Pericolo in agguato per i profughi palestinesi in Siria

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di Ramzy Baroud  – 27 luglio 2012

“Le fiamme si stanno rapidamente avvicinando a Yarmouk (come se) qualcuno stesse cercando di trascinare i palestinesi nel fuoco”, ha scritto il commentatore palestinese Rashad Abu Shawar (secondo la citazione del Jerusalem Post israeliano del 20 luglio).

Yarmouk è il più grande campo profughi palestinese in Siria. I suoi abitanti costituiscono quasi un quarto dell’intera popolazione di quasi 500.000 profughi in Siria. Nonostante la persistenza del ricorso e l’insistenza sul loro diritto al ritorno in Palestina, la comunità palestinese in Siria è, nel complesso, come ogni altra comunità ordinaria.  

Naturalmente ”ordinarietà” non è un termine che si adatti agli sfortunati palestinesi profughi in paesi arabi. Ghassan Kanafani, un famoso romanziere palestinese, scrisse: “Oh, palestinesi, attenti alla morte naturale.” Egli espresse orgogliosamente con chiarezza come il suo popolo era preparato a ogni possibilità. Lo stesso Kanafani fu assassinato, assieme a sua nipote, in attentato orchestrato dal Mossad israeliano a Beirut nel luglio 1972.

I profughi palestinesi in Siria non possono neppure aspettarsi di vivere al di fuori di un paradigma di pericolo e imprevedibilità. I loro fratelli in Libano hanno imparato la stessa lezione anni fa. Anche i palestinesi in Kuwait sono stati perseguitati su vasta scala nel 1991, assieme ad altre comunità accusate di aver simpatia per Saddam Hussein. Come c’era da aspettarsi, la piccola comunità palestinese in Iraq ha ricevuto anch’essa la sua quota di maltrattamenti dopo l’invasione statunitense del 2003.

Con questo non si vuol dire che la comunità palestinese sia stata la sola a soffrire in tempi di guerra. Ma, a causa della loro mancanza di scelte, la condizione dei profughi palestinesi è spesso la più pericolosa e disperata. Sono apolidi. La maggior parte dei paesi arabi concede loro intenzionalmente, in vari modi, uno status legale precario per mantenerli chiusi e facilmente controllati. Il problema è, tuttavia, complicato da guerre che alimentano esodi di massa. I profughi apolidi sono sempre piantati in asso, lasciandoli vulnerabili a infinite sofferenze e prevaricazioni.

Prima del 2003 risiedeva in Iraq una piccola comunità di 35.000 palestinesi. Non erano stati praticamente mai associati a controversie politiche. Quando ebbe luogo l’invasione USA, tuttavia, divennero un facile bersaglio per diverse milizie, forze statunitensi e bande criminali. Molti furono uccisi.  Altri correvano in circolo in cerca di un porto sicuro altrove in Iraq, inutilmente, e a migliaia si sono trovati arenati in campi profughi ai confini con la Giordania e con la Siria. Ciò evidenziava come il problema dei profughi palestinesi fosse reale e urgente come sempre. La condizione di senzatetto dei palestinesi imbarazzava, anche, gli arabi che non hanno mai smesso di dichiarare guerre verbali contro Israele e tuttavia non ospitavano campi profughi. Persino le fazioni palestinesi, con le loro proprie guerre intestine, offrivano soltanto non impegnative e pietose dichiarazioni di sostegno.

La situazione in Siria promette di essere anche peggiore. Storicamente c’è stato cattivo sangue tra la Siria e alcune fazioni palestinesi, compreso Fatah, il partito dominante dell’OLP, e anche l’Autorità Palestinesi (PA) con sede a Ramallah. Mentre Damasco ha ospitato negli anni varie fazioni palestinesi di sinistra, Hamas non è tornato a Damasco se non dopo la rottura con la Giordania.

In mesi recenti Hamas ha silenziosamente abbandonato i propri uffici di Damasco. Era impossibile per il movimento islamico operare in una situazione in cui riceveva forti pressioni perché prendesse posizione. Il suo tentativo di trovare un’accettabile via di mezzo – sostegno al popolo siriano ma ammonimento contro i tentativi stranieri di indebolire la Siria – ha trovato orecchie sorde. Alcuni governi arabi hanno insistito nel premere sui dirigenti di Hamas per giungere a una decisione conclusiva a proposito del conflitto non scelta da loro e alla fine li hanno costretti a separarsi dalla Siria.

Il dibattito politico a proposito della Siria è divenuto una delle narrazioni più polarizzanti in rapporto alla cosiddetta Primavera Araba. I palestinesi sono stati presi in tale polarizzazione. Al Jazeera ha reso un cattivo servizio ai profughi palestinesi insistendo nel contestualizzare i palestinesi come parte del più ampio discorso sulla Siria. La rete televisiva sa bene cosa accade agli apolidi, vulnerabili palestinesi quando finiscono i conflitti. I giornalisti hanno fatto un buon lavoro nel documentare le umiliazioni sofferte dai palestinesi in Iraq. Anche se solo per motivi puramente umanitari i media arabi dovrebbero cercare di descrivere come  neutra la presenza palestinese nel conflitto siriano.

I palestinesi sono già nel mirino. Da quando è iniziato il conflitto sono stati riferiti 300 morti palestinesi in Siria. La PA afferma di essere in contatto con le autorità siriane per garantire la sicurezza della grande popolazione dei profughi. Molte delle uccisioni risulterebbero aver luogo a Yarmouk. I media arabi che si oppongono al governo siriano di Bashar Assad incolpano le forze di sicurezza siriane per gli attacchi ai palestinesi. Ma altri media raccontano una storia diversa.

“Nell’incidente peggiore, sedici membri dell’Esercito di Liberazione della Palestina, che è appoggiato dalle autorità siriane, sono stati uccisi dopo che uomini armati avevano fermato il loro autobus e li avevano rapiti”, ha riferito Khaled Abu Toumeh il 20 luglio sul Jerusalem Post. “I corpi dei palestinesi, le cui gole erano state tagliate, sono stati scoperti successivamente in un campo alla periferia di Damasco.” Una dichiarazione diffusa il 16 luglio dal comando congiunto dell’Esercito della Siria Libera, e citato dall’AFP, ha definito ‘bersagli legittimi’ “i dirigenti palestinesi favorevoli al regime sul suolo siriano”. Considerando che la collaborazione tra le varie fazioni dell’OLP e la Siria risale a decenni addietro, l’appello suona come una campana a morto per i numerosi palestinesi in Siria. L’Esercito di Liberazione della Palestina, per una volta, ha svolto un ruolo più o meno simbolico. E’ stato a malapena coinvolto in una qualsiasi azione militare, in Siria o all’estero. L’odioso macello di questi uomini segnala un deciso tentativo di punire palestinesi innocenti.

I profughi palestinesi probabilmente si troveranno di nuovo in fuga in quanto la situazione è così pericolosa. Le fazioni palestinesi devono mettere da parte il proprio interesse individuale e unirsi, anche se temporaneamente, per proteggere i profughi palestinesi in Siria. L’agenzia dell’ONU per i rifugiati, UNHCR, il cui scopo principale consiste nel “salvaguardare i diritti e il benessere dei profughi” deve agire ora per garantire la sicurezza dei profughi palestinesi in qualsiasi sinistro scenario futuro. La Lega Araba, che ha fatto poco per proteggere i profughi palestinesi quando rimasti prigionieri di conflitti regionali, deve agire questa volta per redimere le sue mancanze del passato.  

Non c’è nulla di peggio che essere un profugo in fuga, eccetto essere un profugo in fuga continuamente, con un perpetuo status legale di apolide e senza alcun paese in cui cercare rifugio. Quanto ai media arabi, dovrebbero sapere bene che il loro insistere nel presentare i palestinesi come una parte di rilievo nel bagno di sangue in Siria equivale a preparare per loro un disastro enorme, per dire il minimo.

Ramzy Baroud (www.ramzybaroud.net) è un giornalista internazionali indipendente e direttore di PalestineChronicle.com. Il suo libro più recente è ‘My Father Was a Freedom Fighter: Gaza’s Untold Story’ (Pluto Press, Londra) [Mio padre era un combattente per la libertà: la storia non narrata di Gaza].

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/lurking-danger-palestinian-refugees-in-syria-by-ramzy-baroud

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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