Chomsky su politica, Occupy, Tea Party e crisi finanziaria globale

Redazione 13 agosto 2012 7
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di Noam Chomsky e Sebastian Meyer – 11 agosto  2012

Noam Chomsky è stato definito il “padre della linguistica moderna” e un importante ed eclettico attivista politico. Nel 2005 Chomsky è stato votato dalla rivista British Prospect come il maggiore intellettuale pubblico vivente. Nonostante i suoi 83 anni, è tuttora pieno di energia. Sulla sua scrivania, nel suo ufficio al MIT di Boston, ci sono pile di libri appena stampati sui temi della globalizzazione, della politica e della linguistica. Chomsky dedica molte ore ogni giorno a rispondere a email e richieste che riceve da tutto il mondo. Ciò nonostante quando lo abbiamo contattato per questa intervista ha risposto semplicemente: “Grazie per l’invito”. Considerando il numero delle sue pubblicazioni e apparizioni pubbliche non sorprende che il cantante degli U2, Bono, abbia una volta definito Chomsky “un ribelle senza pause”. Il prolifico intellettuale ha appena pubblicato un nuovo libro intitolato “Occupy” in cui descrive il movimento come la prima grande reazione pubblica a trent’anni di guerra di classe negli Stati Uniti. Nella sua intervista Chomsky parla della sua visione del sistema politico, di Occupy, del Tea Party, della cosiddetta euro-crisi e del primo mandato del presidente Obama.

Professor Chomsky, le è un intellettuale pubblico che critica la politica interna ed estera degli Stati Uniti da più di cinquant’anni. Ha mai pensato di diventare lei stesso un politico?

Noam Chomsky: No. Prima di tutto sarei un disastro (ride). Le darò solo un semplice esempio. La mia facoltà è gestita molto democraticamente all’interno, così dev’esserci un amministratore di qualche genere della facoltà e un membro della facoltà deve assumere quella posizione e c’è una rotazione. Ma l’unica persona cui non è mai stato consentito di ricoprire tale posizione sono io, perché così rapidamente ogni cosa. Dunque non ne varrebbe la pena. Ma sarei io stesso a non volerlo.

Perché?

Chomsky: Perché qualsiasi cosa io possa fare riguardo ai problemi che mi interessano, posso farla meglio stando fuori dalla politica.

Ha anche qualcosa a che fare con le sue idee su come funziona in realtà il sistema politico?

Chomsky: Non critico quelli che stanno dentro il sistema politico. Ma penso che io posso fare di più altrove. Solitamente il sistema reagisce all’attivismo popolare. Cioè, prendiamo la legislazione del New Deal. Fu messa in atto perché il presidente in carica, Roosevelt, era più o meno ben disposto. Ma anche perché all’epoca vi era un vasto schieramento di movimenti popolari che premevano per delle risposte alla crisi della Grande Depressione. Lo stesso negli anni ’60: le riforme di Lyndon B. Johnson furono anch’esse la reazione a una mobilitazione su vasta scala.

Il movimento sociale di oggi si accampa in spazi pubblici e si è dato il nome di Occupy. Lei lo ha definito la prima grande reazione popolare a trent’anni di guerra di classe negli Stati Uniti. Che cosa pensa che abbia ottenuto Occupy sinora?

Chomsky: Ha ottenuto molto, sotto due aspetti. Ha influenzato in misura molto significativa la sensibilità e il dibattito pubblico. L’immagine dell’un per cento contro il novantanove per cento che è diffusa sulla destra nell’opinione corrente fa ora parte del riferimento dei discorsi. E non è una cosa insignificante. Porta all’attenzione pubblica la grande disuguaglianza e l’impressionante cattiva distribuzione del potere. Ci sono anche specifiche proposte politiche che sono molto sensate. Tentativi di cercare di riportare il sistema elettorale a un qualche cosa che si avvicini al processo democratico e non soltanto a finire preda delle grandi imprese e dei super-ricchi, proposte sulla tassa sulle transazioni finanziarie, por fine ai pignoramenti che sbattono le persone fuori dalle proprie case, interesse per l’ambiente e via di seguito.

E il secondo aspetto?

Chomsky: Il movimento Occupy ha creato spontaneamente comunità di mutuo sostegno, di mutuo aiuto. Le cucine comuni, le librerie. Questo può essere anche più importante. Gli Stati Uniti sono una società molto atomizzata. Le persone si sentono impotenti e sole. Il tuo valore, come essere umano, dipende dalla quantità di beni che riesci ad ammassare, uno dei motivi della crisi del debito, ed è semplicemente martellato dentro la testa delle persone dall’infanzia attraverso una massiccia propaganda e i rapporti sociali. Perciò le persone non hanno molte interazioni sociali.

Se lo confronti con il movimento del Tea Party …

Chomsky: Il Tea Party non è un movimento. E’ massicciamente finanziato dal capitale privato. E’ un movimento che demograficamente non è dissimile da quello che erano riusciti a organizzare i nazisti. E’ piccolo borghese, quasi interamente bianco, tradizione nativista, con la paura che tra una generazione o due la popolazione bianca sarà una minoranza e che quegli altri ci porteranno via il paese.

Il Tea Party è riuscito a mandare dozzine di propri sostenitori al Senato e al Congresso. In questo modo è stato in una certa misura efficace.

Chomsky: Fintanto che riescono a essere le truppe d’assalto del settore delle imprese [‘cooperate’, nell’originale, probabile errore di digitazione – n.d.t.] avranno successo. Sono mobilitati dai Repubblicani, come la destra religiosa, devono.  Il partito Repubblicano, decenni fa, ha smesso di essere un tradizionale partito parlamentare. Ha un’obbedienza ferrea nei confronti dei molti ricchi e del settore delle imprese. Ma non può ottenere voti in quel modo. Così ha dovuto mobilitare questi settori della popolazione, anche la destra religiosa. Ma la dirigenza Repubblicana li teme un po’. E’ stato molto impressionante assistere alle primarie. Romney è stato il candidato della dirigenza Repubblicana, ma non è stato il candidato popolare. Così sono venuti fuori un candidato dopo l’altro: Santorum, Gingrich, e hanno dovuto essere messi a tacere mediante grandi finanziamenti, propaganda, pubblicità negativa, e così via. Si poteva affermare molto facilmente che i ricchi banchieri e uomini d’affari erano preoccupati di questo.

A causa della loro irrazionalità …

Chomsky: Sì, diamo un’occhiata alla storia tedesca. Agli inizi dei nazisti la comunità degli affari, gli industriali, li appoggiavano. Erano quelli che avevano effettivamente sgominato i sindacati ed erano passati a sinistra e via di seguito. Pensavano di poterli controllare. E’ risultato che non potevano.  

Uno dei principali obiettivi del movimento Occupy è combattere la disuguaglianza negli Stati Uniti, ma anche nel mondo. Qual è la sua valutazione della risposta statunitense ed europea alla crisi finanziaria e alla cosiddetta crisi dell’euro?

Chomsky: La reazione statunitense è stata per certi versi migliore di quella europea. La reazione europea è un suicidio, un suicidio basato sulla classe. E’ parecchio difficile interpretare le politiche della troika, prevalentemente sostenuta dalla Germania, come altro che una guerra di classe. Di fatto il presidente della BCE, Mario Draghi, ha detto in sostanza che la faremo finita con il contratto sociale.

Ma ha anche detto che il patto fiscale deve essere sostenuto da un patto sulla crescita.

Chomsky: Finalmente stanno parlando di ciò che sarebbe dovuto essere fatto come prima cosa. Vi è una quantità di risorse in Europa per realizzare uno stimolo della domanda e così via. Ma l’idea di imporre l’austerità nel corso di una recessione è una ricetta per il suicidio. Persino il Fondo Monetario Internazionale se n’è venuto fuori con studi che dimostrano che le cose stanno così. L’effetto, è presumibilmente l’intenzione, è di smantellare lo stato sociale e il contratto sociale.  

Perché pensa che sia questa l’intenzione?

Chomsky: Guardiamo semplicemente a chi sta progettando le politiche. Sono persone che non hanno mai amato lo stato sociale, non hanno mai amato il potere del sindacato. L’Europa è stata un luogo relativamente civilizzato se considerata con parametri comparativi. Ma quel che aiuta la popolazione non aiuta i settori delle imprese, i super-ricchi e via di seguito. Perciò, certo, se riescono a smantellare lo stato sociale, benissimo. E’ difficile immaginare qualche altra logica per la politica che è perseguita. Ma adesso, come lei ha detto, [tale politica] comincia a mostrare qualche frattura.

La logica proposta dal cancelliere tedesco Angela Merkel è che c’è una crisi del debito e in tempi d’indebitamento si devono tagliare le spese.

Chomsky: In tempi d’indebitamento quel che si fa è far crescere le economie in modo tale che possano superare i debiti. Se s’impone l’austerità le cose peggiorano. Era ovvio fin dall’inizio ed è esattamente quel che è successo.

Pensa che paesi come la Grecia avrebbero dovuto dichiararsi insolventi?

Chomsky: La Grecia ha alcuni gravi problemi interni. Semplicemente non hanno riscosso le tasse, i ricchi sono stati indisciplinati, e c’è troppa burocrazia. Ma il debito è una responsabilità di due parti.  Per chi creda nel capitalismo dovrebbe essere un problema dei finanziatori. Ti presto dei soldi, ne ricavo un certo utile, tu non mi rimborsi, peggio per me.

Ma c’è sempre stata qualche costrizione legale o garanzia che i debiti siano rimborsati …

Chomski: Non nel capitalismo. Ma nella vita reale il problema è del nostro prossimo. Si deve assoggettare all’austerità.  Si tratta di sistemi che semplicemente tutelano la ricchezza e il potere. E dunque la Grecia  avrebbe dovuto dichiarare bancarotta? Beh, avrebbe dovuto avere un modo per tirarsi fuori dai debiti non assunti dalla popolazione. E’ vero che hanno usato soldi falsi, una falsa ricchezza per consumare in eccesso. Ma ciò è sostanzialmente colpa delle banche. Erano abbastanza in gamba da potersi immaginare che si sarebbe accumulato un debito non rimborsabile. Ma la domanda è: la Grecia potrebbe ristrutturarsi in modo tale che il debito non sia imposto alla popolazione? Ci sono paesi che lo hanno fatto, come l’Islanda e l’Argentina.

Nei paesi europei più ricchi si teme che aumentando la spesa si produrranno debiti maggiori …

Chomsky: No, se il denaro è utilizzato nel modo in cui è stato utilizzato in Asia Orientale. Lo hanno utilizzato per investimenti in capitale e in programmi di politica industriale. Così Taiwan e la Corea del Sud, in precedenza il Giappone, sono passate dall’essere società contadine molto povere a essere società più ricche e sviluppate. In realtà l’intera storia dello sviluppo capitalista di stato è simile a quelle. E’ il modo in cui si sono sviluppati gli Stati Uniti. Intorno al 1770 le colonie appena liberate ricevettero i consigli economici di figure rispettabili come Adam Smith. Egli consigliò le colonie di seguire quelli che sono chiamati i Principi dell’Economia Solida; quelli che il FMI e la Banca Mondiale danno istruzioni di seguire oggi ai paesi poveri. Dunque concentrarsi sul proprio vantaggio competitivo, esportare prodotti base, importare manufatti di livello superiore dalla Gran Bretagna. Beh, le colonie erano libere. Perciò fecero l’esatto opposto. Elevarono barriere doganali, svilupparono l’industria, cercarono di monopolizzare il cotone. E’ così che si svilupparono gli Stati Uniti.

Il protezionismo avrebbe senso oggi nei paesi industrializzati? Perché se vai in giro per un supermercato vedi merci che sono state prodotte in condizioni che le società dei paesi industrializzati non tollererebbero: Le magliette dal Bangladesh, i televisori dalla Cina, i giocattoli da Taiwan: tutti prodotti senza interferenze dello stato sociale, dei sindacati o di norme a tutela dell’ambiente. “Non c’è nulla di più neoliberale del consumatore” ha detto una volta lo scrittore svizzero Adolf Muschg. Ma non dovremmo proteggere il consumatore?

Chomsky: Ci sono due approcci. Un approccio è il protezionismo, ma noti che nel caso che ho citato il protezionismo era contro le società più ricche.  Lei parla  di qualcosa di diverso: tariffe doganali contro paesi poveri. E c’è un altro approccio, precisamente l’approccio che ha in effetti assunto l’Unione Europea. Aiutarli a migliorare i propri livelli in modo che non minino i livelli di vita dei lavoratori del nord.

Ma cosa succede se è impossibile aumentare i parametri in Cina?

Chomsky: Certo che si può. Di fatto lo si sta facendo. Quando quest’anno ci sono state massicce proteste contro la Foxconn (una società di Taiwan che fabbrica prodotti elettronici per la Apple in Cina) la Cina ha reagito operando alcuni cambiamenti, consentendo un certo grado di sindacalismo indipendente che è stato permesso per ridurre leggermente le condizioni dei proprietari che in un certo modo costringevano i lavoratori alla schiavitù.

Se imponiamo dazi contro le esportazioni dalla Cina imponiamo costi alle imprese occidentali. E’ fondamentalmente un impianto di assemblaggio di parti e componenti che arrivano dai paesi occidentali più avanzati ed è la loro periferia.

E allora perché non tassarli per lo sfruttamento dei lavoratori e dell’ambiente in quei paesi?

Chomsky: Sì, farli pagare per migliorare i loro parametri. Voglio dire, gli utili delle imprese sono andati alle stelle. Ora, c’è lo studio dell’Università del Massachussetts, che i profitti non utilizzati delle banche e delle imprese … sono circa un trilione e mezzo di dollari che semplicemente se ne stanno lì fermi che loro non vedono utilità a impiegarli. Beh, c’è ogni genere di modo per spenderli e lo studio indica misure specifiche che eliminerebbero virtualmente la disoccupazione, porterebbero alla crescita economica e via dicendo.

La campagna per la presidenza comincia a riscaldarsi. Come valuta il primo mandato del presidente Obama?

Chomsky: Francamente non mi aspettavo molto da Obama e così in realtà non sono stato deluso. Quando ha assunto la carica al vertice della crisi finanziaria la prima cosa che ha dovuto fare è stata mettere insieme una squadra economica. Chi ha scelto? Ha scelto quelli che avevano creato la crisi. Ci sono premi Nobel in economia che avevano approcci diversi. Ma lui ha scelto quelli che erano chiamati i ‘ragazzi di Rubin’, gente come Tim Geithner, Larry Summers, banchieri, eccetera. Quelli che in sostanza avevano creato la crisi. C’è stato un articolo sulla stampa finanziaria, Bloomberg News, che ha esaminato la cosa. Concludeva che quella gente non avrebbe dovuto far parte della squadra economica, metà di loro avrebbe dovuto essere chiamata in giudizio. Così ha saldato il conto a quelli che lo avevano fatto eleggere.

Perché avevano contribuito in misura prevalente alla sua campagna?

Chomsky: La maggior parte dei finanziamenti alla sua campagna era stata concentrata nelle istituzioni finanziarie, che lo avevano preferito a McCain. E c’è stato chi l’ha capito. Così, poco dopo che era stato eletto, l’industria della pubblicità gli ha assegnato il premio per la miglior campagna di marketing dell’anno.

Tuttavia Obama ha cercato di migliorare le cose, ad esempio introducendo la riforma dell’assistenza sanitaria.

Chomsky: E’ una faccenda che ha più aspetti. Il sistema dell’assistenza sanitaria degli Stati Uniti è un disastro totale. Se gli Stati Uniti avessero un sistema sanitario come quello di qualsiasi altra società industriale, non ci sarebbe alcun deficit. In realtà si finirebbe per avere un surplus. E il motivo non è misterioso. Un sistema di assistenza sanitaria ampiamente privatizzato, per lo più non regolato che è estremamente inefficiente e molto costoso. Beh, le riforme di Obama hanno reso le cose leggermente migliori di come stavano, ma neppur lontanamente come avrebbero dovuto essere. In realtà persino l’idea di consentire un’opzione pubblica, persino quella lui si è rifiutato di perseguire.

Obama aveva dovuto trovare un compromesso con l’opposizione Repubblicana.

Chomsky: Alcuni dei suoi sostenitori affermano che è stato il meglio che si poteva fare, data la situazione politica. Ma non è per nulla evidente. Il presidente ha molto potere; ad esempio può appellarsi al popolo. La popolazione era molto fortemente a favore, quasi due contro uno. E allora d’accordo, appellati alla popolazione. E’ in quel modo che Roosevelt riuscì a far approvare le leggi del New Deal.

Una volta lei ha detto che applicando i principi di Norimberga in realtà tutti i presidenti statunitensi sarebbero stati impiccati. Vale anche per Obama?

Chomsky: Guardi la campagna globale di assassinii. Viola principi che risalgono alla Magna Carta.

Lei si riferisce ai droni in Pakistan, Somalia e Yemen.

Chomsky: Sì. Se il presidente decide di uccidere qualcuno, uccidi lui e chiunque gli stia attorno. Il fondamento della legge anglo-statunitense e oggi pressoché di tutto il resto del mondo, quella che è chiamata presunzione d’innocenza, che si può punire qualcuno se si dimostra che è colpevole in un tribunale legale, è persino nella costituzione statunitense. In realtà l’amministrazione Obama ha chiarito che può fondamentalmente uccidere chiunque voglia, compresi cittadini statunitensi.

Lei preferirebbe un’azione della polizia se ritenesse che ci fossero in giro terroristi a pianificare attacchi contro gli Stati Uniti?

Chomsky: Supponga di ritenere che ci sia un gruppo qui che rapinerà un negozio. Non li può arrestare. Almeno in base alla legge. Voglio dire, lo si può fare se si ha uno stato di polizia; si può fare quel che si vuole. In realtà quando hanno ucciso un cittadino statunitense, Anwal al-Awlaki, Obama ha affermato che era un “caso facile” e il governo ha spiegato che in realtà aveva avuto un giusto processo. Giusto processo significa un giudizio da parte dei propri pari, ma lui ha affermato che aveva avuto un giusto processo perché se n’è parlato all’interno del ramo esecutivo; dunque adesso il giusto processo è questo. E la presunzione d’innocenza? Beh, hanno risposto anche a questo. Hanno detto che chiunque noi uccidiamo è colpevole a meno che successivamente si possa dimostrare che era innocente. E’ stato detto tutto pubblicamente. Dunque è semplicemente una campagna internazionale di assassinii. Ammazza chi ti va.  E’ meno costoso che invadere un paese, cosa che ci è costata troppo e comunque non ha funzionato.

Lei si definisce anarchico. C’è, in concreto, un qualche leader politico sulla scena mondiale che secondo lei sta facendo un buon lavoro?

Chomsky: I leader, tecnicamente, non fanno un buon lavoro (ride). Se sei in una posizione di potere di solito fai qualcosa per estenderlo.

Così lei pensa che i leader politici siano in generale immuni da suoi consigli?

Chomsky: Naturalmente. Dai miei e da quelli di chiunque altro. Ci sono intellettuali che amano fingere di avere influenza. Bernard-Henry Lévy o altri cercano di darsi importanza. Ma in realtà i leader politici non prestano loro attenzione. Se c’è un movimento popolare che attua iniziative importanti allora forse possono reagire.

Ed è questo il motivo per cui lei cerca di indirizzarsi alla popolazione in generale?

Chomsky: Sì. E non sto dicendo ai leader politici nulla che non sappiano già. Se dovessi dire alla Merkel  “l’austerità nel mezzo di una recessione è dannosa per l’economia”, le non ha bisogno di sentirselo dire da me. Può immaginarlo da sola. Probabilmente lo ha già fatto da molto tempo.

Sebastian Meyer è un giornalista indipendente di Berlino.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte:http://www.zcommunications.org/on-politics-occupy-the-tea-party-and-the-global-financial-crisis-by-noam-chomsky

Originale: Counterpunch

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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7 Commenti »

  1. Andrea il folle 14 agosto 2012 alle 01:48 - Reply

    “E’ stato detto tutto pubblicamente. Dunque è semplicemente una campagna internazionale di assassinii. Ammazza chi ti va. E’ meno costoso che invadere un paese, cosa che ci è costata troppo e comunque non ha funzionato.”
    Qualcuno saprebbe dirmi in quale occasione è stata detta? Penso sia importante sottolinearlo. Grazie

  2. fabiosallustro 14 agosto 2012 alle 08:07 - Reply

    Ciao Andrea,
    comincio con l’incollarti un link all’articolo del New York Times (giornale che faticherei a definire di sinistra) nel quale si parla della scelta di uccidere Awlaki.
    http://topics.nytimes.com/topics/reference/timestopics/people/a/anwar_al_awlaki/index.html

    Tutto l’articolo merita una scorsa per le affermazioni messe in mostra ma mi concentrerei su questi due paragrafi:

    In 2010, the Obama administration had taken the rare step of authorizing the targeted killing of Mr. Awlaki, even though he was an American citizen — a step that had provoked lawsuits and criticism from human rights groups. He had survived at least one earlier missile strike from an American military drone.

    The administration’s secret legal memorandum that opened the door to the killing of Mr. Awlaki found that it would be lawful only if it were not feasible to take him alive. The drone attacks had been part of a clandestine Pentagon program to hunt members of Al Qaeda in the Arabian Peninsula, the group believed responsible for a number of failed attempts to strike the United States.

    Tornando al merito dell’articolo di Chomsky ed alla tua domanda quando viene scritto che è stato detto tutto pubblicamente si fa riferimento alla scelta di uccidere in modo extragiudiziale.
    Ovvero al periodo che precede quella frase.
    Il periodo successivo è l’elborazione del citato precedente.

    Quindi ci si riferisce al modo in cui l’amministrazione Obama si arroga il diritto di decidere chi vive e chi muore.
    In particolare ai virgolettati precendeti.

    Sempre per restare all’interno del virgolettato dell’articolo, per quanto riguarda il famoso “easy case” ti incollo, ancora dal new york times questo secondo articolo che parla specificamente delle kill list.

    http://www.nytimes.com/2012/05/29/world/obamas-leadership-in-war-on-al-qaeda.html?pagewanted=all

    “(…) a decision that Mr. Obama told colleagues was “an easy one.”

    Attento che anche la parte successiva del discorso di Chomsky sul fatto che il giusto processo (secondo l’amministrazione Obama) sia stato garantito, anche questa parte è presente.

    “(…)The Justice Department’s Office of Legal Counsel prepared a lengthy memo justifying that extraordinary step, asserting that while the Fifth Amendment’s guarantee of due process applied, it could be satisfied by internal deliberations in the executive branch.(…)”
    Come dire che …tranquilli, lo ammazziamo ma abbiamo fatto il processo tra di noi!

    Interassante poi che in questo articolo incidentalmente si segnali anche la morte di gente che su quella lista neanche c’era…
    “(…)Mr. Obama gave his approval, and Mr. Awlaki was killed in September 2011, along with a fellow propagandist, Samir Khan, an American citizen who was not on the target list but was traveling with him. (…)”

    Spero di esserti stato d’aiuto.
    Ciao

  3. Andrea il folle 16 agosto 2012 alle 14:14 - Reply

    Ti ringrazio per i chiarimenti. Ora pongo un’altra domanda: questi nuovi provvedimenti possono fare riferimento alla terza regola del controllo sociale di Chomsky (La strategia della gradualità. Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, col contagocce, per un po’ di anni consecutivi.
    )? Immaginiamo che questi attacchi continuino ancora per diversi anni ma solo ed esclusivamente all’estero per dare la caccia ai terroristi e ad Al-Quaeda. Immaginiamo che di anno in anno gli attacchi aumentino e “godano” di un’esposizione mediatica via via sempre maggiore. Immaginiamo che la gente si abbitui all’idea (cosa molto probabile). Immaginiamo che questa tipologia di attacchi diventino il nuovo modus operandi degli eserciti (cosa probabile). Intanto gli anni passano. Immaginiamo che la crisi sociale ed economica si aggravi portando ad un’instabilità di controllo in paesi europei d’importanza strategica ormai piegati dai debiti vanamente contrastati dalla spending review.
    Cosa potrebbe succedere? E’ plausibile immaginare che misure di controllo pari a quelle adottate in questi anni in Pakistan possano essere prese anche all’interno dei confini nazionali?
    Forse la mia è un’elucubrazione più che una domanda, ma voi cosa ne pensate?

    • Redazione 17 agosto 2012 alle 10:01 - Reply

      In linea di ipotesi tutto è possibile e considero un fatto che il capitalismo, prima di cedere il campo, farà qualsiasi cosa per sopravvivere.
      Tuttavia credo che in occidente non avrà bisogno di arrivare alle campagne di assassinii mediante droni. L’arsenale psicologico di controllo delle masse nelle democrazie è altamente sofisticato e sperimentato e credo che, al peggio, assisteremmo a una riedizione, aggiornata, della strategia del terrore.
      Ma è anche possibile che il capitalismo si ridipinga di ‘verde’ per compattare i popoli contro la crisi ambientale, per dire. Basta che quella linea di condotta garantisca profitti pari o superiori a quelli dell’economia basata sui combustibili fossili. Il che non mi pare imminente.
      Le capacità mimetiche dei dominatori sono davvero considerevoli. Quello che serve loro è un qualsiasi spauracchio contro cui indirizzare i sentimenti delle masse. distraendole dall’identificare il loro nemico vero.
      Attualmente lo spauracchio (assieme allo ‘scontro di civiltà’) è la catastrofe planetaria che si verificherebbe, nella propaganda del sistema, se i debitori non pagassero i debiti agli strozzini. In realtà la catastrofe (beh, forse solo qualche bel mal di pancia) sarebbe, ben meritata, per gli strozzini. Ma, guarda caso, gli stessi strozzini ora si presentano, con i loro rappresentanti politici, come nostri salvatori dal disastro che loro stessi hanno creato.
      No, non credo che vedremo droni sulle nostre città. Restano sufficienti un po’ di personaggi nelle stanze dei bottoni della politica, dell’economia e dei media.
      Giuseppe

    • Fabio Sallustro 18 agosto 2012 alle 07:00 - Reply

      Integrazione per Andrea: traducendo un articolo mi sei venuto in mente.
      http://znetitaly.altervista.org/art/7112
      L’articolo parla di altro ma segnala comunque che quanto installato a londra, per controllare le masse, non è che all’improvviso dopo le olimpiadi verrà rimesso nella scatola.
      Secondo me si collega, nel suo piccolo, ad alcuni discorsi fatti.

      • Andrea il folle 19 agosto 2012 alle 01:56 - Reply

        Effettivamente si ricollega al post precedente e ne corrobora la tesi. Certo ho esagerato chiedendovi se anche voi credete che in futuro anche in Italia si vedranno volare droni in assetto da combattimento, ma il punto centrale è che temo moltissimo la sperimentazione di nuovi strumenti di morte/controllo in contesti critici: durante una crisi di qualunque natura essa sia, le vecchie regole possono essere messe da parte per far fronte alle nuove difficoltà e contemporaneamente vengono messe in campo nuove contromisure (vedi investitura governo monti). Se ne studiano gli effetti nel dettaglio e se l’esperimento risulta efficace lo si può replicare ovunque. E’ lo stesso sistema usato dal capitalismo: il prodotto pilota.
        Questo mi spaventa molto.

  4. Fabio Sallustro 17 agosto 2012 alle 08:12 - Reply

    IMHO trovo possibile una visione come quella che proponi. Non probabile ma, si, possibile.

    Potrei persino credere che il margine temporale nella quale questa situazione possa verificarsi potrebbe non essere tanto ampio quanto crediamo.
    Siamo ovviamente nel campo delle ipotesi.

    Ma giova ricorda che le pratiche (a livello squisitamente tecnico) di controllo delle masse nei paesi “civili” di norma si testano inizialmente sulle folle sportive.
    E poi, una volta testate, trovano applicazioni più ampie.
    Diciamo che in europa con queste pratiche siamo abbastanza avanti.

    L’europa, o meglio il sud europa, potrebbe diventare zona di intervento con azioni simili a quelle messe in pakistan?
    E’ possibile.

    Lo ritengo improbabile in tempi brevi ma come hai fatto notare l’elemento crisi in realtà sarà la chiave interpretativa di quasi tutti gli avvenimenti dei prossimi anni.

    Non saprei…

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