Agnelli agonizzanti e inascoltati al mattatoio dei coloni

Redazione 7 agosto 2012 1
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di Amira Hass – 6 agosto 2012

(clicca per ingradire la foto)

 

E’ ancora possibile vedere la ferita sotto l’occhio sinistro di Ibrahim Bani Jaber. I colpi che ha ricevuto all’orecchio sinistro suo fratello Jawdat invece non hanno lasciato segni visibili ma lui ha ancora un forte mal di testa.
Nel nostro incontro a casa loro, nel villaggio della Cisgiordania di Akraba, non hanno perso molto tempo a descrivere la paura e dolore che hanno provato quando sono stati attaccati.
Hanno preferito parlare del gregge di pecore appartenente alla famiglia, di quando sono accorsi per tentare di salvarlo quel 7 luglio, quando gli hanno detto che i coloni lo stavano attaccando.
Lo scontro violento, tra coloni provenienti dagli insediamenti Itamar e Giva 777 da un lato e palestinesi e residenti di Akraba dall’altro, è stato solo il peggior avvenimento del genere nello scorso mese. Ma resta, nonostante tutto, solo l’ennesimo episodio da inquadrare all’interno di una serie di aggressioni ed incursioni giornaliere.
Solo in poche occasioni questi incidenti fanno notizia. In gran parte dei casi, se viene fatta qualche indagine, non si arriva a nessuna denuncia.
La mappa mostra solo le aggressioni del mese scorso, ma non è completa perché non include Gerusalemme.
Si basa su documentazioni comprovate da verifiche incrociate con testimoni oculari provenienti dall’organizzazione israelo-palestinese Ta’ayush, dall’ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari e da B’Tselem (centro informazioni israeliano per il rispetto dei diritti umani nei territori occupati).
Haaretz continuerà regolarmente a monitorare gli eventi e altrettanto farà rispetto al modo in cui le autorità gestiranno tali incidenti.
 
Il 7 luglio mentre i fratelli di Bani Jaber stavano lavorando nei campi di grano Jihad, che stava curando le pecore, li ha chiamati in preda al panico.
“Sono arrivati i coloni e stanno massacrando le pecore.” I due fratelli si trovavano a circa di 3 chilometri dalla sorgente, a est del villaggio di Yanun. Jawdat (44 anni) è andato a parlare con i soldati che accompagnano gli agricoltori palestinesi ai loro campi.
Circa sei mesi addietro l’IDF (“la forza di difesa israeliana”) ha preso in carico una revisione di gestione per un campo d’addestramento (e poligono di tiro) che al suo interno avrebbe dovuto contenere campi, frutteti e case appartenenti a famiglie di Akraba.
Quando è stato deciso di riattivare questo campo l’IDF ha iniziato a proibire l’accesso ai propri terreni ai palestinesi.
Giva 777, un avamposto dell’insediamento di Itamar, si trova nello stesso campo militare (conosciuto come 904A).
Dror Etkes, che controlla il modo in cui i coloni si prendono la terra nella Cisgiordania, afferma che gran parte dei territori coltivati da Giva 777 si trovano su terre di proprietà palestinese e comunque all’interno del poligono di tiro.
Nei mesi passati Rahsed Fahmi, capo del consiglio locale di Yanun, il gruppo Israelo-palestinese Lohamin Leshalom (combattere per la pace) e Rabbis for Human Rights hanno messo in atto una lunga e faticosa campagna per fare in modo che le autorità garantiscano il diritto alla terra dei palestinesi.
Gli sforzi hanno prodotto dei frutti amari: ai palestinesi è stato concesso l’ingresso ai loro campi per una settimana, dal 3 al 10 luglio. Per quel periodo ormai gran parte del grano era stato perso.
 
Aspettando la morte
 
Quel giorno due jeep militari hanno raggiunto circa 40 agricoltori che stavano dirigendosi verso i loro campi.
Dopo la chiamata di Jihad, verso le 14.00 circa, Jawdat detto ad un soldato che parlava arabo che qualcosa di brutto stava accadendo alla sorgente. Riferisce di aver avuto la sensazione di non venire considerato in alcun modo. Nel frattempo suo fratello Ibrahim (42 anni) si è diretto in fretta verso il campo. Portava con sé il bastone per controllare le pecore. Jihad nel mentre era già fuggito. Alcune pecore vagavano senza meta. I coloni circondavano le restanti e, secondo Ibrahim, le stavano colpendo. Saranno stati tra i 10 e 20 coloni.
 
“Cosa vi hanno fatto le pecore?” ha urlato Ibrahim in arabo.
A quel punto altri membri della famiglia lo hanno raggiunto. Intano tre o quattro soldati gli impedivano di raggiungere le pecore. Il numero dei coloni è aumentato. Molti di loro indossavano magliette bianche. Due di loro, apparentemente, sembravano armati.
Ibrahim afferma di aver alzato il bastone per allontanare un colono da una pecora. Un soldato lo ha bloccato e lo ha colpito con il calcio del fucile, appena sotto all’occhio.
E’ caduto ed ha cominciato a sanguinare.
Ha visto il soldato tirare fuori legacci di plastica per ammanettarlo e quindi è scappato temendo che “lo avrebbero lasciato in mano ai coloni che poi lo avrebbero picchiato” proprio com’era successo il mese prima ad Orif. Ci sono stati degli spari, afferma, ed ha cominciato a camminare verso sud, sanguinando.
 
I soldati che avevano impedito a Jawdat di soccorrere il fratello lo avevano ammanettato e forzatamente lo avevano fatto sedere in terra.
Un soldato lo aveva colpito sull’orecchio con lo sfollagente. Jawdat afferma anche che un soldato lo abbia calciato sempre sull’orecchio.
Mentre era seduto con le mani legate dietro la schiena aveva visto alcuno dei coloni avvicinarsi.
Aveva avuto l’impressione di vedere un’ascia in mano ad uno di loro.
A quel punto aveva chiuso gli occhi in attesa di morire.
 
Jawdat pensa di essere stato colpito con il lato non affilato dell’ascia. Dopo il colpo ha perso conoscenza.
Testimoni oculari affermano che sono trascorse circa due ore prima di avere l’autorizzazione per soccorerlo.
Si ricorda di aver camminato nel passaggio da un’ambulanza israeliana ad una palestinese, in direzione dell’ospedale di Nablus.
 
Questi eventi hanno avuto luogo in diverse zone fisiche. Nessuno è riuscito ad avere un quadro generale dell’incidente.
I residenti di Akraba che sono stati attaccati hanno avuto la sensazione che il numero di coloni fosse in continuo aumento fino a raggiungere diverse dozzine.
I due blocchi hanno iniziato a lanciarsi pietre.
I soldati hanno sparato in aria e hanno lanciato lacrimogeni contro i palestinesi che cercavano di soccorrere i propri compagni.
E’ scoppiato un incendio anche se l’origine dello stesso è ancora da comprendere.
Uno dei residenti di Akraba è stato colpito da un lacrimogeno.
Un secondo è stato colpito al braccio da un proiettile di gomma e la ferita prodotta ha richiesto un ricovero in ospedale.
 
Un altro parente, Adwan Bani Jaber (58 anni), era presente agli eventi.
Ha dichiarato: “Ad una distanza di 800 metri dal frutteto mi sono trovato tra coloni e soldati.
Un soldato ha cominciato a sparare ed io gli ho chiesto: -perché spari? questa è casa mia-
Il militare ha risposto: -vai via!-
-Perché dovrei andare? Questa è casa mia!-
A quel punto mi ha detto che non c’erano problemi e non c’erano feriti.”
 
Adwan all’improvviso ha sentito una botta in testa: era una pietra lanciata dai coloni in presenza dei soldati.
 
Il portavoce dell’IDF ha dichiarato che l’esercito non ha avuto notizie di feriti dalle tre famiglie palestinesi.
Afferma inoltre che il 7 luglio si è verificato “uno scontro tra un certo numero di coloni ed un certo numero di palestinesi. Molti palestinesi sono giunti sulla scena e ci sono stati lanci di pietre da entrambe le parti. I palestinesi hanno fatto esplodere dei colpi. Le forze di sicurezza hanno cominciato a muoversi per disperdere le forze in campo utilizzando strumenti appropriati. Nel corso dell’operazione sono risultati leggermente feriti un colono e due palestinesi.
I feriti sono stati curati dal personale medico militare presente sul posto e i palestinesi sono stati inviati all’ospedale per un successivo controllo.
Gli eventi sono attualmente sotto investigazione e abbiamo preso atto delle opportune informazioni”
 
Jihad segnala che sono state uccise quattordici pecore, quattro il primo giorno e le altre nei restanti.
Adesso non porta più le pecore alla sorgente.
L’intera area agricola è stata nuovamente interdetta ai residenti di Akraba e Yanun.
Da lontano possono vedere i coloni che vivono nel poligono di tiro 904A mentre coltivano i loro campi.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/lambs-to-the-settlers-slaughter-screaming-and-unheard-by-amira-hass

Originale: Haaretz 

traduzione di Fabio Sallustro

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

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1 Commento »

  1. Redazione 8 agosto 2012 alle 07:18 - Reply

    Informazione integrativa:
    Tratto da
    http://frammentivocalimo.blogspot.it/2012/08/limpatto-umanitario-di-quelle-zone.html
    A sua volta tratto da
    http://www.amiciziaitalo-palestinese.org/index.php?option=com_content&view=article&id=3726:fast-facts-ochaopt-sulle-firing-zones-israeliane-nella-west-bank&catid=22:dossier&Itemid=42
    Originale Inglese:
    http://www.ochaopt.org/documents/ocha_opt_firing_zone_factsheet_august_2012_english.pdf

    NOTIZIE SINTETICHE
    - Circa il 18% della West Bank è stata designata come “zona militare chiusa” adibita ad esercitazioni, o “firing
    zones” (poligoni di tiro); questa è all’incirca la stessa superficie della West Bank sotto giurisdizione totale palestinese
    (Area A, 17,7%).

    - Circa 5.000 palestinesi risiedono nelle firing zones, (in 38 comunità), per lo più comunità di beduini o di pastori, la maggior parte delle
    quali vi risiedevano già da prima dalla chiusura dell’area.
    - Oltre l’80% delle comunità sono dislocate nell’area della Valle del Giordano, del Mar Morto o nelle colline a sud di Hebron.
    - Oltre il 90% delle comunità hanno scarsità di acqua, potendo accedere a meno di 60 litri al giorno pro capite (l/c/d), in rapporto ai 100
    litri al giorno pro capite raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità; più della metà ha disponibili meno di 30 l/c/d.
    - Nell’Area C, l’insicurezza alimentare raggiunge il 24% e sale al 34% tra i pastori, molti dei quali vivono nelle firing zones.
    - Due scuole e un asilo situati nella firing zones, al momento sono state raggiunte da ordini di demolizioni emessi nei loro confronti.
    - Fin dal 2010, circa il 45% delle demolizioni di stabili di proprietà palestinese sono avvenute nelle firing zones, con lo sfratto di oltre
    820 civili palestinesi.
    - Ci sono 10 avamposti coloniali israeliani situati parzialmente o interamente nelle firing zones.

    1 – Negli anni ’70, Israele ha proclamato larghe fasce della West Bank “firing zones” che sono differenti rispetto alle altre zone militari chiuse, come pure diverse da quelle che circondano le colonie israeliane o dalle aree che sono situate tra la Barriera e la Linea Verde. Una presenza palestinese in queste zone è ufficialmente proibita in assenza dell’autorizzazione concessa dalle autorità israeliane, che viene accordata molto raramente. Questi fattori hanno prodotto un grave impatto umanitario nei confronti della popolazione civile palestinese e hanno ridotto in modo drammatico la terra a loro disposizione a scopo residenziale o funzionale al proprio sostentamento.
    2 – Le firing zones, i cui confini non sono indicati con chiarezza sul terreno, sono rimaste in gran parte invariate fin dal momento della loro costituzione, nonostante i significativi cambiamenti della situazione della sicurezza. Molti residenti riferiscono che in quelle aree non ci sono quasi per nulla esercitazioni militari.
    3 – Nella West Bank , i residenti delle firing zones sono tra i più vulnerabili, con elevati livelli di bisogni umanitarie. La maggior parte dei residenti ha un accesso limitato o difficoltoso a fruire di servizi (come ad esempio l’istruzione e la sanità) mentre è totalmente privo di infrastrutture relative ad altri servizi ( che comprendono acqua, sistema fognario ed elettricità).
    4 – Le autorità israeliane eseguono regolarmente demolizioni in queste comunità, sia nel contesto di ordini di demolizione, che durante l’espletamento di ordini di sfratto. Molte comunità hanno subito svariate ondate distruttive. Gli avamposti coloniali israeliani insediati nelle firing zones di norma non hanno corso il rischio della demolizione delle loro strutture.
    5 – La maggior parte delle famiglie che risiedono entro o nelle immediate vicinanze delle firing zones sono di pastori, che dipendono per il proprio sostentamento dal pascolo sulle terre. Esse devono confrontarsi sistematicamente con limitazioni al pascolo del bestiame e sono soggette a multe consistenti e/o all’incarcerazione. L’accesso ridotto ad aree per il pascolo ha comportato un’accresciuta dipendenza dai foraggi e l’eccessivo sfruttamento di talune aree, contribuendo in entrambi i casi a fornire mezzi di sostentamento ridotti.
    6 – I residenti delle firing zones si trovano a dover affrontare una serie di altre difficoltà che includono la confisca di proprietà, la violenza dei coloni, il maltrattamento da parte dei soldati, limitazioni all’accesso e al movimento e/o penuria d’acqua. Queste condizioni, combinate insieme, concorrono a creare un ambiente repressivo che esercita una pressione sulle comunità palestinesi perché se ne vadano da tali aree.
    7 – Israele, in quanto potenza occupante, ha l’obbligo di proteggere i civili palestinesi e di amministrare il territorio in modo tale da garantire loro assistenza e bisogni fondamentali. Se le misure restrittive sono tali da rispettare i diritti civili basilari e rispondono a una valutazione di proporzionalità, la situazione umanitaria può essere migliorata. Anche il diritto internazionale vieta la distruzione o la confisca di proprietà private o pubbliche, eccetto che per ragioni dettate da esigenze militari, come pure lo sfratto eseguito con l’uso della violenza o il trasferimento di civili.
    (tradotto da mariano mingarelli)

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