Politica e mondo accademico (e altro). Intervista a Michael Parenti

Redazione 17 luglio 2012 1
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di Michael Parenti e Carl Boggs  – 14 luglio 2012

Il noto studioso di scienze politiche Michael Parenti è stato recentemente intervistato da un altro noto studio dello stesso campo, Carl Boggs. L’intervista è apparsa originariamente sulla rivista accademica New Political Science, nel numero di giugno 2012. E’ presentata qui nella sua interezza.

Carl Boggs (CB): Il tuo lavoro di studioso ha ottenuto un plauso straordinario, sia a livello nazionale sia internazionalmente, in un periodo di molti decenni. Tutto ciò, nonostante tu sia stato scacciato dalla disciplina scientifica nei primi anni settanta e, per lo più, ti siano stati negati gli appoggi, le ricompense e il reddito istituzionali che la maggior parte degli accademici – compresi quelli di sinistra – danno per scontati. Ora, ben sulla settantina, resti più produttivo che mai. Qual è stata la chiave del tuo successo?

Michael Parenti (MP): Vorrei dire “una vita pulita”, ma nessuno mi crederebbe. Parlando seriamente, le sole cose che sapevo fare nella vita erano leggere e parlare, così ho continuato a farle. Ciò che mi ha spinto ad andare avanti è stata la necessità di trovare la verità in mezzo alle bugie e alle cortine fumogene degli interessi dominanti. I miei tentativi mi hanno portato ripetutamente in terreni vietati del tipo che non porta a una docenza. Privato di una posizione universitaria regolare a causa del mio attivismo e dei miei scritti iconoclasti, mi sono dedicato a cercare di diventare un intellettuale pubblico. Al tempo stesso ho continuato a mantenere contatti con il mondo accademico; alcuni dei mei libri sono usati nei corsi; tengo, da ospite, conferenze in varie scuole e ho avuto alcuni inviti come insegnante ospite nel corso dei decenni. E, lo si creda o meno, in rare occasioni metto insieme un articolo per testi di raccolte di saggi di studiosi o per riviste accademiche. Finanziariamente a volte è stato difficile, ma sinora sono sopravvissuto.

CB: Parlando per me e per molti altri progressisti e persone di sinistra che ho conosciuto, il processo di radicalizzazione che abbiamo vissuto ha avuto in genere luogo nella nostra età adulta. Qual è stata l’origine del tuo allontanamento dalle norme consolidate e dalla politica convenzionale? E quando è accaduto nella tua vita?

MP: Niente pannolini rossi alla nascita per me! [Con l’espressione ‘red diaper baby’, bambini dal pannolino rosso, erano indicati, negli Stati Uniti, i figli di genitori iscritti al Partito Comunista USA; l’espressione è poi passata a indicare genericamente i figli di radicali – n.d.t. ].  Da studente mi è capitato di leggere degli avvenimenti politici sul New York Daily News e su altra cartaccia. Per un breve periodo, da adolescente alle superiori, mi sono considerato Repubblicano (non fare domande). All’università sono stato un attivista del Partito Liberale a New York.  All’epoca la lotta per i diritti civili mi aveva davvero preso. L’ingiustizia del razzismo alla Jim Crow era chiara in modo così coinvolgente! Penso di essermi spostato a sinistra perché amo la giustizia più di ogni altra cosa, più della bellezza o dell’amore o della stessa felicità. Ma rimanevano dei vuoti. Il periodo più apolitico della mia vita da adulto sono stati i tre anni, o giù di lì, trascorsi all’università di Yale per conseguire il mio dottorato in scienze politiche o, come sarebbe meglio chiamarle, in “scienze apolitiche”. Infine c’è stata la guerra del Vietnam che mi ha distolto dal mio scialbo liberalismo e mi ha spinto a un vero radicalismo. Ho cominciato a contestare la guerra, poi ho contestato i leader che producevano la guerra e poi il sistema che produceva i leader. Dapprima ho pensato che la guerra fosse un’avventura irrazionale, un tragico errore. Alla fine ho concluso che la guerra era molto razionale, un tragico successo (o almeno un successo parziale) al servizio degli interessi delle imprese globali. A quel punto ho cominciato ho cominciato a passare dai lamenti liberali a proposito delle cose brutte a un’analisi radicale del perché le cose sono quelle che sono.

CB: Sei stato uno dei fondatori del Caucus per una Nuova Scienza Politica alla fine degli anni ’60. All’apice del radicalismo della Nuova Sinistra, il Caucus era motivato dalla speranza che la disciplina potesse essere fortemente influenzata dalla costruzione di un’ondata di studi e di attivismo progressisti, e spingeva significativamente a sinistra. Osservando la traiettoria della disciplina, quali sono le tue attuali riflessioni su quegli obiettivi originali del Caucus?

MP: Gli obiettivi del Caucus restano validi come allora, e ancora non completamente realizzati: avventurarsi in aree proibite, indagare ciò che cruciale, comprensibile e rilevante per la lotta politica e la storia. Era inimmaginabile nel 1967 che quasi mezzo secolo dopo le cose nella professione sarebbero rimaste pressoché le stesse.  Oggi abbiamo la stessa soffocante ideologia centrista che pretende falsamente di essere obiettiva. Oggi gli studiosi convenzionali di scienze politiche continuano a dibattere le stesse vecchie questioni a proposito del rigore metodologico e delle svolte paradigmatiche. Com’è possibile? Beh, i centristi e i conservatori continuano a controllare i consigli di amministrazione delle fondazioni; controllano ancora le amministrazioni, i fondi per la ricerca, i gruppi di esperti e le riviste accademiche, assieme al reclutamento, alle promozioni e alla docenza; in breve, tutti i mezzi per riprodurre le condizioni della loro stessa egemonia, nel continuo perseguimento della scienza apolitica.

In tutti gli anni ’70 e entrando negli anni ’80 ricordo un caso dopo l’altro di studiosi radicali allontanati. Parlando in generale, gli accademici convenzionali politicamente innocui avevano – e hanno tuttora – percorsi di carriera più agevoli e prestigiosi rispetto a quelli che lavorano da una prospettiva critica, anche se è bene sapere che numerosi radicali sono sopravvissuti alla mannaia.

CB: Quando eravamo laureandi, parecchi anni fa, i dibattiti infuriavano tra la scuola “pluralista”, convinta di una democrazia statunitense esemplare, e i sostenitori della “struttura di potere”, influenzati dalla tradizione marxista e dalle opere di radicali come C. Wright Mills. Per uno strano paradosso, mentre le tendenze oligarchiche nella società statunitense si sono intensificate lungo i decenni, la scienza politica tradizionale ha abbracciato il pluralismo come un’ideologia quasi sacra, data per scontata, mentre le ottiche critiche restano essenzialmente emarginate. Come spieghi questa notevole contraddizione?

MP: Lo stesso è avvenuto con l’economia. Nelle facoltà di economia del paese, il marxismo è scomparso – non che abbia mai avuto una grande entratura – ma lo stesso è stato del keynesismo! Quasi tutti gli economisti accademici sono ora sostenitori del libero mercato. La destra ideologica è stata seriamente attiva nello scorso mezzo secolo, reclutando conservatori per il giornalismo e la radio, le scuole di legge e il ruolo di giudici, la politica pubblica e le cariche pubbliche, la cultura e l’insegnamento universitario. I reazionari sanno che la gente è mossa e controllata dalle parole e dalle idee. Nel frattempo i liberali hanno fatto poco nel campo dell’educazione ideologica, salvo sopprimere quelli alla loro sinistra. A oggi i liberali, e persino certi “progressisti di sinistra”, continuano a muovere guerra a orde immaginarie di ideologici marxisti mentre essi stessi sono frustati dalla destra reazionaria. I Repubblicani fanno sputar loro sangue e loro continuano a cercare un dialogo, sognando comportamenti bipartisan. I liberali e il Partito Democratico in generale (con alcune eccezioni) sembrano il coniuge malconcio in un rapporto violento.

CB: Parlando di oligarchia, il recente movimento Occupy è stato creato sulla premessa che le élite imprenditoriali e bancarie (l’1%) ora governano il paese con un potere crescente e impietoso e hanno scandalosamente minato quel che restava delle istituzioni e delle prassi democratiche. Osservando questo “nuovo populismo”, in quale misura lo vedi come una svolta importante, una sfida potenzialmente costante e radicale alla struttura del potere?

MP: Il movimento Occupy è emerso come una forza politica massiccia e spontanea in centinaia di località, molto rincuorante per i molti che pensavano di essere soli e impotenti. Il movimento ha diffuso un’intelligente stenografia della guerra di classe in corso negli Stati Uniti e altrove: l’1% contro il 99%.  Per decenni alcuni di noi hanno tentato di far riconoscere alla gente la grande divisione di classe (finanziaria) di questa società e per tale tentativo siamo stati trattati da “estremisti” e da “ideologi marxisti” da quelli che non volevano saperne di analisi di classe e di conflitti di classe (come se potessero sfuggirle dichiarandole passè).  E ora improvvisamente centinaia di migliaia di dimostranti hanno riconosciuto la grande divisione di classe, vividamente e succintamente. Persino alcuni nuovi commentatori ora fanno cauti riferimenti all’1%.  Mentre parliamo, tuttavia, il movimento Occupy è sistematicamente soppresso dalle forze di polizia militarizzate. Quando sale, il sentimento popolare è calunniato, distorto e sottoposto alla violenza della polizia.

CB: Molti osservatori politici – compresi alcuni della sinistra – vedono paralleli tra il movimento Occupy e il “populismo” del movimento del Tea Party. Qual è la tua valutazione?

MP: Il Tea Party è costituito da persone che partono dalle loro altrimenti legittime rimostranze contro il fisco e i servizi e le indirizzano male contro avversari irrilevanti. I sostenitori del Tea Party hanno interiorizzato gran parte dello scenario ideologico Repubblicano, incessantemente propinato loro dalla Fox News e dai propagandisti dei talk-show della radio. I loro “sacri valori” comprendono: sconfinato sostegno all’esercito, super patriottismo, un capitalismo delle imprese privo di impacci, il diritto di bombardare a volontà altri paesi, nessuna separazione tra chiesa e stato, la famiglia patriarcale, la gravidanza obbligatoria, tagli drastici ai servizi governativi e l’energica applicazione della pena di morte. Credono che questi “preziosi valori” siano sotto attacco da parte delle “élite culturali”, della folla degli “odiatori dell’America”, dei liberali snob, dei socialisti, delle teste d’uovo intellettuali, dei sindacalisti, degli atei, degli omosessuali, delle femministe, delle minoranze, degli immigrati e di altri oscuri demoni. Il Tea Party è il fornitore del populismo reazionario e dell’ultraliberismo di destra.

Insomma il Tea Party ha poca somiglianza con il movimento Occupy se si eccettua il fatto che sono entrambi movimenti di protesta (ma anche a questo riguardo è uno solo di essi a subire le violenze della polizia).  Forse un giorno saremo in grado di raggiungere i sostenitori del Tea Party e di dimostrar loro come in realtà essi siano resi vittime. Ma nel frattempo non dobbiamo confondere la sostanza con la forma né soccombere alle pie illusioni.

CB: Hai scritto molto diffusamente a proposito delle questioni del potere globale statunitense e delle dinamiche dell’imperialismo USA risalenti alla seconda guerra mondiale e anche a prima di essa. E’ stato di moda, anche a sinistra, scartare le teorie classiche dell’imperialismo (come quelle, ad esempio, derivate da Lenin, Luxembourg e Hobson o, successivamente, da Williams e Baran/Sweezy) come fuori moda, come basate eccessivamente su fattori economici. Qual è la tua idea delle origini principali degli interventi militari statunitensi?

MP: Dire che gli interventi globali degli Stati Uniti sono motivati da fattori economici non significa dire che l’acquisizione di risorse sia il fattore principale o unico dell’ampliamento dell’impero. L’obiettivo dell’imperialismo resta quello che è sempre stato, la lotta per il dominio sugli altri al fine di espropriare la loro terra, il loro lavoro, le loro risorse naturali, i loro mercati e il loro capitale. L’obiettivo complementare consiste nello sradicare e distruggere qualsiasi leader, governo o movimento che cerchi una via alternativa (solitamente una via più comunitaria o collettivista) al di fuori del sistema imperiale globale. Quella gente deve imparare che il suo paese non le appartiene; appartiene all’impero e alle sue imprese transnazionali.

L’impero statunitense vede solo due tipi di nazioni di là dalle sue sponde: (1) quelle satelliti (dette anche “stati clienti”) che sono politicamente obbedienti e completamente aperte all’espropriazione straniera, compresi i nostri alleati economicamente devoti al mondo imprenditoriale occidentale e che collaborano con Washington nella maggior parte delle cose; e (2) quelle nemiche, o potenzialmente nemiche; paesi che perseguono un proprio sviluppo indipendente dal sistema globale del libero mercato, paesi “problematici” come la Jugoslavia, l’Iraq, Cuba, Panama (sotto Noriega), Haiti (sotto Aristide), il Nicaragua (sotto i sandinisti), la Libia (sotto Gheddafi), il Venezuela (sotto Chavez); si potrebbe continuare. 

Invece di istruirsi sugli imperativi economici dell’impero, la maggior parte degli autori del giorno d’oggi, come Chalmers Johnson, afferma che l’imperialismo riguarda unicamente l’accrescimento, il potere per il potere, le basi militari e l’egemonia messianica, come se queste cose fossero mutualmente esclusive rispetto all’imperialismo economico. Un obiettivo centrale di questi autori consiste nell’evitare ogni dibattito informato sugli imperativi sottostanti del potere di classe al servizio degli interessi di classe. Relativamente poco viene offerto a proposito di come il potere (nelle mani dei pochi) è utilizzato per accumulare ricchezza, e di come la ricchezza è utilizzata per garantire il potere. In uno dei miei libri li ho definiti i teorici dell’ABC [Anything But Class = ‘Tutt’altro che la classe’].

CB: Molti critici contemporanei della politica estera statunitense – vengono in mente immediatamente le opere di Chris Hedges e di Andrew Bacevich – hanno scritto che il potere globale degli Stati Uniti è ora in grave declino, che la capacità di Washington di intervenire in giro per il mondo è stata compromessa dalla crescente debolezza economica e da un ambito internazionale troppo ambizioso. Abbiamo lo spettro di un gigante imperiale sempre più debilitato, non più in grado di perseguire le sue ambizioni di superpotenza. Qual è la tua reazione a questi critici?

MP: Mi piacerebbe pensare che avessero ragione, ma davvero non ci sono poi queste grandi prove che l’impero statunitense stia traballando. L’impero ha in giro per il mondo basi più numerose e sofisticate che mai. Dispone di più potenza distruttiva e di più riserve di “imperialismo morbido” che mai. Ha penetrato più mercati e aree di risorse che mai. E’ riuscito a distruggere leader e movimenti organizzati in una quantità di paesi che tentavano di disegnare un percorso più ugualitario e indipendente. L’impero ha esteso la sua portata attorno al globo, passando da un successo all’altro, assieme a uno o due stalli, come in Afghanistan. Persino quando l’impero subisce sconfitte, può continuare a diventare più potente. Si consideri la sconfitta degli Stati Uniti in Vietnam. Da allora l’impero statunitense è solo cresciuto in potenza. E ogni anno viene autorizzato un bilancio militare sempre più gargantuesco, ora per gentile concessione del presidente Obama che si mette sull’attenti a fare il saluto al Pentagono, sempre pronto a rendersi utile.

Ovviamente è anche vero che l’impero si nutre della repubblica. Tutte le sue spese sono pagate dalla repubblica. Si pasce alla mangiatoia pubblica con un grande costo per il settore civile. E’ la repubblica che è in drastico declino, non l’impero. Ma, come ogni parassita, se l’impero è troppo vincente e smodato nel suo alimentarsi parassitario, alla fine ucciderà l’ospite e sé stesso. Ora si gode un keynesismo militare, una spesa pubblica che sostiene (in modo perverso) l’economia della repubblica e i profitti dell’Azienda America.

CB: Nel tuo libro ‘To Kill a Nation’ [Uccidere una nazione] la tua  concentrazione su una moltitudine di crimini attuati dalle forze statunitensi e della NATO nel corso di tre mesi di bombardamenti aerei – preceduti da circa un decennio di sforzi economici, politici e militari di distruggere la Jugoslavia come nazione unificata – ha prodotto una diffusa indignazione sia a sinistra sia tra i liberali che accettano acriticamente la demonizzazione occidentale dei serbi come la parte unicamente colpevole delle atrocità nel corso della lunga e sanguinosa guerra civile. La stessa mia recensione, generalmente positiva, del tuo libro ha suscitato simili aspre reazioni. Come hanno potuto, secondo te, progressisti statunitensi normalmente critici degli interventi USA all’estero diventare improvvisamente così miopi nel caso della Jugoslavia?

MP: La maggior parte della sinistra statunitense vuole aprire alla propria destra e respingere la propria sinistra. La sua principale passione sembra essere far guerra al comunismo o a quello che chiama “stalinismo”, un demone largamente indefinito e piuttosto datato. Parlo della sinistra intellettuale e settaria, non dei reazionari del Tea Party. Molti della sinistra liberale hanno considerato Milosevic come l’ultimo stalinista d’Europa che doveva essere fatto fuori.  Così si sono prontamente bevuti le storie costruire dai mass media a proposito delle atrocità genocide commesse dai serbi.  Si sono schierati fianco a fianco con la NATO, la CIA, il Pentagono, la Casa Bianca e i media convenzionali, gli stessi soliti sospetti di cui dicono non ci si debba mai fidare. Hanno creduto a ogni storia demonizzante servita loro a proposito dei serbi. Per fare solo un esempio: hanno creduto che 100.000 persone in Kosovo fossero state massacrate dai serbi e che le miniere di Trepca fossero piene di cadaveri. Non è stata trovata alcuna fossa comune di questo genere e nelle gallerie di Trepca non è stata trovata nemmeno una scarpa o una fibbia. In realtà i serbi erano quelli che avevano la più vasta popolazione multietnica nella loro repubblica, compresi croati, albanesi e sloveni; i serbi non si sono dedicati alla pulizia etnica e certamente non al genocidio. I kosovari che fuggivano a sud durante la guerra proclamavano apertamente che fuggivano dai bombardamenti della NATO e non dal rullo serbo. Ho messo tutte le fonti e le citazioni in ‘To Kill a Nation’, quasi tutte di provenienza occidentale, comprese anche alcune delle Nazioni Unite e persino della NATO.

Ma è uno scenario familiare: i leader statunitensi demonizzano il leader preso di mira, in questo caso il democraticamente eletto Milosevic, e ciò li autorizza a bombardare il suo popolo, addirittura con uranio impoverito. Nel mio libro ‘The Face of Imperialism’ [Il volto dell’imperialismo] la chiamo “Privatizzazione mediante bombardamenti”. Ero in Serbia alcune settimane dopo i 78 giorni di bombardamenti e ho notato che solo le fabbriche, le strutture, gli alberghi e simili  di proprietà del governo o dei lavoratori erano state bombardate. L’Hotel Hilton e altre società private non avevano un graffio. Quello che è insolito è che molti della sinistra si sono fatti gabbare da questo scenario di  “guerra umanitaria”. Come dico, penso che alcuni di loro combattano il fantasma di Stalin, posseduti come sono dal loro automatico anticomunismo. I serbi sono stati presi di mira dagli imperialisti statunitensi perché erano il gruppo etnico maggiore, quello più contrario alla secessione, e con una classe operaia che era più socialista che non in una qualsiasi delle altre repubbliche jugoslave.

CB: Il processo della globalizzazione è solitamente presentato nel dibattito convenzionale (e nelle scienze politiche standard) come una specie di fenomeno naturale, una tendenza inevitabile dell’economia mondiale a un’accresciuta integrazione, comunicazione transnazionale, prosperità e (in alcuni discorsi) democrazia. Tu hai scritto, al contrario, che la globalizzazione non è un processo inesorabile, bensì piuttosto un progetto consapevole e pianificato degli interessi delle imprese multinazionali di ampliare il regno dei mercati e dei profitti capitalisti, rendendolo tutt’altro che uno sviluppo che favorisce la prosperità economica e la democrazia politica. Può argomentare questa tesi?

MP: In ‘The Face of Imperialism’ ho dedicato un capitolo a trattare della globalizzazione; dedico un paio di pagine a criticare quei marxisti che sembrano incapaci di afferrare cosa sia la globalizzazione. Come nel caso dei conservatori, molti marxisti (ma non tutti) non hanno colto la natura completa della lotta. Hanno considerato la globalizzazione come un processo di espansione degli investimenti, qualcosa che Marx e Engels avevano descritto tanto tempo fa, e dunque perché far tanto chiasso? Ma quelli di noi che sapevano davvero qualcosa del programma del libero scambio – compresi coltivatori, operai, studenti e intellettuali di tutto il mondo – capivano che in base agli accordi di libero scambio della globalizzazione i servizi pubblici sarebbero stati cancellati perché rappresentavano delle “opportunità di mercato perse”. Leggi che cercano di proteggere l’ambiente o il lavoro e la salute sono già state rovesciate in molti paesi in quanto “creano barriere al libero scambio”. La globalizzazione monopolizza la produzione rimuovendo le protezioni per i piccoli produttori e coltivatori che sono poi svenduti e cacciati da imprese pesantemente sovvenzionate.

Quella che pure è rovesciata è la democrazia stessa, il diritto ad avere leggi che proteggano i salari sociali, i servizi umani e le economie locali. La globalizzazione eleva i diritti degli investimenti al di sopra di ogni altro diritto. La globalizzazione tenta anche di monopolizzare la stessa natura, consentendo alle imprese di avanzare pretese di esclusività su risorse fondamentali per la vita, comprese le semenze, il riso, il grano e persino l’acqua pluviale. Non è libero scambio; è investimento monopolistico. Le conseguenze sono disastrose per le nazioni del Terzo Mondo e non sono buone per nessuno di noi, eccettuato l’1%.

CB: La grave crisi economica che abbiamo sperimentato negli Stati Uniti – e nel mondo – negli ultimi pochi anni è spesso interpretata come un declino temporaneo o come un aggiustamento ciclico di un sistema di “mercato” altrimenti sano e orientato a una crescita dinamica. Dopotutto le crisi precedenti sono state tipicamente seguite da fasi sostenute di sviluppo. C’è qualcosa di qualitativamente nuovo, più profondamente strutturale e di lungo termine, nella crisi attuale?

MP: Le recessioni sono difficili e dolorose per noi ma non poi una brutta cosa per l’Azienda America. La recessione consente alle mega-imprese di fagocitare più agevolmente quelle più piccole (o altri giganti) accrescendo così la concentrazione oligopolistica e riducendo la concorrenza. I profitti continuano ad affluire, mentre le aliquote fiscali a carico delle imprese restano più basse che mai (come ha riferito recentemente addirittura il Wall Street Journal). La recessione, anche, doma o sconfigge totalmente i sindacati. E anche il pubblico in generale apprende l’umiltà. L’1% non vuole un pubblico che sia ben istruito e ben informato, libero da debiti, capace di organizzarsi e di avanzare rivendicazioni, diretto da un forte senso dei propri diritti e da forti aspettative, che sostenga programmi sociali e servizi non a fini di lucro. Le recessioni insegnano spesso al pubblico lavoratore a stare al proprio basso posto e lavorare sempre più duramente in cambio di sempre meno. Crisi, panico, recessione e povertà sono le condizioni comuni, non rare eccezioni, del capitalismo del libero mercato. Dà uno sguardo in giro per il mondo (per nominare solo alcuni stati) alla capitalista Nigeria, alla capitalista Indonesia, alla capitalista Ungheria, alla capitalista Bosnia, alla capitalista Haiti, al capitalista Honduras e alla presto capitalista Libia.

Ma il capitalismo è una bestia che si autodivora. Una funzione dello stato capitalista raramente menzionata, anche dai marxisti, consiste nel proteggere il capitalismo dai capitalisti. Se l’1% ha troppo successo nel suo frenetico perseguimento dei profitti e nella sua furiosa determinazione a ritornare al passato rispetto a tutti i regolamenti e le restrizioni, può distruggere il proprio stesso sistema. I plutocrati saccheggeranno tutto e tutti quelli che in vista, compresi gli altri capitalisti. Metti questa crisi ecologica globale nell’intruglio stregonesco e potremo ben essere diretti a un disastro monumentale. In mezzo a tutto questo abbiamo un presidente (Obama) che continua ad aumentare il bilancio militare e che sta ora spendendo miliardi per costruire il primo nuovo (e pericolosissimo) impianto nucleare da decenni, annunciando orgogliosamente: “Credo nell’energia nucleare.”

CB: Hai scritto, nel tuo libro ‘Contrary Notions’  [Idee opposte] che “i simboli importanti che legittimano la nostra cultura sono mediati da una struttura sociale che è largamente controllata da organizzazione centralizzate danarose. Questo è particolarmente vero a proposito del nostro universo mediatico in cui il mercato di massa è quasi totalmente monopolizzato dai media di proprietà delle imprese.” Ciò propone una visione piuttosto monolitica della cultura mediatica negli Stati Uniti. Vedi qualche segnale, o fonte, o fenditura in questo sistema per una rottura di quest’ordine egemonico?

MP: I mass media di proprietà delle imprese non sono così perfettamente reazionari come potrebbero volere i proprietari dei media. Ogni genere d’informazioni si può trovare sepolto nelle ultime pagine del New York Times, del Wall Street Journal e di altre pubblicazioni tradizionali, o persino proprio nei titoli. Parte di tali informazioni può essere molto rivelatrice, se si sa come collegare i puntini. Eventi scomodi fanno capolino tra la nebbia: recessione, povertà, enorme debito pubblico, interventi militari orrendi, legislatori corrotti, finanzieri ladri, consegne e torture, disastri naturali senza precedenti … ma queste non sono cose che noi della sinistra tiriamo fuori dal cappello a mo’ di prestigiatori. Esistono davvero. La realtà è radicale. Spesso i media devono riferire qualcosa a proposito di queste realtà sgradevoli, e quando lo fanno ciò convince i reazionari danarosi che esistono “media liberali prevenuti” che cercano di far apparire cattiva la società capitalista.

Quanto alle “fenditure” nell’universo delle comunicazioni, beh, esistono effettivamente alcune centinaia di stazioni radio comunitarie e universitarie non a fini di lucro che occasionalmente consentono che vada in onda una voce dissenziente. Io concedo circa 35 interviste radio all’anno a piccole stazioni di tutto il paese che trasmettono a pubblici molto limitati. Ci sono anche alcune minuscole riviste sotto finanziate che propongono delle prospettive di sinistra. E poi c’è Internet, che ha quegli stessi difetti che sono le sue virtù, con siti web e blog che si estendono attraverso tutto lo spettro politico e centinaia di editorialisti e commentatori autonominati di tutte le tendenze politiche. 

Tuttora la classe facoltosa e i suoi  accoliti controllano quasi l’intero universo delle comunicazioni. Riuscire a farsi sentire da un pubblico più vasto è una corsa in salita se non si ha accesso ai media principali. Parlo per esperienza diretta. Normalmente ricevo 100.000 visite al mese nel mio sito web, mentre Glenn Beck ne riceve milioni e ha molti milioni di spettatori e ascoltatori (e fa milioni di dollari). E’ possibile che lui sia davvero tanto più intelligente e informato della maggior parte di noi? O è semplicemente più ideologicamente corretto e pertanto meglio pubblicizzato dagli interessi dei super-ricchi? Dunque Internet ha messo a disposizione un canale ma, dato il modo in cui sono distribuite le risorse finanziarie, è difficile creare un terreno equo di confronto.

CB: Nel tuo libro ‘God and His Demons’ [Dio e i suoi demoni] scrivi: “Le meraviglie del Signore non operano mai più misteriosamente – e in modo più deleterio – che nella diffusione della religione stessa. Alla religione è dato largamente credito di essere stata la grande progenitrice delle virtù morali, ma osservando le realtà della storia non possiamo evitare di notare quanto frequentemente le religioni sono servite da strumento della promozione dell’intolleranza, dell’autocrazia e delle atrocità.”. In quale misura questo tipo di dogmatismo religioso ha influenzato la svolta contemporanea a destra della politica statunitense, in cui i fondamentalisti cristiani (tra gli altri) sembrano completamente posseduti da una combinazione di moralismo bigotto, xenofobia nazionalista e autoritarismo politico?

MP: Come osservo in ‘God and His Demons’ molti gruppi fondamentalisti sono del tutto ostili alla democrazia laica “senza Dio”; sono inflessibili teocrati totalitari e lo dicono apertamente. Sono dediti a infiltrare le varie istituzioni di questo paese. Circa 25 anni fa fui invitato a parlare all’Accademia dell’Aviazione statunitense. Il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Accademia usava il mio libro di testo ‘Democracy for the Few’   [Democrazia per i pochi]. Non scherzo.  E’ stato interessante e mi sono fatto alcuni buoni amici. Ma oggi non mi sarebbe permesso di oltrepassare quella soglia. Dell’Accademia si sono impossessati fondamentalisti protestanti così com’è accaduto ad altri centri e basi militari di tutte le forze armate. Più in generale i credenti fondamentalisti hanno svolto un ruolo attivo nell’infondere valori teocratici nel dibattito politico, specialmente con presidenti reazionari così ricettivi come Reagan e George W.

L’esempio più chiaro d’intrusione teocratica nella politica laica è stato la distruzione, ad opera del papa Giovanni Paolo II, della teologia della liberazione nell’intera America Latina, una soppressione patrocinata dalla CIA che necessita di rivelazioni maggiori delle poche pagine che le ho dedicato nel mio libro. E naturalmente c’è un effetto circolare. I reazionari laici finanziano i fondamentalisti in ogni modo possibile e persino ne nominano alcuni a cariche pubbliche. Così la chiesa ha un impatto sullo stato e lo stato appoggia la chiesa, il tutto in una direzione mutuamente reazionaria, un matrimonio celebrato in cielo, o più probabilmente in qualche altro posto.

CB: Tornando al movimento Occupy e ai suoi molti germogli, possiamo trovare motivo di ottimismo qui, in un momento in cui la nostra esperienza con altri movimenti sociali contemporanei è stata un po’ meno che positiva? Le insurrezioni popolari radicate nella giustizia globale, nella politica contro la guerra (Iraq) e nei diritti degli immigrati, per esempio, sono generalmente finite in stallo e non hanno ottenuto molta articolazione politica o durata. Si potrebbe, in generale, identificare qualcosa di interamente diverso in questa nuova rivolta, abbastanza diverso da giustificare un rinnovato ottimismo per il futuro?

MP: Bisognerebbe interrogare la sfera di cristallo. Chi può dirlo? Preciserei quello che ho detto in precedenza a proposito dell’imperium. E’ terribilmente potente, ma né invincibile né onnipotente. Ci sono state vittorie e cambiamenti. Nel corso della mia vita ho visto Jim Crow sbattuto giù dal suo piedistallo. Ho visto un movimento per la pace che alla fine ha quasi paralizzato gli sforzi bellici statunitensi in Indocina e ha creato un fermento sul fronte interno che ha scosso le istituzioni e le nostre stesse vite. Ci sono state spettacolari conquiste delle femministe e degli omosessuali, e ora un’improvvisa esplosione di contrattacco da parte del movimento Occupy. Le rivolte sono imprevedibili. Nessuno si aspettava il rovesciamento di Mubarak in Egitto, nemmeno gli egittologi e gli specialisti del Medio Oriente. Se se lo aspettavano di certo se lo sono tenuto per sé.  Può sembrare tutto senza speranza e improvvisamente le persone trovano qualcosa in sé e gli uni negli altri e la democrazia è in piazza.

Immagino che l’approccio migliore sia quello offerto da Antonio Gramsci che disse che dobbiamo coltivare “un pessimismo della ragione e un ottimismo della volontà”.  Cioè dobbiamo essere capaci di guardare a quanto tetre possano diventare le cose e non avere illusioni luminose a proposito di ciò che affrontiamo, ma dobbiamo anche continuare a batterci come se ciò facesse la differenza e avesse un impatto, perché a volte è così.

Mi sia consentito terminare ringraziando Carl Boggs per i suoi sforzi nel realizzare questa intervista. E’ un privilegio essere intervistato da una persona del suo calibro.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/reflections-on-politics-and-academia-an-interview-with-michael-parenti-by-michael-parenti

Originale: New Political Science

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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