Dove le ferite si rifiutano di rimarginarsi

Redazione 7 agosto 2012 0
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di Andre Vltchek – 6 agosto 2012

Si sta facendo buio e il mio amico Manuel, un giornalista locale, mi sta accompagnando in questo vecchio e ammaccato furgone pickup attraverso le strade in rovina della dura e violenta città panamense sulla costa caraibica: Colòn.

In prossimità del primo angolo in cui ci fermiamo, scorgo una vecchia che emette sbuffi da qualcosa avvolto in un cono di carta improvvisato. Il fumo è pesante e puzza: non è né tabacco né marijuana; è qualcosa di non identificabile e assolutamente schifoso.  Sputa per terra e poi mi guarda diritto con occhi provocatori e iniettati di sangue. Io non dico niente, lei dice ben poco; ma quelle poche parole che pronuncia rappresentano il grado più basso della lingua che servì grandi poeti come Cervantes e Octavio Paz. Il suo spagnolo è in effetti degenerato quanto la roba che sta fumando, ma non gliene importa; nulla sembra importarle più.

Due ragazzini tra gli otto e i dodici anni stanno trasportando sulla testa delle sporche scatole di cartone. Prima mi salutano con il segno del pollice all’insù, poi con un complicato movimento delle dita in un segnale da delinquenti. Cerco di imitarli ma non riesco a riprodurre quella cosa complicata e così rispondo con un largo sorriso, che provoca sconcerto sui loro volti e che rifiutano di ricambiare.

Tutto attorno a noi la puzza è tremenda; di cibo marcio, di scarichi di fogna all’aperto, probabilmente di un topo o di qualche altra sfortunata creatura morta da qualche parte nei pressi e in decomposizione.

“Lavora in fretta e sali in macchina!” dice Manuel. “Questa è la ‘zona rossa’, ‘zona roja’”.

“Che zona rossa?” chiedo. “Un quartiere di bordelli?”

Quasi ogni paese dell’America Latina ha la propria terminologia, almeno a proposito della brutalità, del sesso, della povertà e degli autobus pubblici.

“No”, risponde. “Semplicemente la parte più pericolosa della città. L’epicentro della violenza delle bande.”

Faccio ancora qualche fotografia, poi filmo per un paio di minuti e finalmente salgo in macchina.

“Il meglio deve ancora venire. Francamente, non hai visto ancora nulla”, spiega Manuel. “Ma per il momento attieniti a un po’ di buon senso: non allacciare la cintura di sicurezza, non abbassare i finestrini a meno di essere davvero pronto a filmare; non guardare nessuno negli occhi e per favore mantieni un profilo estremamente basso. Se nel posto più pericoloso dell’emisfero occidentale.”

Naturalmente si sentono gli stessi avvertimenti in tutta la regione: “Le strade più feroci dell’emisfero occidentale sono quelle di Port-Au-Prince ad Haiti, di Tijuana in Messico, di San Salvador, Tegucigalpa, Rio de Janeiro, Cali o Medelin. E se ci si bevono gli articoli diffamatori di El Proceso in Venezuela, certamente si crederà che la capitale degli omicidi nell’emisfero occidentale sia Caracas.

Ma quanto siano orribili gli altri concorrenti non conta: Colòn è unica nella sua rovina e ferocia disperate.

La città non si è mai davvero ripresa dalla brutale invasione statunitense del dicembre 1989, cui cinicamente fu dato il nome in codice di “Operazione Giusta Causa”. L’operazione fu lanciata per cacciare l’uomo forte Manuel Noriega che era stato sostenuto dagli Stati Uniti ma che a un certo punto scelse il peggior crimine immaginabile agli occhi dell’Impero: separarsi dall’Occidente e imbarcarsi su un percorso semi-indipendente. Farlo in un paese che letteralmente è seduto in una delle più importanti vie d’acqua del mondo – il Canale di Panama – si dimostrò sinonimo di commettere un suicidio rituale.

Ci doveva essere una foglia di fico per giustificare l’illegittimità dell’invasione e in quel caso furono i traffici di droga in cui Noriega era coinvolto.

Durante l’invasione morirono migliaia di persone. Intere città, paesi e quartieri furono rasi al suolo. Al popolo di Panama e dell’intera America Latina fu ricordato ancora una volta che la Dottrina Monroe era ancora la ‘legge’ che governava l’emisfero occidentale. E così nel 1989 Panama entrò a far parte della lunga lista dei paesi devastati che avevano sperimentato la brutalità delle invasioni, dirette o indirette, del Nord: Granada, la Repubblica Dominicana, Cuba, il Guatemala, il Brasile, la Colombia, la Bolivia, il Cile, l’Argentina e l’Uruguay, per nominarne almeno alcuni.

La città di Colòn non fu più ricostruita. A tutt’oggi la sensazione è che i caccia e gli elicotteri statunitensi volino ancora periodicamente sui suoi tetti, che i blindati passino davanti ai caffè e ai bar, che gli spari si possano sentire proprio dietro il prossimo angolo. Colòn in realtà non pare una città, bensì piuttosto un enorme naufragio, uno spaventoso monumento alla distruzione.

Ci stiamo muovendo lentamente e nonostante l’avvertimento di Manuel tengo il mio finestrino abbassato, fotografando e filmando per tutto il percorso.

“Se si usano macchine professionali, Leica o le grandi Nikon, tutto appare migliore che nella vita reale”, spiego a Manuel. “Devi essere molto vicino se vuoi cogliere accuratamente le cose; se vuoi che le tue immagini abbiano un impatto.”

Lui ignora la mia riflessione; è spaventato. E io non ho cuore di dirgli che la Leica che sto utilizzando ora non ha quasi zoom; lo zoom è il mio stesso corpo, perciò devo davvero arrivare molto vicino alle scene di strada di questa distrutta città nativa di Colòn.

Vedo una ragazza; ci passa davanti, quasi levita. Le sue gambe sono completamente e provocatoriamente esposte ma l’intera parte superiore del suo corpo è coperta di bianco. Sembra un fragile fantasma o, vista dall’immondizia, una santa, ma con labbra provocatoriamente dipinte. C’è decisamente una forte dose di poesia in tutto ciò che vedo attorno a me. Lei sorride, io annuisco.

E poi compaiono le bambine, le ragazzine, anche di dieci anni. Fanno mosse sfacciate mentre io cerco di guardare da un’altra parte. La poesia è finita. Le immagini diventano estremamente grossolane, tutto qui sembra essere sovraesposto.

Ci sono ragazzini che hanno sguardi affilati come coltelli. E ci sono due vecchi che stanno litigando, col dito puntato minacciosamente l’uno contro il volto dell’altro. Ci sono intere famiglie con bambini che vivono nelle strade.

La rovina è dovunque ed è una rovina assolutamente inimmaginabile; interi isolati di abitazioni trasformati in scheletri, chiese mezzo crollate, discariche all’aria aperta, bambini lavoratori del sesso e bande ragazzini che appaiono disperatamente piccoli. Non vendo armi, ma vedo coltelli e simboli delle bande, sento musica estremamente violenta, la qualità più dura del rap panamense.

“La violenza è arrivata con l’invasione”, dice Manuel. “Non se n’è mai andata. I blindati sono andati via, ma la violenza no. Poi la cultura delle bande si è ispirata alle strade di Los Angeles e di altre città statunitensi, e la disperazione si è trasformata in un’accresciuta emigrazione a Nord dove molte famiglie sono finite a vivere nei ghetti più duri. I bambini sono diventati i  fanti in prima linea delle bande, facendo la spola tra i bassifondi nord-americani e il natio Panama.”

Non c’era nulla che mi apparisse insolito. Ho visto per anni lo stesso schema in luoghi tanto distanti come l’Honduras, Samoa e la Cambogia.

“Questo edificio è stato bombardato dalle forze statunitensi”, Manuel indica un enorme grattacielo che pare un fantasma, ancora sorprendentemente abitato. “Se vuoi filmarlo, fallo, ma fallo molto velocemente.”

Con disperazione di Manuel mi prendo il mio tempo. L’edificio e il suo passato mi affascinano; la storia è semplicemente incredibile: le forze statunitensi hanno bombardato la torre abitata da centinaia di civili semplicemente perché era alta e perché stava ‘lì’.  Ricordo il mio lavoro a Grenada, un decennio dopo l’invasione statunitense. Esaminai incredulo quel che era rimasto dell’ospedale psichiatrico fatto a pezzi da un bombardamento nel 1983, nella cosiddetta Operazione Furia Incontenibile, con tutti i pazienti all’interno, semplicemente perché aveva un tetto verde, diversamente dal resto di St. George con tutti i suoi iconici tetti rossi.

Superiamo la sede di culto che appartiene ai Testimoni di Geova. Sedi di sette cristiane sono dappertutto nella città, così come moschee e persino un enorme tempio indù. Come sempre, quando non resta alcuna speranza e regna la paura, arrivano le religioni, rapide ed efficienti, a colmare il vuoto.

Quel che impressiona è che a Colòn anche i luoghi di culto sono fortificati: con diverse reti di filo spinato, alcuni dotati di sistemi di sicurezza.

Proprio nel centro della città sento l’ululato delle sirene delle ambulanze. Scorgo un alto ospedale, non lontano dal Radisson Hotel, che appare ridicolmente fuori posto, e dal porto in rovina delle navi da crociera. C’è una folla di parenti disperati all’entrata della struttura sanitaria. Tutto a Colòn sembra sovreccitato, rumoroso e inquietante. Osservando la condizione delle sue infrastrutture e dei suoi servizi è stupefacente e difficilmente credibile che il paese sia al cinquantottesimo posto nell’Indice dello Sviluppo Umano (UNDP, HDI, 2011), prima di nazioni come il Kuwait e la Malesia.

I contrasti sono dovunque e sono mostruosi: da un lato vi è il porto progettato per le navi da crociera, con numerosi ristoranti vuoti e il Radisson Hotel. Non distante c’è la città buia e spaventosa infestata dalla violenza, dalla disperazione e dal decadimento permanente.

Mentre ci avviciniamo al porto, mi colpisce che non ci siano navi civili. Vedo invece un’enorme corazzata statunitense ormeggiata al molo.

“Ma non dovrebbero essere qui, vero?” Lascio cadere la mia domanda ingenuamente retorica, elencando le Filippine e altri luoghi dove i marines degli Stati Uniti “non dovrebbero” ormeggiare le loro navi.

“Ma ci sono”, Manuel scrolla le spalle.

“E’ una nave da crociera?” Due donne ben curate con accenti molto buoni da classe media mi avvicinano dopo avermi visto filmare il vascello. Sorrido e rispondo che in realtà è una nave da guerra, con cannoni che spuntano in ogni direzione. Per un attimo penso che stiano facendo un giro turistico; due graziose e ingenue insegnanti o giovani dottoresse o impiegate. Ma poi noto le minigonne e i tacchi incredibilmente alti e il pungente odore di profumo a buon prezzo mi penetra le narici.

Poi mi sposto all’ingresso principale del molo: “Niente cani”, c’è scritto e “Entrata”.

Filmo solo per pochi secondi prima che marine in uniforme dall’aspetto da duro arriva correndo: “Niente riprese!” urla.

Tento un approccio kafkiano: “Ma potrei fare fotografie?”

“Sì, ma non molte”, mi abbaia. Qualsiasi cosa ciò significhi. Attivo una delle mie macchine fotografiche in modalità video e filmo ancora un po’.

La nave sta facendo rifornimento.

“Quanti sono morti durante l’invasione?” chiedo a un vecchio che sta fumando un qualche sigaro a buon mercato, proprio accanto a una grande replica di plastica di una bottiglia di rum locale usata come pubblicità.

“Migliaia, figliolo”, dice laconicamente.

“Alcuni dicono 3.500 nell’intero paese,” suggerisco.

“Di più”, dice. “Penso ne siano morti di più nella sola Colòn.”

“Padre, ma com’è la vita adesso?” gli chiedo con il esagerato accento cileno, per essere sicuro che non mi prenda per un gringo.

Fa finta di pensarci; anche se entrambi sappiamo quale sarà la risposta. Sputa il tabacco per terra prima di parlare.

“E’ una merda di vita, figliolo”, risponde pensierosamente, non lasciando spazio per altre domande. “Una mierda, hijo.”

* * *

Poi è notte e ho fame e aperti vicino al mio albergo ci sono solo diversi locali nord-americani di fast food e un casinò sproporzionatamente grande. Supero la sicurezza ed entro nel casinò. E’ venerdì ma non c’è nessuno a giocare. I tavoli della roulette e del blackjack sono vuoti e così le sedie davanti alle slot-machine lampeggianti e rumorose.

La musica dal vivo nel caffè ha il volume alto ma è buona; una stellina locale corpulenta sta riversando il suo cuore in boleros classici e poi seducendo il pubblico con buone cumbias colombiane. E’ tutto come dovrebbe essere in un venerdì sera: “Muoio senza di te … Tu sei la mia vita … Se mi lasci …” Va tutto bene e il piatto di straccetti di carne e banane fritte è delizioso. E’ facile dimenticare che la città all’esterno assomiglia a una zona di guerra che le bande e le prostitute bambine vagano per le strade.

Ma poi la musica s’interrompe e l’espressione sul viso della cantante muta. Sta per succedere qualcosa, penso. Con un gesto bizzarro, non necessario e volgare si solleva la gonna sopra il seno. Il pubblico ruggisce.

Mentre lascio il casinò, sento chiaramente gli spari nelle vicinanze.

* * *

Quella notte stessa molesto un ufficiale di polizia che si chiama D. Rodriguez. E’ annoiato, di guardia a nulla di più eccitante che un ampio parcheggio. Ha voglia di parlare visto che non c’è nulla di meglio da fare che parlare. Gli chiedo quanto è davvero brutta la vita a Colòn. Riflette per qualche secondo e poi comincia la sua lunga litania:

“A dire la verità, prima le cose andavano molto meglio per i poveri. Indipendentemente da quel che dicono, Noriega stava davvero aiutando molti poveri. Ai suoi tempi la maggior parte delle famiglie era in grado di tirare avanti facilmente. Ora ti spremono con tasse e regolamenti ma non ottieni quasi nulla in cambio. In passato c’era molto rispetto. Un uomo solo, semplicemente un ufficiale di polizia, era in grado di far la guardia a una prigione intera … Ora scordatelo: i poliziotti sono presi in ostaggio; non c’è più sicurezza in questo paese.”

Gli chiedo dello stato terribile in cui la città sembra trovarsi, ma lui non pare capire la mia domanda. E’ un uomo di domande e risposte concrete. E’ nato ed è cresciuto qui e questo è tutto ciò che conosce; non ha termini di paragone.

“Sta andando a pezzi, lo so”, dice. “Loro, il governo, non fanno niente. Ma è così da decenni, almeno dall’invasione …”

Ma ci sono altri che sembrano sapere e che i confronti li fanno.

Nel gennaio 2009 Grisel Bethancourt ha scritto per La Critica:

“La città di Colòn è la più violenta della Repubblica di Panama, secondo un’analisi delle statistiche dei reati rilevati in tutto il paese e annunciata dal ministro del governo e della giustizia Dilio Arcia. Secondo Arcia questa conclusione deriva dal numero di omicidi a Colòn nel 2008. Ci sono stati 33 omicidi ogni 100.000 residenti, cifra che è maggiore dei 27 omicidi ogni 100.000 residenti a Panama City.  Questo rapporto sulla violenza che si manifesta sulla costa atlantica fa parte di una diagnosi della situazione criminale affrontata dall’intero paese. La maggior parte degli omicidi a Colòn è legata all’attività delle bande, ha detto Arcia. Nel 2008 ci sono stati in totale 652 omicidi nell’intera Repubblica di Panama, in cui l’attività delle bande, i regolamenti di conti, i contrasti tra gruppi rivali e le vendette sono stati le cause principali. Anche se Panama non è un paese che produce droga, la maggior parte dei crimini è legata al traffico di droga e l’80% degli omicidi è attuata con l’uso di armi da fuoco. Le statistiche indicano anche che nelle carceri l’età media dei detenuti è di trent’anni e che più di due terzi dei detenuti hanno iniziato la loro carriera criminale all’età di dodici anni, età in cui l’abbandono della scuola è una parte importante del problema.”

Il direttore della rivista ha risposto:

“Con 33 omicidi ogni 100.000 abitanti Colòn potrebbe benissimo essere la città più pericolosa dell’America Latina.”

Nel suo libro ‘What Uncle Sam Really Wants’ [Quello che vuole davvero lo Zio Sam], Noam Chomsky ha scritto della situazione di Panama dopo l’invasione:

“Gli Stati Uniti hanno rimesso al potere i banchieri dopo l’invasione. Il coinvolgimento di Noriega nel traffico di droga è stato irrilevante rispetto al loro. Il traffico di droga nel paese è sempre stato condotto principalmente dalle banche; il sistema bancario è virtualmente privo di regole, perciò è un canale naturale per il denaro della criminalità. Questa è stata la base dell’economia prevalentemente artificiale di Panama, e continua a esserlo, forse a un livello più elevato, dopo l’invasione. Le forze armate panamensi sono state anch’esse ricostruite fondamentalmente con gli stessi ufficiali.”

In generale tutto è sostanzialmente lo stesso, solo che ora sono al potere servitori più affidabili. Lo stesso vale per Grenada, che è diventata uno dei centri principali per il riciclaggio del denaro della droga dopo l’invasione statunitense. Anche il Nicaragua è diventato un canale importante per la droga diretta al mercato statunitense, dopo la vittoria di Washington alle elezioni del 1990. Lo schema è standard (come il fatto che è ignorato).

* * *

Uno dei dirigenti che lavora all’Hotel Four Points dello Sheraton in un sobborgo di Colòn chiamato Rainbow City [Città dell’Arcobaleno] proviene originariamente dalla capitale. E’ pronto a fare confronti ma non vuole essere nominato:

“ La vita qui è molto dura. Non sembra esserci molto che funziona qui adesso: l’assistenza sanitaria è orribile e lo stesso vale per l’istruzione … Noriega non era un santo, ma durante il suo governo i poveri e la classe media stavano bene. I ricchi, naturalmente, lo odiavano perché rendeva loro la vita difficile. Come il presidente che abbiamo adesso; per decenni è stato un nemico acerrimo di Noriega.”

Il nome “Rainbow City”, di cui parliamo, deriva dai tempi in cui i nord-americani stavano costruendo il Canale di Panama. Si dice che quando arrivarono qui, cominciarono ad alloggiare e segregare i lavoratori locali con criteri razziali, analogamente a quanto avevano fatto in patria negli Stati Uniti.

“Naturalmente io non ho vissuto quei giorni di segregazione,” dice Manuel. “E’ successo tutto prima che nascessi, ma i miei genitori e i miei nonni mi hanno raccontato tutto del passato. C’erano negozi, addirittura supermercati, soltanto per i bianchi e altri per il resto della gente.”

Poi è tornato all’invasione:

“Tutto dipende da con chi decidi di parlare, naturalmente. Senti una cosa dall’esercito e dalla stampa ufficiale, di proprietà dei ricchi, e senti il contrario da quelli i cui figli sono stati uccisi durante i bombardamenti e l’invasione. Quel che io posso dirti è che questo paese è stato usato come un enorme campo di addestramento dall’esercito statunitense. Hanno sperimentato qui ogni genere di equipaggiamento più recente e sofisticato, per controllarlo e vedere come avrebbe funzionato in scenari bellici più impegnativi. Hanno persino portato alcuni bombardieri invisibili in questo luogo isolato. Perché? Per combattere contro i proprietari delle lavanderie a gettone e dei minimarket? E non dimenticare che abbiamo una giungla molto buona qui. Sai cosa intendo con ‘buona’; è adatta a migliaia di scenari bellici diversi.” 

“Sono morti molti panamensi”, ha concluso Manuel. “Sì, sono morti in molti qui, a Colòn; sono stati bombardati, è stato sparato loro addosso. Ma sai una cosa? Difficilmente troverai qualcosa che ti ricordi quegli orrori. Anche se l’intera città sembra ora un’enorme zona di guerra, come qualcosa che è stato bombardato a tappeto, non sono quasi rimasti i buchi delle pallottole e nessun residuo delle strutture che furono bombardate.  Tutte le prove del crimine sono state accuratamente rimosse.”

Manuel non vuole che sia citato il suo vero nome. Perderebbe il lavoro se fosse associato agli intellettuali dell’opposizione e ai loro rapporti.

Prima di lasciarci mi conduce a un’ex stazione di polizia nel centro della città devastata.

“E’ stata totalmente distrutta, bombardata. Ora si vede solo il cancello.”

“Apparentemente è stato distrutto tutto qui attorno”, dico.

Annuisce.

* * *

Il giorno dopo vado a fare un giro per le marine eleganti all’esterno della città dove parlare lo spagnolo è chiaramente considerato déclassé e dove i catamarani inalberano bandiere degli Stati Uniti, del Canada e dell’Unione Europea. Visito una serie di fortificazioni ora designate patrimonio dell’umanità dall’UNESCO.

Soprattutto voglio vedere il Canale di Panama, quel mostro fortificato, quel capolavoro d’ingegneria orgoglio e dannazione di questo paese.

Mentre navi enormi si spingono maestosamente attraverso le chiuse, mentre rimorchiatori e locomotive fanno il loro lavoro di precisione, mentre bandiere di dozzine di nazioni di tutto il mondo sventolano sui vascelli e lungo il Canale, non si può fare a meno di pensare all’impressionante contrasto tra questa striscia di alta tecnologia e precisione che collega due oceani, e la nuda miseria a sole poche miglia di distanza.

Tra la città di Colòn e la chiusa di Gatun, sono in corso frenetici lavori di costruzione: il nuovo canale, nuove chiuse e una nuova via d’acqua che aumenterà il traffico marittimo attraverso Panama.

Le imprese che si sono aggiudicate il contratto di costruzione appartengono al Belgio, alla Spagna, all’Italia e ad altre nazioni. E la proprietà del Canale originale è stata ufficialmente trasferita dagli Stati Uniti a Panama nel 1999.

Ma non è un segreto che l’unica superpotenza rimasta sia fermamente al comando di questo paese strategicamente cruciale di soli circa 3,5 milioni di abitanti. Dal maggio 2009 governa il paese il superconservatore magnate dei supermercati filostatunitense Ricardo Martinelli.

“Al Torrijos di Panama è succeduto Ricardo Martinelli, di destra, che proviene da una delle più antiche famiglie oligarchiche, economicamente e politicamente, di Panama”, ha scritto Annie Bird per The Red Phoenix. “La JIATF-S, un’unità sotto il Comando Sud (SouthCom) dell’esercito statunitense ha lasciato Panama per Miami 19 anni fa, quando gli Stati Uniti hanno lasciato la Zona del Canale. L’anno scorso la JIATF-S è ritornata a Panama per fornire “Supporto Operativo” in una base militare statunitense riaperta che serve da Centro Operazioni per la Strategia Regionale di Sicurezza del Sistema Centro-Americano di Integrazione Regionale (SICA-COSR). Il COSR sarà molto probabilmente il centro regionale del programma di sorveglianza di confine C4I della JIATF che crea canali di controllo tecnologico e altri sistemi di sorveglianza elettronica collegati alla tecnologia di controllo di confine in Colombia e in Messico.” 

Altrove in America Centrale

L’eredità delle invasioni e degli interventi statunitensi è ancora visibile in tutta l’America Centrale; sfregia intere comunità, intere nazioni.

“La violenza delle bande, la cultura della droga, percentuali di criminalità estremamente elevate: queste sono tutte eredità dei conflitti e delle guerre importate”, mi ha spiegato molti anni fa il leggendario prete spagnolo padre Pepe, che dal 1985 combatte la violenza delle bande in El Salvador cercando di offrire opportunità e competenze ai giovani che sono stati reclutati in alcune delle più brutali bande del mondo, particolarmente “M18” e Mara Salvatrucha (MS13).

A San Salvador, nel Poligono Industrial Don Bosco, ho visto centinaia di giovani, maschi e femmine, apprendere attività commerciali e tentare di trovare il proprio posto nella società. Alcuni di loro avevano storie terribili che avevano mandato in frantumi le loro vite; avevano dovuto uccidere, assassinare a sangue freddo, al fine di sopravvivere e dimostrare la loro fedeltà alla banda. Molti di loro avevano perso famigliari nel corso della guerra civile, alcuni erano stati “inviati” negli Stati Uniti per istruzione. Alcuni si erano uniti a bande qui, altri in California o altrove.

Le guerre delle bande a El Salvador, in Honduras, Guatemala e Messico e, in misura molto minore in altri paesi centroamericani, hanno raggiunto proporzioni epiche per molti anni. Le attività delle bande spaziano dalle estorsioni, uccisioni, sequestri, incendi e gioco d’azzardo a rapine in banca e a truffe riguardanti proprietà.  La brutalità è inimmaginabile: decapitazioni e smembramenti sono le forme normali di esecuzione. Uno degli ex membri del MS13 mi ha confessato una volta che a una donna, dopo che era stata vittima di uno stupro di gruppo, è stato aperto il torace con un coltello e il cuore è stato mangiato dai membri della banda mentre era ancor viva.

In America Centrale, come in una guerra vera, ci sono solitamente due parti nel ‘conflitto’. Potrebbe trattarsi della guerra tra due bande o, come è stato per anni in El Salvador, di una guerra tra le bande e gruppi paramilitari di vigilanti ugualmente (se non più) brutali, come la squadra della morte Sombra Negra (Ombra Nera) che è formata da membri dell’esercito e della polizia e giustizia all’istante chiunque sospetti di appartenere ai maras.  

Per quanto brutali siano le bande, i loro membri sono il prodotto di una violenza che spesso è stata introdotta in questa parte del mondo dall’esterno. Questo è stato chiaramente il punto sostenuto da un grande regista francese, Christian Poveda, che ha passato anni a documentare le bande salvadoregne e che è stato egli stesso ucciso dai maras nel 2009.  Poveda ha spesso descritto i maras come “vittime della società”. In giugno mi sono recato nello stesso quartiere di Soyapango dove si presume sia stato assassinato il regista. Ho filmato i distintivi delle bande e poi ho chiesto all’autista di tornare indietro per consentirmi di fare delle fotografie. Mentre stavamo avendo il secondo approccio l’auto è finita sotto il fuoco.

Nello stesso pomeriggio ho visitato la città di Guazapa, una località in cui hanno avuto luogo alcune delle atrocità più terribili della guerra civile. Mi sono stati mostrati i pali dell’elettricità con i fori delle pallottole, i luoghi in cui l’esercito e le squadre della morte (molte delle quali addestrate negli Stati Uniti) caricavano contro i civili. Sono stato portato nei posti in cui le persone erano assassinate in piena luce del giorno.

Ho attraversato il fiume, fermandomi al muro di cemento dove un tempo sono stati incisi nel semplice monumento i nomi delle vittime, ma ora stavano scomparendo. Il fiume fluiva pigramente e si stava facendo buio e inquietante.

“Questo era il confine tra la terra controllata dal FLMN rivoluzionario e il resto del paese”, mi ha spiegato la mia guida, un allenatore di basket, Henrique (non il suo nome vero). “Migliaia di persone sono state massacrate qui dall’esercito, dai paramilitari, dalle operazioni clandestine statunitensi. I pendii del vulcano sono come una specie di enorme tomba. E perché? Soltanto perché la maggioranza del nostro popolo voleva il suo governo di sinistra!”

L’area è punteggiata dei criteri degli intensi bombardamenti (non diversi da quelli che ho visto in Laos e in Cambogia) con alcuni resti delle scuole e delle case dei contadini.

La guerra civile in El Salvador (1980-1992) secondo i conteggi ufficiali ha provocato tra i 70.000 e i 75.000 morti, ma si ritiene diffusamente che molte più di 100.000 persone siano state uccise o siano scomparse nel piccolo paese con poco più di 6 milioni di abitanti (stima 2012).

Faccio visita a un vecchio, il solo membro di una famiglia di trenta persone, massacrate durante la guerra. “Sono venuti con un camion, ci hanno caricato tutti sul cassone e poi hanno sparato a tutti uccidendoli a soli pochi chilometri di distanza. Io sono l’unico che è sopravvissuto.”  Ci accordiamo per un’intervista formale e una ripresa in futuro. Mentre comincia a scendere l’oscurità sui villaggi attorno a Guazapa il mio autista comincia a essere preso dal panico. “Quest’area è controllata dai maras”, mi spiega. Henrique lo calma. “Non ci attaccheranno. Ho allenato molti dei loro membri. Giochiamo a basket insieme.” Lo sport è il suo modo per attirare i giovani via dalla violenza.

“Si tratta per lo più di buoni ragazzi”, dice. “Ma guarda questo paese: quando erano bambini i loro genitori e i loro parenti scomparivano, macellati come animali. Dappertutto c’erano armi. La morte si nascondeva dietro ogni angolo e la vita non valeva un soldo; non aveva praticamente alcun valore.”

Oggi gli ex guerriglieri del FMLN governano El Salvador e le cose stanno cominciando lentamente a migliorare. Ma l’eredità della violenza permarrà nel paese per molti lunghi decenni.

Il coinvolgimento statunitense in El Salvador (e nel resto della regione) ha avuto un impatto devastante sulle società locali. Anche con i nuovi venti che soffiano sull’America Latina, è molto difficile cambiare le vecchie strutture di potere che sono solidamente al loro posto. E’ stata impiantata qui per generazioni non solo la corruzione finanziaria, ma anche quella morale.

Nel 1987 John Stockwell, ex agente di alto livello della CIA, tenne un intenso discorso sulle Guerre Segrete della CIA. Ha citato El Salvador, dove la guerra era in pieno svolgimento:

“Non incontrano le squadre della morte nelle strade dove loro fanno concretamente a pezzi le persone o le stendono a terra in strada e passano sulle loro teste con i camion. La gente della CIA in San Salvador incontra i capi della polizia e quelli che gestiscono le squadre della morte e coopera effettivamente con loro, li incontra accanto alle piscine delle ville. Ed è un tipo di rapporto civilizzato, sofisticato. E parlano dei figli, che vanno a scuola alla UCLA o a Harvard e in altre scuole, e non parlano degli orrori di quello che viene fatto. Fanno finta che non sia vero.”

Ma è stato vero ed è vero persino ora. In El Salvador la guerra civile combattuta per gli ideali e la sovranità è finita due decenni fa, ma la violenza non si è mai interrotta; si è trasformata in guerre insensate di bande e infiniti assassinii. Ci sono migliaia di elementi letteralmente malati della società, compresi i membri della Sombra Negra, che sono semplicemente troppo abituati a uccidere e troppo sicuri della propria impunità.

* * *

In Guatemala, uno dei paesi più feudali e razzialmente divisi del mondo, la guerra civile (1960-1996) si è presa quasi un quarto di milione di persone: 200.000 sono state uccise e 50.000 sono scomparse. Il conflitto è stato principalmente tra i governi di destra e l’esercito e i gruppi indigeni Maya, che in realtà rappresentavano la grande maggioranza del paese. I guerriglieri di sinistra del MR-13 hanno combattuto per 36 anni sia contro i governi fascisti filo-occidentali sia contro gli interventi statunitensi diretti (“consiglieri” dei Berretti Verdi, ad esempio) e indiretti.

Anche prima della guerra, il governo USA aveva ordinato alla CIA di lanciare l’operazione PBSUCCESS (1953-54) per fermare la ‘rivolta comunista’ in Guatemala, fondamentalmente le forze progressiste – “I rivoluzionari d’ottobre” – che avevano preso il controllo del paese dopo il 1944, attuando innumerevoli riforme orientate socialmente; un altro crimine terribile agli occhi dell’Impero.

Nel vicino Honduras gli Stati Uniti avevano fissato la propria continua presenza militare e da là appoggiavano (illegalmente persino secondo la Costituzione statunitense) i Contras terroristi oltre il confine in Nicaragua.

L’esercito dell’Honduras ha preso per anni ordini direttamente dagli Stati Uniti e ci sono state ondate intere di uccisioni extra-giudiziarie, appoggiate dalla CIA, nella storia del paese. Il famigerato “Battaglione 316” ha eseguito le peggiori. Ci sono stati anche rapimenti e sparizioni d’innumerevoli figure dell’opposizione di sinistra (compresi membri del Movimento di Liberazione Popolare Cinchoneros) ad opera delle forze armate.

Recentemente, nel 2009, il presidente di sinistra Manuel Zelaya è stato deposto in quello che è diffusamente ritenuto un colpo di stato appoggiato dagli USA.

Sia il Guatemala sia l’Honduras soffrono di alcuni tra i più altri livelli di violenza delle bande e della delinquenza di qualsiasi altro posto al mondo; ciò riconduce direttamente alle milizie e alle squadre della morte appoggiate e addestrate per decenni dagli Stati Uniti, così come alle guerre del passato avviate e alimentate dal Nord.

Il Nicaragua è diverso.

Non c’è altro paese dell’America Centrale che abbia sofferto di più per mano dell’Impero. Un avventuriero di nome William Walker si dichiarò re qui nel 1856, prima di essere cacciato dal suo ‘trono’ da altri paesi dell’America Centrale un anno dopo.

Agli inizi del ventesimo secolo il presidente Zelaya ha osò fare un tentativo di regolare l’accesso alle risorse naturale del Nicaragua e gli Stati Uniti hanno reagito con prevedibile furia, invadendo il paese nel 1909 e rimanendovi, con un breve intervallo, fino al 1933. Il Nicaragua fu trasformato in una colonia di fatto. Poco dopo che i marines se ne andarono fu installata la lunga e orribile era della dinastia Somoza (1936-1979), sponsorizzata dal Nord. Anastasio Somoza Garcia fu uno strano intruglio, un fascista e caudillo, ma soprattutto un fedele servitore dell’Impero. La sua progenie seguì la stessa linea; Anastasio Somoza Debayle, prima capo della famigerata Guardia Nazionale e poi presidente, fu “educato” a West Point.

Nel corso della brutale dittatura del clan Somoza, il Nicaragua perse quasi tutti i pini della costa; ci fu una deforestazione scatenata, l’erosione del suolo e l’impossessamento della terra da parte delle élite dominanti. Centinaia di migliaia di persone erano costantemente in movimento, trasferite, cacciate, costrette ad abbandonare la loro terra.  Pesticidi letali, come il DDT e la Dieldrina avvelenavano la terra. Gli interessi degli Stati Uniti e delle élite locali rovinavano il paese, sistematicamente e senza pietà.

La violenza della distruzione toccò vette inimmaginabili.

Ma, diversamente da altri luoghi, l’opposizione era ben organizzata e disciplinata. La lotta contro il fascismo non incluse soltanto armi, inglobò anche l’istruzione, il sentimento rivoluzionario espresso attraverso la poesia, la letteratura e la musica.

Dopo il devastante “terremoto di Managua” che uccise 10.000 persone e lasciò 500.000 senzatetto nel dicembre 1972, il governo aveva rubato gran parte dei fondi dei soccorsi internazionali. Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso e il 27 dicembre 1974 un gruppo di guerriglieri del FSLN entrò in azione e scoppiò la guerra per la liberazione del Nicaragua.

Per quasi sette anni il governo utilizzò le squadre della morte e bombardò i civili. Fu dichiarata la legge marziale e interi villaggi furono rasi al suolo. Gli Stati Uniti appoggiarono incondizionatamente il loro alleato. L’Unione Sovietica e Cuba si sentirono obbligate ad aderire alla lotta e sostennero il FSLN.

Il 19 luglio 1979 la dittatura di Somoza terminò. Fu proclamato il nuovo governo – sandinista – guidato dal trentacinquenne Daniel Ortega. Giovani rivoluzionari s’impossessarono della città, con le loro canzoni e il loro buonumore, portando speranza a una capitale spettrale.

Fu scatenata una favolosa energia creativa; iniziarono molti anni di ricostruzione della nazione. Dopo la brutale dittatura filo-statunitense, i sandinisti dovettero combattere la malnutrizione, l’inquinamento, la miseria e l’analfabetismo diffusi.

Ma il successo del corso indipendente scatenò, come sempre, una reazione furiosa da parte degli Stati Uniti, che abbracciarono i Contras, creati dalla Guardia Nazionale di Somoza e fortemente appoggiati dall’ex élite affaristica nicaraguegna. I Contras furono presumibilmente finanziati dagli elementi della CIA coinvolti nel commercio della cocaina in America Latina e dagli stessi Stati Uniti.

Negli anni di Reagan gli Stati Uniti scatenarono nulla di meno di una guerra contro la povera nazione centro-americana, distruggendone i porti, le infrastrutture e terrorizzando i civili. I Contras brutalizzarono la popolazione locale, facendo incursioni dalle loro basi in Honduras e Costarica. Come sempre in scenari simili, gli Stati Uniti hanno goduto di totale impunità. Anche se la Corte Internazionale di Giustizia (ICJ) condannò nel 1986 le loro azioni, gli USA si rifiutarono di pagare i risarcimenti al Nicaragua, anche dopo che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite aveva approvato una risoluzione al fine di premere sugli Stati Uniti perché pagassero la sanzione. Solo El Salvador e Israele avevano votato contro.

La brutalità della guerra civile spossò il paese e ne spezzò lo spirito rivoluzionario. I sandinisti persero le elezioni nel 1990 e poi di nuovo nel 1996.

Ho percorso l’intero paese nell’ottobre del 1996.  I resti della violenza erano dappertutto. Paesi e villaggi distrutti, i fori dei proiettili. A Rama ho affittato una piccola barca e sono sceso lungo il Rio Escondido. Là avevano avuto luogo i combattimenti più brutali nel corso della guerra. Ed è stato là che ho visto il resto più simbolico della guerra, il lungo e spettrale naufragio di un’imbarcazione da carico che marciva nel mezzo del fiume; l’imbarcazione era stata affondata dai Contras. Il suo nome era “Speranza”.

Immaginate elezioni “libere ed eque” (è così che sono state descritte dai mass media occidentali) in cui la maggior parte delle persone interrogate dice che vorrebbe votare per i sandinisti ma vota invece per la destra, troppo spaventata dalle minacce che provengono dall’ambasciata USA che pressoché apertamente lascia intendere che ricomincerebbe la guerra se la sinistra vincesse di nuovo in elezioni democratiche.

In quegli anni ho cercato di trovare un senso in tutto ciò che stava accadendo in Nicaragua e ho parlato con Daniel Ortega e con Eden Pastora, il Comandante Zero, prima eroe della rivoluzione e poi leader di una fazione dei Contras, l’uomo che apparentemente aveva rifiutato di accettare il comando e le tattiche statunitensi e che aveva suggerito alle sue controparti nordamericane di “mangiar merda”.  Una cosa mi è risultata chiara: indipendentemente da quanto il paese si sentiva spezzato, indipendentemente da quanto deprimenti erano le politiche regressive dei governi di destra, era evidente a tutti che il Nicaragua era “diverso” dalle altre nazioni dell’America Centrale. Era un luogo in cui il popolo sapeva ancora sognare un mondo migliore. C’era là molta più solidarietà e consapevolezza che in qualsiasi altro luogo della regione.

Quando quelli di sinistra (i Repubblicani) persero la guerra civile in Spagna, erano soliti dire:  “Abbiamo perso, ma avevamo canzoni migliori!” Persino quando ho lavorato in Costarica, una ‘star della regione’, ho provato conforto nell’attraversare il confine con il Nicaragua. Avevano sempre barzellette migliori e canzoni molto migliori lì.

Avere buone canzoni e una buona istruzione certamente aiuta. La nazione si è finalmente stretta insieme e nel novembre del 2006 Daniel Ortega ha vinto di nuovo le elezioni. Naturalmente è lungi dall’essere un leader perfetto. Pastora, che è tornato e ora è ministro del governo, è anche lui lontano dall’essere “pulito”. Ma che differenza tra il Nicaragua e quei paesi dell’America Centrale che sono passati anch’essi attraverso la spirale della violenza, come il Guatemala, Honduras e Panama!

* * *

Dopo essere finito sotto il fuoco a San Salvador, dopo aver visto tutta quella disperazione e quel decadimento nella città di Colòn, a Panama, sono arrivato in Nicaragua. Ci sono venuto soltanto per due giorni, per delle riprese supplementari che dovevo realizzare per uno dei miei documentari. Ho affittato un’auto e dopo essermi registrato in albergo a Managua, mi sono diretto alla splendida Granada sul Lago Nicaragua.

Era già pomeriggio inoltrato quando sono arrivato. Prima di entrare nel centro della città ho notato un parco vasto e accogliente di fronte alla storica stazione ferroviaria. Era punteggiato di impressionanti sculture moderne di grandi poeti nicaraguensi. Ciascuna scultura aveva incisa una poesia in caratteri bianchi sulla superficie nera. Ho letto i nomi e le poesie con venerazione: Ernesto Cardenal, Enrique Fernandez Morales, Manolo Cuadra, Jose Coronel Urtecho, Joaquin Pasos …

Bambini giocavano per tutto il parco e innamorati stavano seduti sotto quelle poesie incise, tenendosi per mano, abbracciandosi e baciandosi, sussurrando le promesse che sono sussurrate dagli innamorati dall’inizio del mondo.

C’era qualcosa di commovente  e di buono in tutta quest’atmosfera. Era un’immagine di pace, di gioia semplice, di gentilezza.

Mi ha colpito come qualcosa di molto simbolico; era parte dello spirito dell’America Centrale, la parte bella e tenera del mondo, con le grandi civiltà antiche e il suo spirito comunitario e di condivisione. In questo mondo sono nate molte grandi poesie e canzoni. Le coppie qui erano solite danzare sino alle prime ore del mattino mentre le storie fluivano spesso per giorni e notti. La bella terra e il bel mare producevano più che a sufficienza per sostenere quei pochi milioni di persone che vi vivevano.

Ma fuori dal Nicaragua e dal Costarica la violenza continua a torturare e a sfregiare le persone; il sangue continua a scorrere; le donne gridano di notte ricordando tutti gli orrori cui hanno assistito, ricordando gli uomini che hanno amato e perso, i bambini che hanno allattato e perso e tutta quell’ingiustizia che non sarà mai possibile perdonare e dimenticare.

Tutta quell’ingiustizia … E tutta quella violenza scatenata dalle generazioni di quelli che conoscevano solo guerre e dittature mostruose, le squadre della morte.

E’ probabile che il bambino che cresce giocando con il modellino in metallo di un vecchio treno a vapore sotto le statue di grandi scrittori crescerà per recitare le poesie al suo primo amore  da qualche parte in un parco simile a questo di Granada. E’ probabile che un bambino che ha giocato con coltelli e che è cresciuto assistendo a violenze indescrivibili si unirà a qualche banda, si dedicherà a uccidere e stuprare senza pensarci due volte.

In Guatemala, El Salvador, Nicaragua: il popolo è stato sicuro di qual era la società in cui voleva vivere. A un certo punto ha scelto governi progressisti e umani. Ma la sua scelta è stata annegata nel sangue. L’Impero, gli Stati Uniti d’America, mette gli affari e gli interessi coloniali prima di ogni considerazione per la vita umana. Centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini sono stati macellati. Non è mai arrivata nessuna scusa, nessun risarcimento.

Nazioni intere in rovina, città intere in rovina. Le bande, la violenza, la miseria: è questo che ha sostituito la speranza e la lotta naturale per la giustizia.

Solo due nazioni, solo due luoghi in questa torturata striscia di terra tra il Messico e il Darien Gap stanno ora risorgendo dalle ceneri: il Nicaragua e El Salvador. L’Honduras ha tentato ma è stato bloccato nel mezzo da ancora un altro vergognoso colpo di stato appoggiato dagli Stati Uniti. L’unico modo per sopravvivere per il Nicaragua ed El Salvador consiste nell’unire le forze, nell’abbracciare con tutta la loro forza i fratelli maggiori dell’America del Sud, quelli che si stanno unendo, quelli che finalmente ce la stanno facendo, quelli che, dopo secoli di servaggio, stanno ora orgogliosamente in piedi sulle proprie gambe.

Andre Vltchek è un romanziere, regista e giornalista d’inchiesta. Ha seguito guerre e conflitti in dozzine di paesi. Il suo libro sull’imperialismo occidentale nel Pacifico del Sud – Oceania – è pubblicato da Lulu. Il suo libro provocatorio sull’Indonesia post-Suharto e sul modello fondamentalista del mercato è intitolato “Indonesia – The Archipelago of Fear” [Indonesia – l’arcipelago della paura] e sarà pubblicato dalla Pluto Publishing House nell’agosto 2012. Dopo aver vissuto per molti anni in America Latina e in Oceania, Vltchek attualmente risiede e lavora in Asia Orientale e in Africa. Lo si può contattare sul suo sito web.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/where-the-wounds-refuse-to-heal-by-andre-vltchek

Originale: Counterpunch

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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