USA: Clima e occupazione

Redazione 13 luglio 2012 0
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di Jack Rasmus  – 11 luglio 2012

Il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha diffuso la settimana scorsa i suoi dati mensili sull’occupazione per il mese di giugno 2012. Una volta di più i numeri hanno mostrato uno spettacolare calo della creazione di posti di lavoro per il terzo mese consecutivo. La creazione di occupazione ha segnato una media di soli 80.000 posti al mese da aprile a giugno, circa un terzo di quelli del primo trimestre, gennaio-marzo, di quest’anno.

Il motivo proposto più spesso per la ricaduta dell’occupazione in giugno e negli ultimi tre mesi – la terza simile ricaduta dell’occupazione a metà anno di altrettanti anni – è che il tempo del trimestre invernale è stato la causa della spettacolare caduta della creazione di lavoro degli ultimi tre mesi. Secondo tale tesi il “tempo buono” dello scorso inverno ha in qualche modo fatto progredire l’attività economica e perciò l’occupazione che sarebbe stata diversamente creata negli scorsi tre mesi. Tale spiegazione, tuttavia, non è altro che una scusa intesa ad evitare un’analisi altrimenti più radicale del perché la creazione di occupazione è andata crollando ancora una volta nei mesi recenti.

Non conta che il crollo della creazione di occupazione negli ultimi tre mesi rappresenti il terzo calo di metà anno nella creazione di lavoro. Se il tempo buono dell’inverno fosse la spiegazione del più recente di tali cali, quello del 2012, allora il tempo buono dell’inverno avrebbe dovuto essere la spiegazione anche nel 2010 e nel 2011.  Ma tali inverni precedenti sono stati abbastanza normali. In secondo luogo, se il tempo invernale fosse la causa principale nel 2012, allora un’analisi dei settori dell’economia – edilizia, agricoltura, trasporti, commercio al dettaglio – negli ultimi sei mesi dovrebbe mostrare significativi aumenti dell’occupazione nei mesi invernali, seguiti da eccezionali cali dell’occupazione negli stessi settori nel trimestre aprile-giugno. Ma tale prova non c’è, se uno si prende il fastidio di dare un’occhiata a tali settori potenzialmente stagionali.

Le industrie che è concepibile che avrebbero potuto trarre vantaggio stagionalmente da un tempo straordinariamente migliore l’inverno scorso  – attraendo nel trimestre invernale l’occupazione di questa primavera e pertanto riducendo la creazione di posti negli ultimi tre mesi – hanno in realtà prodotto pochissimi posti aggiuntivi lo scorso inverno. Stiamo parlando di circa 20.000 posti al massimo, in tutti i settori appena citati, su un totale riferito di 700.000 nuovi posti creati nel trimestre invernale.

E dunque se non sono stati il tempo e la stagionalità a produrre i 700.000 posti di lavoro in più nello scorso trimestre invernale, che cosa è stato responsabile di tale crescita? Ugualmente importante: cosa è stato poi responsabile del crollo dell’occupazione negli scorsi tre mesi, aprile-giugno, se non sono stati gli effetti del tempo invernale?  E tale fattori effettivi (non metereologici) continuano ad aver un impatto simile sul procedere della creazione di occupazione?

La spiegazione della creazione di occupazione sulla base della metafora del “tempo buono”

Quando gli economisti offrono spiegazioni basandosi su metafore, solitamente è una buona indicazione che hanno poche idee su quale possa essere la causa vera.

L’eccessivo “buon tempo invernale” non è stato maggiormente responsabile della creazione di occupazione nello scorso inverno e del conseguente declino della crescita dell’occupazione negli scorsi tre mesi, di quanto lo siano state le tesi secondo cui l’”attività solare” può spiegare la crescita economica e la creazione di occupazione, cioè di un argomento che di fatto è stato un tempo sostenuto, nel lontano passato, da economisti per spiegare la crescita economica, nonostante la sua assurdità. “Il tempo dell’inverno scorso” rappresenta perciò una ritirata degli economisti a modalità assurde del passato di “analisi mediante metafore naturali”, in effetti una scusa che si sostituisce a una spiegazione e a un’analisi reali del triste stato del mercato del lavoro oggi negli Stati Uniti. Tali spiegazioni dovrebbero essere lasciati ai guru politici e mediatici, che sono più inclini ad evitare i fatti piuttosto che a rivelarli.

Le spiegazioni vere dei rapporti sull’occupazione

Allora cos’altro potrebbe altrimenti spiegare il record di una media di 240.000 posti creati lo scorso inverno, seguita dal tetro dato di soli 80.000 posti al mese, di media, creati nello scorso periodo aprile-giugno?

I motivi sono di tre tipi e nessuno ha a che fare con l’ipotesi metereologica: (1) la crescente evidenza di un problema delle metodologie statistiche impiegate dal dipartimento del lavoro statunitense per stimare i posti di lavoro; (2) la tempistica delle politiche, sia fiscali sia monetarie, dell’amministrazione Obama e della Federal Reserve Bank nel corso degli ultimi tre anni e (3) la convergenza degli sviluppi economici globali.

Un problema di stime statistiche?

Come chi scrive ha sostenuto in pubblicazioni degli ultimi sei mesi, la media di 240.000 posti creati lo scorso inverno non ha rappresentato una vera creazione di occupazione. E’ stata il risultato di metodi di stima statistica del dipartimento del lavoro statunitense che hanno costantemente sovrastimato la creazione di occupazione nel trimestre invernale per ormai tre anni consecutivi. Senza ripetere qui i dettagli arcani (vedere il blog jackrasmus.com) basti semplicemente dire che le metodologie sono basate su un’economia pre-2007 e non sono ora, nell’odierna relativa stagnazione economica negli Stati Uniti (e in crescita globalmente) più accurate come dovrebbero essere e andrebbero perciò fondamentalmente rettificate. 

Risposte politiche inefficaci al mercato del lavoro

Il recente crollo della creazione di occupazione è più ovviamente dovuto, in parte, a politiche sia fiscali sia monetarie degli ultimi tre anni: specificamente, alla tempistica delle politiche governative del 2009, 2010 e 2011 che hanno fornito una dose insufficiente di stimolo fiscale alla spesa agli inizi di ciascun anno, rapidamente sperperata a metà dell’anno successivo. L’amministrazione Obama ha sinora introdotto tre “programmi di stimolo fiscale” (tagli alle tasse e alla spesa) che hanno offerto in ciascun caso uno stimolo limitato all’economia verso la fine dell’anno che successivamente ha perso vigore entro la metà dell’anno seguente. I motivi della rapida dissipazione dello stimolo sono solo in parte da attribuire alla dimensione inadeguata di ciascuno dei tre programmi. La rapida scomparsa dello stimolo è stata dovuta ancor di più a problemi di composizione e tempistica al centro dei programmi di ripresa.

Per quanto riguarda la politica monetaria, gli ultimi tre anni sono stati caratterizzati da tre programmi di politica di “alleggerimento quantitativo” della Federal Reserve che sono stati anch’essi ‘stagionali’ nella loro tempistica e nel loro impatto e che perciò sono successivamente anch’essi svaniti a metà anno nei loro effetti.

Prendendo in considerazione solo l’anno corrente, il 2012, un’analisi che non si affidi alla scusa del “buon tempo invernale” deve chiedersi cosa sia successo nel trimestre invernale di quest’anno per produrre il deciso successivo rallentamento dell’economia statunitense, e della creazione di occupazione, negli ultimi tre mesi.  Tra le possibili spiegazioni vere c’è stato il picco dei prezzi della benzina nella prima metà di quest’anno, insieme con altri fattori inflattivi, che ha colpito duramente le famiglie medie nell’inverno, con ricadute sulla spesa nei consumi avvertita giusto nei mesi recenti. Gli aumenti dei prezzi dei generi alimentari, dei costi dei servizi, dei premi assicurativi, del costo degli affitti – per citare solo i più ovvi – stanno avendo ora una grossa influenza sulla crescita del reddito disponibile della maggior parte delle famiglie statunitensi. Ciò si sta manifestando nella debolezza delle vendite al dettaglio e delle spese nel settore dei servizi dei mesi recenti, con queste ultime che rappresentano l’80% dell’economia.

I posti nel settore dei servizi sono cresciuti di circa 250.000 unità nel primo e secondo trimestre. Ma la composizione dei posti creati in questo settore è stata significativamente diversa nel secondo trimestre rispetto al primo. I posti nel settore dei servizi nel trimestre scorso hanno teso a essere fortemente indirizzati a quelli a tempo parziale e temporaneo. Da marzo sono stati creati più di 500.000 posti a tempo parziale non volontario (cioè non agricoli), assieme a più di 100.000 posti temporanei e a chissà quanti medi dirigenti e professionisti licenziati che si sono immediatamente qualificati come “lavoratori in proprio” evitando così l’iscrizione tra i disoccupati.

Data la crescita, da debole a inesistente, del reddito disponibile, le aziende hanno cominciato ad aggiungere solo posti a tempo parziale nel secondo trimestre, anticipando un potenziale calo delle spese in servizi. Contemporaneamente stanno anche eliminando posti a tempo pieno, poiché negli ultimi tre mesi sono stati eliminati più di 700.000 posti a tempo pieno. In altre parole nei mesi recenti ha avuto luogo una specie di “abbandono” del lavoro a tempo pieno a favore di quello a tempo parziale. E quando accade questo, vi è uno scarso aumento netto dell’occupazione.

Un altro fattore “non meteorologico” che spiega il rallentamento reale della creazione di posti di lavoro nel trimestre scorso è attribuibile al calo globale della produzione che inevitabilmente ha cominciato a penetrare il settore manifatturiero nella tarda primavera del 2012. Molto è stato pubblicizzato dalla fine del 2010 da parte delle grandi imprese e dell’amministrazione Obama a proposito di come l’industria manifatturiera “aprirà la via” alla ripresa e alla creazione di occupazione negli USA.  Ma secondo la tabella B-1 del Dipartimento del Lavoro relativa a giugno, i posti nell’industria sono cresciuti di solo 68.000 unità nel trimestre invernale e, da marzo, di metà di tale cifra, cioè 34.000. Inoltre virtualmente tutti i circa 102.000 posti creati nell’industria nella prima metà del 2012 sono posti per dirigenti, supervisori e altri professionisti. La creazione netta di occupazione riguardante la produzione e i lavoratori non in posti di controllo nell’industria è in realtà diminuita di 170.000 unità da marzo a giugno 2012. Ciò costituisce una chiara prova che i datori di lavoro stanno ora, con effetto dal secondo trimestre, tagliando l’occupazione nella produzione mentre il calo dell’industria manifatturiera globale comincia a far sentire il suo impatto negli Stati Uniti nei mesi recenti. Il taglio di posti accelererà nei prossimi mesi, considerato che i nuovi ordini di beni industriali sono scesi a giugno al livello peggiore dal 2009.

Una terza spiegazione reale, non climatica, riguarda le tendenze delle assunzioni dei dipendenti governativi. Il loro numero è andato costantemente declinando negli ultimi tre anni. Colpite in modo particolarmente duro sono state le amministrazioni statali, e quindi gli insegnanti. I licenziamenti e i cali di posti riferiti per questo gruppo non avvengono nel trimestre invernale, bensì in quello primaverile. Anche questo, perciò, spiega in parte la caduta della creazione di occupazione nel secondo trimestre. Ma le cause ultime sono qui le politiche governative dal 2009. Le politiche di Obama hanno fornito sussidi al settore pubblico per prevenire licenziamenti per un anno (non per creare posti). Dopo la metà del 2010 tali sussidi sono scomparsi e i governi locali hanno avviato i profondi tagli alla spesa che continuano tuttora.

Infine c’è l’edilizia. Il tempo buono non spiega neppure quello che è accaduto in questa industria. L’occupazione nell’edilizia è scesa di 13.000 unità nel primo trimestre, come accade normalmente nei mesi invernali. Ma ha continuato a scendere, su base stagionale rettificata, da aprile a giugno, di altre 42.000 unità.  Ciò è dovuto al fatto che non c’è ripresa dell’occupazione nell’edilizia. La stampa ha fatto i salti mortali per cercare di cavar fuori qualche segno che l’edilizia abitativa si sta riprendendo. Siccome i prezzi delle case non sono scesi il mese scorso, e le vendite di case rimbalzando dai minimi, secondo la stampa ciò significa che c’è una qualche ripresa. Tuttavia l’unico segno di crescita in tale industria è la costruzione di appartamenti, prevedibile se si considera che decine di milioni di persone hanno perso la casa dal 2007 e devono vivere da qualche parte. Ma l’occupazione nell’edilizia non è stata toccata da questa “falsa ripresa” dell’edilizia. I posti nell’edilizia sono scesi di 13.000 unità nel primo trimestre del 2012, e di altre 42.000 nel secondo.

Quando gli economisti, che dovrebbero saperla più lunga, si limitano a ripetere che il “tempo” è il responsabile del crollo di aprile-giugno del tasso di creazione di posti di lavoro, in realtà ripetono a pappagallo gli “avvitamenti” prevalenti dei politici e dei loro amici nei media che preferiscono che il pubblico non punti il dito contro i fallimenti della loro politica, ultimi responsabili del crollo dell’occupazione. Non c’è stato alcun genuino programma di creazione di occupazione da quando ha avuto inizio la recessione attuale. Ci sono stati massicci tagli alle tasse a carico di imprese che non sono mai state investite della creazione di occupazione; ci sono stati salvataggi di banche che si presumeva finanziassero le piccole aziende perché investissero e creassero lavoro, ma che non lo hanno fatto; e c’è stata una cessione dei programmi occupazionali ai direttori generali delle industrie manifatturiere, come Jeff Immelt della General Electric, la cui idea di un programma occupazionale consiste in maggior libero scambio e maggior deregolamentazione, in cambio dell’assunzione di un paio di migliaia di lavoratori temporanei a metà paga negli Stati Uniti.

Convergenza del rallentamento economico globale

A combinarsi con le precedenti spiegazioni reali vi è un rallentamento accelerato dell’economia globale, guidato da una contrazione della produzione manifatturiera in tutte le economie principali. Questo rallentamento è iniziato in passato, nella tarda primavera del 2011, vi è stato un leggero recupero e ora vi è di nuovo una più forte tendenza al ribasso. Questa volta vi sono comprese Cina, Brasile e India e altre economie, in aggiunta alla vasta recessione dell’Eurozona ora ben in moto e al chiaro rallentamento anche dell’economia statunitense nei mesi recenti.

L’industria manifatturiera era stata reclamizzata come la soluzione alla creazione di occupazione a fine estate 2010 e l’amministrazione Obama aveva operato una svolta concertata in direzione di essa come soluzione al vacillare della ripresa. Tuttavia tale svolta ha prodotto poco o nulla in termini di creazione di lavoro. La terza caduta dell’occupazione in altrettanti anni è perciò all’orizzonte quest’estate.

Ma non occorre essere un metereologo per sapere in che direzione spingono i venti dell’occupazione negli Stati Uniti.

Jack Rasmus è autore del libro appena pubblicato ‘OBAMA’S ECONOMY: RECOVERY FOR THE FEW’ [L’economia di Obama: ripresa per i pochi], pubblicato da Pluto Press e Palgrave-Macmillan, Aprile 2012. Scrive sul blog jackrasmus.com.

 

Da Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/weather-metaphors-and-the-june-jobs-report-by-jack-rasmus

Originale: Jackrasmus.com

 

traduzione di Giuseppe Volpe

Traduzione © 2012 ZNET Italy – Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

 

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