Cuba: in arrivo l’economia cooperativa?

Print Friendly

di Marcelo Vieta  – 21 luglio 2012

Nel 2011 mi sono recato due volte a Cuba per studiare le nuove cooperative. In giugno sono stato gentilmente invitato da Camila Piñeiro Harnecker, professore all’Università dell’Avana e una delle principali esperte del paese sul suo movimento cooperativo, a partecipare a due congressi. A dicembre Wendy Holm (agronomo canadese e agevolatore cooperativo che opera a Cuba da dodici anni) mi ha esteso un invito a partecipare ai seminari di “Percorrere il Cammino: la via cubana a un’economia più cooperativa e sostenibile”, di nuovo all’Avana. In entrambe le visita ospiti internazionali hanno condiviso con i nostri padroni di casa cubani esperienze e sapere sul modello organizzativo cooperativo. Lo scenario era, in entrambe le occasioni, costituito dalle riforme recentemente proposte emergenti da los nuevos lineamientos (le nuove linee guida) del Sesto Congresso del Partito Comunista Cubano, completate e pubblicate il 18 aprile 2011. 

Entrambe queste esperienze sono state rivelatrici e ispiratrici e piene di promesse di un possibile ampliamento del movimento cooperativo a Cuba, costruendo nel contempo durature reti transnazionali di praticanti e ricercatori delle cooperative provenienti da Cuba e da lontano. In poche parole, queste visite suggeriscono che Cuba è sull’orlo di operare un grande tentativo di costruire un settore basato sulle cooperative. Questo ricorda parte del pensiero classico di Robert Owen, William King, George Holyoake e persino Karl Marx, su una società basata sulle cooperative. Ma, indubbiamente, rimangono per Cuba grandi sfide lungo questo percorso, così com’è accaduto ad altre economie basate sulla gerarchia di uno stato centrale quando sono passate a un periodo di trasformazione strutturale. Quella che segue è una relazione di queste visite sul campo e delle discussioni ai congressi.

All’arrivo a Cuba a fine giugno 2011 ho notato quasi istantaneamente i mezzi del suo popolo e specialmente la sua tenacia nel tirare avanti con poco. In molti modi, ho scoperto, i cubani stavano già forgiando ormai da decenni una realtà socio-economica alternativa. Possiamo, ad esempio, pensare a come hanno rivoluzionato il loro settore agricolo durante e dopo il Periodo Speciale, facendo di Cuba la prima nazione ad adottare un settore agricolo prevalentemente organico, radicato in cooperative agricole e sul concetto di sussidiarietà (cioè l’attività economica con una forte concentrazione sul locale e amministrata da locali).

I due congressi cui ho partecipato nel giugno 2011 sono stati eccezionali, anche se decisamente per certi aspetti un po’ sorprendenti per me. Per primo, ho partecipato al congresso su  “Responsabilità sociale delle imprese, Cooperative e Sviluppo Locale”  il 21 giugno, con un gruppo composito di operatori delle cooperative, imprenditori sociali e ricercatori del campo dell’economia sociale e solidale provenienti da diverse parti dell’America Latina e del Canada,  organizzato in parte dal Centro per gli Studi sull’Economia Cubana dell’Università dell’Avana, da una ONG latinoamericana chiamata Fundaciòn AVINA,  e da un imprenditore sociale statunitense, Eric Leenson. Al primo congresso ho presentato alcuni dei risultati del mio lavoro etnografico e sulla politica economica a proposito delle empresas recuperadas por sus trabajadores (imprese recuperate dai dipendenti, o ERT) argentine.  

In base ai commenti che mi sono stati offerti successivamente, molti studiosi e dirigenti cubani presenti, che collaborano con le cooperative e con iniziative di sviluppo locali, sono sembrati affascianti dalle esperienze dei lavoratori che hanno rilevato imprese in difficoltà in Argentina. Erano interessati a saperne di più su come far funzionare l’autogestiòn (autogestione) in un paese che non ha esperienze concrete riguardo alle cooperative in generale, al di fuori dell’agricoltura, un settore in cui si sono impegnati in esperimenti promettenti con le Cooperativas de Crédito y Servicio e le Cooperativas  de Producciòn Agropecuarias  (cooperative di produttori e consumatori nel settore agricolo note anche, rispettivamente, come CCS e CCP) e con le Unidades Bàsicas de Producciòn Cooperativa (cooperative gestite dai dipendenti e di proprietà statale che servono il settore agricolo, note anche come UBPC) (Piñeiro Harnecker, 2011a).

Questi studiosi e dirigenti cubani con i quali ho parlato consideravano le esperienze dei lavoratori argentini che avviavano cooperative da zero come simili a quelle in cui potrebbero doversi imbarcare molti cubani nei prossimi mesi e anni. Ciò è particolarmente vero, hanno condiviso con me, dato che centinaia di migliaia di lavoratori cubani saranno trasferiti dall’empleo estatal (“impiego statale”) all’empleo no-estatal (“impiego non statale”) nel corso dei prossimi pochi anni.

In effetti l’idea dei nuevos lineamientos del Partito Comunista Cubano consiste nell’accrescere il settore dell’occupazione non statale dal 16% della forza lavoro cubana (dati del 2010) al 35% dei lavoratori cubani entro il 2015. Ciò dovrebbe significare che in tre anni, se queste proiezioni saranno confermate, Cuba avrà 1,8 milioni di lavoratori non statali impiegati come cuentapropistas (lavoratori in proprio), trabajadores asalariados (lavoratori salariati) o cooperativistas (cooperativisti) (Piñeiro Harnecker, 2011a).

Anche se molti di questi nuovi lavoratori non statali hanno il potenziale per finire a lavorare in un settore cooperativo non rurale ampliato, potrebbero ugualmente essere occupati in un settore privato in ampliamento. C’è spazio nelle riforme economiche anche per un boom dell’attività privata (sezioni da 11 a 24 dei lineamientos), assieme alla continuazione delle “entità finanziate dallo stato” (sezioni da 30 a 34).  Comunque è anche innegabile che le sezioni da 25 a 29 dei lineamientos lasciano ampio spazio a un ampio sviluppo del movimento cooperativo. La sezione 25 a proposito delle “Cooperative di primo livello” inizia così:

saranno create come forma socialista di proprietà collettiva in vari settori. Una cooperativa è un’organizzazione aziendale che è proprietaria del suo patrimonio e rappresenta una persona giuridica distinta. I suoi membri sono singoli che apportano mezzi o lavoro e il suo scopo consiste nel fornire beni e servizi utili alla società e i suoi costi sono coperti dal suo reddito.”

Anche se a oggi non ci sono garanzie che debba necessariamente emergere un boom di “cooperative di primo livello”, c’è crescente interesse in atto a Cuba per incoraggiare un tale nuovo settore cooperativo non agricolo. Il linguaggio forte a proposito delle cooperative nei lineamientos offre molta ispirazione ad alcuni a questo riguardo. Un professore cubano mi ha suggerito che le cooperative potrebbero farsi carico dell’economia in settori quali l’approvvigionamento alimentare, i servizi ai consumatori, le case e l’igiene. Un altro gruppo di ricercatori cubani con cui ho parlato ritiene che cooperative operaie di ogni genere potrebbero fiorire in particolare in aree come il turismo, i trasporti pubblici, i servizi all’industria e alle comunità. “Nel breve termine”, si legge nella sezione 217 dei lineamientos, “la produzione industriale sarà riorientata per soddisfare la domanda di diverse forme di produzione (in particolare le cooperative e i lavoratori in proprio).”

Quali sono, allora, alcune delle preoccupazioni persistenti tra alcuni cubani che aspirano a espandere il settore cooperativo? La risposta generale che mi è stata data dagli sviluppatori di cooperative e dai ricercatori è stata che i cubani mancano di conoscenza dei valori e dell’organizzazione delle cooperative. Sì, hanno sottolineato, molti cubani hanno effettivamente esperienza delle cooperative agricole o delle cooperative agricole urbane (organopònicos), e per la maggior parte sono stati impegnati in iniziative di “potere popolare”, o hanno esperienza in comitati comunitari di base per un certo tempo. Ma la maggior parte di queste esperienze, mi è stato detto, sino ad ora sono state gerarchiche o dirette dal partito. 

I cubani con i quali ho parlato durante la mia prima visita nel giugno 2011 volevano principalmente sapere come organizzarsi cooperativamente e gestirsi praticamente dal basso, e come iniziare a insegnarsi l’un l’altro i dettagli della creazione di cooperative “dal basso”, dall’esterno delle iniziative loro proprie. Nei cubani con i quali ho parlato c’è, da un lato, una sensazione pragmatica di dover saper come gestirsi meglio e produrre adeguatamente senza quote governative e cose simili. Al tempo stesso, abbiamo discusso e dibattuto di come esattamente potrebbe emergere a Cuba il settore “non statale” e dei meriti delle cooperative e dei rischi di aprire la loro economia al libero mercato e ad aziende del tutto basate sul capitale e sulla proprietà degli investitori.

Nel corso di queste conversazioni ho cercato di concentrarmi sull’osservazione che, dato quel che so dell’esplosione dell’economia sociale e solidale in altre parti dell’America Latin negli anni recenti, anche i cubani potrebbero far funzionare un settore imprenditoriale non statale che tuttavia rispetti gli aspetti chiave del loro progetto socialista pensando a “cooperativizzare” la loro economia. Ciò includerebbe la produzione cooperativa, servizi cooperativi, scambi cooperativi o “mercati” e banche cooperative o cooperative di credito. Inoltre, abbiamo concordato, ciò dovrebbe consentire ai cubani di restare fedeli a gran parte dei valori sociali e allo spirito cooperativo che essi già vivono all’interno della versione esistente del socialismo.

Il potenziale per un’economia sociale e solidale

Il secondo congresso al quale ho partecipato è stato al Centro Studi sull’Economia Cubana (CEEC in spagnolo). Si è trattato del suo congresso annuale della maggior parte degli economisti, dirigenti governativi e dirigenti dello sviluppo locale cubani. Questo congresso è stato un’esperienza leggermente diversa ma ugualmente gratificante. In quella sede ho offerto quella che ho ritenuto essere definizione concettuale semplice dell’”economia sociale e solidale”.  In tale presentazione ho fatto uno sforzo per gettare un ponte tra le concettualizzazioni canadesi, europee e latinoamericane collegando, al tempo stesso, le idee di economia sociale e solidale con le effettive esperienze sul campo in America Latina. Basandomi su tali tradizioni, nella mia presentazione ho definito l’economia sociale e solidale come:

“ …prassi e organizzazioni sociali ed economiche che non sono entità di proprietà degli investitori o a fini di profitto (anche se le organizzazioni possono produrre e beneficiare di surplus), né di proprietà del governo o controllate da esso (anche se le organizzazioni possono ricevere finanziamenti governativi) e che operano secondo valori di provvedere, prima di tutto e innanzitutto, ai bisogni economici dei propri membri. Note anche genericamente come ‘terzo settore’, le organizzazioni economiche sociali e solidali tendono ad avere obiettivi sociali (come sostenere e creare lavoro, fornire beni di consumo e servizi meno costosi o più ambientalmente sani ecc.) e sono di solito organizzate in qualche genere di stile democratico, con ogni membro che ha un voto o voce in capitolo sull’operatività, l’amministrazione e gli obiettivi dell’azienda.”

I cubani che avevano ascoltato la mia presentazione erano molto interessati a saperne di più sull’economia sociale e solidale ma non sembravano aver familiarità in generale con una definizione operativa del concetto. Le cose stavano così, come mi hanno detto alcuni studiosi cubani, perché non avevano avuto necessità di un tale concetto sino ad ora, con uno stato e un’economia cubana già “socialista” e “socializzata”. Dapprima ciò è stato sorprendente per me, specialmente considerando le prassi economiche sociali già esistenti a Cuba che, sotto molti aspetti, erano parte della loro realtà quotidiana da decenni ormai. Si pensi, ad esempio, alle loro officine di riparazione e di produzione di parti di ricambio per automobili, prevalentemente basate sulla comunità e sul ‘fai da te’, o la pratica comune in tutta Cuba di condividere bene e prodotti scarsi tra vicini.

Al riguardo è emerso tra noi un ricco dibattito a proposito dei termini socializzato, sociale e socialista; come un’economia sociale e solidale sia diversa o simile a ciò che i cubani hanno praticato nel socialismo di stato; e come tali concettualizzazioni dell’economia sociale e solidale possano aiutare i cubani a pensare a un nuovo socialismo che colleghi le vaste riforme economiche che il Partito Comunista sta proponendo alle pratiche quotidiane del popolo cubano. Concepire il settore “non statale” come un’economia sociale e solidale potrebbe anche dimostrarsi un atterraggio morbido per le centinaia di migliaia di lavoratori statali che ci si aspetta divengano (senza, sin qui, un piano chiaro di transizione, mi pare) cooperativistas e cuentapropistas.  

Sfide, tensioni e possibilità dell’economia cooperativa a Cuba

La pubblicazione delle “Bozze di linee guida” sulle riforme economiche nell’autunno del 2010 e le promettenti consultazioni pubbliche che hanno avuto luogo tra dicembre 2010 e febbraio 2011 con più di un milione di cubani nel processo di sviluppo dei lineamientos quasi certamente hanno impegnato Cuba a una grande riforma dell’economia, quale non si è mai vista prima. Cuba, in una parola, oggi è a un bivio. Ci sarà decisamente spazio per un nuovo tipo di economia in cui “imprese non statali” saranno, più presto che tardi, la realtà nei prossimi tre o cinque anni. Esse includeranno una nuova classe imprenditoriale cubana, una classe più vasta di cuentapropistas e una classe ancora più vasta di lavoratori salariati e, potenzialmente, un considerevole settore economico sociale e solidale popolato da molte cooperative.

Resta da vedere se l’economia cubana sarà dominata da un nuovo settore privato o se Cuba si rivolgerà a una nuova economia socializzata radicata nelle cooperative. Certamente la Sezione 1 dei lineamientos (riguardante il nuovo “Modello di Gestione Economica” di Cuba) lascia spazio interpretativo per entrambe le cose, anche se il preambolo ai lineamientos può indubbiamente allinearsi più facilmente a un’economia sociale costituita da cooperative:

“Il sistema economico che prevarrà continuerà a essere basato sulla proprietà popolare socialista dei mezzi fondamentali di produzione e a essere governato dal principio socialista della distribuzione: ‘Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo contributo’”.

Dovunque Cuba si diriga e sulla base del modo aperto in cui queste riforme economiche sono oggi discusse a Cuba (anche sul quotidiano del Partito Comunista Granma), queste riforme saranno potenzialmente più ampie e trasformative delle riforme emerse durante e immediatamente dopo il Periodo Speciale agli inizi degli anni ’90.

Alcuni economisti presenti al congresso del CEEC, ad esempio, premono per la rapida introduzione di queste riforme e parlano liberamente di aumentare lo spazio per i cuentapropistas (i lavoratori in proprio, che comprendono anche gli imprenditori e datori di lavoro) e di consentire un settore privato di proprietà di cubani e gestito da essi che sia in grado di assumere dipendenti diversi dai membri della famiglia. In effetti, quest’idea è in linea con le sezioni da 11 a 24 dei lineamientos.

Alcuni degli economisti che ho ascoltato, ispirati dal modello di crescita economica cinese, si esprimono come se un qualche genere di settore privato più vasto sia una realtà inevitabile, necessaria per la crescita della produttività e dell’innovazione necessarie a Cuba, sostengono, al fine di uscire dalla sua condizione di paese in via di sviluppo. I principali indicatori utilizzati da questi economisti sono la crescita economica, il PIL, il rapporto utili/investimenti eccetera. Questa può essere semplice roba neoclassica e rischia di immettere Cuba su un percorso di ancora un altro paese socialista che apre la propria economia a mercati sfrenati. Inoltre, mentre scrivo, il governo cubano sta anche ampliando la sua lista di attività consentite nel settore privato.

Ma nel complesso aprire sempre più l’economia cubana a decisi rapporti capitale-lavoro e liberi mercati è, credo, la parte più pericolosa delle riforme suggerite e ciò che potrebbe molto facilmente porre molti risultati socialisti di Cuba (ad esempio l’assistenza sanitaria gratuita, l’eccellente istruzione pubblica, la bassa percentuale di povertà, la bassa percentuale di criminalità, la virtuale assenza di disoccupazione, gli alloggi sovvenzionati, i trasporti pubblici … ) a rischio di finire cancellati in un sistema diretto dal mercato.

Il grado di concorrenza tra aziende che questa nuova economia può comportare è particolarmente poco chiaro. E quali caratteristiche di un nuovo mercato del lavoro basato sul salario saranno necessarie per assicurare dipendenti alle aziende private, dove la forza lavoro di una nuova classe di lavoratori “produttivi” cubani diventerà una delle più nuove materie prime di Cuba e dove la totale estrazione del plusvalore e l’accumulazione di capitale saranno il primo motore di un numero sempre maggiore di aziende e di settori economici privatizzati? Sorprendentemente ci sono scarsissime menzioni di tali fondamentali concetti socialisti e delle critiche di alcuni economisti cubani che ho ascoltato e letto l’anno scorso.

Un altro insieme di problemi posti da alcuni economisti e sviluppatori di cooperative cubani è come si provvederà alle risorse produttive in un settore non statale. Essi si rendono conto che sarà necessario, ad esempio, un qualche genere di mercato all’ingrosso, ma non c’è chiarezza sulla sua costituzione. Ciò era tradizionalmente gestito a Cuba mediante quote statali. Come si adatterà il settore non statale alle limitazioni di domanda e offerta? Ci sarà un mercato di apporti e forniture guidato e regolato da indicatori di prezzi da sfruttare da parte delle nuove attività non statali o sarà mantenuta la pianificazione statale? Entrambi gli scenari hanno i loro lati negativi per una potenziale economia cooperativa.

E qual è il ruolo delle aziende e dei fornitori stranieri? Il problema di quale tipo di mercati di consumo emergerà è tuttora ugualmente vago. Infine, se il piano del governo cubano consiste nel trasferire gli ex dipendenti statali al nuovo settore economico “non statale” e, nel farlo, aumentare i lavoratori non statali del paese di un quinto entro il 2015, come avverrà esattamente questa transizione e come garantirà lo stato cubano i lineamientos e le ripetute assicurazione di Raul Castro che “nessuno sarà lasciato senza protezione” nel processo?

Tutte queste domande restano senza risposte chiare per la maggior parte dei cubani con i quali ho parlato. Ma quel che è chiaro è che alle cooperative sarà certamente concesso di emergere al di fuori del settore agricolo come cooperative di servizi, di consumatori, abitative e operaie. C’è, inoltre, una legge imminente sulle cooperative che è in corso ora di stesura, di cui è prevista la pubblicazione quest’anno, che dovrebbe chiarire in quale misura il governo si attende che le cooperative assumano un ruolo guida nel nuovo settore economico non  statale (Piñeiro Harnecker, 2012).

Insomma, dalle innumerevoli conversazioni che ho avuto a Cuba con studiosi, dipendenti governativi, cooperatori e gente della strada, molti cubani sono molto disponibili a contemplare e a prendere in considerazione il ruolo di un settore cooperativo più vasto. Non c’è dubbio che molti cubani stanno lavorando duramente per fare di ciò una realtà nei mesi e anni a venire.

La mia sensazione è che molti cubani – forse la maggioranza – sanno di aver troppo da perdere percorrendo la via neoliberale, una chiara possibilità considerata la traiettoria delle altre economie centralizzate “socialiste” e conoscono le riforme strutturali che si stanno dispiegando. La via cooperativa alla sostenibilità economica sarebbe, credo, un modello alternativo di sviluppo percorribile per molti settori chiave dell’economia cubana. Un tale modello di sviluppo manterrebbe la ricchezza sociale all’interno del paese e amplierebbe le possibilità di autogestione dei lavoratori cubani. Un attivismo e una partecipazione simili tra i lavoratori può anche essere lo stimolo chiave per la natura delle riforme in aree cruciali in cui permarranno grandi imprese statali, di totale proprietà dello stato o a partecipazione statale. La via cooperativa alle riforme, cosa più importante, potrebbe conservare le conquiste del socialismo di tipo cubano, in particolare l’istruzione ugualitaria, i settori della cultura e della salute, che restano decisamente unici in tutta l’America Latina e nei Caraibi. Al tempo stesso, tali riforme basate sulle cooperative potrebbero aiutare Cuba a muoversi su un nuovo percorso verso il socialismo del ventunesimo secolo.

Marcelo Vieta ha recentemente completato il suo dottorato al Programma sul Pensiero Sociale e Politico dell’Università di York con una dissertazione riguardante le innovazioni, le sfide e le congiunture politico economiche delle ‘empresas recuperadas por sus trabajadores’ argentine (imprese recuperate dai lavoratori). Attualmente è ricercatore post-laurea presso l’Istituto Europeo di Ricerche sulle Imprese Cooperative e Sociali (EURICSE) dell’Università di Trento, a Trento, in Italia. Marcelo può essere raggiunto a: marcelo.vieta@euricse.eu o marcelo@vieta.ca.

Ulteriori riferimenti sulle nuove cooperative cubane:

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/cubas-coming-co-operative-economy-by-marcelo-vieta

 

Originale: The Bullet

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

Comments

comments

Powered by Facebook Comments

I commenti sono chiusi.