Il prezzo da pagare per cercare di fottere l’America

Redazione 19 luglio 2012 0
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Il prezzo da pagare per cercare di fottere l’America

 

di William Blum – 07.07.2012

Sono sicuro che molti americani saranno orgogliosi di sapere che Julian Assange è stato tanto terrorizzato all’idea di finire in custodia negli USA al punto di chiedere asilo all’ambasciata ecuadoriana: un piccolo e povero paese del terzo mondo e l’incertezza di non sapere come andrà a finire questa storia.
Potrebbe persino restare bloccato per anni!
Questo gli insegnerà che non si può fottere il paese più potente del mondo! Tutti voi terroristi ad anti-americani là fuori, prendete nota: quando cercate rogne con la nazione di dio dovete pagare un prezzo”

Quanto è vero. Si paga davvero un prezzo. Chiedete alla gente di Cuba,  Vietnam, Cile, Yugoslavia, Iraq, Iran, Haiti…
E chiedete agli ospiti di Guantanamo, Diego Garcia, Bagram e un altra dozzina di centri di tortura verso i quali sono disponibili biglietti gratuiti gentilmente offerti dalla “nazione di dio”.

Pensate che, con l’intero mondo che vigila, gli Stati Uniti oserebbero torturare Assange se solo potessero metterci le mani sopra? Chiedete a Bradley Manning. L’isolamento prolungato, come minimo, equivale a tortura.
Ci potrebbe volere troppo tempo prima che il mondo possa proibire una simile pratica.
E, anche in un caso simile, non vuole dire che la “nazione di dio” ed altri stati di polizia cesserebbero di praticarla.

Pensate che, con l’intero mondo che vigila, gli Stati Uniti oserebbero colpire Assange con un drone?
L’hanno fatto con cittadini americani. E figuratevi che lui è pure australiano.

Anche l’Ecuador, con il suo presidente Rafael Correa, pagherà un prezzo.
Pensate che, con l’intero mondo che vigila, gli Stati Uniti oserebbero intervenire in Ecuador?

A Washington intervenire in America Latina viene davvero facile.
Durante la guerra fredda veniva raccontato che gli Stati Uniti avrebbero potuto provocare la caduta di un governo a sud del proprio confine solo con il battito di un ciglio.
La dissoluzione dell’Unione Sovietica non ha contribuito a cambiare questa situazione semplicemente perché l’Unione Sovietica non era il vero nemico da combattere. La vera minaccia era un esempio positivo di alternativa al modello capitalista.

Per esempio il 21 gennaio del 2000 in Ecuador, dove circa due terzi della popolazione vivono in povertà, moltissimi braccianti indigeni si ribellarono, presi dalla disperazione, e marciarono verso la capitale Quito.
Arrivati in città si unirono a loro i sindacati e alcuni ufficiali di basso grado dell’esercito (principalmente appartenenti a comunità indigene).
Questa aggregato di persone presentò una lista di richieste economiche, assediò i palazzi del Congresso e della Corte Suprema e costrinse infine il presidente alle dimissioni.
Venne quindi sostituito da una giunta formata da membri di questa nuova coalizione.
L’amministrazione Clinton si allarmò.
Oltre a l’ovvia ostilità nord-americana per qualunque cosa puzzi, anche da lontano, come rivoluzione di sinistra, Washington aveva dei piani per la costruzione di una grande base militare a Manta (in seguito chiusa da Correa).
E la Colombia, ai tempi già “martoriata” da movimenti di sinistra, doveva essere il passo successivo.

Gli Stati Uniti si mossero rapidamente per educare i nuovi leader della coalizione: insegnarono loro lo stile di vita occidentale.
L’ambasciata americana a Quito, Peter Romero, assistente segretario di stato per l’America Latina e gli Affari nell’Emisfero Occidentale, Sandy Berger, il Consigliere della Sicurezza Nazionale del Presidente Clinton, il sottosegretario di Stato Thomas Pickering… tutti impegnati a chiamare membri del governo per minacciarli dicendo loro che sarebbero cessati gli aiuti economici e altri tipi di sostegno, avvertendo che “l’Ecuador si sarebbero trovato solo” informando che gli Stati Uniti non avrebbero riconosciuto nessun nuovo governo della coalizione.
E ancora comunicando che non ci sarebbe stata pace in Ecuador fino a quando l’esercito non avesse avuto la possibilità di mettere in carica il vicepresidente e che il vicepresidente avrebbe dovuto comunque continuare il cammino neoliberale delle riforme: proprio quel tipo di aggiustamenti strutturali del FMI che avevano avuto un ruolo fondamentale nella nascita della rivolta.

Nel giro di poche ore le più alte figure di esercito, aviazione e marina dichiararono dunque di sostenere il vicepresidente.
I leader della rivolta si dovettero nascondere.

E questa è stata la fine della rivoluzione ecuadoriana del 2000.

Raffael Correa è stato eletto per il suo primo mandato con il 58% dei voti.
Nel 2009 ha ottenuto il 55%.
Il suo mandato scade ad agosto del 2013. I media principali degli Stati Uniti hanno prograssivamente aumentato le critiche  nei suoi confronti.
La lettera seguente dall’ambasciatrice ecuadoriana in USA al Washington Post è un tentativo di chiarire uno dei punti discussi.

Lettera all’editore:
Ci riteniamo offesi dall’editoriale del 12 gennaio intitolato “L’Ecuador fa il bullo”.
Questo articolo si concentra su una causa intentata dal nostro presidente, Raffael Correa, dopo che un giornale aveva dichiarato che il presidente era colpevole di aver ordinato all’esercito di sparare sui cittadini durante il fallito colpo di stato.
Il presidente ha chiesto all’editore di mostrare le prove o ritrattare.
Quando si sono rifiutati ha fatto causa come avrebbe fatto qualunque cittadino che avesse sentito di aver subito un torto.

Nessun giornalista è finito in prigione od ha pagato multe eccessive durante i cinque anni del mandato di Correa.
Le critiche dei media nei confronti del governo, legittime o meno, qualche volta palesemente viziate, vengono pubblicate ogni giorno.
Il caso specifico che riguarda tale testata è attualmente arrivato in appello.
Quando il processo sarà concluso, ha dichiarato il presidente, eventuali penali verrano cancellate se le accuse verranno ritrattate.
Ritengo che questa soluzione venga per altro praticata anche negli Stati Uniti.

L’autore del vostro articolo utilizza frasi offensive come “repubblica delle banane” mentre questa è la realtà delle cose: per la prima volta da decenni l’Ecuador giova di una democrazia stabile, progressista e ben voluta.

Nathalie Cely, Washington

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte originale da cui è stato tradotto l’articolo: http://www.counterpunch.org/2012/07/06/the-price-of-screwing-with-america/

traduzione di Fabio Sallustro

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Versione  integrale su Zcommunications :http://www.zcommunications.org/in-gods-country-by-william-blum

 

 

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