi, molte persone hanno preso molto dello stesso materiale, spesso proprio le stesse parole e le hanno usate in forma di opuscoli e simili. Sembra che nessuno si faccia un problema  sebbene, i critici del Times Literary Supplement o le riviste universitarie professionali molto spesso  non hanno idea di che cosa trattino; talvolta è molto comico.

Un punto finale, una cosa della quale ho scritto da qualche altra parte (per esempio, in una discussione su  documenti di Z, e nell’ultimo capitolo di Year 501). C’è stato uno straordinario cambiamento nel comportamento della classe intellettuale in anni recenti. Gli intellettuali di sinistra che 60 anni fa insegnavano nelle scuole frequentate dalla classe dei lavoratori, che scrivevano libri come “la matematica per milioni” (che ha reso comprensibile la matematica a milioni di persone) che hanno partecipato e parlato ad organizzazioni popolari ecc. ora si  sono in gran parte allontanati da queste attività e, anche se si sono premurati di dirci che sono molto più estremisti di noi, sembra che non si trovino mai quando c’è una così ovvia e crescente necessità e perfino richiesta esplicita  del lavoro che potrebbero fare lì fuori, nel mondo della gente con problemi e preoccupazioni di importanza vitale. Non è un problema da poco. Questo paese, proprio adesso, è in uno stato strano e inquietante. La gente è spaventata, arrabbiata, disillusa, scettica, confusa. E’ il sogno per un organizzatore, come ho sentito dire  una  volta da  Mike. E’ anche un terreno fertile per i demagoghi e i fanatici, che possono (e in certi casi lo fanno) raccogliere un considerevole appoggio popolare inviando messaggi che non sono insoliti da quelli dei loro predecessori in circostanze piuttosto simili.  Sappiamo dove questo ha portato in passato; potrebbe succedere di nuovo. C’è un grosso divario che una volta era almeno parzialmente riempito dagli intellettuali di sinistra che volevano impegnarsi con la gente comune e interessarsi dei loro problemi. Secondo me ha implicazioni inquietanti.

 

Da: Z Net – lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/postmodernism-by-noam-chomsky

Originale: Noam Chomsky’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC BY-NC-SA  3.0

 

 

 

 

 

 

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6 Commenti »

  1. Attilio Cotroneo 16 agosto 2012 alle 14:18 - Reply

    Gramsci ci ha già insegnato come il potere in mano a pochi sappia abilmente scollare gli intellettuali dalla massa. Perché ci sia un incontro e uno scambio reciproco, in nome di una lotta comune, gli intellettuali dovrebbero lasciare i loro ambiti autoreferenziali e comunicare alla gente la loro semplice ed istruttiva vicinanza. Questo avvicinamento tra lavoro intellettuale e manuale è l’unico espediente per circoscrivere i condizionamenti ideologici del potere.

    • Redazione 17 agosto 2012 alle 10:09 - Reply

      Nutro forti dubbi sull’attuale influenza degli intellettuali sulle masse. Secondo me le masse dispongono in occidente dell’istruzione, che ai tempi di Gramsci mancava, sufficiente per capire, volendo, come funziona il sistema. Volendo, appunto.

      Giuseppe

  2. Fabio Sallustro 17 agosto 2012 alle 08:13 - Reply

    “Perché ci sia un incontro e uno scambio reciproco, in nome di una lotta comune, gli intellettuali dovrebbero lasciare i loro ambiti autoreferenziali e comunicare alla gente la loro semplice ed istruttiva vicinanza.”

    Ed è esattamente qua che ormai falliamo tutti da almeno un decennio.

  3. Attilio Cotroneo 17 agosto 2012 alle 11:16 - Reply

    Non pensiamo agli intellettuali come ad elementi altro da noi. Piuttosto riflettiamo su una semplice attività. Per esempio leggere un articolo, rielabolarlo, traslarlo in un contesto e trovare le parole, in un contesto di vita quotidiana, per interagire con altri sulla base di quello che abbiamo appreso, per condividere Questo scambio stimolante, oltre a darci idea di cosa succeda tutti i giorni in un mondo lontano dai libri e dalla cultura, potrebbe portare ad una riflessione diversa i nostri interlocutori. Essere intellettuale significa solo, per me ovviamente, imparare a pensare in un modo adattabile alla necessitá che mi interessa migliorare.

    • giuseppe 17 agosto 2012 alle 12:15 - Reply

      Beh, la riflessione riproposta in questi termini rende tutto, teoricamente, più facile. Se tutti, chi più chi meno, siamo intellettuali nel senso che intendi, il problema si riduce a:
      a) non tenere per sè il frutto dei risultati della propria attività intellettuale e cercare dunque di condividerlo, magari trovando il modo di esprimerci con chiarezza e semplicità in un linguaggio comune
      b) (corollario del precedente) non vendere al potere a fini di promozione personale le eventuali particolari competenze che la nostra attività intellettuale ci ha fornito

      Sul “pensare in modo adattabile alla necessità che mi interessa migliorare” ci sarebbe magari da pignoleggiare, attività deteriore cui a volte mi lascio andare.
      C’è il detto “non si vede che quel che si guarda e non si guarda che ciò che si ha in mente”. A voler essere sofistici il pensiero non dovrebbe essere “adattato” a una visione (il giudizio su ciò che va migliorato) ma dovrebbe, analizzando asetticamente la realtà, determinare una visione che poi si traduca in azioni conseguenti.
      Temo sia un po’ un serpente che si morde la coda.
      E, tutto sommato, un ingarbugliamento intellettualoide da parte mia.

  4. Attilio Cotroneo 17 agosto 2012 alle 17:28 - Reply

    Prendevo spunto da una riflessione per esprimere quello che penso. L’ho spiegato meglio e quindi si è capito. Continuo: se vivo intensamente un fatto reale, devo aprire la mia intelligenza a quell’evento affinché esso agisca sulla mia base teorica e io possa trovare una interpretazione da condividere con tutti. A che serve? Alla presa di coscienza collettiva e ad eventuali soluzioni. Se invece cerco di dimostrare a me stesso che le soluzioni teoriche precedentemente elaborate da me (intellettuale da salotto in senso generico), non erano sbagliate, potrei perdere aderenza con la realtà e allontanarmi persino da quello che mi sta a cuore.

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