Il ritorno del re: Tony Blair e la magica scomparsa del sangue

Redazione 31 luglio 2012 0
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di David Cromwell  – 31 luglio 2012

Quanti crimini di guerra deve commettere un leader occidentale prima di essere considerato persona non grata dai media dell’industria e dall’establishment? Apparentemente non esiste limite, se dobbiamo giudicare in base alla reazione prevalente al ritorno di Tony Blair sulla scena politica.

L’11 luglio è stato annunciato che Tony Blair “contribuirà con idee ed esperienza” alla revisione della politica del leader laburista Ed Milliband. Apparentemente offrirà consigli su come “massimizzare” l’eredità economica e sportiva delle Olimpiadi di Londra del 2012.

Il Guardian ha moderatamente descritto l’annuncio come una “mossa controversa”; non necessariamente nel paese in generale, ha affermato il giornale, ma “forse specialmente all’interno del partito laburista”. Un titolo del Guardian dichiarava il “Ritorno del Re”.

John Harris, uomo di “sinistra”, ha offerto il suo piccolo contributo a spianare la strada a Blair:

“Ha solo cinquantanove anni, il ritratto della vitalità permanentemente abbronzata e ansioso di ‘fare la differenza’. Il futuro potrà riservargli un quarto periodo al numero 10 [di Downing Street, sede del primo ministro – n.d.t.]? Non dovremmo escluderlo.”

Harris ha dichiarato “che nonostante tutti i suoi errori, le sue trasgressioni e i suoi strepitosi errori di giudizio, resta qualcosa di magnetico nei suoi talenti.”

Quando Blair è comparso alla cena per la raccolta di fondi per il partito laburista all’Emirates Stadium dell’Arsenal, Harris ha segnalato che:

“E’ stato accolto dall’obbligatoria folla di dimostranti, ancora furiosa per il suo ruolo nella guerra in Iraq.”

E’ questa la faccenda curiosa con i manifestanti pacifisti; sono interminabilmente ‘furiosi’ per il fatto che il paese sia stato trascinato in una guerra illegale che ha portato alla morte di circa un milione di persone, creato quattro milioni di profughi iracheni, devastato l’infrastruttura dell’Iraq, generato sofferenze indicibili e bruciato oscenamente enormi somme di denaro pubblico in tempi di ‘austerità’. Forse noi britannici dovremmo semplicemente esibire la nostra compassatezza e passare oltre. Certamente ciò è quanto Richard Beeston, direttore per l’estero del The Times, suggeriva nel 2009:

“Tutto questo è accaduto sei anni fa. Dimentichiamolo.” (‘E’ la guerra che  è andata male. Non la decisione. Smettiamo di essere ossessionati a proposito della legalità dell’invasione dell’Iraq. E’ stata la campagna ad essere il vero disastro.’ – The Times, 26 febbraio 2009).

Un recente editoriale del Times ha dato il benvenuto al ritorno di Blair:

“Il partito laburista si sta unendo, ricorrendo al suo miglior talento disponibile e ricominciando a fare sul serio.” (Editoriale ‘Un anno nella politica’, The Times, 14 luglio 2012).

Il secondo avvento di Blair è stato lanciato con una chiacchierata amichevole nel programma di Andrew Marr alla BBC. Marr, ovviamente, è ben noto come analista politico del tutto imparziale e come ‘intervistatore cordiale e documentato [sic]’ (per citare un dispaccio a Hillary Clinton dell’ambasciata statunitense a Londra).

L’offensiva della propaganda è proseguita quando l’Evening Standard londinese ha pubblicato un’intervista all’ex primo ministro nel giorno in cui è stato ‘direttore ospite’ del giornale. Gli piacerebbe tornare a essere primo ministro un giorno? “Certo”, ha risposto. Un’intervista di sostegno con il direttore del Financial Times Lionel Barber ha proclamato:

“Cinque anni dopo aver lasciato il potere, Tony Blair vuole tornarvi. E’ pronto per un nuovo grande ruolo. Ma cosa esattamente lo spinge? E può convincere il mondo ad ascoltarlo?”

Sono stati citati ‘amici’ e ‘alleati’ non nominati, che indubbiamente hanno fatto circolare il messaggio approvato da Blair:

“Amici dicono che ha un disperato bisogno di svolgere un ruolo più importante, non perché abbia ambizioni di candidarsi alla massima carica, ma perché vuole essere partecipe. ‘Gli piacerebbe davvero essere di nuovo al centro dell’attenzione’, dice un alleato di vecchia data.”

Un editoriale del Guardian ha dato il suo piccolo aiuto:

“Sembra essersi un po’ ammorbidito dopo il suo libro [‘A Journey’ [Un viaggio], pubblicato nel 2011]; forse ha anche imparato ad avere un po’ di rispetto per la legge internazionale.” (“Impensabile? Tony Blair di nuovo in corsa da primo ministro.”)

Il giornale ha proseguito:

“Inoltre, non è questo il momento di agitarsi a proposito dei dettagli politici; c’è da considerare l’industria dello spettacolo. Nel 2007 John Major ha paragonato il lungo addio di Blair a quello di Nellie Melba; il prossimo ritorno deve dimostrare che lui è più Sinatra che Elvis. Può esserci soltanto un vero erede di Tony Blair ed è Tony Blair II.”

L’avanguardia del giornalismo liberale britannico ha davvero potuto fare un editoriale di appello per il ritorno di Blair? Non dovrebbe essere una totale sorpresa. Si ricordi che persino dopo il supremo crimine internazionale dell’invasione dell’Iraq, il Guardian si appellava ancora ai suoi lettori per la rielezione di Blair nelle elezioni politiche del 2005.

Il criminale di guerra autocritico

Il mese scorso il Guardian ha pubblicizzato i diari di Alastair Campbell, il guerrafondaio capo di Blair, con un estratto che narra un incontro con i ‘famosi svedesi britannici’, Sven Goran Eriksson e Ulrika Jonsson, e un altro che descrive la predilezione dell’ex primo ministro per l’olio d’oliva. E’ toccato a John Pilger fare il punto sul fatto che nei diari:

“Campbell cerca di rovesciare il sangue iracheno sul demone Murdoch. Ce n’è abbastanza da infradiciarli tutti.”

Andrew Brown, redattore della sezione ‘Opinioni’ dei Commenti Liberi del Guardian, si è tenuto alla larga dal sangue nel raccontare ai lettori che in un recente dibattito con Rowan Williams, l’Arcivescovo di Canterbury, Blair è stato ‘divertente e a volte autocritico’. Brown ha offerto un esempio del modesto umorismo di Blair:

“Una volta ho scritto un volantino sul perché una legge sui diritti umani in Gran Bretagna sarebbe stata assolutamente una pessima idea. Poi, da primo ministro, ne ho introdotta una.”

Forse è utile ricordare che anche i criminali di guerra possono essere ‘divertenti’ e ‘autocritici’.

Per contro, l’editorialista dell’Independent, Matthew Norman ha reso chiaro il suo disprezzo per Blair:

“Lo si chiami un atroce errore di giudizio strategico, un esperimento neoconservatore demenzialmente distorto, un crimine di guerra o quel che si vuole, resta perfettamente chiarito in questi termini infantili: il signor Blair ha fatto una cosa davvero terribile, con conseguenze indicibilmente terribili per il popolo dell’Iraq, per i soldati uccisi e mutilati nel perseguire la sua follia, e per quelli che sono morti e sono rimasti feriti qui, negli attentati dinamitardi per rappresaglia nel luglio 2005, il mattino dopo che la trentesima Olimpiade era stata assegnata alla città di Londra.”

Ha proseguito:

“Tony Blair non è un profeta ingiustamente non onorato bensì un paria nella sua stessa patria. E’ un paria perché è stato colluso in un atto di enorme malvagità, e incalcolabili centinaia di migliaia di persone sono morte e milioni e milioni hanno sofferto mostruosamente in conseguenza.”

Norman ha giustamente osservato che Blair è “armato di una cricca di ultras lealisti nella stampa”. Ciò, accoppiato alla protezione di un establishment largamente favorevole, significa che ‘forse nessuna forza al mondo può penetrare la sua corazza di titanio’.

Ma una componente vitale della ‘corazza di titanio’ che protegge Blair è l’astensione dei giornalisti ‘tradizionali’ dal descrivere come crimini di guerra  le azioni dell’ex primo ministro e dei suoi complici nella cospirazione.  Lo stesso Matthew Norman si è trovato in difficoltà quando ha scritto, con una perdita di nerbo:

“Lo si chiami un atroce errore di giudizio strategico, un esperimento neoconservatore demenzialmente distorto, un crimine di guerra o quel che si vuole.”

Quanto alla ‘cricca di ultras lealisti nella stampa’ Norman non ha fatto nomi. Ma essi includono gli stessi caporedattori dello stesso giornale di Norman, l’Independent; per non citare almeno uno dei suoi colleghi all’Independent della domenica, l’agiografo di Blair, John Rentoul. Proprio come Matthew Norman non oltrepasserà i limiti impostigli, così Simon Jenkins del Guardian, quando sostiene che ‘un atto di umile espiazione salverebbe la reputazione dell’ex primo ministro’.  Lampante nella sua omissione è qualsiasi richiesta che Blair e i suoi complici siano processati a L’Aia per crimini di guerra.

Come dice giustamente Pilger a proposito della guerra di aggressione dell’occidente contro l’Iraq:

‘il riconoscimento che i rispettabili, liberali media adulatori di Blair sono stati complici vitali di tale crimine epico è omesso e resta un singolare test dell’onestà intellettuale e morale in Gran Bretagna.’

Così come dalla corazza di titanio dei media del sistema, Blair è anche protetto dalla ‘feroce opposizione di Whitehall alla divulgazione di documenti chiave relativi all’invasione dell’Iraq, in particolare delle registrazioni delle discussioni tra lui e George Bush.’  Ciò si è tradotto nel fatto che l’inchiesta Chilcot sulla guerra in Iraq non pubblicherà il suo rapporto prima di una qualche data del 2013.  L’ex Segretario del Governo Lord O’Donnell risulterebbe aver detto a Chilcot che pubblicare le note di Blair danneggerebbe le relazioni della Gran Bretagna con gli Stati Uniti e non sarebbe nell’interesse del pubblico. Questa è un’espressione in codice per ‘la classe dirigente deve proteggere sé stessa’.  

Aggiustamento delle informazioni dei  servizi e dei fatti per l’Iran

Sulla rete The Real News, Annie Machon e Ray McGovern ci ricordano che sono passati quasi esattamente dieci anni da quando Blair si è incontrato a Downing Street con i principali ministri, e alti ufficiali dell’esercito e dirigenti di vertice dei servizi segreti per un aggiornamento su come gli Stati Uniti avevano programmato di ‘giustificare’ l’attacco all’Iraq. Sir Richard Dearlove, capo del MI6, era appena tornato dagli Stati Uniti dove si era incontrato con il suo omologo, il direttore della CIA George Tenet.

La famosa ‘relazione di Downing Street’, i verbali ufficiali della riunione del 23 luglio 2002, rivela che Dearlove aveva raccontato a Blair e ai presenti quello che aveva sentito da Tenet; precisamente che Bush aveva deciso di rimuovere Saddam Hussein lanciando una guerra che sarebbe stata ‘giustificata da una combinazione di terrorismo e di armi di distruzione di massa.’

Dearlove aveva spiegato come sarebbe stato fatto: “Le informazioni dei servizi segreti e i fatti sono aggiustati in funzione della politica.’ Ciò era seguito all’accordo dell’aprile 2002 tra Bush e Blair quando il primo ministro aveva soggiornato nel ranch del presidente a Crawford, in Texas. Blair si era impegnato a offrire il sostegno britannico all’invasione dell’Iraq.

Machon e McGovern ricordano la campagna di propaganda cui è stato assoggetto il pubblico:

‘Nella tarda estate del 2002, la minaccia sintetica dell’Iraq era stata “arricchita” da una ben affinata macchina di propaganda costituita dai servizi segreti statunitensi e britannici. Le acrobazie sono state infinite: titoli che strillavano “mancano 45 minuti alla catastrofe”; le menzogne a proposito di Saddam che ricostituiva il programma iracheno di armamenti nucleari; e giornalismo scandalistico a proposito dell’ossido d’uranio che l’Iran si diceva stesse cercando nell’Africa più nera.’

‘I cittadini britannici sono stati imboccati di false informazioni dei servizi sul Dossier del Settembre e poi, proprio sei settimane prima dell’attacco contro l’Iraq, il Dossier ‘Sospetto’, basato su una tesi di dottorato vecchia di dodici anni raccolta su Internet, assieme a informazioni grezze non verificate dei servizi segreti che si sono rivelate false; il tutto presentato da spie e politici come informazioni segrete minacciose e scottanti.’

‘Così è stato costruito il caso per la guerra. Tutte menzogne; centinaia di migliaia di morti, feriti, mutilati e milioni di profughi iracheni; e tuttavia nessuno è stato chiamato a risponderne.’

Anziché essere chiamati a risponderne, alcuni dei perpetratori sono stati premiati:

‘A Sir Richard Dearlove, che avrebbe potuto prevenire tutto questo se avesse avuto l’integrità di parlare con franchezza, è stato consentito di andare in pensione con tutti gli onori ed è diventato  rettore di un college di Cambridge. John Scarlett, che da capo del Comitato Congiunto dei Servizi d’Informazione aveva autorizzato i dossier fraudolenti, è stato ricompensato con l’incarico spionistico di vertice al MI6 e con il cavalierato. George W. Bush ha concesso a Tenet la Medaglia presidenziale della Libertà, la più alta onorificenza civile. Svergognati.’

Machon e McGovern sostengono che le informazioni dei servizi vengono aggiustate di nuovo; questa volta a sostegno di un possibile attacco all’Iran:

‘Giusto la settimana scorsa [Sir John] Sawers, che è succeduto a Scarlett tre anni fa come capo del MI6, ha tenuto un notevole discorso in cui non solo ha vantato il ruolo operativo del MI6 nell’ostacolare il presunto tentativo iraniano di sviluppare un’arma nucleare, ma anche affermato che l’Iran avrà la bomba nel 2014. Ombre dell’arruffianamento del MI6 nei confronti della politica nel 2002.’

E tuttavia l’opinione condivisa – persino dalle agenzie statunitense e israeliana – è che l’Iran non ha deciso di fabbricare un’arma nucleare da quando il suo programma è stato interrotto nel 2003. I professionisti dei media apparentemente non sono in grado di afferrare questo fatto fondamentale. Un articolo di Robert Fisk sulla Siria, sull’Independent della domenica di ieri, aveva un sottotitolo che faceva un’affermazione non qualificata a proposito dell’Iran e delle sue ‘armi nucleari’. Presumibilmente è stato scritto da qualcuno dei viceredattori del giornale. Fisk andrà dritto dal suo direttore a lamentarsi di questa rappresentazione scorretta?

Ma l’assenza di armi nucleari in Iran non ha evitato che il paese sia pronto per l’’intervento’ occidentale. Val la pena di far riferimento ancora una volta alla testimonianza del generale Wesley Clark, l’ex capo della NATO, quando ha ricordato una conversazione con un generale del Pentagono nel 2001, poche settimane dopo gli attacchi dell’11 settembre:

“Si protese in avanti sulla scrivania. Raccolse un pezzo di carta. E disse: “Ho appena ricevuto questo da sopra” – intendendo l’ufficio del Segretario alla Difesa – “oggi.” E disse: “Questo è un promemoria che descrive come prenderemo sette paesi in cinque anni, a cominciare dall’Iraq, e poi Siria, Libano, Libia, Somalia, Sudan e, per finire, l’Iran.”’

Sembra che i giornalisti non riescano semplicemente a fare a meno di ignorare tali fatti scomodi. E dunque, a meno che il pubblico esiga diversamente, gli editori e i giornalisti del sistema continueranno a svolgere il loro solito ruolo obbediente al servizio del potere.

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/the-return-of-the-king-tony-blair-and-the-magically-disappearing-blood-by-david-cromwell

Originale: Medialens

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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