Missione fallimento: Afghanistan

Redazione 2 agosto 2012 0
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Missione fallimento:  Afghanistan

 

Un messaggio scritto con il sangue che nessuno vuole sentire

 

Di Tom Engelhardt

1° agosto 2012

 

Immaginate per un momento che  quasi una volta alla settimana negli ultimi sei mesi qualcuno in qualche luogo del nostro paese avesse fatto irruzione, Bene armato in un cinema dove si proietta un film su un super eroe e avesse sparato agli spettatori. Questo avrebbe attirato la vostra attenzione, non è vero? 21 volte più di James Holmes? Sarebbe la notizia dominante su stampa e televisioni. Noi certamente consulteremmo gli esperti, cercando di trovare un senso dal quadro  cercando a fatica delle spiegazioni. E se la stessa cosa fosse avvenuta anche quasi una volta ogni 15 giorni nel 2011?immaginate lo shock, immaginate la reazione qui.

Ebbene l’equivalente è avvenuto in Afghanistan (meno, naturalmente, il film del super eroe). ha anche un nome: violenza dei versi sui blu. Nel 2012 – e due volte la settimana scorsa – i soldati, i poliziotti, o guardie della sicurezza, in gran parte in unità addestrate o istruite dagli Stati Uniti, o dai loro alleati della NATO, hanno rivolto i loro fucili contro questi mentori, a gente che li sta finanziando, sostenendo, che gli insegnano, e hanno premuto il grilletto.

E’avvenuto già almeno 21 volte in questi primi sei mesi del 2012, causando la morte di 30 Americani ed Europei, un salto del 50% rispetto al 2011, quando azioni simili avvenivano almeno 21 volte con 35 morti della coalizione. (Ho scritto “almeno” perché, in maggio, l’Associated Press ha comunicato che mentre i portavoce degli Stati Uniti e della NATO  davano notizia delle morti causate da queste azioni, gli incidenti dei “verdi contro i blu” ( i militari afgani con la divisa verde contro i militari della Nato con i berretti blu, n.d.t.) che non provocavano morti, anche se c’erano feriti, a volte non erano affatto riportati).

Considerate luglio.  Ci sono già stati almeno quattro attacchi del genere. Il primo, il 1° luglio, si dice che abbia coinvolto un membro della Polizia Nazionale Afgana per l’ordine civile, un settore che riceve un addestramento speciale, uccidendo tre soldati britannici a un posto di controllo nella Provincia di Helmand, nel cuore della zona talebana del paese. L’autore della sparatoria è stato catturato. Due giorni dopo, un uomo “con un’uniforme dell’esercito afgano”, ha rivolto la sua mitragliatrice contro soldati americani appena fuori una base della NATO nella provincia di Wardak, a est della capitale Kabul, ferendo cinque persone prima di scappare. (Nei primi servizi sul fatto, colui che spara in tutti questi incidenti è invariabilmente descritto come un uomo “con un’uniforme dell’esercito/polizia” come se fosse un talebano infiltrato, e quasi invariabilmente si viene a sapere che è un vero poliziotto o soldato afgano).

Poi, il 22 luglio, una guardia della sicurezza ha ammazzato tre poliziotti addestratori – due ex agenti statunitensi per la protezione ai confini e alla dogana, e un ex  un ex funzionario del Regno Unito  del Fisco  e della dogana, (mentre un altro agente in pensione della protezione dei confini e un interprete afgano sono stati feriti). Questo è avvenuto in una struttura per il’addestramento della polizia a Herat, nella zona nord occidentale dell’Afghanistan, vicino al confine iraniano, che  di solito è tranquilla. Il giorno dopo, un soldato di una base militare nella provincia di Faryab, nel nord del paese, ha puntato il fucile contro un gruppo di soldati americani che evidentemente lavoravano che essi come addestratori della polizia, ferendone due prima di essere uccisi dal fuoco di ritorno.

Notate che questi attacchi di luglio erano diversi dal punto di vista geografico: uno nel sud talebano,  a est della capitale, in una zona che ha visto un aumento  di attacchi dei talebani, e due in zone che non sono di solito considerate focolai degli insorgenti. Attacchi analoghi sono avvenuti per anni, molti dei quali di profilo di gran lunga più alto, che ha implicato le morti di un luogotenente colonnello  e di un maggiore americani; entrambi sono stati uccisi con un colpo di arma da fuoco alla nuca all’interno del Ministero degli Interni afgano di Kabul, sorvegliato massicciamente; l’uccisione di quattro soldati francesi (e il ferimento di 16), da parte di un sottufficiale afgano dopo un alterco; la prima uccisione di un un agente segreto delle forze speciali americane da parte di un commando afgano addestrato dagli Stati Uniti durante un assalto notturno congiunto; un attacco complesso organizzato da due soldati afgani e da un insegnante civile, in un avamposto congiunto che ha ucciso due Americani, ne ha feriti altri due, e ha messo fuori uso un veicolo blindato; l’uccisione, avvenuta nel 2011, di nove addestratori (otto ufficiali americani e un contractor) in un settore ad accesso limitto dell’Aeroporto internazionale di Kabul da parte di un pilota dell’aviazione afgana.

Nel 2007-2008, ci sono stati soltanto quattro attacchi dei verdi contro i blu che hanno provocato quattro morti. Quando hanno cominciato a moltiplicarsi, nel2010, l’impulso iniziale dei portavoce  della coalizione è stato di dare la colpa ai verdi per l’infiltrazione dei talebani (e i talebani si sono davvero presi il merito della maggior parte di questi). Adesso, i portavoce della NATO tendono a liquidare questi atti di violenza come un ripicca  individuale o come il risultato di alcune reclami contro le forze di coalizione piuttosto che come affiliazione talebana. Mentre riaffermano che la missione  di addestramento fatta dalla  coalizione è forza di sicurezza  per il paese, preferiscono presentare ogni caso come se fosse una stranezza locale che ha scarsi collegamenti con qualunque altro caso – “un incidente isolato [che] che ha alla base circostanze e motivi propri. (In privato, i militari statunitensi sono indubbiamente di gran lunga più preoccupati).

In effetti, c’è in opera un disegno impressionante che qui dovrebbe provocare articoli da prima pagina. Gli attacchi dei  verdi contro i blu si sono verificati in tutto il paese, in zone dove sono presenti insorti  miltanti, e dove non ce ne sono; continuano ad aumentare, e (per quanto possiamo affermarlo) sono quasi sempre commessi  da veri membri delle forze armate o della polizia afgana che hanno sperimentato in  da vicino e in modo particolarmente personale il progetto portato avanti dagli Americani nel loro paese. Inoltre, questi attacchi non coordinati in nessun modo, per quanto ne possiamo sapere. Sono atti individuali o di piccoli gruppi, in alcuni casi compiuti dopo  molta riflessione e calcoli,  in altri chiaramente fatti sotto un impulso improvviso.  Tuttavia, sembrano davvero rappresentare una specie di voto collettivo, ovviamente non espresso tramite elezioni, né, con i loro piedi, ma con le armi, come diceva Lenin a proposito dei soldati contadini russi che disertavano nella I Guerra mondiale.

Il numero di questi eventi è, dopo tutto, impressionante, dato che un Afgano che rivolge il fucile contro gli alleati americani o europei bene armati, probabilmente è destinato a morire. Un piccolo numero di coloro che hanno sparato sono scappati e pochi sono stati catturati vivi (compreso quello  che di recente è stato condannato a morte in un tribunale afgano), ma la maggior parte viene uccisa. In una situazione in cui i consiglieri stranieri e le truppe stanno ora chiaramente in guardia   e in tensione, , e in alcuni casi sono seguiti  da connazionali armati (gli “angeli custodi”),  il cui compito è di proteggerli da tali avvenimenti – questi sono fondamentalmente atti suicidi.

E’ quindi ragionevole supporre che, per ogni Afgano che agisce spinto da questo impulso così violento, ci  deve essere un gruppo di gran lunga più grande di colleghi delle forze di sicurezza che la coalizione sta costruendo, che hanno gli stessi sentimenti, ma che non agiscono contro di loro  (o semplicemente votano con i piedi, come i 24.590 soldati che hanno disertato, soltanto nei primi sei mesi del 2011). Al contrario del comportamento violento  di James Holmes ad Aurora, tali atti, per quanto possano essere estreme, non sono atti folli nel comune senso della parola. E per quanto possano essere  azioni sparse  e disparate,  hanno un qualche cosa di distintamente unitario.Sembrano, cioè, l’attuazione ripetuta di un atto singolo, fatto come in base a un piano o a un programma, in tutta la larghezza e larghezza del paese, o forse è un primo urlo di rifiuto della presenza americana e della NATO emesso da un popolo in armi che non ha conosciuto quasi altro al di fuori dei combattimenti, dello spargimento di sangue, e della distruzione per più di trenta anni.

Se l’importanza della violenza dei verdi contro i blu qui negli stati uniti non è ancora penetrata,  nella comprensione generale, considerate questo: queste azioni di tale portata numerica, sono storicamente senza precedenti. Non viene in mente nessun esempio di potenza coloniale, di potenza neocoloniale, o di super potenza moderna che combatta una guerra con “alleati” locali e le cui forze militari si trovano ripetutamente a essere attaccate con le armi che essi stessi hanno fornito agli alleati. Nei nostri registri storici non c’è nulla di vagamente paragonabile; non nelle guerre indiane del diciottesimo e diciannovesimo secolo, nell’insurrezione delle Filippine al volgere del secolo scorso, nella Corea all’inizio degli anni ’50, nel Vietnam negli anni ’60 e all’inizio degli anni ’70, o nell’Iraq in questo secolo. (In Vietnam, l’unica serie di eventi in qualche modo analoga, riguardava i soldati statunitensi, non la loro controparte sud vietnamita, che ripetutamente rivolgevano le armi contro i loro stessi ufficiali, in atti che, come quelli  a quelli della violenza dei verdi contro i blu, avevano un’etichetta tutta loro: “frammentazione”.

Forse l’unico esempio storico quasi analogo, potrebbe essere la Ribellione Indiana del 1857, che tuttavia, era stata una rivolta su vasta scala, non una serie di atti individuali non collegati tra di loro, anche se sempre in aumento.

Qualunque sia l’amarezza individuale o la protesta che è alla  base di  ogni singolo attacco, balugina  in essi chiaramente un messaggio cumulativo che i militari americani e Washington indubbiamente preferirebbero non sentire e che gli inviati, perfino quando fanno il totale dei   numeri, preferiscono esaminare in maniera troppo approfondita. Farlo significherebbe riconoscere il fallimento su vasta scala dell’attuale missione americana in Afghanistan. Dopo tutto, che cosa potrebbe essere più devastante, 12 anni dopo l’invasione di quel paese che ricevere questi attacchi che non arrivano dai nemici che gli Stati Uniti combattono ufficialmente, ma dagli afgani più vicini a noi, quelli che abbiamo addestrato spendendo quasi 50 miliardi perché ci sostituiscano nel controllo del paese quando le truppe da combattimento degli Stati Uniti si ritireranno.

Quella che vediamo è la forma più violenta che si possa immaginare di messaggio più radicale   da parte dei nostri alleati afgani, proprio quelle forze di sicurezza che Washington programma di continuare a sostenere   molto tempo dopo la data del ritiro del 2014 delle “forze di combattimento” statunitensi. Nella misura in cui i proiettili possono essere trasformati in parole, quel messaggio, inflessibile e che è proprio  di una mentalità sanguinaria, sarebbe come: la vostra missione è fallita, andatevene o morite.

La settimana scorsa  la violenza scatenata di Aurora ha ricevuto tutta l’attenzione qui negli Stati Uniti; molti più Americano stanno morendo per mano degli alleati afgani di quanti ne sono morti nella  grandinata  di colpi di arma da fuoco di James Holmes. E tuttavia il messaggio da quelle violenza più letali appare a mala pena nelle notizie e pochi qui vi prestano attenzione.

In realtà, la missione americana in Afghanistan è fallita anni fa. E’ stato come se avessimo rifiutato di notarlo, ma gli Afgani che stavamo addestrando se ne sono accorti. Ora stanno inviando un messaggio che non  potrebbe essere più netto o sinistro,  da quella terra straziata da una guerra senza fine. Non ascoltarlo significa, infatti, condannare altri Americani alla morte per mano alleata.

 

Tom Engelhardt, cofondatore dell’American Empire Project e autore di : The United States of Fear,

[Gli Stati Uniti della paura] e anche di: The End of  Victory Culture [La fine della cultura della vittoria], cura  il sito  del Nation’s Institute TomDispatch.com, dove questo articolo è comparso per la prima volta. Il suo libro più recente, scritto insieme a Nick Turse, è Terminator Planet: The First History of Drone Warfare, 2001-2050, [Pianeta terminator: la prima storia della guerra con i droni, 2001-2050]..

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/mission-failure-afghanistan-by-tom-engelhardt

Originale: TomDispatch.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione ©  2012  ZNET Italy -Licenza Creative Commons   CCBY  NC-SA  3.0

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