Fukushima: un disastro costruito nella sale di consiglio del capitale imperiale

Redazione 21 luglio 2012 0
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di Chris Williams – 19 luglio 2012

Possono non vivere più in castelli, ma i grattacieli di vetro che torreggiano sulle grandi città del mondo, in un’anonimità senza volto, rappresentano tuttora il dominio imperioso dell’élite al potere. E’ da questi luoghi, non dalle profondità indistinte della turbolenta crosta terrestre, che è venuta la causa decisiva della tripla fusione nucleare dell’11 marzo 2011 nell’impianto di Fukushima-Daiichi.

Un rapporto indipendente della Commissione Indipendente d’Inchiesta sull’Incidente Nucleare di Fukushima (NAIIC), la prima commissione d’inchieste indipendente autorizzata dalla Dieta (parlamento) giapponese nei suoi 66 anni di storia, è stato distribuito il 5 luglio a entrambe le camere della Dieta. Il presidente del rapporto comincia cancellando ogni equivoco sulla causa ultima delle fusioni nucleari, che continuano a impedire a migliaia di persone di tornare alle proprie case; ritorni che, per molti, probabilmente non avranno mai luogo:

 “Il terremoto e lo tsunami dell’11 marzo 2011 sono stati disastri naturali di una dimensione che ha sconvolto il mondo intero. Anche se scatenato da questi eventi catastrofici, il successivo incidente all’Impianto Energetico Nucleare di Fukushima-Daiichi non può essere considerato come un disastro naturale. E’ stato un disastro profondamente causato dall’uomo, che avrebbe potuto, e dovuto, essere previsto e prevenuto. E i suoi effetti avrebbero potuto essere alleviati da una più efficace reazione umana.”

Com’è potuto accadere una tale “disastro profondamente causato dall’uomo”? Una moltitudine di errori, di “ostinata negligenza” e una “riluttanza a mettere in discussione l’autorità” ha fatto sì che l’energia nucleare diventasse “una forza inarrestabile, immune dal controllo della società civile. La sua regolamentazione è stata affidata alla stessa burocrazia governativa responsabile della sua promozione.” Suona sin troppo sinistramente familiare a chi abbia dedicato il suo tempo a indagare sull’organismo regolamentare del nucleare negli Stati Uniti, la Commissione di Regolamentazione del Nucleare (NRC) e sulla collusione tra NRC e le industrie nucleari statunitensi.

In una riga che indubbiamente deve accendere la rabbia e il dolore di tutti quelli che sono stati resi senzatetto, di tutti quelli che hanno perso i loro mezzi di sussistenza e di tutte le decine di migliaia di altri che sono stati lasciati ad agonizzare nei decenni a venire per la contaminazione radioattiva subita personalmente e dai loro figli, il rapporto afferma: “Le cause dirette dell’incidente erano tutte prevedibili prima dell’11 marzo 2011.”

In altre parole, contrariamente a tutti i discorsi a proposito di “un evento imprevedibile” dei governi di tutto il mondo e degli apologeti del nucleare, di destra e di sinistra, le fusioni nucleari, con tutte le loro conseguenze non dichiarate e a lungo termine per la salute fisica e mentale della popolazione della regione, erano interamente prevedibili se la società che gestiva gli impianti, la TEPCO, o gli enti governativi incaricati di regolare l’industria nucleare, NISA e METI, avessero adottato le misure di sicurezza appropriate:

“L’operatore (TEPCO), gli enti regolatori (NISA e NSC) e l’organismo governativo che promuove l’industria dell’energia nucleare (METI) hanno tutti mancato di sviluppare correttamente le più elementari norme di sicurezza, come valutare la probabilità del danno, prepararsi a contenere i danni collaterali prodotti da un simile disastro e sviluppare piani di evacuazione per il pubblico nel caso di una grave diffusione di radiazioni.”

Il rapporto osserva che queste organizzazioni erano a conoscenza sin dal 2006 dell’incapacità dei reattori di sopportare un terremoto e uno tsunami simile. Raccomanda riforme sostanziali generalizzate di tutti gli aspetti della regolamentazione nucleare, dell’operatività degli impianti, del quadro giuridico in cui operano e delle reazioni alle emergenze, piani di preparazione all’evacuazione e al disastro, tutti aspetti trovati carenti.

Ammonisce che non deve trattarsi di cambiamenti cosmetici di denominazione o di semplici trasferimenti di personale, bensì di un completo riordinamento delle priorità e di riforme fondamentali, poiché i regolatori governativi e le imprese, come organizzazioni, hanno fallito nel proteggere il pubblico com’è loro dovere legale.  

“NISA, NSC e TEPCO hanno avuto molteplici opportunità per adottare misure che avrebbero prevenuto l’incidente, ma non l’hanno fatto. Hanno o intenzionalmente procrastinato la messa in atto di misure di sicurezza oppure hanno assunto decisioni sulla base dell’interesse privato dell’organizzazione, non nell’interesse della sicurezza del pubblico.”

In un’eco alla fuoruscita di petrolio nel Golfo della BP nel 2010, in cui si è scoperto che la BP non aveva un piano d’emergenza praticabile, “il manuale della TEPCO per la reazione all’emergenza nel caso di un incidente grave era del tutto inefficace e le misure specificate in esso non hanno funzionato.” In ancora un’altra somiglianza con il disastro della BP, in cui regolatori del governo USA sono stati scoperti dediti a festini di sesso e droga con dirigenti della BP, il rapporto parla di “una relazione intima tra gestori, regolatori e studiosi accademici che può essere descritta soltanto come totalmente inappropriata.”

Comunque una riforma fondamentale dell’industria nucleare, e della TEPCO  in particolare, appare meno probabile senza un’ulteriore manifestazione di protesta popolare del tipo che in Giappone non si vedeva da decenni. Ciò perché la TEPCO è un’industria gigante che esercita una presa mortale sulla produzione di elettricità e su molto altro attraverso varie imprese collegate che hanno permesso che la società

 “grazie a un virtuale monopolio e a un sistema non trasparente di determinazione dei prezzi dell’elettricità, sia diventata uno delle maggiori fonti di liquidità scarsamente controllata per i politici, i burocrati e gli uomini d’affari, che hanno ripagato la TEPCO con un appoggio incondizionato e con il tipo di controllo trascurato che ha contribuito alla crisi nucleare.”

La TEPCO ha avuto un reddito netto (cioè un utile) di 1,7 miliardi di dollari nel 2009 attraverso le sue affiliate e la proprietà di 192 impianti elettrici che producono sino a un terzo dell’elettricità del Giappone. Nel complesso i giapponesi pagano l’elettricità il doppio di quanto è pagata negli Stati Uniti. La TEPCO è perciò, nell’attuale gergo neoliberale che giustifica ancor più rapine alla luce del sole mediante costanti salvataggi bancari, apparentemente un’altra industria “troppo grande per fallire.”

Sorprendentemente la TEPCO sta premendo per riavviare alcuni dei suoi reattori nonostante la convinzione ampiamente diffusa, ora ben documentata nel rapporto indipendente del governo, che l’industria sia largamente da biasimare. Nel frattempo la TEPCO, nel proprio rapporto sull’incidente, si assolve, citando invece come cause dei disastri la dimensione dello tsunami e gli errori del governo.

Al contrario, per non dire molto più credibilmente, gli autori del rapporto NAIIC concludono che l’incidente è stato opera dell’uomo:

“L’incidente all’impianto di energia nucleare della TEPCO a Fukushima è stato la conseguenza della collusione tra il governo, i regolatori e la TEPCO, e della mancanza di autorità di tali parti. Essi hanno, in effetti, tradito il diritto della nazione a essere al sicuro da incidenti nucleari. Perciò concludiamo che l’incidente è stato chiaramente ‘umano’”.

Alcuni, molti, dovrebbero andare in galera. Il tradimento del popolo e del suo diritto a essere libero da contaminazioni radioattive, particolarmente un popolo che ha già sofferto gli orrori delle armi atomiche usate contro la popolazione civile, è immorale. Cosa può aver diretto queste decisioni prese da così tanti in tutte queste organizzazioni diverse? Cosa li ha guidati a comportarsi in modo così criminalmente irresponsabile?

Alla fine arriviamo al cuore del problema:

“Con gli affari nel campo dell’energia nucleare che diventavano meno lucrosi, la direzione della TEPCO ha cominciato a porre maggior enfasi sul taglio dei costi e sull’aumento della dipendenza del Giappone dall’energia nucleare.”

Detto in altro modo, le decisioni prese sono state dettate dalla principale direttiva del capitalismo: fare utili a ogni costo, crescere utilizzando qualsiasi mezzo necessario.  Economizzare tutto l’economizzabile, corrompere e allettare chiunque sia necessario, denigrare e screditare quelli che ti si oppongono; non c’è altro potere cui rispondere se non il Dio del Profitto. Questa è la legge ferrea dell’accumulazione capitalista.

Le conseguenze di tali decisioni, assunte nelle lontane, lussuose sale dei consigli d’amministrazione delle industrie nucleari, e la mancanza d’informazioni credibili da parte del governo dopo il disastro, hanno ora creato la paura tra la gente, la dispersione delle famiglie, e la distruzione dei loro mezzi di sussistenza nella prefettura di Fukushima:

“Continuano ad affrontare preoccupazioni gravi, compresi gli effetti sulla salute dell’esposizione alle radiazioni, il trasferimento, la dissoluzione delle famiglie, lo sconvolgimento delle loro vite e dei loro stili di vita e la contaminazione di vaste aree dell’ambiente. Non c’è un termine prevedibile per la decontaminazione e il ripristino di attività che sono essenziali per ricostruire le comunità.”

Che modo assolutamente detestabile di produrre elettricità! Non c’è un termine prevedibile per la decontaminazione e il ripristino delle attività. Anche senza prendere in considerazione il problema delle scorie nucleari, o costi sbalorditivi di costruzione e gestione di un impianto nucleare, o il cordone ombelicale che collega indelebilmente l’industria dell’energia nucleare a quella delle armi nucleari e della difesa, qualcuno è in grado di dire onestamente che, da società altamente tecnologica, non abbiamo alternative migliori alla generazione di elettricità che il far funzionare impianti di energia nucleare?

La reazione del popolo giapponese è stata enorme e ispiratrice. Decine di migliaia di persone hanno regolarmente picchettato gli uffici del governo e delle imprese per impedire il riavvio dei reattori, 7,5 milioni di persone hanno firmato una petizione contro il riavvio di qualsiasi dei 54 reattori inattivi che erano stati tenuti chiusi per questa grande esplosione di attivismo, di organizzazione e di rabbia senza precedenti. E’ nato dal basso un nuovo movimento antinucleare.

A maggio il popolo giapponese ha festeggiato la chiusura dell’ultimo dei 54 reattori giapponesi, anche se non ci sono stati tagli all’energia. La nostra energia aveva sconfitto l’energia nucleare! La gioia del popolo è stata tuttavia di breve durata. Nonostante il “contrattempo” del disastro nucleare di Fukushima, che ora dovrebbe al minimo essere descritto come un disastro annunciato, le industrie nucleari non gettano la spugna e non ammettono che l’energia nucleare deve essere abbandonata.

Mediante una campagna mediatica attentamente concertata di spauracchi basati sulla minaccia di tagli all’energia e di annunci del governo a proposito dei pericoli posti dalla mancanza di elettricità alla fragile economia del Giappone, sono riusciti a sostenere con successo il riavvio dei reattori nella regione industriale occidentale attorno a Osaka. In un raro appello televisivo al pubblico giapponese il nuovo primo ministro, Yoshihiko Noda, che è completamente a favore del nucleare, ha sostenuto la causa della necessità dei riavvii.

Tuttavia in un altro nuovo brano comprovante che si dovrebbe interrompere qualsiasi discorso di riavvii, il rapporto del NAIIC segnala di non essere in grado di dire se il terremoto stesso – non lo tsunami – sia stato in parte responsabile dei collassi dei reattori. Questa conclusione invalida gli “stress test” cui gli impianti nucleari sono stati sottoposti per dimostrare che la loro operatività è sicura, poiché tali test erano basati sul presupposto che fosse stato solo lo tsunami, non il terremoto, a causare i problemi strutturali e l’interruzione dell’energia negli impianti.

Nel frattempo un gruppo separato di esperti governativi ha dichiarato che, in base a quanto accaduto con lo tsunami causato dal terremoto dell’11 marzo, sono possibili tsunami alti 112 piedi (o 34 metri) lungo la costa del Pacifico. Ciascuno dei 54 reattori nucleari giapponesi è situato lungo la costa!

Lo tsunami che ha sommerso l’impianto di Fukushima-Daiichi, e che ha spazzato via interi paesi nell’area causando 19.000 morti, era alto 14 metri (45 piedi), meno di metà di quanto ora previsto come possibile. Un rapporto del 2003 aveva fissato il massimo previsto a 20 metri (60 piedi), ma chiaramente un’ondata di 14 metri può sommergere le difese costiere e inondare impianti nucleari come quello di Fukushima-Daiichi che era stato previsto e preparato per un’onda di 6 metri (20 piedi), specialmente se le difese erano state già compromesse da terremoti precedenti. L’unica risposta razionale consiste nel chiudere per sempre tutti i reattori, fare a pezzi e smantellare le industrie nucleari come minacce alla salute pubblica, adottare misure ulteriori per conservare l’elettricità e accelerare il programma di costruzione delle infrastrutture necessarie per un’economia basata sull’energia pulita.

Comunque ci sono alcune conclusioni più vaste da trarre da questo rapporto e dalla sequela di casi d’incidenti simili, come la perdita di petrolio della BP, in cui l’impulso delle imprese al profitto è come uno tsunami inarrestabile che razionalizza ogni sorta di tagli e di elusioni riguardo alla salute e alla sicurezza.

In primo luogo, non abbiamo a che fare con poche mele marce o poche persone irresponsabili e corrotte. E’, invece, il modo in cui funziona il capitalismo. Come si può, altrimenti, spiegare il perché per ogni singola area di accumulazione di capitale – dall’industria nucleare, al petrolio e al gas, ai prodotti farmaceutici e alimentari – devono esserci regolatori indipendenti che impediscano alle imprese di fare ciò che sono pronte a fare: conseguire utili a ogni costo? Se i regolatori ce li hanno in tasca le industrie che cavalcano il pianeta come mostruosi giganti irresponsabili con le loro colossali economie, spesso più vaste di quelle della maggior parte di singoli stati, allora si liberano tutte le forze dell’inferno.

Secondo: qualsiasi cosa pensino gli ambientalisti illusi che sono a favore del nucleare, non esiste uno scenario in cui una persona sana di mente possa essere filonucleare quando gli impianti nucleari operano all’interno di un sistema sociale che non ha preoccupazioni etiche, sociali, ecologiche o morali e  che spinge le persone a  indirizzare il sistema ad azioni immorali. La sola cosa più folle che far bollire acqua scindendo l’atomo è far bollire acqua scindendo atomi in un sistema sociale dominato dal profitto.

Cinque anni fa, in una intervista al New York Times, è stato chiesto al grande pensatore sociale ed ecologico e attivista di sinistra Barry Commoner se gli ambientalisti che erano passati all’energia nucleare come risposta al riscaldamento globale avessero un senso. Al che egli ha risposto:

“No. Questo è un buon esempio di ambientalismo miope. Superficialmente ha senso affermare: “Ecco un modo per produrre energia senza anidride carbonica”. Ma ogni attività che aumenta la quantità di radioattività cui siamo esposti è idiota.  Deve esserci un motivo di vita o di morte per farlo. Voglio dire: non abbiamo ancora risolto il problema delle scorie. Abbiamo ancora combustibile esausto da tutte le parti. Penso che il fatto che alcuni che si sono fatti una reputazione come ambientalisti abbiano adottato questa posizione sia spaventoso.”

Terzo:  nel capitalismo ci sono certe attività economiche essenziali che vanno considerate com’erano prima dell’accelerazione dell’ortodossia capitalista della deregolamentazione e della privatizzazione, verificatasi con la nascita del neoliberalismo, trent’anni fa. Prima della spinta alla privatizzazione è stato necessario lo sventramento del potere organizzato della classe lavoratrice, in quanto il rapporto di forze di classe era forzatamente a favore delle imprese e tolto a noi.

Attività in cui non siamo considerati come clienti di merci che acquistiamo da un’impresa a fini di lucro, ma piuttosto come cittadini che hanno diritto a un servizio da parte del governo che eleggiamo perché rappresenti i nostri interessi.

Esempi di tali servizi essenziali sono il provvedere all’istruzione, garantire l’accesso all’acqua, all’assistenza sanitaria, alle pensioni, ai trasporti pubblici: i principali attributi di base per una vita sana e produttiva e per una società funzionante. Ma quest’idea deve anche essere estesa alla fornitura di elettricità. Non soltanto perché è essenziale per il nostro modo di vivere, ma, cosa ugualmente importante, per motivi ecologici.

Dobbiamo economizzare l’elettricità e l’utilizzo dell’energia e crea sistemi che assicurino che ci sia un programma nazionale organizzato per farlo. Tuttavia ciò non avverrà mai con la produzione dell’elettricità se i servizi saranno di proprietà privata. I servizi elettrici privati faranno tanti più soldi quanta più elettricità ci venderanno. E dunque far sì che i consumatori ne utilizzino di meno sarebbe controproducente e irrazionale da punto di vista delle imprese. Se fossero regolamentate e incentivate a venderci di meno, esse semplicemente aumenterebbero il prezzo per singola unità e trasferirebbero i costi. Inoltre le imprese spenderanno sempre il meno possibile, nella misura in cui possono cavarsela, in infrastrutture, sicurezza e manutenzione, come illustrato in misura orrenda dalla catastrofe nucleare in Giappone.

L’elettricità dovrebbe essere un servizio fornito pubblicamente, non una merce da acquistare. In altre parole, dobbiamo rinazionalizzare la rete elettrica e considerare ciò come un’opportunità di costruire una nuova infrastruttura energetica che sia efficiente e che abbia al suo centro il risparmio energetico basato su fonti alternative di energia. Non tecnologie sporche, superate e pericolose del diciannovesimo e ventesimo secolo, come il carbone, il petrolio, il gas o l’uranio, ma fonti eoliche,  solari e geotermiche pulite, rinnovabili. E sicure.  Fonti energetiche di cui il Giappone e gli Stati Uniti dispongono in abbondanza.

E’ chiarissimo, tuttavia, che senza un movimento di massa organizzato dal basso che unisca le problematiche sociali ed ecologiche in un singolo movimento per il lavoro, la sostenibilità e la giustizia, un movimento che faccia pendere il rapporto di potere sociale di nuovo a nostro favore, come sta cercando di fare ora il popolo giapponese, tali cambiamenti non avranno mai luogo. In assenza dell’edificazione di un simile movimento alla fine saremo lasciati a vivere in un pianeta di ceneri radioattive in cui ci venderanno appartamenti contaminati a prezzi inflazionati stando al sicuro nelle loro scintillanti torri societarie.

In India è in corso una lotta titanica tra il popolo organizzato sotto la bandiera del Movimento Popolare Contro l’Energia Nucleare (PMANE) e il governo indiano. Lo stato indiano è deciso, nonostante Fukushima, ad aumentare di dieci volte la sua dipendenza dall’energia nucleare, in modo che rappresenti il 25% della produzione di elettricità. Questo è un paese in cui quasi metà della popolazione, 400 milioni di persone, non ha accesso all’elettricità e in cui turbine eoliche indiane vecchie di decenni producono il doppio dell’elettricità degli attuali impianti nucleari indiani che hanno già ricevuto miliardi di dollari di finanziamenti. Se soltanto tali turbine eoliche fossero potenziate, tralasciando la costruzione di altre più moderne o di approfittare dell’abbondanza di energia solare in cui l’India si crogiola, potrebbero fornire una quota molto più grande di elettricità e ovviare alla necessità di impianti nucleari.

Di fronte alla crescita e alla perseveranza della lotta degli attivisti indiani, lo stato sta diventando sempre più violento, mandando migliaia di soldati a sedare le proteste. La reazione degli attivisti antinucleari del PMANE alla violenza e all’intimidazione dello stato, mentre lottano per proteggersi dalla calamità della costruzione di altri impianti nucleari, merita di essere citata un po’ per esteso:

“Il giorno dopo le elezioni suppletive dello stato Tamil Nadu, lo scorso marzo … il primo ministro Selvi J. Jayalalithaa ha improvvisamente cambiato la sua precedente decisione di appoggiare i manifestanti, inviando almeno 6.000 poliziotti e paramilitari nella regione. Per tre giorni il governo ha impedito che le forniture essenziali – incluse navi cisterna  di acqua e latte – arrivassero alla base del PMANE a Idinthikarai, un villaggio costiero a circa due chilometri dai reattori di Koodankulam.  Ma le comunità di pescatori vicine hanno simpatizzato con i manifestanti di Idinthikarai e hanno mandato loro barche di provviste. In una manifestazione di solidarietà senza precedenti, le donne locali tradizionaliste sono salite anch’esse sulle barche per raggiungere il villaggio. I residenti hanno bloccato le strade in masse, impedendo alla polizia di arrestare i coordinatori del movimento.”

E’ questo il tipo di eroiche azioni di solidarietà e di movimento di massa che abbiamo bisogno di costruire negli Stati Uniti e in ogni parte del globo.

Ma alla fine, se il sistema è davvero patologico nel suo modo di operare, come io ritengo che sia, allora la sola soluzione consiste nello sradicarlo del tutto e nel sostituirlo con qualcosa che possiamo creare insieme e collettivamente: un sistema economico e sociale che metta le persone e il pianeta davanti al profitto.

Sostanzialmente un sistema in cui non ci sia profitto, in cui si cooperi per programmare democraticamente cosa abbiamo necessità di produrre e come produrlo, per usare le parole di Marx, con “il minor dispendio possibile di energie.”  Le pietre lungo il cammino verso una trasformazione fondamentale richiedono la costruzione di un movimento sociale ed ecologico di massa che si batta per le riforme reali come accennato più sopra, cominciando con l’abbandonare la follia distruttiva e costosa dell’energia nucleare e con lo sradicare l’energia derivata dai combustibili fossili che sta destabilizzando il clima globale. Ma anche un movimento che contemporaneamente miri a un riordinamento rivoluzionario del potere.

Potere al popolo, non alle imprese!

Chris Williams è un attivista ambientalista di lungo corso e autore di ‘Ecology and Socialism: Solutions to Capitalist Ecological Crisis’ (Haymarket, 2010)  [Ecologia e socialismo: soluzioni per la crisi ecologica capitalista] . E’ direttore del dipartimento scientifico del Packer Collegiate Institute e professore aggiunto alla Pace University, alla Facoltà di Scienze Chimiche e Fisiche. Ha riferito da Fukushima a dicembre e gennaio e attualmente è uno scrittore ospite alla Fondazione Lannan a Marfa, in Texas.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/fukushima-a-disaster-manufactured-in-the-imperial-boardrooms-of-capital-by-chris-williams

Originale: Climate and Capitalism

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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