Riflessioni del 18 luglio, giorno del 94° compleanno di Nelson Mandela

Redazione 20 luglio 2012 0
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Riflessioni del 18 luglio, giorno del 94° compleanno di Nelson Mandela

 

di Danny Schechter

17 luglio 2012

 

Città del Capo, Sudafrica: Nelson Mandela è uscito di prigione 22 anni fa.  Da allora è stato “libero”. Allo stesso tempo, talvolta mi sembra di essere diventato io suo prigioniero, prigioniero del lavoro che ho svolto entusiasticamente a servizio della lotta  che egli ha condotto fino dalla metà degli anni ’60.

Non gliene faccio una colpa,  naturalmente, ed egli non può liberarmi come  egli fu rilasciato in quel pomeriggio assolato dell’11 febbraio 1990, mentre tutto il mondo si rallegrava.

Anche io mi rallegravo, nell’oscurità di una sala di montaggio delle televisione nella lontana New York. Stavamo lavorando a un documentario da trasmettersi in prima serata il giorno dopo su “la giornata”. Si intitolava: FINALMENTE LIBERO.

La mia “carcerazione” riguardo al problema era ben avanti allora. Avevo visitato per la prima volta il Sudafrica nel 1967 quando avevo 25 anni ed ero un attivista dei diritti civili e presto sarei stato anche un militante anti-apartheid. Ero stato reclutato alla London School of Economics per andare in missione segreta in Sudafrica per il partito politico denominato Congresso Nazionale Sudafricano (ANC). Soltanto quando sono ritornato mi sono reso conto di quanto fosse stato pericoloso. Infine ho raccontato quella storia in un libro appena pubblicato intitolato  “The London Recruits”,  [Le reclute  di Londra] (Merlin).

Per tutti questi anni ho tenuto segreto lo scopo di quel viaggio. Allora non ero un giornalista professionista, quindi non ho superato i limiti, ma temevo che anche un mio coinvolgimento marginale in una lotta armata avrebbe potuto limitare il mio futuro nell’ambito dei mezzi di informazione. Non ero neanche un terrorista ma il governo sudafricano mi avrebbe accusato di esserlo nel caso mi avessero preso.

E’ stata una di quelle esperienze che cambiano la vita. Oltre a questa, anche la strette amicizie che ho coltivato con i Sudafricani in esilio, specialmente Pallo Jordan, Ronnie Kasrils, la giornalista Ruth First – in seguito uccisa da un pacco-bomba contenente un libro,  dalla polizia segreta — e suo marito Joe Slovo, uno dei dirigenti dell’ANC che ha trattato per la transizione verso la democrazia.

Avevo consiglieri  ben informati che potevano introdurmi nel loro ambiente e alle esperienze che avevano avuto in Sudafrica  e alle sfide che affrontavano insieme al loro movimento per la libertà.

Negli anni seguiti al mio ritorno  in America, sono diventato giornalista e ricercatore a tempo pieno.  Ho fondato il Gruppo di ricerca sull’Africa nella zona di Boston e ho iniziato ad approfondire la  politica americana e il suo  appoggio all’apartheid.  Ho cominciato pubblicare articoli  nei giornali e nelle riviste su questi problemi.

Avevo preso  il germe del Sudafrica e non riuscivo a farlo uscire dal mio sistema. Non ero il solo. L’ex-direttore del New York Times  aveva scritto che nessun paese del quale si era occupato aveva mai avuto un impatto così profondo su di lui.

A metà degli anni ’80, lavoravo con alcuni dei migliori musicisti del mondo al disco    di grande successo contro l’apartheid, a Sun City. Nel 1988 ho fondato e prodotto una serie televisiva distribuita in tutto il mondo, South Africa Now, di 156 episodi, trasmessi ogni settimana, per tre anni.

Poi sono cominciati i documentari, molti dei quali co-prodotti con la compagnia sudafricana Videovision di Anant Singh, che ha richiesto migliaia di ore di sforzi.  Non l’ho fatto e non avrei potuto farlo da solo.

“Finalmente libero”, il documentario sul  rilascio di Mandela dal carcere, “è uscito” nel 1990, e poi ho avuto un ruolo nella sua prima intervista  lunga un’ora concessa a una televisione americana fuori Lusaka, dove Mandela  stava facendo visita  all’ANC allora in esilio. In seguito sono andato in Svezia  dove  aveva rincontrato, dopo trenta anni,  con il suo collega nello studio legale  e allora presidente dell’ANC, Olivier Tambo che era molto sofferente.

Da lì sono tornato a Londra  per aiutare a produrre l’enorme concerto con tutte le maggiori stelle della musica per tributare un omaggio a lui e a Winnie allo Stadio Wembley di Londra  a cui hanno 90.000 persone e che è stato trasmesso dal vivo in tutto il mondo, ma non negli Stati Uniti.  Questa è stata un’indicazione della sfida che ci ponevamo per portare i problemi del Sudafrica nei mezzi di informazione degli Stati Uniti  con una certa regolarità, anche se il popolo americano lo ha accolto e lo ha adorato in massa.

Mesi dopo, ero con lui nel suo trionfale giro in 8 città degli Stati Uniti dove riempiva gli stadi ed era di ispirazione a milioni di persone. Ho filmato tutto per il documentario intitolato: Mandela in America. Poi Madiba,  il nome del suo clan con il quale è conosciuto,  e la sua gente mi hanno invitato in Sudafrica a documentare la sua   campagna per  la presidenza nel 1994. Abbiamo chiamato quel film: “Conto alla rovescia per la libertà: dieci giorni   che hanno cambiato il Sudafric”.

Un anno dopo, ero di nuovo in Sudafrica con la cineasta Barbara Kopple  per documentare una riunione commuovente di ex prigionieri che tornavano dalla prigione di Robben Island che era stata la loro dimora. Quante volte accade nella storia una cosa simile? Il risultato è stato un film, “Prigionieri della speranza” di cui sono stato co-regista.

Un’altra occasione di viaggiare con lui è stata quando il suo mandato presidenziale stava terminando; siamo stati  negli Stati Uniti e in Canada. Stavo facendo le riprese quando un deferente Bill Clinton  lo ha  ospitato  alla Casa Bianca.  Questo è stato il soggetto di  “Un eroe per tutti”, un film che esplorava il fascino che suscitava  in tutto il mondo. Infine, 4 anni fa, c’è stato “Viva Madiba”, un documentario “biografico”    diretto da Catherine Myburgh  per il suo novantesimo compleanno. Sono stato collaboratore alla regia.

Nessuno di questi film  è stato un grande  successo, ma io sono stato sempre più  bravo a raccontare che a vendere. Ho perseverato perché pensavo che fosse allora importante allora  e che è ancora importante. I documentari, tuttavia, hanno bisogno di bilanci di mercato e di persone dei media  per patrocinarli. Ahimé,  mi mancano entrambi forse per l’approccio favorevole alla liberazione che ha sempre permesso ai Sudafricani di raccontarmi le loro storie, per non parlare della insularità e del conservatorismo ristretto di molta televisione degli Stati Uniti.

Ho continuato a venire in Sudafrica ogni uno o due anni e ho prodotto un tributo al Nkosi Johson il bambino sieropositivo e orfano, morto nel giugno 2001 e che è diventato un simbolo nella comunità internazionale dei malati di AIDS;  e un altro tributo lo ho prodotto in occasione di  una visita del Dalai Lama.

Ho scritto innumerevoli servizi, saggi, blog, e commenti. Come americano mi ero trasformato in una persona che identificava se stesso come Sudafricano, spesso conoscendo meglio gli avvenimenti  di una nazione lontana 10.000 miglia di quanto conoscessi quelli del mio paese, e spesso sapendone di più di molti Sudafricani.

Non sono critico verso questo paese. E, a dire la verità, ci sono tante cose del materialismo grossolano e degli atteggiamenti classisti dei bianchi ricchi e anche della classe media dei neri  che non mi piacciono. Ci sono molte persone qui che hanno usato il cambiamento per approfittarne economicamente e altri che ne tradiscono i valori. La corruzione ha corrotto le speranze della nazione, e ha guastato  l’appello morale che l’ANC  ha progettato mentre “il nuovo Sudafrica”   si lascia alle spalle  il suo passato di apartheid.

Aha! Mi sono levato  questo peso dallo stomaco!

E ora sono tornato, nella “amata nazione” e sono seduto negli studios della Cape Town Film nell’estate 2012, a congelarmi le chiappe,  mentre i miei amici di New York  soffocano in un’ondata di caldo estivo.

Sono sul set di un importante film a raccontare la storia come Mandela me la ha raccontata, a fare un film su come i film che si girano qui possono spesso arrivare a verità più profonde rispetto al giornalismo.

Mentre sono qui come parte  di questo sforzo di riassumere la sua vita, i colleghi giornalisti  hanno iniziato una veglia mortuaria in attesa   di fare un servizio sulla sua morte. Nel mondo dell’informazione, le icone anziane come Mandela sono considerate FBF: (Freelancers Best Friends), i migliori amici dei giornalisti liberi perché nuove organizzazioni hanno messo insieme del personale temporaneo. C’era un’orgia mediatica che aveva accompagnato la liberazione di Mandela, e ora i mezzi di informazione si stanno mobilitando come avvoltoi, in attesa della sua dipartita, completa di necrologi preparati in anticipo.

Sì, il film è una finzione, ma è basata sulla “verità”, sull’autobiografia di Mandela che si intitola: Il lungo cammino verso la libertà. E’ costruita intorno ai suoi ricordi e alle sue esperienze, non certo un approccio obiettivo dal punto di vista giornalistico, ma un approccio che può essere fatto “vivere” dagli attori.  Anche con qualche licenza artistica, essi riescono a far “sentire” la storia – i dolori e i trionfi – e non soltanto a leggerla come una cosa lontana.

Anche dopo tutti questi anni, sapendo quello che ho appreso, e conoscendo bene la storia che il film rappresenta, mi sento straziato osservando il rifacimento drammatico delle vicende. Mi fa ricordare di tutti coloro che si sono sacrificati e che hanno sofferto negli anni dell’apartheid che hanno lasciato un’eredità di grave povertà e di separazione etnica.

 

Mi rendo conto di come sia ancora una cosa personale per me, come sono ancora profondamente collegato alla passione e al pathos di quegli anni di lotta quando l’esito che così tanta gente dà ora per scontato, era incerto e così lontano.

Anche io quindi, sono diventato uno che ha fatto un Lungo Cammino attraverso i decenni  immerso  nelle mitologie e nei limiti di un processo qui che si è arreso alla divisione, deludendo così tante persone che hanno bisogno di un Mandela che le faccia credere ancora.

La politica è così simbolica ed egli è l’icona n. 1 anche se le sue speranze di “una vita migliore per tutti”  si sono imbattute nella guerra di trincea  delle potenze economiche reali qui e nel mondo. Il mondo lo ama di più come adorato “marchio” di pace e riconciliazione che come combattente per una giustizia economica e razziale sulle barricate di una rivoluzione in corso.

Forse Madiba è alla fine del suo Lungo Cammino ma il vero Lungo cammino non è certo finito dato che la povertà e lo sfruttamento crescono e  si acuiscono, non soltanto in questo paese, ma in tutto il mondo. E’ una storia che può imparare il 99% che lotta per  l’onestà  in tutto il mondo.

Che cosa ha spinto me, un ragazzo di una famiglia di lavoratori del Bronx, a essere così affascinato e  attirato verso questa storia africana? Perché mi ci sono immerso per tanto tempo, molti anni dopo che la comunità dei militanti di cui facevo parte ha rivolto la sua attenzione ad altri problemi? Ero un fanatico di Mandela, l’equivalente  di un socio di una specie di club di ammiratori  dei Beatles?

Perché talvolta mi sento come imprigionato da questa storia?

A dir la verità, non sono un adoratore; Mandiba non è mio amico. Ci sono molte persone che gli sono molto più vicine. Sono consapevole del fatto che è un personaggio altamente politico e di  tutto quello che si dice sul manipolare e  agire in maniera autocritica. Mandela stesso ha scritto una confessione sui  suoi difetti e i suoi   e limiti.

Le sue doti politiche hanno aiutato a costruire tutto ciò che è stata una trasformazione in Sudafrica, ma sono stati i movimenti  che ha guidato che lo hanno catapultato nella condizione di persona comunemente amatissima di cui gode.

Ho tuttavia ammirato il modo in cui l’ANC ha organizzato e creduto nel loro approccio inter-classista, almeno in teoria – un  grande movimento che è come un’ombrella   democratica , un chiaro insieme di principi come quelli formulati per la prima volta nelle Carta delle Libertà,  un impegno al  non-razzismo e a una disponibilità a costruire alleanze con i gruppi sindacali e politici a sinistra della loro base fondamentale. Offre un modello dal quale gli Americani e altri potrebbero ancora  imparare e che potrebbero emulare.

Ho documentatoli passaggio dell’ANC da movimento messo al bando e perseguitato         a partito politico dominante con tutte le fazioni e i compromessi che questo comporta. Il mio impegno è iniziato con la partecipazione a un piccolo movimento di solidarietà nel mio paese che è poi diventato una forza importante prima che il suo flusso diminuisse.

Ora mi sento come l’ultimo attivista americano del dopo-apartheid, proprio come anni prima mi sentivo l’ultima persona messa al bando, non ammessa a entrare in questo paese vecchio governo perfino quando l’ANC non era più interdetto. Come si chiede nel bel canto sacro sudafricano, Senzenina: “Che cosa ho fatto?”

Sorridete.

In quanto persona che ha una società che si chiama Globalvision e che ha uno    globale, ho sempre considerato la lotta che si svolgeva qui come una forza di cambiamento  che superava i confini del Sudafrica. Ho avuto il privilegio di essere stato accolto qui e incoraggiato a dare il mio contributo per quanto posso. Lo scorso autunno, sono stato contento di essermi messo in contatto con degli attivisti sudafricani in visita ad Occupy Wall Street a New York.  Hanno riconosciuto una lotta quando la hanno vista!

Pochi Americani hanno avuto l’occasione di arruolarsi in questo Lungo Cammino e di esserne una parte, anche se piccola, di una grande storia umana e di una forza di prima classe, che ora sta per essere rappresentata in un film importante.

Io so di aver imparato e ricevuto molto di più di quanto sia stato capace di dare.

Se tutto va bene, se i miei sforzi come produttore che non vive in Sudafrica possono aiutare a  tirarne fuori il significato e poi a condividerlo con il resto del mondo, allora potrei dire di essere stato  un po’utile.

 

L’analista di notizie Danny Schechter ha un blog su News Dissector.net e collabora con vari siti web negli Stati uniti e nel mondo. I suoi nuovi libri sono Blogthorn and Occupy:Dissecting Occupy Wall Street (Cosimo) [Occupiamo:analisi di OccupiamoWall Street]. Conduce un programma settimanale su Progressive Radio Network (PRN-fm).I commenti si possono inviare a dissector@mediachannel.org .

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/refections-as-nelson-mandela-turns-94-july-18th-by-danny-schechter

Originale: Danny Schechter’s ZSpace Page

Traduzione di Maria Chiara Storace

Traduzione © 2012  ZNET Italy – Licenza Creative Commons   CC BY NC-SA  3.0

 

 

 

Mandela viene liberato dal carcere

 

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