Per che cosa?

Redazione 23 luglio 2012 0
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Per che cosa ?

 

Di Richard Falk

21 luglio 2012

 

Dato che sono restio a guardare negli specchi, non soltanto per evitare di vedere i segni dell’invecchiamento, ma anche per una carenza autobiografica, ho di recente iniziato a interrogarmi sui vettori della mia motivazione. Non per sollevare dubbi, ma per cercare di capire la domanda: ‘per che cosa?’ Mi interrogo specialmente sulle motivazioni  della mia solidarietà con le lotte di stranieri lontani, sul perché questa solidarietà non è condivisa più ampiamente con amici che hanno le stesse idee, e perché le priorità inevitabili rispetto a che cosa è enfatizzato e a ciò che è ignorato hanno una determinata  forma. Più chiaramente, perché offro  maggiore attenzione ed energia fisica ai Palestinesi rispetto ai Curdi, ai Tibetani, o ai Kashmiri e a una moltitudine di altre cause? E come mi spiego la preoccupazione per la politica estera illegale, immorale e imprudente del governo degli Stati Uniti, lo stato sovrano dove risiedo e dalle cui risorse di governative dipendo per la sicurezza e per una serie di diritti?

Ci sono risposte razionali che spiegano parte della storia, ma soltanto una parte, e probabilmente quella meno illuminante. Sono stato attirato verso la lotta palestinese in seguito all’amicizia con degli importanti esuli palestinesi in esilio, quando ero ancora uno studente. Mi sono formato una convinzione ben sorretta da prove che  il governo statunitense e la comunità ebraica erano responsabili della massiccia e duratura confisca della terra e dei diritti palestinesi. E insieme a questa consapevolezza si è aggiunto anche un certo senso di responsabilità: ‘Non stare soltanto lì seduto a guardare, fai qualche cosa.’

E insieme a questo modesto genere di impegno sono arrivate pressioni sotto forma      di pubblica riconoscimento e testimonianza, che mi ha portato a una consapevolezza  un po’ più profonda, a maggiore familiarità e, naturalmente, a un “immondezzaio” poieno di aspre critiche. Dopo molti anni di scrittura  e di discorsi,  l’occasione e la sfida a operare di più per il conflitto israelo-palestinese,  è arrivata inaspettatamente sulla mia strada nel 2008 sotto forma di un invito non richiesto di diventare il prossimo Special Rapporteur (Relatore speciale) per la Palestina occupata, per conto del Consiglio dell’ONU per i diritti umani.

Non ho mai cercato un incarico dei questo genere, e ho capito che mi avrebbe esposto a un’offensiva più intensa di attacchi e minacce personali, aspettativa che si è pienamente avverata. E’ sempre scomodo essere l’obiettivo di discorsi velenosi, ed è ancora più pauroso e inquietante esporre a queste calunnie  la mia compagna di vita e di affetti che mi è più vicina. Oltre il terreno violentemente contestato che esiste ogni volta che le politiche di Israele sono soggette ad analisi e a critica obiettiva, una carica all’interno dell’ONU è   gravosa  e anche spesso frustrante. E’ vero, essere uno Special Rapporteur, è essenzialmente una carica volontaria, senza salario o  di servizio civile e non è collegato all’amministrazione statale, sebbene sia ‘retribuita’ in qualche misura con l’indipendenza istituzionale nell’ambito dell’ONU, cosa che, come ho scoperto nei miei quattro anni di carica, può essere considerata una notevole benedizione. Non ho molti dubbi che se fossi stato un impiegato stipendiato mi avrebbero dato  da molto tempo il benservito. In questa situazione io ho soltanto sopportato una raffica di insulti infamanti, compresi quelli ricevuti dal Segretario Generale e da Susan Rice, l’ambasciatrice americana presso le Nazioni Unite  a New York.

Per timore che stia  protestando e lamentandomi troppo, mi affretto ad aggiungere che ci sono anche soddisfazioni profonde e toccanti. Trovo di particolare  soddisfazione la misura in cui i miei due rapporti annuali riguardo all’occupazione della Palestina, forniscono una testimonianza sincera dell’indescrivibile prova costituita da questa occupazione prolungata e dura. In realtà e sempre meno un’occupazione e sempre di più una forma di annessione fatta in stile  apartheid, aggravata da continue appropriazioni di terra, da vari strumenti di pulizia etnica e da una serie di crudeltà gratuite di recente rese più drammatiche da una serie di eroici scioperi della fame di Palestinesi che si oppongono a quegli aspetti della loro difficile situazione e che sono causati da procedure di arresto violente, detenzione amministrativa, * e condizioni carcerarie deplorevoli che sono di gran  lunga al di sotto degli standard internazionali comuni. Portando una testimonianza, dando ai Palestinesi una voce autentica  con la quale esprimere le proprie lagnanze e avendo i mezzi di diramare comunicati stampa che richiamano l’attenzione su particolari episodi di maltrattamenti,  mi dà la sensazione che il mio tempo sia ben speso anche se i cadaveri  continuano ad ammucchiarsi sul lato palestinese del confine. Parte della sfida di questo mio ruolo è di comprendere a costo di quali scoraggianti costrizioni  può essere raggiunto. I governi in generale non ascoltano e anche quando lo fanno, le loro azioni e le loro politiche sono raramente permeate da imperativi morali, e quindi non cambia nulla qualunque siano   le prove.

Il devastante impatto del blocco di Gaza è noto e da anni i leader politici se ne sono rammaricati,  e tuttavia i costi di azioni da farsi a riguardo, sono sembrati così grandi, che perfino coloro che  protestano più  ad alta voce nelle stanze dell’ONU, stanno in silenzio quando si tratta di fare qualche cosa. Qualcuno al mio livello grida per essere ascoltato nel clamore che prevale nelle discoteche di New York e di Ginevra, e anche quando viene ascoltato, deve imparare ad aspettarsi che nulla venga fatto, o altrimenti la conseguenza sarà la disperazione o perfino la pazzia.

Al di là di questo bilancio di profitti e perdite, c’è una convergenza  più profonda e meno accessibile di sentimenti e impulsi che non si possono  spiegare, ma soltanto riconoscere che esistono. Non sono sicuro perché il contatto diretto con la persecuzione ha un effetto così incoraggiante sul mio comportamento, ma in effetti è così. Sento veramente che emerge un senso di responsabilità da questa conoscenza, specialmente da quella che deriva dal contatto diretto con la sofferenza delle vittime prese in una trappola della storia non fatta da loro. Anche visitando il Vietnam del nord come pacifista durante la Guerra del Vietnam o cercando di capire la Rivoluzione iraniana parlando con i suoi capi mentre era in pieno svolgimento a Tehran, ho sentito un obbligo meta-professionale di condividere questo contatto privilegiato parlandone e scrivendone, anche se in modo inadeguato, in particolare perché sembrava che fosse il caso di farlo particolarmente perché i mezzi di informazione tradizionali distorcevano e manipolavano la loro presentazione di questi avvenimenti storici come erano visti in modo fuorviante attraverso la (errata percezione) dell’ottica occidentale.

Da qualche parte in questa formazione  angosciosamente lenta del mio carattere, si stava costruendo un io che prendeva la forma di ‘studioso impegnato’ e di ‘cittadino pellegrino’.  A posteriori, penso che stavo reagendo in modo un po’ dialettico ai miei colleghi universitari che, in maggioranza, sentivano che fosse inappropriato parlare chiaramente di problemi controversi, sebbene considerassero del tutto professionale consultarsi con il governo e del tutto giusto evitare la sfera pubblica  presentandosi     come esperti che si pensa non debbano prendere posizioni pubbliche su problemi di parte che dividevano la politica. Con il passare degli anni provavo esattamente il  contrario. Sono arrivato a credere che era una parte integrata nella mia onestà di insegnante/studioso creare un’interfaccia senza soluzione di continuità tra aula e luoghi di lotta politica. In verità, non del tutto  continua, dato che l’aula deve sempre essere trattata come uno spazio sacro da un membro della facoltà.  Dovrebbe essere mantenuto come un santuario per lo scambio disinibito di opinioni per quanto diverse e opposte, in un’atmosfera di civiltà disciplinata. Ho sempre pensato che sia un dovere primario dell’insegnante stabilire un  sufficiente rapporto di fiducia con gli studenti, per permettergli e incoraggiarli ad esprimersi apertamente con la chiara comprensione che la loro prova sarà valutata con obiettività e non influenzata da accordo o disaccordo su quanto l’insegnante pensi. E’ un equilibrio delicato e comunque di gran lunga più produttivo per l’apprendimento rispetto a un’ostinazione  sterile da operaio specializzato,  che i motivi per cui delle persone che vivono al di là del campus ci si può interessare con freddezza da medico.

Alla fine, questo dominio vitale di pedagogia consapevole e di moralità inconsapevole, è  avvalorata in senso spirituale  dal senso  diretto e indiscusso  che questa o quella sia ‘la cosa giusta da fare’. Certamente aiuta essere i più liberi possibile da interessi acquisiti  e da ambizioni di carriera che tendono ad annientare una promessa implicita di sincerità da cui dipende la autentica testimonianza. E oltre la testimonianza esiste il muro di ferro dell’obbligo morale: preoccuparsi del futuro, fare quello che posso in modo che il mondo diventi un luogo migliore dove gli esseri umani possano vivere ed evolversi in unione con la natura;  ho capito che questo è un obbligo della specie che è stato reso storicamente urgente fino da quando è stata fatta esplodere una bomba atomica sulla città giapponese di Hiroshima. Questo è ora anche profondamente connesso con il dover proteggere il pianeta dal riscaldamento globale completamente incorporato  nei nostri stili di vita che dipendono dal carbone  e che vengono fatti avanzare  promiscuamente in direzioni disastrose dall’avidità di miliardari ultraricchi grazie ai combustibili fossili e dei loro alleati delle grosse imprese fin troppo potenti.

Non ho basato questi impegni di vita sugli insegnamenti di qualche particolare tradizione o istituzione religiosa anche se ho scoperto da molto tempo che le grandi religioni del mondo, orientali e occidentali, malgrado le loro contraddizioni minacciose e le molteplici interpretazioni mi hanno offerto  le più profonde sorgenti di saggezza e di orientamento. E’ la base del mio desiderio ecumenico di solidarietà umana, insieme ai sentimenti di terrore prodotti in me dal contatto con le meraviglie del cosmo e della natura, e permea profondamente il mio senso della base spirituale dell’avventura umana. Nel mio caso questi sentimenti sono rafforzati da un impegno in una forma emergente di cittadinanza cosmopolita che deve fedeltà all’etica e all’andamento della sostenibilità umana, alla dignità individuale e collettiva di tutti gli esseri umani, e a un’affinità rispettosa e all’amore per i coabitanti non umani del pianeta. Tali opinioni, credo che corrispondano alla nostra situazione storicamente precaria come specie, e qui in America, questa preoccupazione è accentuata. Questo infatti è un paese che ha un eccesso di  presunzioni  morali e politiche. Mostra un livello allarmate di arroganza, e in modi esagerati, e si sta  mettendo a repentaglio   insieme al resto del modo con il rifiuto di tenere conto di ciò su cui ci mette in guardia lo specchio geopolitico della riflessione.

 

 

*http://it.wikipedia.org/wiki/Detenzione_amministrativa_(Israele)

 

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/for-what-by-richard-falk

Originale: Richardfalk.com

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione ©  2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY  NC-SA 3.0

 

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